- Rocca San Giovanni (Abruzzo),
- Poggiofiorito (Abruzzo),
- Salerno (Campania),
- Albanella (Campania),
- Sicignano degli Alburni (Campania),
- Molinella (Emilia-Romagna),
- Gattatico (Emilia-Romagna),
- Fabrica di Roma (Lazio),
- Borghetto Santo Spirito (Liguria),
- Laigueglia (Liguria),
- Pietrabruna (Liguria),
- Giusvalla (Liguria),
- Villanuova sul Clisi (Lombardia),
- Villa d'Ogna (Lombardia),
- Verretto (Lombardia),
- Montenero di Bisaccia (Molise),
- Nichelino (Piemonte),
- Caresana (Piemonte),
- Prunetto (Piemonte),
- Aurano (Piemonte),
- Chiaramonti (Sardegna),
- Ortignano Raggiolo (Toscana),
- Cannara (Umbria),
- Mirano (Veneto),
- Riese Pio X (Veneto),
- Asiago (Veneto),
- Revine Lago (Veneto)
San Matteo, uno degli apostoli di Gesù, è conosciuto principalmente per essere l'autore del primo Vangelo del Nuovo Testamento. Prima della sua chiamata, Matteo lavorava come esattore delle tasse, una professione mal vista dai Giudei, poiché era associata alla corruzione e alla collaborazione con gli occupanti romani. La sua conversione avviene quando Gesù lo invita a seguirlo con semplici parole: 'Seguimi'. Questo gesto evidenzia la capacità di Gesù di vedere oltre le apparenze e di chiamare al suo seguito persone di ogni estrazione sociale. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, San Matteo dedicò la sua vita alla diffusione del Vangelo. Secondo la tradizione, subì il martirio per la sua fede, e per questo è reverenziato come martire dalla Chiesa cattolica. La sua festa liturgica viene celebrata il 21 settembre. Oltre ad essere il patrono dei contabili, degli esattori delle tasse, dei banchieri e dei finanzieri, è spesso invocato per aiuto contro i problemi finanziari. Un dettaglio interessante è che nel Vangelo di Matteo si trova la prima menzione esplicita della Chiesa, che evidenzia l'importanza della comunità di credenti nell'interpretazione della fede cristiana.
Il primo evangelista, il cui simbolo nel Tetramorfo è un uomo alato con il libro, è il patrono di Salerno, dove il suo corpo, che era giunto dall’Oriente, venne sepolto nella cattedrale dal principe longobardo Gisulfo I nel 954
Secondo la tradizione sul finire del IV secolo d.C. marinai del Bruzio, che provenivano dall’Etiopia del Ponto, il territorio fra l’attuale mar d’Azov e il Caucaso, portarono a Velia il corpo di san Matteo. Ma nella città campana le reliquie non restarono a lungo: con l’invasione dei Visigoti i velini fuggirono i depositando il corpo dell’apostolo in Lucania, alla confluenza del Fiumarello con l’Aulento. Fu ritrovato soltanto nel X secolo e trasferito a Capaccio, una cittadina sulle pendici del monte Soprano che domina la piana di Paestum.
Nel 954 il longobardo Gisulfo I (933-978), principe di Salerno, volle che le reliquie fossero traslate nella capitale dove vennero, più che sepolte, nascoste nella cattedrale perché dopo qualche decennio se n’era quasi perso il ricordo. Passò più di un secolo finché Salerno cadde nelle mani del normanno Roberto il Guiscardo che nel 1077 riceveva la resa incondizionata dell’ultimo principe longobardo. Per accattivarsi la fedeltà dei sudditi Roberto decise di costruire una nuova chiesa in onore di Matteo. Nel 1080, durante i lavori che andavano a rilento, venne alla luce la tomba dell’apostolo le cui ossa si trovano da allora nella cripta della cattedrale che ha subìto vari rifacimenti fino all’ultima sistemazione conclusa nel 1969.
Ogni anno Salerno festeggia nel dies natalis del 21 settembre il suo patrono con una solenne processione del busto in argento, accompagnato da quelli di san Gregorio VII e dei tre martiri salernitani, san Gaio, san Fortunato e sant’Ante, i cui resti si trovano nella stessa cripta, oltre che da quello di san Giuseppe. Il busto di Matteo, rappresentato come un uomo maturo e barbato che regge con una mano un libro aperto, ha al suo fianco l’angioletto che gli offre penna e calamaio per scrivere il Vangelo. Secondo la tradizione infatti l’autore del primo Vangelo è stato l’apostolo Matteo il cui nome in greco, Mathâios, era la traduzione dell’ebraico Mattai, a sua volta abbreviazione di Mathathāh, ovvero «dono di Dio». In Marco (2, 14-17) e Luca (5, 27-32) viene chiamato Levi; ma si tratta di una contraddizione apparente perché i Giudei abbinavano spesso al nome semitico un altro greco o latino per i loro rapporti con i gentili, come testimonia fra gli altri il doppio nome dell’evangelista Marco che si chiamava anche Giovanni.
Matteo era un pubblicano, ovvero un gabelliere che a Cafarnao, sulla via tra la costa del Mediterraneo e l’Oriente, esigeva il portorium, un’imposta connessa al trasporto delle merci. Doveva essere non un appaltatore d’imposte ma un esattore, e probabilmente riscuoteva a nome del tetrarca Erode Antipa. Aveva ascoltato Gesù che da qualche mese predicava a Cafarnao, e certe sue parole avevano cominciato a tormentarlo: «Non accumulate tesori sulla terra... Voi non potete servire Dio e il denaro. Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in più...». Sicché quando il Cristo, passando davanti al banco della gabella, lo fissò intensamente dicendogli «Seguimi!», non poté far altro che alzarsi e seguirlo fra lo stupore dei presenti.
Levi-Matteo invitò a casa Gesù e dette un festino per salutare amici e parenti. «Mentre Gesù sedeva a mensa in casa» narra il Vangelo di Matteo «sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme con i pubblicani e i peccatori?”. Gesù li udì e rispose: “Non ai sani ma ai malati occorre il medico. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio.Infatti non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori”».
I pubblicani erano disprezzati dalla popolazione per la loro cupidigia e per le vessazioni che facevano subire ai contribuenti: essendo appaltatori d’imposte o esattori, dovevano versare allo Stato una certa somma concordata, che poi esigevano per mezzo dei loro impiegati; e avevano persino il diritto di frugare i bagagli e le persone. Sicché il comportamento di Gesù, che accettava l’invito di un pubblicano e poi lo conduceva con sé, non poteva piacere ai benpensanti. Ma si addiceva al «figlio dell’uomo» che aveva il potere di rimettere i peccati, che annunciava ai peccatori la misericordia di Dio.
Non sappiamo quando Matteo scrisse il suo Vangelo. Secondo Apollonio, un vescovo asiatico che Eusebio cita nella Storia ecclesiastica, lo fece prima di lasciare la Palestina per predicare in altri Paesi: dunque intorno al 42 perché il Cristo aveva ingiunto agli apostoli di non allontanarsi da Gerusalemme per dodici anni. Eusebio cita anche la testimonianza di Origene: «Intorno ai quattro Vangeli, che sono i soli ammessi senza contestazione nella Chiesa di Dio che è sotto il cielo, ho appreso dalla Tradizione che il primo fu scritto da Matteo prima pubblicano, poi apostolo di Gesù Cristo; che fu composto in lingua aramaica (l’ebraico parlato in Palestina dal ritorno dall’esilio) e destinato ai convertiti dal giudaismo alla fede cristiana». Ma secondo sant’Ireneo (Adversus haereses, III, 1,1) il libro sarebbe stato pubblicato «mentre Pietro e Paolo evangelizzavano e fondavano la Chiesa di Roma». La notizia posporrebbe la data della composizione agli anni seguenti al 60: tesi sostenuta oggi dalla maggior parte dei biblisti. Secondo la Tradizione l’originale in aramaico, poi perduto, venne tradotto in lingua greca, e in questa redazione è pervenuto a noi.
Scrivendo per i Giudei della Palestina, versati nelle Scritture, Matteo voleva dimostrare che Gesù era il Messia, poiché aveva compiuto le profezie contenute nell’Antico Testamento, e che la Chiesa sostituiva l’eletto Israele. Grazie a lui inoltre ci è pervenuta la raccolta più ampia e più ricca delle parole di Gesù. Ma l’attuale scienza neotestamentaria tende a considerare il suo Vangelo come un’opera collettiva dove Matteo sarebbe l’antenato spirituale, il capostipite di una tradizione. «Ci si può volentieri immaginare» ha scritto Rudolph Pesch ne I Santi, un’opera collettiva a cura di Peter Manns (Milano 1987), «che questo apostolo abbia raccolto con particolare amore le parole del suo Signore e Maestro, le abbia messe insieme e le abbia trasferite sulla carta, costituendo così la base fondamentale di una raccolta di parole del Signore, divenuta con il Vangelo di Marco la fonte più importante per l’evangelista del “Vangelo secondo Matteo”. In tal modo l’evangelista più tardi fu a ragione chiamato con il nome del capostipite della Tradizione, il discendente spirituale con il nome dell’antenato.» Si possono scorgere spunti personali nei riferimenti, sorprendentemente frequenti, al campo delle finanze, del sistema monetale e fiscale; l’evangelista cita tipi di monete più degli altri evangelisti ed usa denominazioni più specialistiche.
Non si conoscono con certezza le regioni evangelizzate da Matteo né il luogo e il tempo della sua morte. Chi indica l’Etiopia, chi il Ponto, la Persia, la Siria, la Macedonia o addirittura l’Irlanda.
È incerto anche il genere della morte: alcuni parlano di martirio, altri lo escludono. D’altronde sulla sua vita sono fiorite alcune Passiones apocrife che narrano una collana di leggende. La più nota narra che l’apostolo aveva convertito il re Egipo e tutto il suo regno, l’Etiopia, dopo aver fatto risorgere miracolosamente la figlia Ifigenia. Il successore di Egipo, il re Irtaco, voleva sposare la figlia del defunto, che aveva consacrato al Signore la sua verginità, e premeva su Matteo perché la inducesse a cedergli. Ma l’apostolo sostenne Ifigenia nella sua virtù; sicché venne ucciso mentre celebrava la messa, trafitto da una spada. Così raffigurò la scena il Caravaggio in uno dei suoi celebri quadri su Matteo conservati nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma.
Si è già accennato che nell’iconografia tradizionale Matteo è accompagnato da un angelo che gli offre penna e calamaio per scrivere il Vangelo oppure glielo detta come in un altro quadro del Caravaggio nella stessa chiesa romana. Quell’angelo non è ispirato a una leggenda ma alla visione del Tetramorfo in Ezechiele (1, 10) e nell’Apocalisse (4, 6). Quei quattro esseri sono stati interpretati sia come l’emblema dell’Incarnazione (l’uomo), della Passione (il toro), della Resurrezione (il leone) e della Ascensione (l’aquila) del Cristo; sia come gli emblemi dei quattro evangeli: e infatti nelle chiese i quattro animali dal libro simboleggiano i quattro libri del Nuovo Testamento. Quello di Matteo lo si figurò con l’uomo alato perché, come spiega san Girolamo, s’inizia con la genealogia e la nascita di Cristo come uomo. Successivamente l’uomo alato si tradusse in un angelo, dapprima con la funzione di attributo dell’evangelista, poi sempre più partecipe alla stesura del Vangelo sino a giungere a dettarlo al santo.
Un altro attributo di Matteo è una borsa contenente denaro a ricordo del mestiere abbandonato dopo la chiamata di Gesù: appare ad esempio nella scultura settecentesca di Camillo Rusconi nella navata centrale di San Giovanni in Laterano, a Roma: la figura dell’evangelista, avvolta in un ampio panneggio, calpesta un sacco di monete volgendo lo sguardo ascetico verso il libro che regge in mano.
San Matteo nacque il I secolo a. C.
San Matteo nacque a Cafarnao (Galilea)
San Matteo morì il I secolo
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San Matteo si festeggia il 21 settembre