Nome
San Tommaso d'Aquino
Titolo
Sacerdote e dottore della Chiesa
Nascita
1227 - Aquino
Morte
07/03/1274 - Fossanova
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Patrono di
In breve

San Tommaso d'Aquino, nato intorno al 1225 e morto il 7 marzo 1274, è uno dei pilastri della teologia cattolica e viene considerato uno dei principali maestri della Chiesa. La sua opera più famosa, la 'Summa Theologica', è un trattato teologico che cerca di esporre l'intera dottrina cattolica in modo sistematico e razionale. Uno dei fatti più sorprendenti è che Tommaso interruppe improvvisamente il lavoro sulla 'Summa Theologica' poco prima della sua morte, dopo aver vissuto un'esperienza mistica durante la celebrazione della Messa. Dopo quell'evento, affermò che tutto ciò che aveva scritto gli sembrava 'come paglia' rispetto alle rivelazioni ricevute. Nonostante la sua morte prematura, la sua eredità intellettuale ha avuto un impatto immenso, tanto che il suo pensiero è stato riconosciuto da numerosi papi. San Tommaso è stato proclamato santo nel 1323 da Papa Giovanni XXII e dichiarato Dottore della Chiesa nel 1567 da Papa Pio V.

Il più celebre teologo della cristianità, patrono delle scuole cattoliche, fu anche un modello di vita evangelica sposando la povertà alla preghiera, l’umiltà alla sapienza secondo l’insegnamento del fondatore del suo Ordine, quello domenicano

Sulla strada che da Sabaudia sale verso Priverno s’incontra una delle più belle abbazie cistercensi dell’Italia centrale, quella di Fossanova. Nella foresteria si mostra ai visitatori la cameretta, al primo piano, dove si spense il 7 marzo 1274 san Tommaso d’Aquino che era in viaggio per Lione dove si doveva svolgere il concilio ecumenico indetto da Gregorio X.

Venne sepolto nella chiesa, presso l’altar maggiore. Più tardi i monaci separarono il capo dal corpo per conservarlo nella sacrestia. Nel 1288 la sorella Teodora ottenne la mano destra che passò poi a Salerno: non fu che il primo di una serie di smembramenti. Nel gennaio del 1369 i Domenicani, autorizzati da Urbano V, trasferirono i suoi resti a Tolosa. A Fossanova tuttavia una tradizione locale sostiene che i monaci Cistercensi diedero ai Domenicani un cranio che non era quello di san Tommaso. Il supposto autentico cranio, scoperto nel 1585, fu trasportato nel Duomo della vicina Priverno nel 1810 insieme con tre fiale di sangue e grasso coagulato ritrovate nel 1772. Quanto alle altre reliquie del teologo, sono conservate nella chiesa di Saint-Sernain a Tolosa.

San Tommaso, sul quale possediamo tre Vite scritte nel XIV secolo oltre a documenti dell’epoca, era nato intorno al 1220 a Roccasecca, che faceva parte del feudo dei conti d’Aquino. Il padre Landolfo era di origine longobarda e aveva sposato in seconde nozze la madre di Tommaso, Teodora, di origine normanna.

Secondo il costume dell’epoca, il bimbo fu mandato all’età di cinque anni nella vicina abbazia di Montecassino per esservi educato con la speranza che un giorno ne diventasse abate. Verso i quattordici anni il ragazzo abbandonò l’abbazia per motivi che non conosciamo e si trasferì a Napoli per studiare alla facoltà di arti dell’Università. In quella città ebbe modo di conoscere e di apprezzare i Domenicani ai quali nel 1244 chiese – ottenendolo – di essere ammesso nell’Ordine, nonostante l’opposizione della famiglia che riprovava la scelta non consona alla dignità della casata.

Nello stesso anno i superiori, che ne avevano intuito il talento eccezionale, decisero di mandarlo a Parigi per completare gli studi. Mentre si trovava in viaggio fu catturato dai suoi fratelli, che erano al servizio di Federico II, e condotto prigioniero nel castello paterno di Monte San Giovanni. Durante la prigionia, che durò un anno, i familiari cercarono in tutti i modi di convincerlo a rinunciare all’abito domenicano. Gli mandarono anche una giovane donna per sedurlo; ma Tommaso la scacciò con la forza pregando nello stesso tempo il Signore perché lo tutelasse col perpetuae virginitatis cingulum: due angeli che gli apparvero poi in sogno gli riferirono che la richiesta era stata accolta. Ispirandosi a questo episodio l’ignoto autore della scuola di Bernardo Daddi immaginò gli angeli intenti a cingere i fianchi del santo raccolto in preghiera in un pannello custodito ora nel Museo di Berlino. Per questo motivo nell’iconografia san Tommaso d’Aquino, che è raffigurato sempre con l’abito domenicano, ha spesso i fianchi cinti dalla catena.

Nel frattempo i Domenicani, preoccupati, informarono del fattaccio papa Innocenzo IV che a sua volta chiese giustizia all’imperatore. E finalmente Tommaso fu liberato, sebbene qualche biografo sostenga che fosse riuscito a fuggire. Condotto prima a Napoli, poi a Roma, venne infine trasferito a Colonia dove insegnava sant’Alberto Magno.

Tommaso era uno studente silenzioso e riservato sicché molti compagni lo soprannominarono, alludendo anche alla sua corpulenza, il «bue muto». Per questo motivo molti pittori lo hanno raffigurato realisticamente nella sua imponenza fisica, come ad esempio Simone Martini nel polittico al Museo Civico di Pisa, o Parri Spinelli nel medaglione affrescato in San Domenico d’Arezzo e fra Carnovale nel pannello al Museo Poldi Pezzoli di Milano, dove il santo veste eccezionalmente non l’abito domenicano ma quello nero dei Dottori.

Un giorno, mentre sant’Alberto Magno stava spiegando il De divinis nominibus, uno studente, credendo che Tommaso non riuscisse a capire bene, gli si offrì come ripetitore; quando cercò di ripetergli la lezione non soltanto si accorse di non riuscirvi, ma con sua meraviglia fu aiutato dal compagno. Nonostante la promessa di non parlare, lo studente si confidò con sant’Alberto Magno.

Un’altra volta un confratello trovò un foglio con alcune annotazioni geniali di Tommaso su una difficile questione discussa dal Maestro. Quando Alberto ebbe letto quegli appunti, decise di fargli sostenere una disputa che lo studente italiano seppe affrontare con intelligenza. Fu allora che il celebre teologo esclamò davanti a tutti: «Noi lo chiamiamo “bue muto”, ma egli con la sua dottrina emetterà un tale muggito che tutto il mondo ne risuonerà».

Nel 1251 il generale dell’Ordine, Giovanni di Wildeshauen, pregò Alberto Magno di designare per l’Università di Parigi un candidato all’ufficio di baccelliere perché si preparasse all’insegnamento. La scelta cadde su Tommaso che dal 1252 cominciò ad insegnare come baccalarius biblicus alla cattedra degli stranieri sotto Elia Brunet. Proprio in quel periodo si aggravò la lotta dei professori parigini del clero secolare contro i colleghi scientificamente più preparati degli Ordini mendicanti. Tommaso difese i diritti del suo Ordine con uno scritto polemico, Contra impugnantes, per rispondere anche ad alcune obiezioni di carattere dottrinale.

Con la fine dell’anno scolastico 1254-1255 era pronto per il magistero, ma gli scontri fra Domenicani e clero secolare impedivano che egli salisse in cattedra. Finalmente, nel 1256, grazie all’intervento del cancelliere di Notre Dame, Aimerico de Veire, poté tenere la prima lezione. In quello stesso anno papa Alessandro IV interveniva formalmente con una lettera a suo favore: ma ci volle ancora del tempo perché il professore italiano venisse formalmente accettato nel Corpo accademico dell’Università.

A Parigi Tommaso rimase fino al 1259, quando venne chiamato in Italia dove continuò a insegnare e a predicare. Al Capitolo provinciale di Orvieto del 1261 venne assegnato al convento della cittadina dove papa Urbano IV fissò la residenza dal 1262 al 1264. Il pontefice si avvalse della sua collaborazione sia per la compilazione della Catena Aurea che per le trattative con la Chiesa orientale, per le quali scrisse un opuscolo, Contra errores Graecorum (titolo non certo dell’autore) che per molti secoli esercitò un influsso positivo nei rapporti ecumenici.

Dopo il miracolo di Bolsena del 1263, quando Pietro da Praga, un sacerdote boemo che nutriva dubbi sulla transustanziazione, vide dall’ostia consacrata stillare copiosamente sangue che bagnò il corporale, i lini liturgici e i marmi del pavimento, Urbano IV incaricò Tommaso d’Aquino di scrivere l’Ufficio con tutta una serie di inni per la festa del Corpus Domini istituita l’8 settembre 1264. Fra questi, celebre è il Pange lingua gloriosi Corporis mysterium la cui quinta strofa, che s’inizia con «Tantum ergo», è cantata insieme con la seguente ogni volta che s’impartisce la benedizione con il Santissimo Sacramento.

Nell’autunno del 1265 gli affidarono il compito di organizzare i corsi allo Studio di Santa Sabina a Roma, dove rimase circa due anni per poi essere trasferito nel 1267 a Viterbo dove lo voleva Clemente. IV. Sul lato sinistro della facciata di Santa Maria Nuova si indica ancora oggi il pulpito da dove avrebbe sovente predicato durante il soggiorno viterbese.

In questi anni italiani compose molte opere, come la Summa contra gentiles, De unitate intellectus, De regimine principum e gran parte della Summa theologica, il suo capolavoro, il testo che avrebbe ispirato la teologia cattolica fino al nostro secolo.

All’inizio del 1269 fu richiamato dai superiori a Parigi perché a causa della rinnovata lotta contro gli Ordini mendicanti era necessaria la presenza di un teologo di valore. Pur continuando a scrivere le sue opere, Tommaso si impegnò anche a confutare gli avversari degli Ordini mendicanti, a difendere il proprio aristotelismo nei confronti dei Francescani che si ispiravano al neoplatonismo agostiniano; e soprattutto confutò alcuni errori dottrinari, dall’averroismo alle tesi eterodosse di Sigieri di Brabante sull’origine del mondo, sull’anima umana e sul libero arbitrio.

Tuttavia questo arido elenco dei suoi meriti teologici non rende giustizia al santo che prima di essere un «dotto» era un religioso. Non soltanto celebrava la messa ogni giorno, ma era così intensa la sua partecipazione che un giorno a Salerno fu visto levitare. Dormiva pochissimo pregando la notte in camera e in chiesa. Donava tutto quel che poteva ai poveri, fino a cedere persino i propri vestiti. E prima di cominciare a scrivere si recava davanti al crocifisso o al tabernacolo pregando perché il Signore lo illuminasse. Una leggenda narra che una volta, mentre si trovava sotto il crocifisso, udì la voce del Signore: «Hai lavorato bene nei tuoi scritti su di me, Tommaso. Che ricompensa mi chiedi?». Rispose: «Solo te, Signore. Tutto ciò che ho scritto mi sembra vano». Le sue tante visioni hanno ispirato ai pittori un attributo che si trova spesso nei suoi ritratti, una luce raggiata sul petto o sulla spalla: spesso i raggi partono dal libro della Summa aperto sul petto. Ma la luce raggiata, come la già ricordata catena, non è il solo attributo: spesso compare la colomba come simbolo dello Spirito Santo, talvolta un giglio a sottolineare la sua castità oppure un calice; e infine un modellino di chiesa come nel pannello dei santi domenicani nella sacrestia di Santa Maria Novella a Firenze.

«La fede» scriveva «è un assaggiare in anticipo quella conoscenza che ci fa beati nel futuro.» Fede e ragione non erano, secondo lui, in opposizione: «I doni della grazia» spiegava «si adeguano alla natura così che non la annullano ma piuttosto la perfezionano. Perciò la luce della fede che entra in noi per grazia non spegne la luce della conoscenza naturale che è nostra dote naturale».

Nel 1272 san Tommaso venne inviato a Napoli dove lo voleva Carlo I d’Angiò per riorganizzare lo studio generale della teologia. Vi restò due anni insegnando al convento di San Domenico il cui Studio teologico era incorporato all’Università e sovvenzionato dal re. In quel periodo proseguì anche la stesura della Summa theologica. Si narra che nella ricorrenza della festa di san Nicola del 1273, dopo aver celebrato la messa nell’omonima cappella, confidò all’amico Reginaldo di non voler più scrivere: «Non posso più; tutto ciò che ho scritto mi sembra paglia». E la Summa rimase interrotta al trattato De Poenitentia.

Prima di partire per Lione si recò a visitare la sorella Teodora a San Severino. Nel castello rimase così tanto in estasi da concedere poche parole alla sorella che se ne dispiacque. Poi tornò a Napoli restandovi per qualche settimana malato. Durante la malattia due religiosi videro una grande stella entrare dalla finestra e posarsi per un attimo sul capo del santo e poi scomparire nuovamente da dove era venuta.

Nel 1274, benché fosse ormai seriamente malato, dovette partire per Lione su ordine di Gregorio X per partecipare al concilio dell’unione fra Roma e l’Oriente. Si mise in viaggio in gennaio. Scendendo da Teano si ferì il capo urtando contro un albero rovesciato. Ripreso il cammino, la comitiva si fermò per qualche giorno nel castello di Maenza dove viveva una nipote di Tommaso, Francesca. Il santo si ammalò nuovamente perdendo anche l’appetito: per invogliarlo a mangiare, gli chiesero che cosa volesse ed egli rispose «le alici», come quelle che aveva mangiato anni prima in Francia.

Quando si fu ristabilito, riprese il viaggio passando per l’abbazia di Fossanova dove si recò subito in chiesa per adorare il Santissimo. Poi entrò nel chiostro confidando al fedele Reginaldo che quella sarebbe stata la sua dimora dopo la morte.

Era arrivato all’abbazia nel mese di febbraio. Dopo circa un mese, sentendo ormai prossima la fine, chiese di ricevere il Santissimo Sacramento. Volle levarsi dal letto e, prostrato a terra, recitò alcune preghiere soggiungendo: «Ti ricevo, riscatto dell’anima mia. Per amor tuo ho studiato, vegliato notti intere, mi sono affaticato. Ho predicato te e ho insegnato te. Mai ho detto qualcosa contraria a te. Non rimango ostinato nella mia opinione ma se mi sono espresso qualche volta errando su questo sacramento, mi sottometto al giudizio della Santa Chiesa romana, in obbidienza ad essa parto ora da questo mondo».

Il terzo giorno dalla comunione morì: era il mattino del 7 marzo. Venne canonizzato nel 1323 e la sua festa fissata al 7 marzo. Oggi lo si festeggia il 28 gennaio, che ricorda la traslazione del 1368, in obbedienza alle disposizioni del concilio Vaticano II che ha raccomandato di spostare le feste liturgiche dei santi dal periodo quaresimale e pasquale. È considerato il patrono delle scuole cattoliche.