Nome
Santo Stefano
Titolo
Primo martire
Nascita
5 dopo Cristo
Morte
34 dopo Cristo - Gerusalemme, Israele
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Rai
Patrono di
In breve

Santo Stefano è venerato come il primo martire del cristianesimo, conosciuto anche come protomartire. Secondo gli Atti degli Apostoli nel Nuovo Testamento, Stefano era un diacono nella chiesa primitiva di Gerusalemme. Egli si distinse per la sua profonda fede e per la capacità di compiere 'grandi prodigi e segni tra il popolo'. Accusato di blasfemia per aver criticato i leader ebrei e la loro interpretazione della legge di Mosè, Stefano tenne un discorso appassionato davanti al Sinedrio, che è considerato una delle più significative testimonianze teologiche del Nuovo Testamento. Le sue parole, tuttavia, suscitarono l'ira dei presenti che lo trascinarono fuori città e lo lapidarono a morte. La sua morte è stata testimoniata da Saulo di Tarso, che in seguito divenne l'apostolo Paolo, uno dei più ferventi diffusori del cristianesimo. La festa di Santo Stefano si celebra il 26 dicembre nella Chiesa cattolica e in diverse altre confessioni cristiane. La sua figura è simbolo di coraggio e di fede incrollabile di fronte alle persecuzioni, e il suo culto si è diffuso in tutto il mondo cristiano.

Uno dei santi più popolari nell’Italia medievale fu il protomartire la cui storia venne narrata negli Atti degli Apostoli e le cui reliquie erano così ricercate che soltanto a Roma se ne veneravano tre braccia in tre diverse chiese 

Il culto di santo Stefano era così diffuso nell’Italia medievale che ispirò addirittura il nome a quindici cittadine, da Santo Stefano Belbo a Santo Stefano Magra fino a Santo Stefano in Aspromonte. Soltanto a Roma fra cappelle e chiese in onore del protomartire se ne contavano circa una trentina. La più celebre, ancora oggi esistente, è quella di Santo Stefano Rotondo sul colle Celio, costruita nel V secolo sotto Simplicio: una delle meraviglie dell’architettura religiosa della capitale con la sua struttura circolare che prima dell’intervento del Vasari simboleggiava la Gerusalemme Celeste. Vi si recavano i papi in solenne processione il 26 dicembre per festeggiare il martire di cui tuttavia non si conosceva il dies natalis: quella data era stata scelta perché si voleva solennizzare vicino al Natale colui che era stato il primo testimone — mártys-mártyros in greco — del Cristo.

Roma sosteneva di possederne addirittura le reliquie che, secondo una leggenda, sarebbero state trasferite da Costantinopoli nel VI secolo, durante il pontificato di Pelagio II, nella basilica di San Lorenzo fuori le mura. Ma un corpo intero di santo Stefano si mostrava nel medioevo anche a Venezia, nella chiesa del monastero di San Giorgio, dov’era stato portato — così si raccontava — da una pia donna di nome Giuliana che l’aveva rubato. Altre reliquie – vere o false – erano disseminate in più di mille chiese europee: in Roma, alla fine del XVIII secolo, si veneravano ancora una testa nella basilica di San Paolo fuori le mura, un braccio a Sant’Ivo, un altro a San Luigi dei Francesi, un terzo a Santa Cecilia. A Napoli, nella chiesa di San Gaudioso, vi era un’ampolla piena del suo sangue versato durante la lapidazione e che si scioglieva durante la messa celebrata nel giorno del ritrovamento del corpo. Nel Sancta Sanctorum di San Giovanni in Laterano, a Roma, si conservava la tunica, strappata e insanguinata, che aveva indossato al martirio, ma ve n’era un’altra a Besançon, in Francia. Quanto alle pietre della lapidazione, ne venivano mostrate a Sant’Ivo e a San Lorenzo a Roma, nella cattedrale di Santo Stefano ad Ancona e nella cattedrale di Ravenna: quest’ultima era addirittura munita d’indulgenze.

La proliferazione di reliquie autentiche o meno nasceva dal ritrovamento, nel 415 in Palestina, del suo sepolcro che contribuì a incrementare straordinariamente il culto già vivo in tutte le comunità cristiane grazie al racconto del martirio negli Atti degli Apostoli. D’altronde già precedentemente Stefano era celebre come taumaturgo, come attestava sant’Agostino nel De civitate Dei: «Infatti, se io volessi soltanto descrivere i miracoli delle guarigioni, per tacere degli altri che furono compiuti da questo martire, cioè dal gloriosissimo Stefano, nelle colonie di Calama e nella nostra, dovrei comporre parecchi libri; e tuttavia non tutti si potrebbero raccogliere, ma soltanto quelli dei quali furono scritte le memorie da leggersi ai popoli. Perciò le facemmo fare noi stessi vedendo rinnovarsi con frequenza, anche nei nostri tempi, i segni della divina potenza come negli antichi, desiderando che non dovessero sfuggire alla conoscenza di molti».

In tutta la cristianità si diffuse la cronaca del ritrovamento delle reliquie, redatta in greco dallo stesso autore della scoperta, il prete Luciano di Kefar-Gamla, e immediatamente tradotta in latino, in siriaco, in copto. Narrava che la sera del 3 dicembre 415 apparve in sogno al sacerdote un venerabile vecchio in abiti sacerdotali con una lunga barba bianca, una stola riccamente ornata di pietre preziose tagliate a forma di croce e con in mano una bacchetta d’oro con la quale lo toccò chiamandolo tre volte per nome e svelandogli che lui e i suoi compagni soffrivano perché erano sepolti senza onore; che volevano essere sistemati in un luogo più decoroso; e se si fosse tributato un culto alle loro reliquie, Dio avrebbe salvato il mondo che aveva deciso di distruggere per i troppi peccati che vi commettevano gli uomini.

«Chi sei?» gli domandò Luciano. «E chi sono i tuoi compagni?»

«Io sono il dotto Gamaliele, e sono io che ho istruito san Paolo. I miei compagni sono santo Stefano, primo martire, che io ho fatto seppellire nel mio giardino; san Nicodemo, uno dei miei discepoli, che ho posto accanto a santo Stefano; sant’Abiba, mio figlio, che ho fatto seppellire vicino a Nicodemo. Io stesso ho chiesto nel mio testamento di dividere la tomba con questi tre santi.» Gli indicò infine il luogo del villaggio dove avrebbe potuto trovare i santi corpi.

Nonostante queste spiegazioni Luciano chiese che la visione si ripetesse tre volte perché temeva di essere ingannato dal diavolo. Gamaliele si prestò pazientemente alle richieste del sacerdote, poi lo minacciò di rivolgersi ad altri cristiani migliori di lui se non si fosse affrettato a dissotterrare i corpi.

Luciano si recò subito a Gerusalemme a consultare il vescovo che lo spinse a scavare nel luogo indicato. Ma al primo scavo non si trovò nulla perché il prete non aveva prestato sufficiente attenzione alle parole del vecchio. Fu necessaria una quarta apparizione di Gamaliele per individuare il luogo della sepoltura. Quando venne aperto il feretro di santo Stefano la terra tremò mentre si diffondeva un profumo paradisiaco che guarì molti malati. Il corpo del martire era ridotto in ossa e cenere.

Che questa storia sia una drammatizzazione del ritrovamento è possibile così come non sono da escludere perplessità sulla genuinità delle reliquie. In ogni modo una piccola parte delle ossa fu lasciata al prete che ne fece dono a vari amici contribuendo alla loro diffusione; il resto fu traslato provvisoriamente nella chiesa di Sion a Gerusalemme il 26 dicembre 415, data che era già riservata al santo in alcune località orientali, come testimonia il Martirologio Siriaco. E proprio in quel giorno cadde una pioggia abbondante dopo una lunga siccità che aveva colpito la regione: era il segno che Dio si riconciliava con gli uomini. Una donna cieca toccò le reliquie con qualche fiore che avvicinò poi agli occhi guarendo immediatamente. Un poco di polvere della tomba sanò miracolosamente un paralitico; e pare che resuscitassero persino dei morti. Poi il vescovo di Gerusalemme fece costruire sul presunto luogo della lapidazione una basilica, che venne inaugurata nel 439 con una solenne cerimonia presieduta da Cirillo, patriarca di Alessandria. Successivamente l’imperatrice Eudossia, devotissima del martire, costruì verso la metà del V secolo una basilica più grandiosa insieme con un vasto monastero.

Sulle traslazioni delle reliquie fiorirono poi leggende come quella che narrava come una certa Giuliana di Costantinopoli avesse sepolto a Gerusalemme il marito Alessandro presso il sepolcro del protomartire, in una cassa identica a quella di Stefano. Dopo qualche tempo ottenne il permesso imperiale di trasferire la salma a Costantinopoli, ma per un errore si traslò il corpo del santo che venne infine identificato quando intorno ad esso si furono moltiplicati miracoli e prodigi. In realtà fin dal 428 era giunta a Costantinopoli la mano destra del martire, che aveva ricevuta in dono Pulcheria, sorella di Teodosio II. Eudossia a sua volta aveva portato altre reliquie nel 439 e infine nel VI secolo Giulia Anicia aveva traslato nella capitale tutte quelle che restavano a Gerusalemme. La maggior parte fu poi razziata dai crociati nel XIII secolo, sicché effettivamente in Europa ne arrivarono parecchie, sebbene non sappiamo quali siano le autentiche dopo la proliferazione di tanti falsi.

Di là da tutte queste leggende, di là dai prodigi, dai sogni, dalle moltiplicazioni di braccia e di corpi vi era un martire realmente esistito, anzi il primo martire, come narra Luca negli Atti. Stefano, il cui nome originario in greco, Stéphanos, significava letteralmente «corona» ed era simbolo di vittoria in epoca precristiana per assumere poi il significato di «corona di martirio», era stato scelto insieme con altri sei compagni come diacono della comunità di Gerusalemme perché badasse al servizio delle mense in modo che gli apostoli potessero dedicarsi interamente alla preghiera e al ministero della parola. Dal nome doveva essere un greco. In ogni modo era gradito al gruppo greco della comunità cristiana che precedentemente si era lamentato perché le sue vedove venivano trascurate nella distribuzione del cibo.

Stefano non si limitava al servizio delle mense se, come narra Luca, «operava, pieno di grazia e di fortezza, prodigi e segni grandi fra il popolo. Sorsero allora alcuni della sinagoga detta dei “liberti”... a disputare con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava. Perciò sobillarono alcuni che dissero: “Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio”. E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi; gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. Presentarono quindi dei falsi testimoni che dissero: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè”».

Evidentemente Stefano predicava una visione «cattolica» del cristianesimo che, anticipando san Paolo, si poneva di là dalle tradizioni ebraiche. Alle accuse egli rispose ripercorrendo la Sacra Scrittura dove si testimoniava che il Signore aveva preparato per mezzo di patriarchi e profeti l’avvento del Giusto, ma gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore: «O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale ora voi siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata».

Gli Ebrei che si trovavano nel sinedrio, inferociti da quelle parole, si scagliarono contro di lui e lo trascinarono fuori della città lapidandolo: alla scena assisteva Saulo, il futuro san Paolo, custodendo i mantelli degli aguzzini. Quel martirio ispirò l’attributo più frequente, la pietra sul capo, come nel polittico di Giotto in Santa Croce, ora smembrato in varie parti di cui quella sul santo è custodita nel Museo Home di Firenze. Ma questo non è se non un aspetto della sua iconografia dove egli viene rappresentato giovane e imberbe, rivestito della dalmatica diaconale, con la stola, il libro dei Vangeli e talvolta, invece della pietra, la palma del martirio.

Dopo la relazione di Luciano sul ritrovamento delle reliquie, che ebbe una grande popolarità, fiorì fra il V e il VI secolo una leggenda documentata in un codice trovato nel X secolo sul monte Athos e in un testo in lingua slava. Narrava che due anni dopo l’Ascensione nacque una disputa tra molti sapienti di Etiopia, Tebaide, Mauritania e Babilonia sulla nascita verginale del Cristo, sui miracoli, sulla morte e resurrezione. Gli avversari sdegnati dalle sue affermazioni lo condussero in tribunale perché Pilato lo condannasse. Questi non solo difese Stefano ma si convertì al cristianesimo con moglie e figli. Allora il santo fu trascinato davanti al tribunale di Caifa dove si svolse un acceso dibattito per tre giorni e tre notti durante il quale il diacono vinse le argomentazioni dei sapienti. Non riuscì a sconfiggerlo nemmeno l’intervento di Saulo che si infuriò quando Stefano gli preannunciò la conversione; e si sarebbe scagliato contro di lui se non fosse stato trattenuto da Gamaliele.

Dopo una serie di raffinati supplizi il diacono venne condotto presso lo scriba Alessandro e poi dal tetrarca Erode Antipa. Ormai si stava avvicinando l’ora del martirio che un angelo gli preannunciò nella notte della vigilia confortandolo. Nell’ultima udienza, che si svolse davanti al sinedrio, il più feroce si dimostrò Saulo che ne chiese la lapidazione, subito eseguita.

Secondo alcune versioni della leggenda anche Nicodemo e Abiba furono uccisi per aver cercato di seppellire il suo corpo destinato alle fiere. Ma la Provvidenza vegliava: sicché egli venne deposto o dallo stesso Pilato nella tomba di famiglia, da dove fu miracolosamente traslato a Kefar-Gamla; oppure, secondo un’altra versione, Gamaliele se ne fece consegnare il corpo dagli apostoli trasferendolo nel suo villaggio di Kefar-Gamla a trenta miglia da Gerusalemme. Qui si era rifugiato anche Nicodemo, cacciato da Gerusalemme e ferito mortalmente: Gamaliele lo sotterrò accanto a Stefano. Così la nuova leggenda, che si ispirava vagamente al passo degli Atti, dove si diceva che «uomini pii seppellirono Stefano e fecero gran lutto per lui», finiva là dove cominciava la relazione del prete Luciano.