San Beda detto il Venerabile è stato un monaco e storico inglese, vissuto tra il 672/673 e il 735. È principalmente conosciuto per aver scritto 'Historia ecclesiastica gentis Anglorum' (Storia ecclesiastica del popolo inglese), che gli è valso il titolo di 'Padre della storia inglese'. La sua opera è stata di cruciale importanza per la comprensione del Cristianesimo nell'Inghilterra del VII e VIII secolo e per lo studio delle origini della chiesa inglese e della cultura anglosassone. Beda è stato l'unico storico inglese del suo tempo a scrivere su temi storici e religiosi con una prospettiva che combinava il rigore della cronaca e l'interpretazione teologica. La sua santità è stata riconosciuta per la profonda pietà e dedizione alla vita monastica. Il suo culto come santo si diffuse rapidamente dopo la sua morte, e fu canonizzato nel 1899 da papa Leone XIII. È stato anche proclamato Dottore della Chiesa nel 1935 da papa Pio XI per l'importanza dei suoi scritti teologici. La sua festa liturgica viene celebrata il 25 maggio.
Illustre monaco e studioso del suo tempo, Beda fu meritatamente dichiarato dottore della Chiesa da papa Leone XIII nel 1899, unico inglese ad aver ottenuto questo titolo. È stato un versatile studioso di Sacra Scrittura, storia e agiografia. La sua vita spirituale si basava sulla liturgia monastica, a cui partecipava ogni giorno e da cui trasse l’antifona dell’ascensione O Rex Gloriae, recitata sul letto di morte. Egli racconta qualcosa di sé alla fine della sua opera più famosa, La storia ecclesiastica degli angli:
Sono nato nel territorio di questo monastero e all’età di sette anni la mia educazione è stata affidata dai miei parenti dapprima al molto reverendo abate Benedetto [S. Benedetto Biscop, 12 gen.], poi all’abate Ceolfrido [25 set.]. Da allora sono sempre vissuto in questo monastero e mi sono dedicato intensamente allo studio della Scrittura, nell’osservanza della regola e nel quotidiano esercizio del canto in chiesa; ho sempre avuto caro o imparare, o insegnare o scrivere. Sono stato ordinato diacono a diciannove anni e prete a trenta [...] Fino a cinquantanove anni a vantaggio mio e dei miei fratelli mi sono dedicato a fare brevi estratti dei libri dei venerabili Padri sulla Sacra Scrittura e al commento del loro significato e della loro interpretazione.
Segue poi un elenco dei suoi numerosi lavori sino a quella data (731) e una preghiera finale: «Ti prego, buon Gesù, poiché mi hai benignamente concesso di assimilare con gioia le parole della tua sapienza, così concedimi benigno di giungere un giorno a Te, fonte di ogni sapienza, e di rimanere sempre al tuo cospetto».
Delineando così i suoi ideali in uno stile semplice e chiaro, Beda faceva uso delle risorse fornitegli dai due santi sopra menzionati, le cui azioni descrisse nelle Vite degli abati di Wearmouth e Jarrow. Benedetto Biscop si era infatti recato parecchie volte a Roma passando attraverso la Francia e aveva portato nei suoi monasteri molti libri e dipinti preziosi, conducendo con sé persino alcuni artigiani per i lavori in muratura e per la lavorazione del vetro (gli archeologi hanno recentemente scoperto a Jarrow significativi esemplari di vetro dipinto). L’opera di consolidamento di Ceolfrido incluse la stesura di non meno di tre copie complete della Bibbia in latino, eseguite con grande precisione ed elegante calligrafia. Quando Ceolfrido si dimise dall’incarico di abate, donò al papa una di queste copie, tuttora conservata a Firenze con il nome di Codex Amiatinus. La formazione personale di Beda si basava fortemente sulla Bibbia latina ed è possibile che egli sia stato uno degli scrivani impiegati nella compilazione delle tre copie.
Insegnò inoltre il latino a numerosi anglosassoni giunti al monastero, come lui, senza nessuna conoscenza di questa lingua. Il suo latino, così come si mostra specialmente nella Storia, è sorprendentemente leggibile sia nei passi descrittivi che nelle sintesi storiche. È evidente che questi brani possono essere stati scritti solamente da qualcuno in possesso di un notevole e invidiabile controllo della lingua. L’inglese arcaico, tuttavia, era la sua lingua ed egli amava la poesia composta in quella lingua così come, nella sua famosa descrizione del poeta Caedmon, sottolineava l’importanza del volgare per comunicare la fede cristiana ai compatrioti. La vita monastica di Beda non fu caratterizzata da eventi significativi, ritmata com’era dal quotidiano alternarsi di preghiera, studio e insegnamento. Egli fu anche predicatore, almeno occasionalmente, a vantaggio della sua comunità e del popolo, come si ricava da una sua omelia, pronunciata durante una Veglia Pasquale, in cui menziona alcuni presenti in attesa di ricevere il battesimo.
Sappiamo dal racconto della sua morte che fu molto apprezzato come insegnante e che i suoi libri di commento alla Scrittura erano richiesti sia in Inghilterra che in Germania (S. Bonifacio, 5 giu., ne fece accurata ricerca). Verso la fine della vita Beda scrisse ad Egberto, vescovo di York, una lettera ufficiale, da cui risulta la sua preoccupazione per i problemi pastorali: era particolarmente sensibile alla carenza di istruzione nelle comunità più remote; desiderava che in Northumbria vi fossero più vescovi; si augurava che tutta la gente conoscesse e cantasse di cuore il Padre Nostro e il Credo e riteneva che alcuni laici conducessero una vita così irreprensibile da poter ricevere la comunione ogni settimana e persino tutti i giorni. Queste significative raccomandazioni non ebbero seguito, ma le sue rivelazioni sugli abusi delle cosiddette famiglie monastiche vennero portate all’attenzione del concilio di Clovesho.
È però soprattutto come scrittore che Leda ha influenzato la vita della Chiesa medievale attraverso i suoi Commentari (specialmente su quei libri della Bibbia di cui esistevano pochi altri commenti) e la sua Storia, la cui fama ha raggiunto i nostri tempi: pochi tra coloro che usano datare il tempo dalla nascita di Cristo conoscono l’importanza che ebbe Leda nel divulgare questa consuetudine, mentre i lettori della sua Storia non sono mai stati numerosi come oggi. Da queste opere si possono ricavare alcuni degli interessi e delle caratteristiche di Leda: fu un uomo umile («straordinariamente istruito e per nulla orgoglioso» disse Guglielmo di Malmesbury, suo imitatore e successore); fu osservatore attento e giudice comprensivo dell’indole umana; fu amante della musica e apprezzò i musicisti; si mostrò inoltre in possesso di nozioni d’arte culinaria e di carpenteria e conoscitore di fenomeni naturali quali i flussi delle maree.
Fu a un tempo profondamente romano e profondamente inglese. Non condivise il calcolo della Pasqua in vigore a Iona e nell’Irlanda del Nord, anche se ammirava grandemente i loro santi monaci. Come accadeva praticamente in tutti i suoi contemporanei, il suo patriottismo era profondamente “regionale”, tendendo così a ignorare o a sottovalutare le questioni del Galles o della Mercia (trovava difficile dimenticare «l’empia alleanza» di queste due potenze nella loro invasione devastatrice della Northumbria). Nella sua Storia si occupò della Chiesa cristiana in mezzo agli anglosassoni, unita a Roma dalla lingua latina e dalla sua fedeltà, come testimoniavano i pellegrinaggi. A suo parere il periodo migliore della Chiesa nel paese era stato l’episcopato di Teodoro (t 690), ispirata nomina papale di un vecchio uomo di origine e cultura greca, che portò ordine nella Chiesa (attraverso concili e l’istituzione di nuove diocesi) e che incoraggiò un’erudizione ad alto livello nelle scuole da lui fondate o sostenute.
Beda morì com’era vissuto: la lettera che descrive la sua morte, scritta dal discepolo Cutberto, futuro abate di Jarrow, è il toccante racconto della morte di un santo. La malattia che doveva portarlo alla morte iniziò prima della Pasqua del 735. Rimase di buon umore e pieno di gioia fino all’Ascensione (26 mag.) rendendo grazie a Dio. Ogni giorno impartì lezioni ai suoi studenti e trascorse il resto del tempo recitando salmi e meditando. Fu particolarmente occupato in due lavori: la traduzione del Vangelo di S. Giovanni in inglese «per il beneficio della Chiesa» e la traduzione di qualche brano del Libro delle Genealogie di S. Isidoro di Siviglia per i suoi studenti. Il martedì delle Rogazioni ebbe un notevole peggioramento, ma continuò il suo lavoro, finché ebbe luogo la processione con le reliquie dei santi. A questo punto esortò un suo allievo a terminare la stesura del libro. Nel pomeriggio convocò i preti del monastero, distribuì loro dei piccoli doni e domandò loro messe e preghiere per la sua anima: «Tutti erano molto tristi e piangevano, poiché egli aveva detto che non l’avrebbero visto ancora a lungo in questo mondo». Beda stesso aveva detto: «Ho vissuto a lungo e il Santo Giudice ha ben provveduto a me durante tutta la mia vita; il tempo della mia partenza è vicino e l’anima mia anela a vedere Cristo, mio re, in tutta la sua bellezza». Il giovane addetto alla stesura del libro gli riferì di aver terminato. Beda lo pregò di sollevargli la testa e di aiutarlo a sedersi «di fronte al santo luogo, dove ero solito pregare». Così, posto sul pavimento della cella, spirò mentre cantava «Sia gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo».
Il culto di Beda è antico e duraturo. La città di Fulda in Germania, come anche la cattedrale di York, ne conservarono alcune reliquie. Nell’xi secolo Alfredo Westow traslò le reliquie ritenute del santo da Jarrow a Durham, nella Galilee Chapel, dove ora riposano. La sistemazione è appropriata, ma bisogna ammettere che la probabilità che siano autentiche non è alta, e certo molto minore che nel caso delle reliquie di San Cutberto (20 mar.), custodite nella medesima cattedrale. Un’autentica reliquia di Beda è senz’altro la copia in greco e in latino degli Atti degli Apostoli, a Oxford. Il più antico manoscritto rimastoci della sua Storia si trova a San Pietroburgo (il suo colophon non fu però nelle mani di Beda, come è stato a volte sostenuto).
Nel valutare l’operato di Beda è necessario considerare le grandi difficoltà che egli e i suoi contemporanei dovettero affrontare. In una regione selvaggia e abitata largamente da analfabeti, al limite del mondo civile, custodirono per i posteri il meglio della cultura classica e cristiana del mondo antico. Le opere di Leda ebbero anche un grande valore dal punto di vista pastorale: permisero infatti ai contemporanei di insegnare la Scrittura secondo la tradizione dei Padri a una popolazione in cui le reminiscenze pagane e la scarsa comprensione del cristianesimo erano ancora molto forti, e relativamente rare le consacrazioni monastiche e religiose.
Egli parlò così ad entrambi i gruppi (talvolta al primo attraverso il secondo). Come storico mirò, e di fatto riuscì, a scrivere la storia della Chiesa dell’Inghilterra anglosassone, così come Eusebio aveva fatto per la Chiesa universale delle origini. Il miglior epitaffio che sia mai stato scritto su di lui è quello di S. Bonifacio: «La candela della Chiesa, accesa dallo Spirito Santo, si è consumata».
Leda e Bonifacio sono certo i due più significativi frutti dei primordi dell’Inghilterra anglosassone, l’uno come monaco studioso, l’altro come monaco missionario, e reggono degnamente il confronto con qualsivoglia loro contemporaneo.