- Napoli (Campania)
Santa Maria Maddalena de' Pazzi, nata a Firenze il 2 aprile 1566 e morta il 25 maggio 1607, è stata una carmelitana mistica italiana. Dal suo ingresso nel Carmelo all'età di 16 anni, la sua vita fu segnata da profonde esperienze mistiche. Per quasi cinque anni, Maria Maddalena sperimentò frequenti rivelazioni e stati di estasi che la portarono a vivere una profonda unione con Dio. Queste esperienze mistiche furono spesso accompagnate da fenomeni straordinari, come la levitazione e le stimmate invisibili, così come da un acuto senso del soffrire di Cristo durante la passione. La sua intensa vita di preghiera e i suoi scritti spirituali influenzarono notevolmente la riforma del Carmelo e la spiritualità cattolica nel suo complesso. Nonostante le sue esperienze mistiche, la sua vita fu anche segnata da periodi di oscurità spirituale e sofferenza, che accettava come parte della sua condivisione nella passione di Cristo. La sua festa liturgica viene celebrata il 25 maggio, giorno della sua morte, e fu canonizzata nel 1669 da Papa Clemente IX.
Nata in una delle nobili famiglie fiorentine, fu una delle maggiori mistiche del XVI secolo: grazie alle trascrizioni fatte da alcune suore delle sue parole durante le estasi abbiamo un documento straordinario su un’esperienza per tanti versi ineffabile
«Et fatte tre prostrazione, di nuovo rizzandosi sù cominciò a rigirare essa sola a modo di ballo, e faceva certe belle reverenzie e scambietti con i piedi con una destrezza e con tanta bella gratia che non pareva creatura humana ma un Angelo disceso di cielo, et era gran maraviglia a vederla... Alcuna volta faceva alcuni gesti col viso e alzava le mane che pareva accennassi a qualche persona, facendo certi be’ risi e dicendo-certe parole tanto piano che non la potevomo intendere, solo vedevamo quel muovere di bocca con que’ gesti del viso che mostrava d’intendersi con qualcuno.» Così, secondo la testimonianza di una suora, Maria Maddalena de’ Pazzi si atteggiava, danzatrice mistica, in una delle tante sue estasi.
Era nata a Firenze il 2 aprile 1566 nella celebre famiglia dei Pazzi, particolarmente devota e osservante. Fu battezzata col nome di Caterina, cambiato in Lucrezia alla cresima e infine in Maria Maddalena con l’inizio del noviziato. Era una bimba molto diversa dalle altre: alla compagnia preferiva la solitudine e la preghiera, si sottoponeva a mortificazioni nel cibo e nel sonno. Trovò subito una guida sicura in un confessore della madre, il gesuita Pietro Blanca, che ne diventò il direttore spirituale fino all’ingresso definitivo in convento.
Il 25 febbraio 1574 entrò per la prima volta, come educanda, nel monastero di San Giovannino dei Cavalieri, affidata alla sorveglianza della zia materna, suor Lessandra di Buondelmonti. Il soggiorno a San Giovannino fece capire a Caterina quanto fosse importante e inevitabile per lei prendere i voti. La definitiva conferma l’ebbe il 30 novembre 1578, a dodici anni, quando alla presenza della madre sperimentò la prima estasi nel giardino della sua villa di Parugiano presso Prato.
Nel 1580, dovendo il padre trasferirsi temporaneamente a Cortona come inviato del granduca, Caterina fu nuovamente «posta in serbo» nel monastero delle Cavalieresse di San Giovannino, dove restò circa un anno. Tornata in famiglia, convinse i genitori a farla entrare in prova fra le Carmelitane di Santa Maria degli Angeli. Il 1° dicembre 1582 varcò la soglia della clausura e l’anno seguente assunse il nome di Maria Maddalena iniziando l’anno di noviziato.
Ai primi di marzo del 1584 si ammalò gravemente con febbre altissima, una gran tosse e dolori acutissimi al petto. In capo a due mesi i medici, che non erano riusciti a curarla, la dettero per spacciata sicché la maestra suor Evangelista del Giocondo le concesse di fare in anticipo e da sola la santa professione. Era il 27 maggio 1584. Da quel momento attraversò un periodo straordinario di estasi: per quaranta giorni, ogni volta che si comunicava — e lo faceva quotidianamente — rimaneva estatica per due o tre ore; e talvolta l’estasi si ripeteva durante la stessa giornata. In quel periodo ebbe la visione della Passione, lo scambio del suo cuore con quello di Gesù, la prima impressione delle stimmate invisibili, la corona di spine di cui porterà per tutta la vita il dolore misterioso. Due mesi dopo guariva miracolosamente grazie all’intercessione della beata Maria Bartolomea Bagnesi, sepolta nel monastero, alla quale era particolarmente devota.
Negli anni successivi continuarono le estasi durante le quali alcune sue consorelle registravano le sue parole e i suoi gesti per ordine del confessore Agostino Campi che voleva accertarsi sull’origine di quei fenomeni straordinari. Siccome una sola suora non riusciva a trascrivere tutte le parole che Maria Maddalena pronunciava, si organizzarono in modo che quattro dettatrici ripetessero via via a turno le frasi colte dalla sua bocca e quattro trascrittrici le fissassero sulla carta. Queste trascrizioni in diretta sono la parte più interessante dei cinque libri raccolti dalle Carmelitane perché ci riferiscono, pur nei limiti di un documento scritto dove manca l’apporto della voce e dei gesti, le parole di un’esperienza quasi ineffabile. Sono come tracce nell’ombra, segni allusivi, metafore. Spesso Maria Maddalena prestava la sua voce al Cristo stesso: «E però ora vieni, “columba mea, formosa mea veni, ut introducam te in domum matris tue, et in cubiculum genitricis tue”. Vieni o figliuolina mia, vieni o sposa mia, che io ti voglio introdurre nella casa della tua madre, dico nella mia divinità, però che essa mia divinità ha partorito l’anima tua e quella di tutte le altre creature». Altre volte, uscita dall’estasi, tentava di ricostruire quel che aveva udito: «Et mi diceva poi Jesu: sposa mia, Io voglio che ti offerisca hora tutta, a’ me, et che tutta a’ me ti unisca per via d’amore. Et offerendomi io all’hora con tutto il cuore a’ Jesu, pregai l’Amore unitivo che volessi fare questa Unione, di Unire con me Jesu, non potendo essere altro mezo se non esso stesso amore. Et subito con questo mezo dell’amore mi trovai unita all’Amore, dico all’amor Jesu». Talvolta era lei a rivolgersi all’Eterno: «Sei l’essere di te stesso, sei l’esser del tuo Verbo, sei l’essere dello Spirito Santo, sei l’essere della Santissima Trinità, sei l’essere d’ogni cosa che ha essere, e che cosa si può dire che abbia essere se non tu stesso? La creatura non ha essere alcuno se non da te stesso, tu gli hai dato quell’essere che ha quando la creasti a tua immagine e similitudine, gli hai dato e dai il tuo essere deificandola, e come Padre la deifichi. O come? Mediante l’unione, trasformazione comunicazione che fai di te nell’anima e dell’anima in te (silenzio). O deificazione, di chi, di chi, di chi? Di essa anima (silenzio). O se essa viene a tale deificazione, deificata viene poi a diventare un altro Dio».
Il tema che ritorna con tanta insistenza nelle estasi maddaleniane e nella sua dottrina è quello della Passione simboleggiata dal corpo crocifissso del Cristo — che diventerà un attributo della santa nell’iconografia — e dal suo sangue verso il quale nutriva un devozione profonda, ispirata a quella corrente medievale che, sorta con sant’Anselmo, san Bernardo e san Bonaventura, si sviluppò con Taulero e Susone e la «Devotio Moderna». Secondo quel pensiero il corpo di Gesù con il suo cuore, le sue piaghe, il suo sangue diventa il solo e unico mezzo di purificazione offerto a chi desidera avvicinarsi a Dio: soltanto immergendosi nelle piaghe e nel sangue si potrà essere fortificati e divenire degni di lui. La devozione del corpo di Cristo confluirà nel pensiero mistico soprattutto femminile, da santa Caterina da Siena a santa Teresa d’Ávila, e infine in Maria Maddalena.
Era una donna forte, possente: così appare diciassettenne nel ritratto di Santi di Tito che volle suo padre poco prima della vestizione, e non certo esangue, come testimonia questo episodio riferito da una consorella: «... esendo grandemente aflitta e assalita dalla tentatione contro la purità, andò nella stanza dove si tiene le legne e scelse tra la siepa delle spine e sterpi molto pungenti e, fattone un buon fascio, se n’andò in un luogo segreto, e quivi spogliata de’ suo panni, nuda si gettò e si rivoltò molto bene tra esse spine per mortificare la carne e vincere la tentatione suggeritagli dal Demonio».
Tra il 1586 e il 1591 dovette affrontare visioni e tentazioni demoniache tremende che vinceva con punizioni spesso più pesanti di quella narrata poco fa. Durante questi anni, a partire dal luglio del 1586, Maria Maddalena venne chiamata da Dio alla «Renovatione della Chiesa», a dare un contributo alla riforma cominciata con il concilio di Trento. Temendo di essere vittima di un inganno, chiese consiglio a superiori e confessori che la incoraggiarono a scrivere al papa e ad alti prelati. Ma le lettere caddero nel vuoto così come l’incontro con il cardinale di Firenze Alessandro de’ Medici che l’udì con condiscendenza e diplomatica indifferenza. La santità splende soltanto agli occhi aperti.
Nel frattempo era stata eletta sottomaestra delle novizie nonostante che lei non amasse quegli incarichi: più tardi, nel 1595 dovette assumere la funzione di maestra delle giovani, nel 1598 di maestra delle novizie e infine nel 1604 di sottopriora.
Dopo aver superato le prove demoniache della «Probatione» Maria Maddalena, che dal 1592 era stata abbandonata gradualmente dalle estasi, chiese nel 1595 il «nudo patire» che le venne però concesso soltanto nove anni dopo. Furono tre anni di sofferenze spirituali e corporali inaudite, come raccontò il suo confessore e biografo Vincenzo Puccini descrivendo le febbri altissime, le tossi che la scuotevano tutta, il catarro, il vomito di sangue e i continui acuti dolori al capo «tanto che ogni piccolo romore, anco il parlare dell’altro l’offendea. Negli ultimi due anni ai sopradetti mali s’aggiunse un acuto, e quasi continuo dolore di tutti i denti, che non la lasciavano riposare né giorno né notte, e era dolore così acerbo, che non poteva chiudere la bocca... e quando prendeva il cibo era sforzata a piangere». Morì il 25 maggio del 1607 a quarantuno anni. L’anno seguente il suo confessore fece dissotterrare il corpo e lo trovò incorrotto: «solo aveva annerita la faccia e li piedi, e incenerita l’estremità del naso, e del labbro inferiore». Otto giorni dopo cominciò a colare un olio profumatissimo che fu raccolto in alcuni drappi distribuiti poi ai fedeli. Il fenomeno cessò in capo a dodici anni. Canonizzata nel 1669, la si festeggia nel nuovo Calendario romano generale al 25 maggio con una memoria facoltativa.