- Castellalto (Abruzzo),
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- San Giovanni la Punta (Sicilia),
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- Ponsacco (Toscana),
- Montelupo Fiorentino (Toscana),
- Montopoli in Val d'Arno (Toscana),
- Montale (Toscana),
- Riparbella (Toscana),
- Gais (Trentino-Alto Adige),
- Rasun-Anterselva (Trentino-Alto Adige),
- Telve di Sopra (Trentino-Alto Adige)
San Giovanni Evangelista, noto anche come l'apostolo dell'amore, è una figura centrale nel cristianesimo. Secondo la tradizione, Giovanni era il più giovane dei dodici apostoli e particolarmente vicino a Gesù, tanto da essere definito 'il discepolo che Gesù amava'. Si ritiene che abbia scritto il quarto Vangelo, tre epistole e l'Apocalisse, sebbene la paternità di questi testi sia stata oggetto di discussione nel tempo. Un fatto notevole è che Giovanni è l'unico apostolo che secondo la tradizione non ha subito il martirio e che sarebbe morto per cause naturali in età avanzata. La sua festa liturgica si celebra il 27 dicembre. Un elemento distintivo della rappresentazione artistica di San Giovanni Evangelista è l'aquila, simbolo della sua alta contemplazione delle realtà divine e della capacità di elevarsi al di sopra del terreno per guardare direttamente il sole della giustizia, che è Cristo. Inoltre, egli è venerato come il protettore degli scrittori, degli editori e dei teologi, riconoscendo la profondità e l'importanza dei suoi scritti teologici per la Chiesa primitiva e per la cristianità nel corso dei secoli.
Il discepolo prediletto dal Signore, autore del quarto Vangelo e simboleggiato dall’aquila, è patrono di tutti i mestieri dove si è esposti alle ustioni, ma anche dei teologi, degli scrittori, dei librai, degli stampatori e infine degli alchimisti
Sulla via di porta Latina, a Roma, un tempietto ottagonale disegnato dal Bramante e completato dal Borromini ricorda nel nome, Oratorio di San Giovanni in Oleo, un leggendario miracolo del quarto evangelista. Quando l’imperatore Domiziano venne a conoscere la fama dell’apostolo, lo convocò nella capitale e, dopo avergli fatto rasare i capelli in segno di scherno, ordinò che fosse immerso in una caldaia di olio bollente davanti alla porta Latina. Ma Giovanni ne uscì illeso. In quel luogo venne eretto un oratorio, poi ricostruito in epoca rinascimentale, e nelle vicinanze la chiesa di San Giovanni a porta Latina la cui prima costruzione risale al V secolo: vi si celebrava solennemente la festa dell’Evangelista il 6 maggio, quando cadeva l’anniversario della sua dedicazione. Ma la festa principale è oggi quella del 27 dicembre, che è più antica della precedente come testimonia san Gregorio di Nissa affermando nell’elogio funebre di san Basilio che fra Natale e la Circoncisione si festeggiavano gli apostoli più legati a Gesù oltre al protomartire: Pietro, Giacomo, Giovanni e Paolo. Successivamente Pietro e Paolo furono trasferiti al 29 giugno per trasfigurare cristianamente una festa pagana in onore di Romolo e Remo. Rimasero soltanto Stefano, i santi Innocenti e Giacomo Maggiore insieme con Giovanni perché i due erano fratelli: chiamati dal Cristo «figli del tuono» a causa della loro facilità alla collera. Venivano ricordati secondo i martirologi e i calendari liturgici tra il 27 e il 29; finché, emigrato Giacomo al 25 di luglio, Giovanni occupò stabilmente il 27 dicembre.
Il miracolo dell’olio bollente gli valse successivamente il patronato di tutti i mestieri dove si è esposti alle ustioni, come ad esempio quelli dei gualcherai e degli armaioli; ma anche dei candelai che facevano bollire il sego e vendevano l’olio da bruciare, e persino dei proprietari dei mulini a olio. Per gli stessi motivi era invocato anche contro le bruciature.
Che Giovanni sia stato condotto a Roma per essere martirizzato è una notizia non documentata che ci danno Tertulliano e Girolamo. Sappiamo invece dallo stesso Giovanni che fu allontanato da Efeso, dove reggeva la Chiesa locale, ed esiliato a Patmos, un’isola delle Sporadi, «a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù», come egli scrive nell’Apocalisse, che in greco significa Rivelazione. Questo libro profetico, l’unico del Nuovo Testamento, gli fu ispirato da un angelo: «Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: “Quello che vedi scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese...”».
Nell’Apocalisse è descritto il Tetramorfo, una figura che già appariva, pur con qualche differenza, nella visione di Ezechiele: «In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo vivente aveva l’aspetto di un toro, il terzo vivente l’aspetto di un uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila che vola. I quattro viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati d’occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: Santo, santo, santo, il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è, che viene!».
Come ogni figura simbolica, il Tetramorfo ha evocato diversi simboli. La prima è quella del Cristo stesso, come spiegava Hildebert de Lavardin nel XII secolo:
Christus Homo, Christus Vitulus, Christus Leo, Christus
est Avis, in Christo cuncta notore potes.
Est Homo dum vivit, Bos dum moritur, Leo vero
Quando resurgit, Avis quando superna petit.
Ovvero: è uomo quando vive, bue (o toro o vitello perché le tre figure sono simbolicamente equivalenti) quando muore, leone quando risorge e uccello, ovvero aquila, quando sale al cielo. È cioè l’emblema dell’Incarnazione, della Passione, della Resurrezione e dell’Ascensione del Cristo.
Ma siccome il Cristo è il Verbo, i quattro esseri rappresentano anche la sua parola nei quattro evangeli e per estensione i quattro evangelisti: Matteo come uomo, Marco come leone, Luca come bue, o toro o vitello, e Giovanni come aquila. Quando gli esseri viventi simboleggiano gli evangelisti sono rappresentati con un libro.
A Giovanni è collegata l’aquila perché il suo vangelo parla all’inizio della «luce vera» che è la divinità del logos; e l’aquila è l’unico animale, secondo i bestiari antichi, che può fissare direttamente la luce del sole, simbolo di quella divina. Giovanni d’altronde è colui che teologicamente e misticamente «vola più in alto» fra gli evangelisti così come l’aquila rispetto agli altri uccelli: fu infatti teologo altissimo nel mettere in risalto la divinità di Gesù tant’è vero che i Padri greci definirono il suo Vangelo «spirituale».
Successivamente nella leggenda si giustificò l’aquila, che in molti dipinti gli sorregge il leggio su cui egli scrive, narrando che Giovanni era vissuto nell’esilio di Patmos in compagnia del rapace: così appare in un affresco di Giotto nella cappella Peruzzi di Santa Croce a Firenze o nella statua di Donatello nell’Opera del Duomo a Firenze.
Dopo la morte di Domiziano, intorno al 96, Giovanni poté ritornare ad Efeso dove morì ultracentenario sotto l’impero di Traiano, forse nel 104. Sicché egli fu non soltanto il più giovane degli apostoli ma anche il più longevo. A un certo momento si sparse addirittura la voce che non sarebbe morto. E dopo la sua scomparsa fiorì la leggenda che fosse stato assunto in cielo anche con il corpo, come la Vergine: quando ebbe compiuto i novantanove anni, un angelo o il Signore stesso, secondo un’altra versione, lo avvertì che sarebbe morto la domenica successiva. «La domenica seguente» narra la Leggenda Aurea «tutto il popolo si radunò nella chiesa e l’apostolo predicò fino all’alba esortando tutti ad essere fermi nella fede e ferventi nell’eseguire gli ordini di Dio. Fece poi scavare una fossa quadrata vicino all’altare e ordinò che la terra scavata fosse gettata fuori della chiesa. Discese poi nella fossa, stese le mani verso il cielo e disse: “Invitato al tuo banchetto, o Signore, io vengo rendendoti grazie perché ti sei degnato di porgermi questo invito: tu sai che l’ho desiderato con tutto il cuore”. Quando il santo ebbe finito di pregare, una luce così sfolgorante lo avvolse che nessuno riuscì più a vederlo. Quando la luce disparve la fossa fu trovata piena di manna ed ancor oggi la manna nasce da questa fossa come sgorga dalla terra una fonte.»
La leggenda nasceva dall’erronea interpretazione di un passo del suo vangelo, là dove egli riferisce le parole del Cristo a Pietro che gli aveva chiesto dell’Evangelista: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te?». Lo stesso Giovanni in tardissima età volle correggere quella falsa interpretazione inserendo al versetto 23 una esplicita smentita. Ma le leggende sono più solide di una quercia, sicché Dante stesso la fa smentire allo stesso apostolo nel Paradiso:
In terra è il mio corpo, e saragli
tanto con li altri, che ’l numero nostro
con l’etterno proposito s’agguagli.
A Efeso compose il suo vangelo che, pur integrando i sinottici con particolari omessi dagli altri, come la prima cacciata dei mercanti dal tempio, il proclamarsi uomo, la sete sulla croce o il costato squarciato, è essenzialmente dottrinale con la finalità di corroborare la fede salvifica nella verità umana, messianica e divina del Cristo minacciata dall’insorgente gnosticismo: «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli» scrive (20, 30-31) «ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita nel suo nome».
Oltre all’Apocalisse e al Vangelo scrisse anche tre Epistole di cui la prima sembra quasi un prologo al suo vangelo perché ve ne sono riassunti tutti i grandi temi. In essa è sottolineato soprattutto l’ultimo insegnamento di Giovanni che prima di morire, secondo quanto ci è testimoniato, non cessava di raccomandare di amarsi l’un l’altro: «Carissimi,» scriveva «se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. Da questo si riconosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi...».
Per questi motivi Giovanni è diventato il patrono dei teologi e degli scrittori. Ma lo è anche degli stampatori, dei librai, dei rilegatori, dei cartolai, dei copisti di manoscritti, degli incisori in rame forse perché lo si è spesso rappresentato mentre scrive l’Apocalisse a fianco dell’aquila al cui collo è sospeso un calamaio. Ma, secondo Francesco Spadafora, questi patronati possono spiegarsi con la caldaia d’olio: gli stampatori usavano infatti un inchiostro grasso che paragonavano all’olio; e lo stesso vale per gli incisori. A loro volta i cartolai maceravano gli stracci usati in caldaie e anche i rilegatori si servivano di pelli conciate in calderoni di legno.
Nel medioevo divenne anche il patrono degli alchimisti perché una leggenda raccolta negli apocrifi Atti di Giovanni narrava che un giorno il filosofo Cratone volle spiegare al popolo come si dovesse disprezzare il mondo. Persuase due ricchissimi fratelli a vendere il loro patrimonio e a comprare ognuno una gemma che poi essi infransero davanti alla folla. L’apostolo, che passava da quelle parti per caso, chiamò Cratone spiegandogli che il Cristo non aveva mai disprezzato i beni del mondo ma aveva esortato chi voleva essere perfetto a vendere le sue sostanze e a distribuirle ai più bisognosi.
Cratone allora rispose: «Ma se veramente il tuo maestro è Dio e vuole che la somma ricavata dalla vendita di queste gemme sia data ai poveri, fa’ che esse diventino integre sicché quanto io ho fatto per la gloria umana tu lo compia a gloria di colui che tu dici tuo maestro». Giovanni si raccolse in preghiera e le gemme si ricomposero perfettamente.
I due fratelli, convertitisi insieme con Cratone, vendettero le due gemme distribuendone il ricavato ai poveri, imitati da due altri cittadini di Efeso, Attico ed Eugenio, che si disfecero delle loro sostanze e seguirono l’apostolo nella sua predicazione per varie città. Un giorno questi ultimi, arrivati a Pergamo, videro i loro servi vestiti riccamente e ne provarono invidia. Allora Giovanni disse loro che se volevano riavere l’oro, dovevano portargli un fascio di verghe diritte. Essi obbedirono e Giovanni le trasformò nel metallo prezioso. Poi chiese dei sassolini del mare che mutò in gemme: «E ora andate ad assicurarvi dagli orefici che si tratta di oro e di gemme vere; e se così è potrete recuperare il vostro antico lusso... Siate floridi per imputridire; siate ricchi per mendicare in eterno».
Mentre l’apostolo stava parlando contro le ricchezze vide passare un funerale. Quando la vedova, la madre e i parenti lo riconobbero, si prostrarono ai suoi piedi chiedendo di resuscitare il morto. Il miracolo convertì Attico ed Eugenio che si prostrarono davanti all’apostolo chiedendogli misericordia. Giovanni impose loro una penitenza di trenta giorni durante i quali dovevano pregare perché oro e pietre preziose tornassero fuscelli e sassolini. Il che si verificò puntualmente.
L’Evangelista è anche il protettore contro i veleni per un’altra leggenda narrata negli Atti. Un giorno il sommo sacerdote di tutti gli idoli, Aristodemo, scatenò una sedizione popolare contro Giovanni che per placarla andò a trovare il sobillatore domandandogli: «Che cosa devo fare per placare la tua collera?».
«Se vuoi che io creda nel tuo Dio, dovrai bere del veleno. Se non morirai, sarà manifesto a tutti che il tuo è il vero Dio.» E gli diede una coppa che l’apostolo bevve d’un fiato senza subire alcuna conseguenza. Ispirandosi a questo episodio i medievali chiamarono «vino di san Giovanni» un sacramentale che proteggeva contro il veleno e in genere contro tutte le intossicazioni alimentari. In ricordo della miracolosa bevuta Giovanni viene talvolta raffigurato con una coppa in mano da cui esce un serpentello o un minuscolo drago. E una volta nella basilica di San Giovanni in Laterano si mostrava, tra le altre reliquie del santo, la tazza nella quale gli sarebbe stato propinato il veleno.
Negli Atti sono narrati tanti altri miracoli fra cui la resurrezione di Drusiana – una discepola che prima di morire aveva sperato ardentemente di rivedere ancora una volta l’apostolo – e la distruzione del tempio di Diana. Un giorno i pagani trascinarono Giovanni nel tempio della dea Diana, a Efeso, affinché compisse «sacrifici immondi». Allora l’apostolo promise di provare la natura divina del suo Dio mentre i pagani avrebbero dovuto provare quella di Diana. Se le preghiere dei pagani avessero fatto crollare la chiesa cristiana, essi avrebbero avuto ragione. Ma se fosse crollato il tempio di Diana, si sarebbero dovuti dichiarare sconfitti. Si avverò quest’ultima ipotesi, e in quel giorno si convertirono dodicimila pagani, senza contare le donne e i bambini.
Ma lasciamo i territori favolosi degli Atti e torniamo alla vita documentata di Giovanni. Era di origine galilea e probabilmente di una zona rivierasca del lago di Tiberiade. Matteo riferisce che era figlio di Zebedeo e di Salome, e fratello di Giacomo il Maggiore. Marco a sua volta ci informa che il padre aveva una piccola impresa di pesca con garzoni alle sue dipendenze. La madre era tra le donne che seguivano e assistevano Gesù e salirono poi sul Calvario.
Negli Atti degli Apostoli si dice che Giovanni era giudicato «illetterato e popolano» perché non era stato alla scuola dei rabbini, sicché qualche biblista ha congetturato che il suo vangelo sia stato ispirato da lui ma scritto da un suo allievo cresciuto nella lingua e nel mondo culturale del sincretismo ellenistico. «Riconoscere ciò» ha scritto Anton Vogte ne I santi (Milano 1989) «ci libera anche dall’ingenua preoccupazione che l’annunciatore apostolico di Cristo, il quale così profondamente si immerse nella meditazione del mistero del Redentore e della nostra redenzione, sia soggiaciuto nei giorni della vecchiaia a una immodesta autoesaltazione. “Il discepolo che Gesù amava”: così con rispetto reverenziale lo chiama a ragione l’allievo che stese il vangelo dell’apostolo suo maestro.» Ma altri biblisti sottolineano che mentre nei vangeli sinottici Giovanni è nominato diciannove volte, nel suo è nominato soltanto con perifrasi: evidentemente egli voleva nascondere se stesso per poter mettere in rilievo la divina predilezione del Maestro.
Già discepolo di Giovanni Battista, fu con Andrea il primo degli apostoli a conoscere Gesù, come narra egli stesso: «Il giorno seguente Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissandolo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: ‘’‘Che cercate?”. Gli risposero: “Rabbi, dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava, e quel giorno si fermarono presso di lui: erano circa le quattro del pomeriggio».
Si unì poi agli altri apostoli insieme con il fratello Giacomo quando il Cristo passando sul lago, secondo la narrazione di Matteo, li chiamò, ed essi «subito, lasciata la barca e il padre loro, lo seguirono». Fu tra gli intimi che accompagnarono Gesù negli episodi più solenni, come ad esempio nella trasfigurazione e nell’agonia del Getsemani. Ebbe un posto d’onore nella cena pasquale al fianco del Cristo sul divano centrale; e poté reclinare il capo sul petto di lui per chiedergli, su domanda di Pietro, il nome del traditore.
Unico tra gli apostoli, si trovò ai piedi della croce vicino a Maria: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e, accanto a lei, il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre”. E da quel momento il discepolo la prese con sé». Con quelle parole il Cristo indica al discepolo prediletto la Madonna come madre e modello di tutti i credenti poiché la sua vita, essendo partecipazione amorosa e totale alla passione del Figlio, esprime l’ideale della perfetta unione con Gesù fino alla croce. «Gesù» ha commentato Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Mater «mette in rilievo un nuovo legame tra Madre e Figlio, del quale conferma solennemente tutta la verità e realtà. Si può dire che, se già in precedenza la maternità di Maria nei riguardi degli uomini era stata delineata, ora viene precisata e stabilita: essa emerge dalla definitiva maturazione del mistero pasquale del Redentore. La Madre di Cristo, trovandosi nel raggio diretto di questo mistero, che comprende l’uomo – ciascuno e tutti – viene data all’uomo – a ciascuno e a tutti – come madre. Quest’uomo ai piedi della croce è Giovanni, “il discepolo che egli amava”. Tuttavia non è lui solo. Seguendo la Tradizione, il concilio non esita a chiamare Maria “Madre di Cristo e Madre degli uomini: infatti ella è congiunta nella stirpe di Adamo con tutti gli uomini..., anzi è veramente madre delle membra di Cristo..., perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa”. Dunque, questa “nuova maternità di Maria”, generata dalla fede, è frutto del “nuovo” amore che maturò in lei definitivamente ai piedi della croce mediante la sua partecipazione all’amore redentivo del Cristo... Le parole che Gesù pronuncia dall’alto della croce significano che la maternità della sua genitrice trova una “nuova” continuazione nella Chiesa e mediante la Chiesa, simboleggiata e rappresentata da Giovanni.»
Dopo la resurrezione egli riceve dalla Maddalena, insieme con Pietro, il primo annuncio che il sepolcro è vuoto. Vi corre con Pietro ma, pur giunto per primo, lascia il passo a lui per rispetto. Poi, entrato nel sepolcro, e visti i pannilini a terra e il sudario ben piegato e messo in un angolo – prova che Gesù non è stato rapito – crede nella resurrezione forse prima ancora di Pietro che «tornò sui suoi passi meravigliandosi del fatto».
Fu poi presente a tutte le apparizioni di Gesù risorto fino all’Ascensione. Ricevuto lo Spirito Santo alla Pentecoste, cominciò a predicare sempre associato a Pietro con cui venne anche incarcerato. Dopo alcuni anni lasciò Gerusalemme per annunciare il Vangelo nell’Asia Minore dove resse la Chiesa di Efeso e le altre comunità cristiane.
San Giovanni Evangelista nacque il I secolo
San Giovanni Evangelista nacque a Betsaida
San Giovanni Evangelista morì il 104 circa
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