Nome
Sant' Anselmo d'Aosta
Titolo
Vescovo e dottore della Chiesa
Nascita
1033 - Aosta
Morte
21/04/1109 - Canterbury, Inghilterra
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Patrono di
In breve

Sant' Anselmo d'Aosta, noto anche come Anselmo di Canterbury, è stato un monaco benedettino, filosofo e teologo del XI secolo, considerato uno dei fondatori della scolastica. Nato ad Aosta intorno al 1033, lasciò la sua terra natale per entrare nel monastero di Bec in Normandia. Successivamente divenne l'arcivescovo di Canterbury e si distinse per il suo impegno nella riforma ecclesiastica e nelle dispute con il potere regale. È celebre per i suoi argomenti filosofici riguardanti l'esistenza di Dio, in particolare il cosiddetto 'argomento ontologico’, che cerca di dimostrare l'esistenza di Dio attraverso la ragione. Anselmo elaborò anche una teoria dell'espiazione che influenzò profondamente la teologia cristiana. Canonizzato nel 1494 da Papa Alessandro VI, è venerato come santo e Dottore della Chiesa. La sua festa liturgica viene celebrata il 21 aprile. Un dettaglio curioso è che Anselmo è spesso rappresentato con un libro in mano, simbolo del suo amore per lo studio e la teologia, o in atto di insegnare ai discepoli, a sottolineare il suo ruolo di maestro e guida spirituale.

Discepolo in Francia di Lanfranco di Pavia, fu abate dell’abbazia benedettina del Bec, in Francia, e poi arcivescovo di Canterbury e primate d’Inghilerra, ma è celebre soprattutto come teologo e filosofo

Fra i santi che sono nati in Val d’Aosta sant’Anselmo, cui sono dedicate l’abbazia benedettina e la chiesa costruite all’inizio di questo secolo, è celebre in Europa ma poco venerato nella sua patria perché vi è vissuto poco. Era nato ad Aosta nel 1033 in una famiglia nobile: il padre Gundulfo, che apparteneva alla famiglia lombarda dei Gisliberti, era un uomo instabile caratterialmente e scialacquatore; la madre Ermemberga, imparentata probabilmente con i marchesi di Torino, era invece profondamente religiosa. Fu la madre a educare il ragazzino che cominciò a immaginare il regno di Dio, di cui lei gli parlava ogni giorno, sulla cima delle sue alte montagne. E una notte Anselmo sognò di salire fino alla sua casa dove il Re celeste gli porse da mangiare un pane bianchissimo. Narrando questo sogno il suo biografo, Eadmero di Canterbury (1060-1124), che gli fu costantemente vicino come monaco fin dal suo arrivo in Inghilterra, mostrava già allegoricamente, secondo il costume agiografico dell’epoca, il suo futuro destino di philosophus Christi che si sarebbe «nutrito» alla sua mensa.

Affidato per l’educazione ai benedettini, Anselmo pensò che la sua strada fosse quella monastica e chiese a un abate di ammetterlo nell’Ordine. Ma questi, che non voleva contrastare il padre non disposto a «perdere» il suo primogenito che era destinato a ereditare il nome della famiglia, rispose negativamente e ribadì il suo rifiuto anche quando Anselmo, colpito da una malattia che sembrava mortale, gli chiese l’abito monastico.

Quella delusione lo segnò per qualche anno spingendolo verso una vita meno raccolta, più incline alle sregolatezze tipiche di quell’età e che aumentarono dopo la morte della madre. Anselmo sembrava seguire le orme del padre con il quale tuttavia i rapporti erano difficili. I dissensi fra di loro si aggravarono al punto che il giovane decise di lasciare Aosta, rinunziando all’eredità paterna, e ad emigrare in Francia dove vagò per tre anni fino a quando decise di proseguire i suoi studi nell’abbazia benedettina di Bec, nella regione del Bernay, attratto dalla fama di Lanfranco di Pavia, alla cui scuola si formarono anche Ivo di Chartres e Anselmo da Baggio, il futuro papa Alessandro II. Fu in quell’abbazia che a poco a poco sentì nuovamente la vocazione religiosa sicché nel 1060, a ventisette anni, entrò nell’ordine monastico e successivamente venne consacrato sacerdote.

Nel 1063, quando Lanfranco divenne abate del monastero di Santo Stefano a Caen, fu eletto priore. All’inizio dovette superare l’ostilità e l’invidia dei confratelli. Ma grazie alla sua dolcezza riuscì a conquistarne a poco a poco la simpatia. Fu un maestro esemplare grazie al suo metodo con cui cercava di educare i giovani oblati non con percosse e punizioni ma con amore e dolcezza, come testimoniano anche le lettere piene di trasporto e di partecipazione. In quel periodo scrisse la maggior parte delle sue opere più significative, fra cui il Monologion e il Proslogion, dove affrontava il problema dell’essenza e dell’esistenza di Dio prescindendo apparentemente dalle Sacre Scritture, sebbene le presupponesse, e avvalendosi della ragione confortata dalla fede: un metodo che non era nuovo nella storia del pensiero cristiano perché lo avevano adottato molti Padri, i quali però lo avevano praticato in modeste proporzioni. Anselmo invece lo adotta interamente aprendo la via alla successiva speculazione di san Tommaso e della Scolastica. Ma sottolinea sempre che il fondamento dell’indagine teologica e filosofica è la fede vissuta e sperimentata. In questa luce va posta la prova a priori dell’esistenza di Dio, il celebre «argomento ontologico» che si può riassumere nella seguente proposizione: come gli universali sono pensati dalla nostra mente perché sono nelle cose, così se noi pensiamo Dio egli deve esistere.

Nel 1078, alla morte del vecchio abate Erluino, fondatore della stessa abbazia, lo sostituì pur a malincuore in quella funzione alla quale tutti i monaci lo elessero con entusiasmo. Anselmo non aveva mai interrotto i rapporti col suo maestro Lanfranco che nel 1070 era stato eletto arcivescovo di Canterbury; anzi lo aveva aiutato con molti consigli nella difficile opera di riorganizzare la Chiesa d’Inghilterra dopo la conquista normanna e gli aveva inviato molti religiosi dal Bec perché lo sostenessero materialmente e spiritualmente. Egli stesso si era recato più volte in Inghilterra dove la sua figura era diventata familiare al clero e alla nobiltà; sicché dopo la morte di Lanfranco, fu chiamato nel 1093 a succedergli a Canterbury, che era diventata la diocesi metropolitana del Regno.

Si trovò a capo della Chiesa inglese in un periodo particolarmente grave: le ingerenze del potere civile in campo ecclesiastico erano continue così come le indebite appropriazioni di beni attraverso le investiture. La crisi si aggravò quando Guglielmo II si riservò il diritto di riconoscere il vero papa tra Urbano II e l’antipapa Clemente III e rifiutò il permesso ad Anselmo di recarsi a Roma. Finalmente nel 1095 l’arcivescovo poté partire per l’Italia dove partecipò a due concili, a Roma e a Bari, nei quali si sancì la separazione del potere laico da quello ecclesiastico e si fissarono dure punizioni contro le investiture date da laici.

Nel 1100, chiamato dal nuovo re d’Inghilterra, Enrico I, Anselmo fece ritorno in Inghilterra, ma molto presto i contrasti ripresero fino a quando nel 1103 il vescovo, sollecitato da Enrico I, si recò nuovamente a Roma per risolvere i problemi che dividevano la Chiesa d’Inghilterra dalla monarchia. Il papa naturalmente condivise le ragioni di Anselmo, minacciando la scomunica ai laici che avessero investito dei religiosi. Le decisioni del papa irritarono grandemente il re che impedì all’arcivescovo di rientrare nell’isola, costringendolo a un esilio di tre anni in Francia. Soltanto nel 1106, quando Enrico rinunziò alle investiture, alla confisca dei beni ecclesiastici e alle tasse Anselmo fu riammesso nella sua diocesi dove, grazie a un intervento moderatore del pontefice, poté straordinariamente accettare i vescovi che avevano ricevuto l’investitura dal re, ponendo le basi per una riconciliazione religiosa.

Trascorse gli ultimi anni della sua vita finalmente in pace e morì il 21 aprile 1109, che divenne la sua festa liturgica. Fu sepolto nella cattedrale di Canterbury, lontano dalla sua patria, che ha avuto soltanto più tardi una sua reliquia custodita nel busto d’argento del XVIII secolo, che si trova nella cattedrale d’Aosta: Anselmo vi appare con la veste episcopale, la mitra sul capo e una fluente barba da filosofo greco. Uno dei suoi successori, l’arcivescovo Thomas Beckett († 1170), che sarebbe stato martirizzato per difendere la libertà della Chiesa, iniziò il suo processo di canonizzazione che si concluse soltanto nel 1492, quando papa Alessandro VI diede l’autorizzazione del culto alla diocesi di Canterbury. Due secoli dopo, nel 1690, Alessandro Vili inserì la sua festa nel Calendario universale e nel 1720 Clemente XI lo proclamò Dottore della Chiesa.