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San Bartolomeo è una figura enigmatica tra gli apostoli di Gesù. Secondo la tradizione, era originario di Cana in Galilea e veniva chiamato anche Natanaele. È menzionato nel Vangelo di Giovanni quando Filippo lo porta da Gesù, che lo descrive come 'un vero israelita, in cui non c'è falsità'. La sua vita dopo la Pentecoste è avvolta nel mistero, ma le fonti antiche concordano sul suo zelo missionario. Si ritiene che abbia portato il cristianesimo in Armenia, e per questo è venerato come uno dei padri fondatori della Chiesa Armena. La sua morte è particolarmente cruenta: secondo la tradizione, fu scuoiato vivo e poi decapitato, motivo per cui è spesso raffigurato con un coltello e la propria pelle in mano. La sua festa liturgica si celebra il 24 agosto. La reliquia più famosa di San Bartolomeo si trova a Roma, nella Basilica di San Bartolomeo all'Isola, sul fiume Tevere, dove si dice siano conservate le sue reliquie.
Come il corpo dell’apostolo Bartolomeo, scuoiato vivo, giunse fino a Benevento, diventandone patrono, e poi fu traslato in parte sull’Isola Tiberina dove detronizzò definitivamente l’antico abitatore, il dio Esculapio
Nel 580 le reliquie dell’apostolo san Bartolomeo, martirizzato in Armenia, giunsero nell’isola di Lipari dove restarono per più di due secoli finché nell’838 Sicardo, principe di Benevento, accorso nell’isola per difenderla dalle continue incursioni dei pirati saraceni, le traslò nella sua città.
Alla fine del X secolo Ottone III volle costruire sulle rovine del tempio di Esculapio, nell’Isola Tiberina di Roma, una chiesa in onore del suo amico sant’Adalberto, il vescovo di Praga che era stato ucciso nel 998 in Prussia dai contadini che al cristianesimo preferivano le loro tradizioni religiose. Quando la chiesa fu compiuta vi trasferì le reliquie dell’amico che erano state raccolte dal duca di Polonia e poste nella cattedrale di Griesen. Accanto ad esse collocò quelle dei martiri Paolo, Essuperanzio, Savino e Marcello insieme con il corpo di san Bartolomeo che aveva voluto trasferire da Benevento. La prima memoria della chiesa dedicata a sant’Adalberto risale al 1029. Ma a distanza di qualche anno veniva già nominata come Sanctus Bartholomeus a Domo Ioanni Cayetani per l’adiacente fortilizio della famiglia dei Gaetani. Tuttavia i beneventani han sempre sostenuto che l’imperatore avesse ricevuto delle false reliquie dai sacerdoti che non volevano privarsi del loro patrono. La disputa tra Benevento e Roma è continuata fino al 1740 quando si è convenuto che entrambe le città ne avevano una parte. Nel frattempo il papa Benedetto XIII aveva consacrato l’8 maggio 1729 la basilica beneventana di San Bartolomeo, costruita su progetto di Filippo Raguzzini, portandovi a spalle i resti dell’apostolo che erano stati ospitati provvisoriamente nel Duomo da quando, nel 1702, era stata distrutta dal terremoto l’antica basilica che li aveva custoditi. Il teschio invece era conservato fin dal 1238 nel Duomo di Francoforte: così perlomeno sostenevano i tedeschi.
San Bartolomeo è popolare in tutta l’Italia: per i tanti miracoli che gli vengono attribuiti dalle leggende è patrono degli indemoniati, degli ammalati di convulsioni, di emicrania, di paralisi, di varici, di disturbi psichici. Protegge anche i bimbi dai terrori improvvisi. Sicché ha legittimamente ereditato nell’immaginario medievale le funzioni del dio guaritore sul cui tempio romano fu costruita la chiesa che era destinata ad assumere il nome del santo taumaturgo.
La sua festa al 24 agosto ha anche ispirato tanti proverbi meteorologici. In Istria per esempio si dice: «La piova di san Bartolomio no val un bugatin sbusio», cioè non vale un soldo bucato, nel senso che se non ha piovuto prima, quella pioggia non serve più alla vigna. A Castelvetrano si temono gli acquazzoni che possono scoppiare in questo periodo danneggiando le colture: «Preja lu celu che ti libbri di l’acquazzi che vennu pj san Vartulu». In ogni modo nell’ultima decade d’agosto è raro che non piova, sicché i romagnoli dicono: «Per san Bartulazz u s’ bagna e’ tinaz», per san Bartolomeo si bagna il tino; mentre i veneti: «San Bartolomio, ciò su la to arzeliva e va’ con Dio», ovvero porta via il fieno e vai con Dio. L’arzeliva è il fieno della seconda falciatura che in montagna si fa alla fine di agosto, quando si è in procinto di abbandonare i pascoli di montagna. Sicché i montanari, vedendo arrivare giornate piovose e sentendo la temperatura scendere, specie di notte, esclamano: «Bartolomé non fai per me».
Di san Bartolomeo poco ci riferiscono i Vangeli sinottici se non il nome nell’elenco degli apostoli, dove è associato a Filippo. Nel Vangelo di Giovanni è invece assente, sostituito da Natanaele che è pure lui associato a Filippo. Questo abbinamento induce a presumere che si tratti della stessa persona, sicché Natanaele sarebbe il vero nome personale e Bartolomeo il patronimico. Quest’ultimo nell’aramaico Bar Talmaj significava «figlio di Talmai».
Giovanni riferisce che Natanaele-Bartolomeo era nato a Cana, in Galilea. Un giorno il suo amico Filippo gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret». Natanaele, udendo che costui proveniva da un misero paesino vicino a Cana, che conosceva bene, esclamò perplesso: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». Filippo, che aveva sperimentato quella presenza, si limitò a rispondere: «Vieni e vedrai».
Quando Gesù vide Natanaele venirgli incontro disse: «Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità». «Come fai a conoscermi?» domandò meravigliato l’amico di Filippo. E il Cristo: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico». Illuminato da una improvvisa intuizione Natanaele pronunziò questa professione di fede: «Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!».
Dopo la Pentecoste non abbiamo più testimonianze certe su di lui; ma la tradizione gli attribuisce lunghi viaggi missionari in vari Paesi dell’Oriente, dall’Arabia Felix alla Partia alla Mesopotamia, e infine in Armenia dove fu martirizzato: crocifisso secondo gli orientali, decapitato secondo i Martirologidi Rabano Mauro, Adone e Usuardo. La morte per scuoiamento è sostenuta invece da Isidoro di Siviglia e dal Martirologio di Beda; ed è proprio questo tipo di martirio ad avere ispirato le leggende occidentali e l’iconografia. Nelle immagini popolari infatti il santo è raffigurato con i capelli sciolti e quasi nudo mentre, legato a un tronco d’albero, sta per essere scorticato da un uomo vestito rozzamente e con un enorme coltello fra le labbra.
Un altro topos iconografico lo rappresenta barbuto, con un libro e con il coltello che allude allo scuoiamento, come nella pala trecentesca di Lorenzo di Niccolò Gerini al Museo Civico di San Gimignano. Con il XV secolo si diffonde infine la rappresentazione di Bartolomeo che reca la propria pelle sul braccio, come nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina.
Questo suo leggendario martirio per scuoiamento ha ispirato macabramente il patronato su tutte le corporazioni che si occupano della preparazione delle pelli, della fabbricazione e dell’utilizzazione del cuoio.
Il corpo fu traslato nel 410 dal vescovo Maruta a Martyropolis e Maiafarqin; poi nel 507 dall’imperatore Anastasio I a Darae in Mesopotamia o, secondo altre fonti, ad Anastasiopoli in Frigia. E di là giunse a Lipari verso la fine dello stesso secolo.
Nel frattempo erano fiorite tante leggende su di lui, riportate dagli scritti apocrifi del Nuovo Testamento. Nel Vangelo arabo sull’infanzia del Salvatore si narrava che una donna aveva perduto un figlio mentre l’altro, molto malato, era in procinto di morire. Lo portò allora alla Madonna chiedendole aiuto. Maria, impietosita dal suo pianto, le disse di mettere il figlio sul letto in cui dormiva Gesù Bambino e di coprirlo con le sue vesti. E subito quel fanciullo, che si sarebbe chiamato nel Vangelo Bartolomeo, fu risanato.
Gli fu attribuito anche un Vangelo di Bartolomeo in varie redazioni greche, slave, copte, siriache e latine in cui l’apostolo interroga Gesù, prima e dopo la Passione, sui misteri della fede. Ma il testo che ispirerà più tardi la Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine sono le cosiddette Memorie apostoliche di Abdia, il primo vescovo di Babilonia, consacrato dagli stessi apostoli: un testo in lingua latina, composto in realtà in qualche monastero franco tra il VI e il VII secolo. Vi si narra che l’apostolo giunse in India per predicare; una nazione singolarmente estesa perché l’autore spiega che di Indie ve ne sono tre: la prima rivolta verso l’Etiopia; la seconda si estende verso la regione dei Medi: e la terza «è il termine dell’Asia».
Un giorno Bartolomeo entrò in un tempio dove in una statua di Astaroth dimorava un demonio che si diceva fosse capace di curare i fiacchi e di ridar la vista ai ciechi. In realtà ingannava i poveri pagani che gli credevano: «infligge loro dolori, infermità, menomazioni e pericoli» narra il fantasioso autore; «dà responsi affinché gli si sacrifichi; allorché abbandona quelli di cui si era impossessato tutti li pensano sanati da lui. Evidentemente agli stolti può sembrare che egli guarisca, mentre ripara al male non sanandolo, ma cessando dalla sua azione menomatrice».
L’arrivo dell’apostolo paralizzò l’azione del demone che non poteva più dare alcun responso né riparare al male che aveva fatto. Allora i malati che si recavano al tempio decisero di trasferirsi in un’altra città dove si venerava un demonio di nome Beiret. Il quale rivelò che responsabile di quella paralisi era un tal Bartolomeo, uomo dalla pelle bianca e dai capelli neri e crespi, protetto e servito dagli angeli di Dio.
Cercarono invano di rintracciarlo negli ospizi di pellegrini, ma dell’uomo dalla pelle bianca non v’era traccia. Nel frattempo Bartolomeo aveva liberato un’indemoniata. Quando il re Polimio, il cui nome non a caso apparirà nella Passio di sant’Emidio di Ascoli Piceno, come il nostro lettore si accorgerà in un prossimo capitolo, seppe della miracolosa guarigione lo mandò a chiamare perché aveva una figlia lunatica. E Bartolomeo gliela guarì liberandola da un altro demonio.
Il re per ricompensarlo caricò di oro e argento, di gemme e vestiti parecchi cammelli, ma non riuscì più a trovare l’apostolo. Il quale ricomparve a Polimio il giorno seguente penetrando prodigiosamente nella sua camera. «Perché mi hai cercato tutto il giorno con oro, argento, gemme e vestiti? Questi doni sono necessari a quelli che cercano le cose terrene; io invece non voglio nulla di terreno e carnale.» E subito cominciò a istruirlo nella religione cristiana rivelandogli gli stratagemmi dei demoni nascosti nelle statue degli dei.
Il mattino seguente Bartolomeo alla presenza del re e del popolo riuscì a far confessare il demone di Astaroth, poi lo costrinse a fuggire: «E quello subito uscendo demolì ogni genere di idoli; fece a pezzi non soltanto il grande idolo, ma anche le insegne ornamentali e distrusse ogni paura». Allora il re, la sua famiglia, tutto l’esercito e il popolo che egli aveva salvato credettero e furono battezzati.
Frattanto i sommi sacerdoti di tutti i templi si erano riuniti presso il re Astiage, fratello maggiore di Polimio, e gli avevano riferito: «Tuo fratello si è fatto discepolo di un mago che usurpa per sé i nostri templi e distrugge i nostri dei».
Astiage indignato mandò mille uomini a catturare Bartolomeo perché voleva convincerlo ad adorare gli dei pagani. Ma mentre stava parlando all’apostolo gli annunciarono che il suo dio Vauldath (probabilmente la divinità semitica Baal-Hadad) era caduto frantumandosi. Il re furioso si strappò la veste di porpora e urlò paonazzo di bastonare Bartolomeo e infine di decollarlo. Così moriva l’apostolo taumaturgo. Quando Polimio e la sua gente seppero dell’accaduto, andarono a recuperare il suo corpo e lo portarono nel loro Paese dove venne seppellito con tutti gli onori.
San Bartolomeo nacque il I sec
San Bartolomeo nacque a Cana, Galilea
San Bartolomeo morì il I sec
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