Nome
San Paolo
Titolo
Apostolo
Nascita
Sconosciuto - Tarso, Turchia
Morte
64 circa - Roma
Ricorrenza
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Patrono di
In breve

San Paolo, conosciuto anche come Paolo di Tarso o l'apostolo dei Gentili, è una delle figure più influenti nella diffusione del cristianesimo. Prima della sua conversione, era noto come Saulo ed era un fervente persecutore dei cristiani. La sua trasformazione avvenne sulla strada per Damasco quando, secondo gli Atti degli Apostoli, una luce dal cielo lo accecò e udì la voce di Gesù che gli chiedeva perché lo perseguitasse. Dopo questo episodio, Paolo divenne un ardente predicatore del Vangelo. Ha scritto molte delle epistole nel Nuovo Testamento, che sono fondamentali per la teologia cristiana. Il suo pensiero ha contribuito a definire dottrine importanti come la giustificazione per fede e il rapporto tra la Legge mosaica e il Vangelo. San Paolo è venerato come santo da diverse denominazioni cristiane e la sua festa liturgica è celebrata il 29 giugno insieme a quella di San Pietro.

La vita e l’insegnamento dell’apostolo, compatrono di Roma con san Pietro, il cui insegnamento ha impregnato tutta la cristianità e sul quale fiorirono poi tante leggende e proverbi, come quella celebre sulla discepola santa Tecla

San Paolo è insieme con san Pietro il patrono principale di Roma dove appare frequentemente in chiese e piazze. Il suo attributo è la spada, simbolo del martirio, che tuttavia è relativamente tarda perché compare soltanto verso il XIII secolo, mentre nell’arte paleocristiana l’apostolo porta generalmente un libro o un rotulo. Tradizionalmente lo si raffigura piccolo, magro, calvo e barbato sulla scia degli apocrifi Atti di Paolo e Tecla dove è descritto come «un uomo di bassa statura, la testa calva, le gambe arcuate, il corpo vigoroso, le sopracciglia congiunte, il naso alquanto sporgente, pieno di amabilità».

Ma oltre alle statue e ai dipinti gli sono dedicate chiese e cappelle. La chiesa di San Paolo alla Regola ne rammenta la predicazione in un quartiere che era abitato durante l’Impero dagli Ebrei. La cappella del Santissimo Crocifisso, a mezzo miglio da porta San Paolo, si riferisce invece a un episodio leggendario narrato dagli apocrifi Atti dei santi Pietro e Paolo: «In questo luogo» si legge in un’edicoletta sostenuta da due colonne di marmo che adorna il fronte della chiesetta «si separarono san Pietro e san Paulo andando al martirio et disse Paulo a Pietro: “La luce sia con teco fundamento de la Chiesia et pastore di tutti gli agnelli di Christo” et Pietro a Paulo: “Va’ in pace predicator de buoni et guida de la salute de giusti”».

A poco più di tre miglia da Roma, sull’attuale strada per Ardea, la chiesetta della Decapitazione di San Paolo racchiude tre fonti di acque sgorganti a tre livelli diversi, le Tre Fontane, che si dicono zampillate miracolosamente nei tre balzi che fece il capo dell’apostolo. Infine la basilica di San Paolo fuori le mura, costruita dagli imperatori Valentiniano II, Teodosio I e Arcadio, custodisce i resti dell’apostolo che venne sepolto in quel luogo, predio di una matrona chiamata Lucina, dove poi si sviluppò un’area cimiteriale. Una volta sul sepolcro, che insieme con quello di San Pietro era meta di uno dei più popolari pellegrinaggi del medioevo, si distribuivano al popolo i carboni spenti prelevati dall’incensiere sospeso a un uncino e infilato nel foro della lapide sepolcrale.

Secondo la tradizione le teste dei santi Pietro e Paolo si trovavano fin dall’VIII secolo nel Sancta Sanctorum dove rimasero fino ai tempi di Urbano V che le collocò nel ciborio di San Giovanni in Laterano. I reliquiari che le contenevano scomparvero durante la Rivoluzione francese e furono sostituiti nel 1814 dagli attuali busti d’argento.

Paolo era nato, probabilmente verso il 5-10 d.C., a Tarso, nella Cilicia, che ora si trova nella Turchia meridionale, non lontano dai confini con la Siria: situata sul basso corso del Cnido, presso il mare, era nel I secolo una città cosmopolita, dove si mescolavano greci, anatolici ellenizzati, romani e infine una colonia giudaica cui apparteneva il padre che godeva, come tutti gli abitanti, della cittadinanza romana riconosciuta da Marc’Antonio e poi da Augusto. Come molti ebrei dell’epoca aveva due nomi, uno ebraico e l’altro latino o greco: l’ebraico era Saul, come il primo re d’Israele, che significava «implorato a Dio» e veniva dato originariamente a un figlio molto atteso e richiesto al Signore; il latino era Paulus,che probabilmente alludeva al suo aspetto perché era il diminutivo dell’aggettivo paucus e si riferiva a chi era piccolo di statura. Paulus divenne poi il suo unico nome con l’inizio della predicazione in Occidente. A Tarso imparò il greco nella forma denominata koiné o comune, che si era affermata in tutto il mondo ellenistico dopo Alessandro Magno. Se, come è probabile, non solo conosceva la lingua ma aveva anche una discreta conoscenza della cultura ellenistica, la sua educazione era fondamentalmente giudaica: il suo modo di ragionare e la sua esegesi biblica recano l’impronta della scuola rabbinica.

Per completare la sua formazione si trasferì a Gerusalemme dove aderì all’indirizzo più rigoroso del giudaismo, il fariseismo, come egli stesso scrisse nella Lettera ai Filippesi: «Circonciso all’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio di ebrei, secondo la legge fariseo, per zelo persecutore della Chiesa, secondo la giustizia che nella legge è irreprensibile». Grazie a questa duplice educazione Paolo era in condizione di predicare il Vangelo a uomini di diverse culture. A Gerusalemme imparò ed esercitò anche il mestiere di tessitore di tende.

Dove fosse durante la predicazione pubblica di Gesù non lo sappiamo; ma non doveva trovarsi a Gerusalemme, altrimenti avrebbe ricordato nelle sue lettere il Cristo. Vi tornò certamente dopo la Passione perché negli Atti degli Apostoli si narra il celebre episodio della lapidazione di Stefano dove Paolo, pur non partecipando direttamente al martirio, «era tra coloro che approvarono la sua uccisione», tant’è vero che custodiva i mantelli dei persecutori (7, 58). Luca racconta negli Atti che successivamente «Saul infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione» (8, 3). D’altronde lo stesso Paolo scrisse nella Lettera ai Galati: «Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito nel sostenere le tradizioni dei padri» (1, 13-14).

Un giorno, mentre si recava da Gerusalemme a Damasco con lettere commendatizie delle autorità religiose dell’ebraismo per fomentare nella città siriana la persecuzione contro i cristiani, «all’improvviso l’avvolse una luce dal cielo» narrano gli Atti «e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: “Saul, Saul, perché mi perseguiti?”. Rispose: “Chi sei, o Signore?”. E la voce: “Io sono Gesù che tu perseguiti. Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare”» (9, 3-7). Gli uomini che l’accompagnavano erano ammutoliti perché avevano udito la voce senza vedere nessuno. Saul si alzò brancolando perché era diventato cieco.

Questo episodio, diventato proverbiale, ha ispirato pittori e scultori sulla scia di due tradizioni iconografiche secondo le quali Saul viaggiava a piedi oppure a cavallo. Alla seconda, prevalente in Italia, appartengono capolavori come quelli di Giovanni Bellini al Museo di Pesaro, del Signorelli alla Santa Casa di Loreto, di Michelangelo nella Cappella Paolina in Vaticano e del Caravaggio nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma dove una luce abbacinante sembra schiacciare al suolo il cavaliere disarcionato che leva attonito le braccia al cielo.

Fin dal VI secolo la Chiesa celebrò con un’apposita festa al 25 gennaio la Conversione di san Paolo che divenne nelle tradizioni contadine una data importante, una specie di capodanno da cui si poteva pronosticare l’avvenire. Diceva un proverbio: «Se il giorno di San Paolo è sereno, godrem l’annata e l’abbondanza in seno; ma se fa freddo guerra avremo ria, e se nevica o piova carestia».

Gli istriani a loro volta ammonivano: «San Paolo dei Segni, piova: epidemia, caligo: carestia». I veneti invece sostenevano: «De le calende poco m’incuro, se san Paolo non me guarda scuro»; cui corrispondeva il proverbio italiano: «Delle calende non me ne curo, purché a san Paolo non faccia scuro».

I due ultimi alludevano a un’usanza antichissima, di origine pagana, che permetteva secondo i contadini di prevedere fin dall’inizio l’andamento dell’annata. Si prendevano dodici mezzi gusci di noci; si metteva dentro a ciascuno un po’ di sale e li si esponeva all’aria nella notte della Conversione di san Paolo. Ogni noce rappresentava un mese. Al mattino successivo si osservava se nei gusci il sale si fosse sciolto. Al guscio del sale sciolto corrispondeva un mese asciutto; al guscio del sale rimasto concreto un mese piovoso. Forse per questo motivo la festa era chiamata anche San Paolo dei Segni. Ma le previsioni negative potevano essere annullate se il giorno di san Paolo il tempo era sereno. Ecco il motivo dei due proverbi.

Condotto a Damasco, il futuro apostolo rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda. Al quarto giorno lo andò a trovare un cristiano di nome Anaunia che aveva ricevuto l’ordine dal Signore in una visione. «Saul,» gli disse «fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo.» E improvvisamente Paolo riacquistò la vista: battezzato, rimase qualche giorno a Damasco dove proclamava Gesù figlio di Dio persino nelle sinagoghe. Ma non ottenne alcun risultato. Allora si diresse verso il Sud, nel deserto che si estende fino all’Arabia, dove trascorse un triennio di raccoglimento e contemplazione.

Tornato a Damasco, riprese l’attività missionaria, ma alcuni ebrei, esasperati, complottarono per ucciderlo; e per impedire che fuggisse facevano guardia di giorno e di notte alle porte della città. Per eludere la sorveglianza dei persecutori dovette fuggire di notte, calandosi in una cesta dalle mura.

Giunto a Gerusalemme, Paolo si presentò agli apostoli che diffidavano di lui. Ci volle la garanzia di Barnaba, ex levita di grande autorità, per fugare tutti i timori. Per quindici giorni vide quotidianamente, per ore e ore, Pietro, ma non rinunciò a un tentativo missionario fra gli ebrei che cercarono di ucciderlo; sicché dovette fuggire prima a Cesarea poi nella sua città natale, Tarso.

Trascorsi quattro anni su cui non abbiamo notizie certe, lo raggiunse Barnaba che gli chiese aiuto per evangelizzare i pagani di Antiochia. Paolo accettò: aveva trovato finalmente la sua missione, l’apostolato fra i gentili. E fu proprio ad Antiochia, come narrano gli Atti, che i loro discepoli furono chiamati cristiani. La vocazione di Paolo come apostolo fra i non circoncisi fu confermata in un successivo viaggio a Gerusalemme. Narrano gli Atti che un giorno, mentre alcuni apostoli, tra cui Paolo e Barnaba, «stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Barnaba e Saul per l’opera alla quale li ho chiamati”. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e si accomiatarono».

Cominciava nel 45 il pellegrinaggio dell’apostolo fra i gentili, i tanti viaggi in Siria, in Asia Minore, in Macedonia e Grecia che si conclusero con il martirio a Roma. Viaggi difficili e turbolenti tra «afflizioni, costrizioni, angustie, percosse, prigionie, turbamenti, fatiche, veglie, digiuni», come egli stesso scrisse nella seconda Lettera ai Corinti (6, 4-6). Doveva difendersi dalle persecuzioni degli Ebrei e sopportare spesso gli insuccessi della predicazione fra i pagani. Clamoroso fu quello ad Atene, quando sull’Areopago spiegò che il «Dio ignoto» cui era dedicata un’ara altri non era se non Colui che egli annunziava: «Quando sentirono parlare di resurrezione dei morti» narrano gli Atti «alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti ascolteremo su questo argomento un’altra volta”» e se ne andarono. Pochi divennero suoi discepoli.

Verso il 50 Paolo e Barnaba tornarono a Gerusalemme per risolvere in un concilio degli apostoli una questione spinosa: se la legge mosaica fosse o meno obbligatoria per i cristiani. Dopo lunghe discussioni fu accettato un compromesso: non imporre ai convertiti dal paganesimo la legge mosaica, ma esigere che nelle comunità miste essi evitassero comportamenti ripugnanti a un fedele osservante della legge mosaica, la cui pratica era facoltativa per gli ex ebrei. Il compromesso provocava situazioni incresciose come quella narrata da Paolo a proposito di una visita di Pietro ad Antiochia: «Infatti» narra Paolo «prima dell’arrivo di alcuni inviati di Giacomo egli mangiava con i gentili; quando però arrivarono costoro, si ritrasse e si mise in disparte per timore dei circoncisi. Anche gli altri giudei recitarono la stessa parte tanto che lo stesso Barnaba si lasciò attrarre dalla loro commedia». Paolo intervenne allora severamente richiamando Pietro e gli altri apostoli a una maggiore coerenza evangelica.

Da quel momento decise di spostare la sua missione definitivamente in Occidente. Della sua predicazione abbiamo testimonianze sia negli Atti, fino al primo arrivo a Roma, sia nelle Lettere che espongono la sua teologia destinata ad avere un grande influsso nella Chiesa. Il suo nucleo è l’assunzione totale ed esclusiva di Gesù Cristo come termine di ogni verità e giudizio; e l’affermazione che la rivelazione del Cristo comporta che Dio si rivela Dio dei giudei e Dio dei pagani i quali ultimi non conoscono la Legge ebraica. Sicché la Legge non è più necessaria. «Prima che sopraggiungesse la fede» scrive nella Lettera ai Galati (3, 23-29) «la Legge ci custodiva, rinchiusi, in attesa della fede che si rivelasse; così la Legge divenne il nostro precettore fino al Cristo, affinché fossimo giustificati in forza della fede. Ma una volta sopraggiunta la fede non siamo più sotto un precettore. Infatti siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; poiché quanti siete stati immersi in Cristo, di Cristo vi siete rivestiti. Non vi è giudeo né greco, non vi è servo né libero, non vi è maschio né femmina». Sicché la giustificazione viene soltanto dalla fede; e la libertà dal peccato e dalla morte si realizza soltanto attraverso l’azione di Dio in Gesù Cristo. In Gesù Cristo infatti circoncisione o prepuzio non hanno forza, bensì la fede, attiva mediante la carità; la quale ispira a Paolo, nella prima Lettera ai Corinti, uno dei brani fondamentali del cristianesimo: «Se parlo le lingue degli uomini e quelle degli angeli, ma non ho la carità, sono un bronzo che risuona e un cembalo che tinnisce. E se ho la profezia e conosco tutti i misteri e tutta la scienza, e se ho intera la fede da spostare le montagne ma non ho la carità, nulla io sono... La carità è generosa, la carità è servizievole, non è ambiziosa; la carità non si vanta, non è tronfia, non si comporta indecorosamente, non cerca il proprio tornaconto, non si irrita, non considera il male, non gioisce dell’ingiustizia ma gioisce della verità. Tutto sostiene, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta». Contro l’esaltazione spiritualistica Paolo pone la carità come realizzazione di tutti i doni della grazia perché l’azione dell’uomo non è sottratta al mondo e vivere con il corpo significa comunicare con gli altri nel Signore: «Il corpo è per il Signore» dice nella prima Lettera ai Corinzi «e il Signore è per il corpo». Sicché la pienezza della Legge altro non è se non l’amore in cui tutti i comandamenti sono compresi.

Nel 58 Paolo tornò a Gerusalemme dove gli Ebrei, accusandolo di aver profanato il tempio introducendovi un cristiano non giudeo, tentarono di ucciderlo; e soltanto grazie al tempestivo intervento del tribuno della coorte l’apostolo riuscì a salvarsi. Siccome era cittadino romano, venne sottratto al Sinedrio e inviato a Cesarea dal procuratore Antonio Felice che, dopo alcune udienze, rinviò ogni decisione per due anni sperando in un lucroso riscatto.

Quando Porcio Festo succedette ad Antonio Felice nel 60, decise di risolvere il caso con un giudizio regolare a Gerusalemme; ma Paolo si appellò al tribunale imperiale come cittadino romano. Sicché l’apostolo venne inviato nella capitale dell’Impero. Luca narra negli Atti il viaggio in mare col drammatico naufragio davanti a Malta dove egli rimase tre mesi, e poi le tappe successive a Siracusa, Reggio, Pozzuoli, Foro Appio e Tre Taverne fino all’arrivo nel 61 a Roma dove, affittata una camera, visse due anni in regime di semilibertà in attesa del giudizio che non fu pronunciato perché gli accusatori non arrivarono mai.

Da quel momento abbiamo poche notizie su di lui, ricavate esclusivamente dagli accenni contenuti nelle Lettere perché gli Atti finiscono proprio a quel momento. Fu probabilmente liberato perché nel 64 non si trovava a Roma durante la persecuzione neroniana: forse era in Spagna, come si potrebbe congetturare da un accenno nella Lettera ai Romani (15, 24), oppure in Oriente.

Nel 66 venne nuovamente arrestato e condotto per la seconda volta a Roma, dove si trovò abbandonato o quasi perché alcuni discepoli erano lontani per evangelizzare nuove terre, altri erano caduti nell’apostasia. Soltanto Luca gli è vicino, come scrive nella seconda Lettera a Timoteo (4, 11) dove presagisce la fine: «Mi libererà il Signore da ogni opera malvagia e mi salverà per il suo regno celeste».

Venne decapitato in un anno imprecisato, forse il 67, e in un giorno che non conosciamo, anche se la tradizione lo indica al 29 giugno, diventato la sua festa liturgica insieme con quella dell’altro compatrono principale di Roma, san Pietro. D’altronde non si sa nemmeno con certezza se i due apostoli siano morti contemporaneamente oppure in anni diversi. È invece verosimile che sia stato decapitato alle Tre Fontane e sepolto sulla via Ostiense, dove poi è sorta la sua basilica.

Più prodighi di notizie, per la maggior parte fantasiose, sono i vari Atti apocrifi dove si narra fra gli altri il celebre episodio del leone battezzato. Una notte Paolo si trovava in viaggio verso Gerico, accompagnato dalla vedova Lemma e dalla figlia Ammia. Stavano pregando quando un enorme leone uscì dal deserto e si avvicinò a loro senza che se ne accorgessero perché erano concentrati nell’orazione. «Allorché terminai la mia preghiera» narra lo pseudo Paolo «la belva si era gettata ai miei piedi. Pieno di spirito santo io la guardai e le dissi: “Leone, che cosa vuoi?”. Mi rispose: “Vorrei essere battezzato”. Lodai Dio che aveva concesso la parola alla belva e ai suoi servi la salvezza.» In quel luogo c’era un fiume. Paolo vi entrò e dopo aver pregato prese il leone per la criniera e lo immerse tre volte nel nome di Cristo. «Quando risalì dall’acqua la fiera scosse bene la criniera e mi disse: “La grazia sia con te!”. Io gli risposi: “Pure con te”». Alcuni anni dopo, Paolo venne arrestato a Efeso e condannato alle fiere. Un brutto mattino venne condotto nell’anfiteatro dove liberarono un leone grande e selvaggio che tra la sorpresa generale andò ad accucciarsi come un mite agnello accanto a Paolo che, concentrato nella preghiera, non si era accorto della belva. Quando l’apostolo terminò di pregare, il leone gli disse con voce umana: «La grazia sia con te». E Paolo gli restituì l’augurio. Il popolo irritato urlava: «Via il mago, via lo stregone», deluso dal mancato massacro. Paolo intanto si accorse che quello era il leone battezzato: «Sei tu?» gli domandò. «Sì» rispose la belva. Il governatore, per placare la folla che rumoreggiava, ordinò agli inservienti dell’anfiteatro di liberare altre fiere perché sbranassero Paolo e agli arcieri di uccidere il leone. Ma, oh miracolo! una grandine improvvisa scese dal cielo sereno uccidendo le fiere e disperdendo gli arcieri mentre Paolo e il leone restavano indenni. Poi l’apostolo, salutato l’animale che non parlava più, abbandonò l’anfiteatro, scese al porto ed entrò nella nave diretta in Macedonia.

Negli Atti di Paolo e Tecla, composti nell’ultimo terzo del II secolo, secondo quanto riferisce Tertulliano (in De baptismo, 17), da un presbitero dell’Asia Minore che poi confessò di avere inventato tutto per amore di Paolo, si narra che un giorno l’apostolo, fuggito da Antiochia, giunse ad Iconio dove venne ospitato nella casa di un certo Onesiforo il quale, avendo saputo del suo arrivo, gli era andato incontro con i figli e la moglie. Mentre l’apostolo insegnava il Vangelo, dalla finestra della casa vicina la vergine Tecla, che era fidanzata a un uomo di nome Tamiri, lo ascoltava estasiata. Siccome non si staccava mai dalla finestra, la madre preoccupata avvertì il fidanzato. «Quest’uomo» gli disse «sconvolge tutta la città di Iconio... A tutte le donne e ai giovani che vanno da lui insegna: “È necessario temere l’unico Dio e vivere in castità”.»

Ma nemmeno Tamiri riuscì a distoglierla da Paolo. Allora, dopo aver corrotto due discepoli che accompagnavano l’apostolo ottenendo informazioni sulla sua dottrina, si rivolse al proconsole che decise di convocare quello straordinario «seduttore». Il quale non fece altro che confessare la sua fede. Fu arrestato e condotto in prigione dove durante la notte lo raggiunse Tecla che era riuscita a corrompere il custode donandogli i suoi braccialetti e uno specchio d’argento. Ma lo spirituale colloquio era destinato a durare poco. Quando furono scoperti, il governatore fece flagellare Paolo e poi lo scacciò dalla città. Quanto a Tecla, seguì il consiglio della madre che gli urlava: «Brucia questa iniqua! Brucia questa nemica del matrimonio in mezzo all’anfiteatro affinché ne abbiano spavento tutte le donne». Ma la vergine, salita sul rogo, rimase indenne mentre una nube carica di pioggia e di grandine oscurava il teatro facendo annegare molti spettatori.

Così Tecla poté raggiungere Paolo il quale, insieme con la famiglia di Onesiforo, viveva in un sepolcro. Voleva ricevere il battesimo. «Abbi pazienza» rispose l’apostolo. «Presto riceverai l’acqua purificante.»

Trascorso qualche giorno, Paolo rinviò Onesiforo e la famiglia a Iconio e, presa con sé Tecla, che aveva voluto seguirlo, la condusse ad Antiochia; dove malauguratamente un siro di nome Alessandro, uno degli uomini più potenti della città, si invaghì della giovane che cercava di avere offrendo denaro e doni all’apostolo. Ma non ottenne se non questa risposta: «Quella donna non è mia». Allora il giovane tentò di abbracciarla per la strada. Non l’avesse mai fatto! Tecla cominciò a urlare lacerandogli il mantello e strappandogli la corona dal capo.

Alessandro sdegnato si appellò al governatore che, dopo aver convocato la donna e aver saputo che era cristiana, la condannò alle fiere. Ma la leonessa, cui era stata legata, le leccava i piedi come un affettuoso micione. Il giorno seguente la scena si ripeté con un’altra feroce leonessa che non si limitò a gettarsi ai suoi piedi ma sbranò, per difendere l’inerme vergine, una feroce orsa che stava assalendola e infine morì uccidendo un leone. Fu allora che Tecla volle battezzarsi: vista una fossa d’acqua piena di feroci foche, «si gettò dentro nel nome di Gesù Cristo e le foche, alla vista dello splendore di un lampo, galleggiarono morte alla superficie. Attorno a lei si stese una nube di fuoco tanto che né le fiere potevano toccarla né poteva essere mirata la sua nudità». La leggenda continua con ondate di nuove fiere che s’infrangono intorpidite o pacificate ai suoi piedi. Sicché alla fine il governatore, spaventato e ammirato, dovette lasciarla libera.

Quando la giovane seppe che Paolo si trovava a Myra, prese con sé alcune compagne e dei giovani, e si recò da lui narrandogli quel che era successo e annunciandogli che sarebbe tornata nella sua città natale, Iconio. «Va’» le rispose lui «e insegna la parola di Dio.» Dopo aver visitato Onesiforo e la sua famiglia e aver salutato con amore la vecchia madre snaturata, che ne aveva chiesto la morte, Tecla partì per Seleucia dove «illuminò molti per mezzo della parola di Dio e infine si addormentò in un dolce sonno».

Di là dalla leggenda, si sa che una santa Tecla di Iconio era venerata fin dai primi secoli in molte città orientali e occidentali. Il santuario più celebre era quello presso Seleucia, che ora si chiama Selefkie, dove nel V secolo era una grandiosa basilica; ma già nel secolo precedente la pellegrina Eteria vi aveva trovato un martyrium intorno al quale erano sorti molti monasteri maschili e femminili. Nell’attuale basilichetta sotterranea e nelle grotte naturali era il centro più antico di venerazione sebbene non vi fosse il corpo perché, secondo una leggenda, Tecla, che era vissuta negli ultimi anni in quella grotta, scomparve penetrando nella roccia che si era richiusa dietro di lei mentre alcuni persecutori la inseguivano. Secondo il vescovo Basilio di Seleucia, che nel V secolo scrisse due libri sulla sua vita, santa Tecla era considerata la protettrice delle scuole che allora fiorivano in quella regione. Alcuni studiosi tedeschi, come lo Schulze o il Lucius, hanno sostenuto che nella sua figura rivivessero i culti di Artemide e di Minerva, e non è un’ipotesi del tutto insostenibile se pensiamo che spesso i nuovi cristiani proiettavano sui santi certe funzioni esercitate dalle divinità cui avevano creduto fino a qualche anno prima. In ogni modo il culto di santa Tecla, la cui festa cade il 23 settembre, si diffuse straordinariamente anche in Italia, tant’è vero che la seconda cattedrale di Milano, eretta alla fine del IV secolo, era dedicata proprio alla vergine di Iconio, ritratta nella statua di Nicola da Venezia (XIV secolo) nell’attuale Duomo con la palma del martirio in una mano e il libro nell’altra. Nella chiesa di Este, che si era votata a lei durante una pestilenza, il Tiepolo l’ha rappresentata invece mentre intercede per l’epidemia. Più fantasiosa è la statua custodita nella chiesa di Maria Buhel a Salisburgo (1796) dove ai piedi della giovane, che regge nella destra il crocifisso e nella sinistra la palma, ardono le fiamme e giace il leone della leggenda.