- Pacentro (Abruzzo),
- San Marco Argentano (Calabria),
- San Marco Evangelista (Campania),
- San Marco dei Cavoti (Campania),
- Manocalzati (Campania),
- Futani (Campania),
- Boretto (Emilia-Romagna),
- Pordenone (Friuli-Venezia Giulia),
- Palmanova (Friuli-Venezia Giulia),
- Latina (Lazio),
- Sonnino (Lazio),
- Pallare (Liguria),
- Civezza (Liguria),
- Borghetto d'Arroscia (Liguria),
- Gardone Val Trompia (Lombardia),
- Vertova (Lombardia),
- Casirate d'Adda (Lombardia),
- Foresto Sparso (Lombardia),
- Cavernago (Lombardia),
- Mantello (Lombardia),
- Pertica Alta (Lombardia),
- Castelbellino (Marche),
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- Ponzano di Fermo (Marche),
- Camporotondo di Fiastrone (Marche),
- Campochiaro (Molise),
- Buttigliera Alta (Piemonte),
- Lerma (Piemonte),
- San Marco in Lamis (Puglia),
- Cellino San Marco (Puglia),
- Torricella (Puglia),
- San Marco d'Alunzio (Sicilia),
- Baucina (Sicilia),
- Pieve a Nievole (Toscana),
- Venezia (Veneto),
- Cassola (Veneto),
- Caerano di San Marco (Veneto),
- Pramaggiore (Veneto),
- Gambellara (Veneto),
- Portobuffolè (Veneto),
- Lastebasse (Veneto)
San Marco Evangelista è conosciuto principalmente per essere uno dei quattro evangelisti del Nuovo Testamento e l'autore del secondo Vangelo. La sua figura è avvolta da una nube di mistero e fascino, soprattutto per quanto riguarda le sue reliquie. Secondo la tradizione, il corpo di San Marco fu rubato da mercanti veneziani dalla città di Alessandria d'Egitto nel 828 e trasportato a Venezia, dove attualmente riposa nella basilica a lui dedicata. La Basilica di San Marco, con la sua opulenta architettura bizantina e i suoi tesori d'arte, è uno dei principali luoghi di culto dedicati all'evangelista e uno dei simboli più noti della città lagunare. La festa liturgica di San Marco si celebra il 25 aprile e per la città di Venezia è anche l'occasione per la tradizionale 'Festa del Bòcolo', durante la quale gli uomini regalano una rosa rossa, simbolo dell'amore, alle donne amate.
Secondo una tradizione veneziana il corpo del secondo evangelista, che trascrisse la testimonianza di Pietro, fu rubato nell’827 da due mercanti della Serenissima dove venne seppellito all’interno della basilica di San Marco, diventando il patrono della città
Se si arriva a San Marco dal Canal Grande o dall’isola di San Giorgio Maggiore, si vedono tra il molo e la piazzetta due colonne monolitiche sulle quali campeggiano l’alato Leone di San Marco, che originariamente era un leone-grifo scolpito tra la fine del IV secolo e l’inizio del III a.C. da un artista greco o greco-ionico e portato a Venezia nel XII secolo, e il santo guerriero Teodoro mentre uccide un drago simile a un coccodrillo. San Marco è l’attuale patrono principale della città, San Teodoro lo fu sino al XII secolo sebbene l’antica cattedrale di Castello, dedicata a san Pietro, induca a pensare che il principe degli apostoli lo avesse preceduto in questa funzione. Teodoro, le cui reliquie si troverebbero secondo i veneziani nella chiesa del San Salvador, ma secondo i brindisini nella cattedrale della loro città, fu martirizzato all’inizio del IV secolo ad Amasea, nel Ponto, sotto Galerio Massimiano. Era un soldato dell’esercito imperiale che, quando fu promulgato l’editto col quale si ordinava ai soldati di sacrificare agli dei, rifiutò di obbedire nonostante le sollecitazioni degli ufficiali che, pur di evitargli la condanna a morte, gli concessero una dilazione perché riflettesse bene. Teodoro, che nel greco Theódoros, composto da theós, Dio, e dôron, dono, significa «dono di Dio», non perse tempo: corse al tempio della Madre degli Dei, Cibele, che sorgeva nel cuore della città, e lo incendiò. Dopo una serie di torture, venne condannato al rogo. Fu sepolto ad Euchaita, una cittadina non lontana da Amasea, poi chiamata, nel X secolo, Teodoropoli. Il suo culto si estese a tutto l’Oriente, dove divenne patrono dell’esercito bizantino, e poi all’Occidente, come testimonia a Roma il mosaico absidale della basilica dei Santi Cosma e Damiano che risale al VI secolo. Lo si raffigurava generalmente giovane e robusto, con le vesti e le armi del soldato romano. Fino all’XI secolo era l’unico santo militare venerato dappertutto e aveva persino «generato» un secondo san Teodoro, non più soldato ma generale martirizzato sotto Licinio a Eraclea, e sepolto ad Euchaita. Oggi il soldato è venerato il 9 novembre, il generale il 7 febbraio.
San Marco è invece festeggiato il 25 aprile, giorno nel quale secondo la tradizione fu martirizzato sotto Traiano e sepolto a Bucoli, un villaggio a oriente di Alessandria, per essere poi traslato nel V secolo in una chiesetta nella zona del Canopo. Nell’827 due mercanti veneziani, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, s’impossessarono delle reliquie trasferendole nella loro città dove giunsero il 31 gennaio dell’828. Così perlomeno si raccontava a Venezia dalla fine del X secolo. In realtà l’unico documento che ci permette di considerare presente a Venezia il corpo di san Marco è il testamento di Giustiniano Particiaco dell’829 che parla dell’erezione di una basilica in suo onore. Sicché qualche agiografo ha sostenuto che da un inciso di quel testamento, dove si accenna alla presenza del corpo di san Marco a Venezia («De corpus vero beati Marci»), si è inventata l’intera narrazione della translatio e la sua datazione, basandosi anche sulla tradizione che situava il primitivo sepolcro del santo ad Alessandria. Quale sia la verità è impossibile accertarlo oggi. Si sa tuttavia che il culto di san Marco era già radicato nell’area veneta, come testimonia lo scrittore Paolo Diacono nell’VIII secolo, che lo considerava il protoapostolo dei veneti. Narrava che un giorno Pietro lo aveva mandato ad Aquileia per evangelizzare quella città: Marco aveva operato molte conversioni, poi aveva condotto con sé a Roma un aquileiese, Ermagora, che Pietro consacrò primo vescovo di quella città. Questa notizia venne ripresa nei suoi Inni da san Paolino di Aquileia, in alcuni diplomi imperiali, nei legati del patriarca Fortunato dell’821 e infine recepita dal concilio di Magonza dell’827. Si tratta tuttavia di una leggenda che si è formata sulla scia dei rapporti commerciali fra l’area veneta e Alessandria dov’era sepolto l’apostolo. V’è ancora da aggiungere che anche l’abbazia di Reichenau, sul lago di Costanza, sostiene di possederne le reliquie che vi sarebbero state traslate nell’890 dal vescovo Raterio.
In onore dell’evangelista fu costruita la prima basilica di San Marco, inaugurata nell’832. Ma ci vollero più di due secoli perché venisse proclamato patrono principale della Serenissima. Fu proprio in quel periodo che se ne ritrovarono miracolosamente le reliquie di cui non si conosceva più l’ubicazione. Si era all’inizio dell’estate del 1094. Il doge Vitale Falier chiese al vescovo di Castello Enrico Contarini di indire tre giorni di digiuno e di preghiera per ottenere dal Signore la grazia del rinvenimento. Il 25 giugno, a conclusione del triduo penitenziale, si svolse una solenne processione in piazza San Marco dopo la messa celebrata dal vescovo. Qualche ora dopo si spezzò il marmo di un pilastro della navata destra, a lato dell’ambone, e comparve la cassetta con le reliquie mentre si spargeva un profumo dolcissimo nella basilica.
Sia la Traslazione che l’Invenzione erano festeggiate solennemente ogni anno: la seconda veniva chiamata «Santa Apparizione di san Marco all’acqua di rosa» perché durante il rito sacro un diacono aspergeva i presenti con acqua profumata in ricordo di quel profumo celestiale. Ma la festa principale cadeva nel dies natalis, il 25 aprile. Alla vigilia si ponevano le reliquie sull’altar maggiore e si procedeva alla scoperta della Pala d’Oro. Poi doge, signoria e oratori si recavano nella cappella per assistere al canto del Vespro. Subito dopo i rappresentanti delle Arti passavano davanti al doge per l’offerta tradizionale dei ceri. Il giorno seguente i canonici della cappella ducale si recavano in Palazzo Ducale per prelevare il doge. Poi cominciava la solenne processione cui partecipavano le Scuole Grandi che portavano la croce oppure alcune reliquie. La processione entrava per la porta maggiore e il doge prendeva posto nella loggetta del coro mentre il primicerio circondato dai canonici sedeva per quel rito sul trono del doge. Dopo la messa sfilavano i guardiani grandi delle Scuole Maggiori offrendo due torce miniate d’oro che erano destinate al doge e alla dogaressa con le insegne delle due famiglie. Conclusa la cerimonia, veniva offerto a Palazzo Ducale un banchetto ai magistrati e oratori, cui seguiva uno spettacolo teatrale o un concerto.
Era un giorno importante perché col santo si festeggiava la stessa Repubblica simboleggiata dal leone alato con il libro, il quale era fin dalla fine del IV secolo, come testimoniano i mosaici di Santa Prudenziana e di Santa Sabina a Roma o quelli di Galla Placidia a Ravenna, simbolo dell’evangelista mentre, come si è già ricordato, l’aquila lo era di Giovanni e il toro di Luca. Marco è figurato dal leone col libro perché il suo Vangelo comincia con l’accenno a Giovanni Battista, descritto come «la voce di uno che grida nel deserto», ovvero che ruggisce come un leone annunciando il Verbo di Dio.
Oggi dell’antica festa, oltre alla messa solenne in cattedrale, sopravvive soltanto l’usanza del bòcolo,il bocciolo di rosa che i fidanzati offrono alla giovane amata in ricordo di una leggenda. Si narra che Maria, figlia di Orso Partecipazio e soprannominata Vulcana, si era innamorata di un giovane trovatore di nome Tancredi; ma sapeva bene che il nobile e superbo padre non avrebbe mai accettato quel matrimonio se il pretendente non fosse diventato perlomeno un cavaliere illustre. Pregò allora il giovane di andare alla corte di Carlomagno per combattere i Mori. Quando fosse tornato coperto di gloria il padre non avrebbe potuto più rifiutarlo. Tancredi partì diventando uno dei paladini più coraggiosi. Ma un giorno una schiera di cavalieri franchi, guidata da Orlando in persona, arrivò a Venezia. Venivano ad annunciarle la morte eroica del fidanzato. Prima di morire, qualche goccia del suo sangue era caduta su un roseto e il giovane ne aveva staccato un ramoscello fiorito pregando Orlando di portarlo a Vulcana. La giovane accettò quel fiore ma il giorno seguente i genitori la trovarono morta con la rosa stretta al cuore.
Un’altra leggenda narra invece che un marinaio veneziano di nome Basilio, al seguito dei due mercanti veneziani che stavano trafugando il corpo di san Marco ad Alessandria, chiese ed ottenne il permesso di svellere un roseto che si trovava sulla tomba dell’evangelista. Quando Basilio tornò a Venezia lo piantò al centro del suo orticello alla Giudecca, dove spargeva un profumo soave. Alla sua morte i quattro figli si divisero quella terra dove il roseto segnava il limite delle varie proprietà. Una brutta primavera le rose non sbocciarono più mentre nascevano contrasti fra le quattro famiglie che si protrassero per tanto tempo.
Un giorno una fanciulla discendente dal marinaio si stava godendo nell’orto il sole primaverile mentre dall’altro lato del giardino un giovane, pure dello stesso ceppo, la osservava intimidito perché avrebbe voluto esprimerle il suo amore, ma non sapeva come fare. Ad un tratto il roseto fiorì d’incanto e il giovane strappò una rosa gettandola ai piedi della fanciulla. I due si sposarono mentre le famiglie si riconciliavano. Sicché quel bocciolo che i fidanzati offrono alle fidanzate nel giorno di san Marco simboleggia non soltanto amore ma anche pace e riconciliazione fra tutte le famiglie.
Una volta la festa di san Marco segnava un momento importante nei proverbi, non soltanto veneti. Si diceva: «Se Marco in Pasqua cascarà, tuto il mondo pianzarà»; oppure: «Co san Marco pasquegava, tuto ’l mondo in guera stava». Insomma, quando la Pasqua cade nella festa dell’evangelista son guai seri. Come si sa la Pasqua, che si determina con la luna, poiché cade la prima domenica dopo il primo plenilunio primaverile, può variare dal 22 marzo al 25 aprile. Ancora in Veneto i contadini ricordavano: «Per san Marco la vite buta l’arco», ovvero i tralci sono allungati tanto da poter appoggiarsi sui fili tesi nella vigna e formare quindi l’arco. In Toscana invece si collegava la festa dell’evangelista alla coltura del baco da seta. Si diceva ad esempio «A san Marco nato, a san Giovanni assettato», per indicare che tra l’apertura del seme e la salita al bosco per preparare il bozzolo passano 33-35 giorni, che coincidono all’incirca con queste feste.
Gli apocrifi Atti di san Marco che risalgono all’XI secolo narravano tanti suoi miracoli che hanno ispirato poi molti pittori veneziani: fra questi il più celebre è la guarigione di Aniano, un calzolaio pagano al quale Marco si era rivolto per farsi riparare un calzare appena giunto ad Alessandria. Aniano si ferì un dito con la lesina e cominciò a imprecare contro Marco che gli disse: «Se crederai in Gesù Cristo il tuo dito sarà sanato», e fatto un segno di croce sul taglio, lo guarì. Aniano si convertì, venne battezzato dallo stesso Marco che egli sostituì come patriarca di Alessandria durante i suoi frequenti viaggi. I due episodi della guarigione e del battesimo sono stati rappresentati da Pietro e Tullio Lombardo sulla facciata della Scuola Grande di San Marco. Quando l’evangelista fu ucciso, Aniano, che è considerato santo ed è festeggiato il 25 aprile, continuò a esercitare il suo ministero e morì nell’85.
Un altro celebre miracolo è quello del saraceno dipinto dal Tintoretto per il ciclo dei teleri della stessa Scuola. Alcuni mercanti veneziani andavano ad Alessandria su una nave saracena. Durante una tempesta, vedendosi in pericolo, salirono su una barca nel momento in cui la nave veniva travolta dalle onde con quasi tutti i saraceni: tranne uno solo che aveva chiesto protezione a san Marco. «Ed ecco» narrava Jacopo da Varagine nella Leggenda Aurea «che gli apparve subito un bellissimo giovane che lo trasse fuori delle onde e lo depose nella barca con i mercanti». Quando il saraceno sbarcò ad Alessandria si mostrò ingrato verso il santo: non ne visitò la chiesa né chiese il battesimo. Allora Marco gli apparve rimproverandolo di tanta ingratitudine. E il saraceno, commosso, si recò a Venezia dove si fece battezzare col nome dell’evangelista che l’aveva salvato, finendo la sua vita fra le buone opere.
In questa sequenza di leggende, tradizioni popolari, rituali di Stato e proverbi la vera figura dell’evangelista è rimasta velata se non nascosta. Ma portarla alla luce del sole non è facile perché di lui sappiamo soltanto quel che riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di Pietro e di Paolo. Non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure sebbene qualche agiografo lo identifichi col ragazzo che, secondo il Vangelo di Marco, seguiva Gesù dopo l’arresto sul Getsemani «avvolto soltanto in un lenzuolo; cercarono di afferrarlo ma egli sfuggì loro nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani». Quel ragazzo sarebbe stato Marco, il figlio di Maria, la donna che aveva messo a disposizione degli apostoli la sua casa signorile cui sarebbe appartenuto anche l’orto del Getsemani. Ma siamo nel campo delle pure supposizioni. Sappiamo invece con certezza che fu uno dei primi battezzati da Pietro che frequentava abitualmente la sua casa: per questo motivo il principe degli apostoli lo chiama in senso spirituale «mio figlio». Nel 44, quando Barnaba e Paolo vennero a Gerusalemme da Antiochia, furono ospiti di quella casa. Al ritorno condussero con loro, come aiuto nell’apostolato, «Giovanni soprannominato Marco», cioè Giovanni che aveva come cognomen Marco. I Giudei infatti usavano aggiungere al loro nome ebraico un cognomen, cioè un secondo nome greco o latino che usavano con i gentili: Marcus era infatti un antico prenome romano, forma sincopata di Marticos che, derivato da Mars, Martis, significava dedicato al dio Marte.
Quando Paolo, sbarcato a Perge, nell’Asia Minore, decise di inoltrarsi all’interno attraverso una regione inospitale, il giovane Marco si ritirò dall’impresa, spaventato dalle difficoltà. Cinque anni dopo, Paolo e Barnaba tornarono a Gerusalemme per difendere i gentili convertiti, ai quali i Giudei cristiani volevano imporre la legge mosaica come condizione per ricevere il battesimo. Ospitati da Maria, rividero Marco che, pentito per la fuga, chiese di portarlo ancora con loro seguendoli ad Antiochia. Ma nel nuovo viaggio apostolico Paolo, non fidandosi della sua fermezza, non lo volle con sé e dopo aver discusso vivacemente con Barnaba, che insisteva, se ne partì per Cipro soltanto con Fila.
Dove si trovasse Marco fra il 50 e il 60 non lo sappiamo. Ma doveva aver conquistato la fiducia di Pietro e Paolo se nel 60 il principe degli apostoli saluta nella sua prima lettera da Roma i cristiani del Ponto, della Galizia, della Cappadocia, dell’Asia e della Bitinia a nome di Marco. L’anno seguente è Paolo che, mentre aspetta di essere giudicato dal tribunale di Cesare a Roma, raccomanda ai Colossesi di accogliere bene Marco che è tra i suoi coadiutori di stirpe giudaica. Infine, poco prima del martirio, durante la seconda prigionia a Roma, scrive a Timoteo, che regge la Chiesa di Efeso, di raggiungerlo conducendo Marco che «mi è molto utile per l’opera del ministero».
Durante gli anni trascorsi a Roma accanto a Pietro, Marco trascrisse, secondo la Tradizione, la narrazione evangelica di Pietro senza elaborarla o adattarla a uno schema personale, sicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e anche la rudezza di un racconto popolare.
Come evangelista Marco è stato raffigurato a partire dal V secolo nelle sembianze di uno scriba, spesso con il leone accanto: nel mosaico di San Vitale di Ravenna (VI secolo) è seduto col vangelo aperto mentre con la mano destra addita un leone ruggente sopra una roccia che lo sovrasta. A Venezia col rinascimento diventò l’intercessore della Serenissima presso Dio e la Vergine. In questo periodo si tendeva a identificare il santo con l’autorità politica, come si può notare all’interno del Palazzo Ducale, sicché la figura di Marco diventa indispensabile per glorificare Venezia o un suo doge: esemplari, a questo proposito, sono la Pala di Ca’ Pesaro del Tiziano, ai Frari, e La battaglia di Lepanto del Veronese all’Accademia.
Una tradizione attestata fin dall’inizio del II secolo lo considera il fondatore della Chiesa di Alessandria, ma è difficile fissare la data. della fondazione. Quanto alla morte, gli Atti di Marco,confermati dalla Tradizione della Chiesa greca, dalla cronaca di Alessandria e da Eutichio, che apparteneva alla Chiesa egiziana, sostengono che fu martirizzato nei pressi della città egiziana. Un giorno, mentre si trovava in Asia Minore, gli apparve Gesù invitandolo a tornare in Egitto dove una voce gli annunciò che sarebbe stato ucciso dai pagani e dagli Ebrei che avrebbero approfittato delle feste pasquali per impadronirsi di lui e consegnarlo al governatore romano. Così avvenne: fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e precipizi. Lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutto una ferita sanguinante. Dopo una notte in carcere, dove venne confortato da un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade finché morì, affermano gli Atti, all’età di cinquantasette anni. Ebrei e pagani volevano bruciarne il corpo, ma un uragano straordinariamente violento li disperse, permettendo ad alcuni cristiani di impadronirsene e di seppellirlo «in una roccia». Che sia stato martirizzato e sepolto ad Alessandria lo conferma anche La storia Lausiaca del Palladio dove si racconta che l’eremita Filoromo «aveva raggiunto anche Alessandria per pregare sul martyrion(la tomba del martire) di Marco».
San Marco nacque il I secolo
San Marco nacque a Cirene
San Marco morì il I secolo
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San Marco si festeggia il 25 aprile