Nome
San Giacomo il Maggiore
Titolo
Apostolo
Nascita
Sconosciuto - Betsaida
Morte
43 circa - Gerusalemme
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Patrono di
In breve

San Giacomo il Maggiore è conosciuto per essere uno dei primi apostoli a seguire Gesù e il primo martire tra gli apostoli. La sua morte per decapitazione è narrata nel libro degli Atti degli Apostoli (Atti 12:1-2), dove si afferma che il re Erode Agrippa ordinò la sua esecuzione. Secondo la tradizione, le sue spoglie furono traslate in Spagna e sepolte a Santiago de Compostela, che è diventata uno dei principali luoghi di pellegrinaggio del cristianesimo, conosciuto come il Cammino di Santiago. Una leggenda racconta che San Giacomo apparve in sogno a Carlomagno, guidandolo alla riconquista di terre occupate dai musulmani. Questo episodio ha contribuito a fare di San Giacomo un simbolo della Reconquista spagnola. La sua figura è spesso rappresentata con l’attributo del bastone da pellegrino e la zucca d’acqua, simboli del viaggio e della peregrinazione cristiana. Inoltre, è raffigurato con una spada, che simboleggia il suo martirio e la sua lotta per la fede.

Patrono di Pistoia e Caltagirone, l’apostolo fratello di Giovanni l’Evangelista è uno dei santi più popolari d’Europa perché il suo leggendario sepolcro, a Santiago de Compostela, è meta ancora oggi di pellegrinaggi cominciati nel primo medioevo 

In occasione della festa di san Giacomo il Maggiore, che cade il 25 luglio, a Pistoia si suole intabarrare in un bel pastrano rosso la statua marmorea dell’apostolo, opera dello scultore trecentesco Jacopo Mazzei, che si trovava originariamente sul tetto del loggiato della cattedrale e ora è collocata sulla cima dell’angolo sud della cuspide di facciata. Il mantello vuol essere un segno di omaggio al patrono della città che fu il primo apostolo a testimoniare nel sangue la sua fedeltà al Cristo.

È un’usanza antichissima che ha ispirato anche una locuzione proverbiale, «pagare a tanto caldo», che fino alla recente omologazione linguistica televisiva si diceva a proposito di chi non fosse un pagatore puntuale e onesto dei propri debiti: «Quel tale pagherà a tanto caldo».

La locuzione, che a prima vista sembra enigmatica, allude a una leggenda inventata da qualche bello spirito per motteggiare l’aspetto ridicolo di quest’usanza bizzarra se si considera che il santo, fortunatamente di marmo, è costretto a indossare il pastrano nel cuore della canicola.

Si narra che sant’Jacopo, così viene chiamato l’apostolo a Pistoia, era un contadinotto della campagna, a corto di quattrini ma non d’ingegno. Un giorno egli compra un paio di buoi e con quella stretta di mano che una volta sostituiva i contratti scritti s’impegna a pagarli «a tanto caldo», ovvero a fine di luglio. Alla scadenza fissata il venditore si presenta al debitore che, senza un becco di quattrino, ha escogitato un trucco per sfuggire all’impegno: si fa trovare imbacuccato in un mantello invernale e, fingendo di essere intirizzito dal freddo, rimanda il povero truffato al futuro «tanto caldo».

Un’altra locuzione ispirata a sant’Jacopo riguarda l’uva bianca e le mele che maturano alla fine di luglio e vengono chiamate per questo motivo uva saiacopa e mele saiacope.

Una volta la festa del patrono era solennizzata da una serie di cerimonie religiose di cui la più importante era, alla sera della vigilia, la solenne processione della reliquia venuta da Compostela, in occasione della quale si rendeva la libertà a due prigionieri vestiti di seta verde. Molte erano anche le manifestazioni profane, prima fra tutte la fiera che durava quindici giorni a cavallo della festa. Ma l’attrattiva principale era il palio o corsa dei barberi che nei secoli più antichi si svolgeva su un percorso quasi rettilineo. Poi alla corsa in lungo si associò una corsa in tondo di cavalli montati da fantini in una specie di anfiteatro di legname costruito per l’occasione sul prato a San Francesco. Questa corsa soppiantò quella più antica in lungo che scomparve nel 1858. Ma anche la corsa col fantino era destinata a scomparire presto, nel 1883, sostituita da corse al trotto eseguite nel Campo di Marte.

Da alcuni decenni, sulla scia di altre giostre riesumate in varie cittadine italiane, si svolge la giostra dell’Orso, un’antica forma di torneo che vede in gara i rioni della città col proprio vessillo e cavaliere. E ancora si vendono i dolci tipici di questa festa, come i confetti, globi a base di zucchero, rotondi od ovali, talvolta grossi al punto di non poter entrare in bocca interi, dalla superficie glabra e bernoccoluta, e che contengono una mandorla, un pistacchio o un altro seme commestibile, o anche un pezzetto di frutta candita; oppure il berlingozzo, una ciambella rotonda fatta di farina, zucchero e uova e profumata con una scorza di limone o con qualche liquore. Sono invece scomparsi, riferisce Sabatino Ferrali ne L’apostolo sant’Jacopo il Maggiore e il suo culto a Pistoia (Pistoia 1979), i confortini o bericuocoli, pasticcini di farina, miele e altri ingredienti. Caratteristici erano quelli a forma di piccolo recipiente che al momento di mangiarli venivano riempiti di qualche liquore dolce non alcoolico, per cui si chiamavano popolarmente «mangiabbei», ossia «mangia e bevi», ed erano offerti dai rivenditori della fiera col ritornello: «Un quattrin mangiare e bere senza mettersi a sedere».

Il culto di sant’Jacopo a Pistoia risale perlomeno al X secolo, come testimonia una chiesa a lui dedicata, Sant’Jacopo in Castellare, che probabilmente risale a quel periodo, sebbene alcuni storici dell’arte propendano per l’XI secolo. In ogni modo la devozione per l’apostolo doveva essere ben radicata se nel 1144 il vescovo di Pistoia riuscì ad ottenere una reliquia del santo, l’osso dell’apofisi mastoide destra, grazie ai buoni uffici di un ecclesiastico pistoiese, un tal Ranieri, che era diventato membro influente della Chiesa compostelana.

Nei giorni in cui arrivò la reliquia una giovane di Piteccio vide nell’orto di casa una colomba che volava alla ricerca di cibo. Volendo prenderla, pregò sant’Jacopo, al quale la voce popolare attribuiva tanti prodigi, di esaudirla; ed ecco che la bestiola volò sulla sua spalla e la seguì tranquillamente in casa restandovi anche nei giorni successivi. Del prodigio venne a sapere il sacerdote che officiava la chiesa del villaggio. Il prete, pensando che il vescovo Attone avrebbe gradito l’omaggio della colomba, convinse la giovine ad offrirla all’altare dell’apostolo. La colomba si ambientò facilmente nella nuova dimora: volava intorno all’altare senza turbarsi per il passaggio di tanta gente. Presto alcuni pellegrini cominciarono a strappare dal corpo della bestiola qualche piuma da portare a casa come ricordo; finché alcuni lucchesi la spennacchiarono completamente intorno al collo provocandone la morte. Il cadaverino fu conservato a lungo, mummificato, nella cappella dove per molto tempo si vide appeso a una delle tante lampade dinanzi all’altare.

Dell’antica cappella di Sant’Jacopo all’interno della cattedrale, demolita nel 1785 per volontà del vescovo Scipione de’ Ricci, che la giudicava una deturpazione per la cattedrale e un covo di superstizione, rimane soltanto l’altare d’argento, una delle maggiori opere dell’oreficeria italiana, che fu costruito a più riprese, dal 1287 al 1456, ed è stato collocato nel 1964 nella ex cappella del Crocifisso o del Giudizio. Su di esso sono scolpite le nove storie della vita di sant’Jacopo di Leonardo di Giovanni (1367-1371) mentre al centro a tutto rilievo campeggia la statua del Santo in trono di Gilio Pisano (1349-1353).

San Giacomo è anche patrono di Caltagirone dal 1090-1091 quando il conte Ruggero d’Altavilla con il concorso di milizie caltagironesi sbaragliò numerose bande di guerriglieri saraceni che, annidate nell’attigua contrada denominata Saracena, ai margini dell’immenso bosco di San Pietro o Fetanasimo, angariavano le campagne e i paesi circostanti. Poi il conte entrò trionfalmente a Caltagirone lo stesso giorno, che era il 25 luglio, festa di san Giacomo Maggiore. A causa della coincidenza Ruggero decise di dedicare un tempio all’apostolo per ringraziarlo della vittoria ottenuta e per affidargli la tutela della città. In quel tempio, che fu poi distrutto dal terremoto del 1693, fu traslata nel 1457 una reliquia del santo, una porzione d’osso del braccio che era stata tolta da parti più grandi, conservate nelle tre maggiori chiese di Siponto, nel Gargano, e donata dall’arcivescovo di quella cittadina. Ora è custodita nella nuova chiesa di San Giacomo ricostruita nel 1694-1708, nell’arca delle reliquie di san Giacomo in argento sbalzato di Nobilio e Giuseppe Gagini (XVI secolo). Nella stessa chiesa si custodisce la statua di san Giacomo di Vincenzo Archifel (1518) dentro il fastoso fercolo del cinquecentesco Scipione di Guido.

In onore del patrono si svolge fra il 23 e il 25 luglio la festa di san Giacomo. La sera del 24 luglio l’arca con le reliquie viene portata in processione, preceduta dal tintinnabolo e dal padiglione, insieme alla pesantissima «vara» con la statua del santo. In onore del santo si illumina per le due notti del 24 e del 25 la celebre gradinata secentesca rivestita di ceramica, lunga 130 metri, che congiunge piazza del Municipio con la chiesa di Santa Maria. La scala viene coperta da migliaia di coppi di carta colorata secondo un disegno prestabilito. Dentro i coppi si pongono dei lucignoli a olio. Allo scoppio di un mortaretto alcuni ragazzi accendono i lumi sicché ad un tratto la scala si trasforma in un meraviglioso arazzo.

La venerazione di san Giacomo a Pistoia e a Caltagirone deriva da quella che si era radicata nel IX secolo nel santuario di Santiago di Compostela, in Galizia, dove si diceva che fossero state scoperte le spoglie del santo. Ma a questo punto, per distinguere le notizie certe da quelle che non hanno nessun riscontro storico, è indispensabile fare un passo indietro, fino ai Vangeli e agli Atti degli Apostoli. Giacomo, il cui nome originario ebraico Yaaqōbh significava «Dio ha protetto», era detto nei Vangeli il Maggiore per distinguerlo dall’omonimo apostolo cugino del Signore. Figlio di Zebedeo e Salome, fratello di Giovanni l’Evangelista, era pescatore: chiamato insieme col fratello dal Signore, lo seguì immediatamente (Matteo 4,21 ss.). Con Pietro e Giovanni assistette alla resurrezione della figlia di Giairo (Marco 5,37), alla trasfigurazione di Gesù (Matteo 17,1 ss.) e all’agonia del Getsemani (Matteo 26,37). Siccome lui e il fratello avevano un carattere impetuoso, Gesù li soprannominò boanerghès, «figli del tuono» (Marco 3,17; Luca 9,52-56). Fu decapitato verso il 42 per ordine di Erode Agrippa, come riferiscono gli Atti degli Apostoli (12,2). Secondo Clemente Alessandrino ed Eusebio avrebbe convertito il suo accompagnatore che lo scortava al luogo del martirio.

È tutto quel che sappiamo di lui da testimoni degni di fede come gli evangelisti. Lo ricorda anche un testo apocrifo scritto in epoca tarda, fra il VI e il VII secolo, le Memorie di Abdia, che sarebbe stato il primo vescovo di Babilonia consacrato dagli apostoli. Secondo questo testo Giacomo, che avrebbe avuto come campo di apostolato la Giudea e la Samaria, riuscì a convertire Fileto ed il mago Ermogene dopo una movimentata storia di agguati di demoni, vinti infine dal santo.

I giudei, narra l’apocrifo, «vedendo come l’apostolo aveva convertito un tale mago, considerato invincibile, come tutti i suoi discepoli e amici che solevano frequentare la sinagoga, offrirono del denaro a due centurioni, Lisia e Teocrito, che erano di servizio a Gerusalemme, affinché catturassero Giacomo». Il quale venne decollato insieme con lo scriba dei farisei, Giosia, che si era convertito accompagnandolo al luogo del supplizio.

La figura di Giacomo non sarebbe diventata tanto popolare in Occidente se l’apostolo non fosse stato adottato come patrono della Spagna e protettore della Reconquista contro gli Arabi che avevano invaso la penisola iberica. Il prologo a questo suo nuovo ruolo nella penisola iberica fu scritto nel VII secolo quando nella traduzione latina del Breviarium apostolorum bizantino si riferì che Giacomo aveva predicato in Spagna. La scarna notizia venne poi sviluppata fra il XIII e il XIV secolo in diversi documenti medievali fra cui il Codex Calixtinus o Liber Sancti Jacobi, la Historia Compostelana e la Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. Si narrava che Giacomo, dopo aver predicato in Giudea, si era recato in Spagna dove tuttavia la sua predicazione aveva ottenuto poco successo. Arrivato a Iria Flavia, oggi Mungia, gli apparve per incoraggiarlo la Madonna giunta fino in quel luogo su una barca di pietra guidata dagli angeli. Giacomo vi costruì un santuario dove si conserva ancora oggi la «barca» che in realtà è un’enorme pietra oscillante concava che veniva utilizzata nei riti celtici.

Accompagnato da un fedele cane continuò a predicare fra quella gente «dura di cuore» finché, giunto a Dugium, la città di Finisterre oggi sepolta, trovò un primo discepolo e fondò un’altra chiesa dedicata alla Vergine.

Con il suo discepolo giunse poi a Caesar Augusta, l’attuale Saragozza, seguendo la strada che i Romani avevano costruito su antichi tracciati dei Celti e che sarebbe diventata parte del Cammino di Santiago. Sulle rive del fiume Ebro gli apparve nuovamente la Madonna, che ancora viveva in Terrasanta, su un pilar, cioè su una colonna di pietra. Dopo l’apparizione pose sopra la sacra colonna una delle immagini della Madonna che aveva portato con sé dalla Palestina e insieme con altri otto discepoli costruì una cappella in memoria della Virgen del Pilar, destinata a diventare meta di pellegrinaggi. Infine, constatato lo scarso successo delle sue prediche in quella terra pagana, tornò in Giudea dove, dopo la conversione di Fileto ed Ermogene, venne decapitato.

All’inizio del IX secolo il Martirologio di Floro alla data del 25 luglio rivelava che si era scoperto in Galizia il sepolcro dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Su quali basi «storiche» si giunse all’identificazione di quei resti con san Giacomo non lo spiegava. Successivamente la Translatio sancti Jacobi, scritta probabilmente fra il 1138 e il 1173, narrava l’antefatto della scoperta, ripresa e divulgata dalla Leggenda Aurea. Dopo la morte di Giacomo suoi discepoli s’impossessarono del corpo e del capo, imbarcandosi su una navicella priva di vela e di timone. Miracolosamente la navicella venne condotta fino al fiordo di Noela, in Galizia. La nave si arenò sulla spiaggia di Iria Flavia dove regnava una signora chiamata Lupa.

I discepoli deposero il corpo del santo su una grande lastra di marmo che prodigiosamente si fuse sotto il suo peso assumendo la forma di un’arca. Poi si recarono da Lupa chiedendole il permesso di seppellire il santo. Costei li mandò dal sommo sacerdote dell’Ara Solis a Dugium, sul promontorio di Finisterre, che odiando i cristiani li gettò in un carcere da dove tuttavia furono liberati grazie all’intervento di un angelo.

Tornati da Lupa, le chiesero un carro per seppellire l’apostolo e una coppia di buoi. La signora di Iria Flavia, impaurita, decise di liberarsene mandandoli sul Pico Sacro dove pascolavano alcuni suoi tori feroci che lei gabellava per mansueti buoi. «Prendetene due e dove si fermeranno, là potrete seppellire il vostro Maestro.»

I discepoli di san Giacomo, scoperta la vera natura delle bestie, le ammansirono con il segno della croce dopo aver ucciso un drago che le custodiva. Poi ne legarono due al carro. Ed ecco un nuovo prodigio: gli animali, senza essere guidati da mano umana, si diressero al palazzo di Lupa fermandosi proprio al suo centro. La signora, terrorizzata, riconobbe la supremazia di san Giacomo facendosi immediatamente battezzare; regalò il palazzo perché venisse trasformato nel sepolcro del santo e infine ordinò di distruggere l’Ara Solis di Finisterre. Ma i discepoli preferirono caricare l’arca sul carro lasciando che i tori si dirigessero dove la Provvidenza aveva stabilito, in un campo vicino detto Arcis Marmoricis, nei pressi di Amaea dove erano i resti di un oppidum protostorico con numerosi sepolcri.

Fu in quel luogo che a distanza di tanti secoli venne scoperto il sepolcro. Una notte dell’anno 813 un eremita di nome Pelagio vide delle luci soprannaturali, quasi una pioggia di stelle, in un campo vicino al suo eremo. Allora era vescovo di Iria Flavia Teodomiro che dopo un digiuno collettivo di tre giorni si diresse con alcuni fedeli al Campus Stellae dove, scavando, si trovò un piccolo sepolcro di marmo a forma di arca e nell’interno un corpo con la testa staccata che s’identificò «per le sue caratteristiche e vestigia che conteneva» con quello di san Giacomo il Maggiore.

Teodomiro comunicò il ritrovamento al re delle Asturie Alfonso II il Casto che a sua volta avvertì papa Leone III e l’imperatore Carlomagno.

Re Alfonso si recò in pellegrinaggio fino al sepolcro fondando tre chiese e un monastero benedettino. Attorno a quel primo nucleo crebbe nei secoli la città che oggi si chiama Santiago de Compostela e verso la quale si diressero quei pellegrinaggi molto popolari nel medioevo.

Il culto compostelano ha influito anche sull’iconografia del santo che inizialmente venne rappresentato in Italia come apostolo, in piena maturità, con barba fluente, toga e mantello, talvolta con un rotulo o il libro o la spada del martirio in mano: a questo modello si ispira, fra tante altre opere, il polittico trecentesco di Deodato Orlandi, al Museo Civico di Pisa. A mano a mano che si diffondeva la leggenda di san Giacomo pellegrino ed evangelizzatore in Spagna, l’apostolo assumeva anche un altro aspetto: con la bisaccia, il bordone, il rocchetto e il cappello ornato con le caratteristiche conchiglie galiziane. Così appare nella statua cinquecentesca del Sansovino nella chiesa di Santa Maria in Monserrato a Roma.

Accanto a questi modelli iconografici appare anche quello, più raro in Italia, di san Giacomo matamoros, che scende dai cieli per difendere i cristiani impegnati nella Reconquista della loro terra occupata dai musulmani. A ispirarlo fu la leggendaria apparizione dell’apostolo nella battaglia di Clavijo. Prima di affrontare l’esercito musulmano, superiore al suo, Ramiro I, re delle Asturie fra l’842 e l’850, invocò la protezione del santo che, durante lo scontro, apparve su un cavallo bianco e con una spada fiammeggiante in mano a fianco dei cristiani portandoli alla vittoria. La Cronica silense, scritta dopo il 1118, testimonia questa tradizione già diffusa tra i cristiani che assediavano Coimbra nel 1064. Del patronato contro i musulmani vi è anche una testimonianza italiana, quella chiesetta costruita sulle mura di Pistoia e detta per questo motivo San Jacopo in Castellare, che risale agli anni in cui si temeva un’invasione dei Saraceni. Il san Giacomo matamoros, diventato anche il patrono della Spagna, è rappresentato su uno scalpitante cavallo bianco, con una bandiera crociata in mano e una spada sguainata nell’altra. Questa tipologia da cavaliere la troviamo nell’affresco cinquecentesco di Pellegrino da Modena per la chiesa di San Giacomo degli Spagnoli a Roma; nel dipinto del Sodoma nella cappella spagnola della chiesa di Santo Spirito a Siena, in cui il santo addirittura carica i mori con la scimitarra alzata; e nel dipinto del Tiepolo nella chiesa di Sant’Eustachio a Venezia.

Ma torniamo al «corpo» leggendario di san Giacomo ritrovato nel Campus Stellae. A chi apparteneva in realtà?

Una prima spiegazione si può ricavare da un avvenimento del 388, quando un gruppo di galiziani si recò a Treviri per cercare il corpo e il capo del maestro Priscilliano, decapitato tre anni prima come colpevole del delitto di magia sebbene fosse soltanto l’ispiratore di un movimento spirituale fortemente ascetico e con qualche venatura eterodossa. Il corpo e il capo di Priscilliano vennero condotti su un carro e sepolti nello stesso campo dove sarebbe stato sotterrato l’apostolo. Sicché quattro secoli dopo, nell’813, secondo un’ipotesi di Marina Cepeda Fuentes nel saggio «Il cammino di Santiago: itinerario iniziatico» («Abstracta», febbraio 1988), il monaco galiziano di nome Pelagio, forse ancora venato di priscillianesimo come alcuni suoi contemporanei, volle vedere luci soprannaturali e una stella luminosa splendere su quel campo dove, scavando, si scoprì il piccolo sepolcro a forma di arca. Quella scoperta fu però utilizzata dalla Chiesa e dalla monarchia locale per offrire un patrono autorevole alla Reconquista.

Ma questo avvenimento non è sufficiente a spiegare il pellegrinaggio che in poco tempo divenne un fenomeno europeo. Marina Cepeda Fuentes, nel saggio citato, propone una spiegazione che è sostenuta da una corrente interpretativa degna di essere discussa. Quel luogo, riferisce, era sacro ai Celti prima della sepoltura di Priscilliano e della «scoperta» dell’improbabile corpo dell’apostolo. Un secondo indizio lo si può cogliere nelle tante Madonne nere sedute e con un frutto in mano o il Bimbo fra le braccia che costellano la Via Lattea e sembrano alludere a Sua Maestà la Dea, la Madre celtica, di cui la Lupa della leggenda cristiana era forse la traduzione-demonizzazione. Sicché, come ha intuito Marina Cepeda Fuentes, «la chiave della strana e improbabile presenza di Giacomo in Spagna sta anche qui, nell’ulteriore operazione di sincretismo religioso, di adattamento di un messaggio perché continui ad essere leggibile».

Si consideri infine che i Celti usavano trasportare su una navicella o un carro navale i resti mortali dei sacerdoti per seppellirli nei luoghi sacri, mete di futuri pellegrinaggi; i quali altro non erano se non itinerari iniziatici di rigenerazione durante i quali i viandanti si facevano accompagnare dalle sacre oche, animali simbolicamente psicopompi. E che è la conchiglia cucita sul mantello dei pellegrini di Santiago come testimonianza del loro viaggio se non la stilizzazione di una palma d’oca?

Il viaggio dei pellegrini non finiva a Santiago: proseguiva oltre il sepolcro, fino a Iria Flavia o a Finisterre, in riva all’Oceano, dove i Celti avevano celebrato i loro riti di rigenerazione. Scriveva il geografo Strabone nel I secolo a.C. a proposito dei galiziani: «Nelle notti di plenilunio celebrano grandi feste collettive in onore di una divinità innominata il cui nome non vogliono pronunciare, e alla fine lanciano ululati guardando la luna, e così fino all’alba». Ancora oggi le donne eseguono a Pasqua un’antichissima danza mentre gli uomini lanciano ululati verso la statua del Cristo e della Madonna che accoglie il Figlio risorto nell’atrio del santuario di Santa Maria del Fin de la Tierra, sul promontorio di Finisterre.

Ma di là da ogni considerazione sui legami più o meno palesi fra il passato remoto e il presente, resta una certezza: il cammino come simbolo di rigenerazione spirituale. Si diceva una volta ai pellegrini che non era indispensabile arrivare materialmente alla tomba dell’apostolo se le circostanze lo impedivano. Anche chi moriva prima di giungervi aveva compiuto il cammino poiché esso non era, non è, se non un cammino interiore.

Ma dalla Spagna torniamo all’Italia dove negli ultimi anni, dopo un lungo periodo di eclissi, è rinata l’usanza di recarsi a Santiago di Compostela in pellegrinaggio, ed è addirittura sorta a Perugia una Confraternita, alla quale aderiscono fedeli di tutte le regioni. Nella stessa città opera un Centro di studi compostelani nell’ambito della facoltà di Magistero.