Nome
Sant' Alfonso Maria de' Liguori
Nome di battesimo
Alfonso Maria de' Liguori
Titolo
Vescovo e dottore della Chiesa
Nascita
27/09/1696 - Napoli
Morte
01/08/1787 - Nocera de' Pagani, Salerno
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Patrono di
In breve

Sant' Alfonso Maria de' Liguori è stato un'importante figura religiosa del XVIII secolo, noto non solo per la sua santità, ma anche per essere stato un prolifico scrittore, musicista, filosofo, e teologo. Nato nel 1696 a Marianella, vicino Napoli, mostrò presto un talento per la letteratura e la legge. Divenne sacerdote a 30 anni e fondò la Congregazione del Santissimo Redentore, meglio conosciuta come l'ordine dei Redentoristi, con l'intento di lavorare per l'evangelizzazione e l'assistenza spirituale delle popolazioni rurali più povere. Alfonso è autore del celebre libro 'Le glorie di Maria', che è una delle opere mariane più diffuse nella Chiesa cattolica. È stato dichiarato Dottore della Chiesa nel 1871 da Papa Pio IX per i suoi scritti, specialmente in campo morale. Una delle sue massime famose è: 'Chi prega si salva, chi non prega si danneggia'. Morì all'età di 91 anni e la sua festa liturgica si celebra il 1° agosto.

Il fondatore dei Redentoristi non fu soltanto uno dei nuovi interpreti della morale cristiana ma anche pittore e compositore di canzoncine sacre diventate celebri, come «Tu scendi dalle stelle»


Nel convento di Pagani, dove Alfonso Maria de’ Liguori morì nel 1787 a più di novant’anni, è conservata la sua maschera mortuaria che delinea un volto affilato e aristocratico, come testimonia d’altronde un suo ritratto del 1768, di pittore ignoto, custodito nello stesso luogo, dove il santo siede a un tavolino con qualche libro in mano, allusione ai suoi celebri scritti: è in abito episcopale, ma senza la mitra e il pastorale; sulla sinistra un piccolo quadro ovale della Madonna rammenta la sua particolare devozione per lei. In un altro quadro nel museo, anch’esso di pittore anonimo, è ritratto ancora giovane sacerdote mentre indica con la mano sinistra il crocifisso tenuto con la destra: l’attributo più comune della sua iconografia, accompagnato spesso dal rosario.

Alfonso Maria de’ Liguori era nato il 27 settembre 1696 a Marinella, presso Napoli, nel palazzo di villeggiatura della famiglia che apparteneva alla nobiltà. Il padre, don Giuseppe, oltre a essere cavaliere al seggio di Portanova, cioè uno degli amministratori di un quartiere napoletano, era ufficiale superiore della marina militare e sul punto di diventare comandante di galera. Sognava per il figlio la carriera di avvocato o di magistrato e lo aveva affidato a precettori di eccezione fra i quali il pittore Francesco Solimena, che gli insegnò a disegnare e a dipingere: un’arte che Alfonso non dimenticò, come testimonia una sua Madonna dipinta su tela che si conserva nel Collegio dei Redentoristi di Pagani. A sua volta Gaetano Greco ne fece un virtuoso del clavicembalo e un musicista completo, tant’è vero che Alfonso compose poi celebri canzoncine religiose come quella che abbiamo cantato tutti a Natale: «Tu scendi dalle stelle, / o Re del cielo / e vieni in una grotta al freddo e al gelo».

Alfonso prometteva bene: a sedici anni si laureò dottore in diritto civile ed ecclesiastico nonostante che la legge esigesse come età minima i vent’anni compiuti. Ma grazie alla dispensa del viceré poté ottenere l’anello di dottore, il berretto di giudice e la toga d’avvocato; e dopo un biennio di tirocinio cominciò ad esercitare diventando presto uno dei più richiesti avvocati di Napoli. Nel 1718 fu nominato giudice del Regio Portulano di Napoli e, quattro anni dopo, ambasciatore del viceré cardinale Altan. Nel frattempo frequentava la Confraternita dei Dottori, presso l’Oratorio dei Filippini, che fra i tanti impegni prevedeva anche il conforto e la cura dei malati nell’Ospedale degli Incurabili: dove, cambiando la biancheria, medicando le piaghe, Alfonso scoprì che esisteva un mondo totalmente diverso da quello che aveva frequentato fino ad allora e vide per la prima volta nei poveri anziani ormai alla fine della loro vita il volto di Colui che aveva scelto la croce per amore. Era cominciato quel cammino che l’avrebbe condotto a ventisei anni in seminario: un itinerario lungo e difficile perché il padre lo voleva sposato, tant’è vero che gli aveva trovato persino la moglie, una lontana parente: la quale lo tolse d’imbarazzo entrando nel 1719 in un monastero di clausura dove sarebbe morta cinque anni dopo.

Fucuna disillusione professionale a fargli vincere le ultime esitazioni: la sconfitta in un processo internazionale dove il granduca di Toscana, Cosimo III, ebbe la meglio sul suo assistito, il duca napoletano Filippo Orsini di Gravina, perché i giudici erano stati influenzati da chi aveva il potere per farlo, e fors’anche adeguatamente compensati. Disgustato, Alfonso si ritirò dalla vita forense.

Ormai si sentiva più libero: congedati tutti i clienti all’insaputa della famiglia, divideva il suo tempo tra la preghiera, l’adorazione del Santissimo Sacramento nella vicinissima parrocchia di Sant’Angelo a Segno e l’Ospedale degli Incurabili. E fu proprio in quell’ospedale che un giorno — era il 29 agosto 1723 — si sentì investito da una intensa luce mentre una voce interiore gli diceva: «Lascia il mondo e datti a me». Ritornato in sé Alfonso riprese l’assistenza ai malati.

Alla fine della giornata, concluso il lavoro, stava scendendo la scalinata esterna quando sentì di nuovo quella voce. Corse allora alla chiesa della Redenzione dei Cattivi per gettarsi ai piedi della Madonna della Mercede dove spesso si recava a pregare: e mentre la supplicava, una luce lo avvolse sollevandolo. Non aveva più dubbi: si tolse la spada da cavaliere e la depose sull’altare dicendo: «Mi impegno a entrare fra i Padri dell’Oratorio».

Filippino non sarebbe mai diventato nonostante il suo legame con l’Oratorio al quale apparteneva il suo direttore spirituale, perché il padre si opponeva alla sua decisione, non poteva ammettere che proprio il primogenito, per il quale aveva sognato una grande carriera, diventasse un semplice religioso. Ma Alfonso non sentiva ragioni. Alla fine si raggiunse un compromesso: sarebbe diventato sacerdote diocesano con residenza nella casa patema, come si usava allora.

Appena fu novizio nella Congregazione secolare delle Apostoliche Missioni, dovette dedicarsi alle settimane di evangelizzazione nei quartieri più poveri della città. Ancora una volta il giovane nobile veniva a contatto con fratelli disperati nella loro miseria oppure pronti a qualunque crimine per racimolare denaro. Quando, tre anni dopo, nel 1726, fu ordinato sacerdote, non si limitò a predicare nelle chiese, dove attirava tanta gente, ma ideò un’iniziativa originale, le cosiddette Cappelle serotine: al suono dell’Angelus serale radunava i suoi convertiti davanti alla chiesa di Santa Teresa degli Scalzi e alla buona, con semplicità, spiegava per i più semplici qualche verità della fede, i doveri essenziali del cristiano; e narrava qualche episodio della vita di un santo, accompagnando il tutto con preghiere, canti, e colloqui liberi e cordiali. Su quelle riunioni sembrava aleggiare la presenza di san Filippo Neri alla cui spiritualità Alfonso era stato educato quando frequentava l’Oratorio.

Un giorno quelle riunioni vennero proibite dal governatore e dal cardinale che temevano le grandi adunate. Alfonso non si scoraggiò: considerando ormai maturi molti laici che lo avevano seguito fino ad allora, li invitò a riunire i «lazzarelli» nel loro quartiere, nelle botteghe e nelle case private: i sacerdoti avevano soltanto più il compito di consigliare e di controllare discretamente che tutto si svolgesse in modo ortodosso. A poco a poco quelle riunioni ottennero grandi risultati che si riflettevano anche nella vita civile, sicché il cardinale Pignatelli decise di aprire loro di sera tutti gli oratori pubblici, le cappelle e le chiese della diocesi: erano nate le Cappelle serotine.

Nel giugno del 17 29, alla vigilia dei trentatré anni, Alfonso decise di abbandonare la casa paterna e si trasferì nel Collegio dei Cinesi, fondato qualche mese prima da Matteo Ripa per preparare missionari. Ma quella strada che voleva imboccare non gli era destinata. Già prima di trasferirsi nel collegio aveva partecipato alle missioni della Congregazione diocesiana delle Apostoliche Missioni da cui dipendeva per il suo ministero sacerdotale, percorrendo l’interno della Campania e la Lucania e scoprendo, come avrebbe scritto più tardi a Benedetto XIV, quei contadini abbandonati da tutti e che spesso non avevano sacerdoti che amministrassero loro i sacramenti e annunciassero la parola di Dio.

Nel 1730, mentre partecipava a una missione in vari paesi intorno a Napoli, si ammalò gravemente ai polmoni per gli strapazzi. I medici lo mandarono a ritemprarsi sulle alture di Scala e di Ravello, sopra la costiera amalfitana. E fu proprio in quei luoghi che Alfonso decise di fondare la nuova Congregazione del Santissimo Salvatore che poi Benedetto XIV volle chiamare del Santissimo Redentore quando, nel 1749, ne approvò la Regola: una Congregazione dedita all’apostolato dei contadini.

Nel 1732, lasciata definivamente Napoli, Alfonso si ritirò alla Scala con i primi compagni nel monastero dove un anno prima suor Maria Celeste Crostarosa, che egli aveva aiutato a fondare il primo nucleo di quelle che si sarebbero poi chiamate le monache del Santissimo Redentore, gli aveva rivelato di aver ricevuto una visione di una congregazione di sacerdoti destinata a «predicare il Vangelo ad ogni creatura»: congregazione che il sacerdote napoletano avrebbe fondato. Che la visione fosse autentica lo confermarono fra il 6 e l’8 novembre del 1732 alcuni fenomeni straordinari nella chiesetta del monastero dove le suore e i futuri missionari si erano radunati per un solenne triduo eucaristico: durante l’esposizione del Santissimo si vide la croce sanguinante e successivamente gloriosa, la spugna e la lancia della Passione.

Su quegli episodi si stese poi un velo di silenzio, ma significativamente Alfonso li scelse nel 1734 come tema centrale dello stemma per la sua Congregazione: su tre montagnette la croce unita alla lancia e alla spugna della Passione con il motto «Copiosa apud eum redemptio», col Cristo la redenzione è sovrabbondante. Il motto era anche una risposta «redentorista» al giansenismo.

Non fu facile la vita della Congregazione in un’epoca ostile agli ordini religiosi. Ma Alfonso riuscì a destreggiarsi abilmente fra divieti e difficoltà escogitando con la sua esperienza giuridica la formula di Corporazione religiosa, allora possibile nel Regno di Napoli. Con i suoi confratelli redentoristi continuò le missioni nelle varie parti del Regno di Napoli, fin nella Capitanata, e soprattutto fra i contadini. Predicava e insegnava a predicare senza i manierismi tipici dell’epoca, con quella semplicità sapiente che sempre rivela un carisma. Scrisse anche a questo proposito una Lettera a un religioso amico,ove si tratta del modo di predicare all’apostolica, con semplicità, evitando lo stile alto e fiorito. Raccomandava anche di non parlare soltanto dei Novissimi, ma molto dell’amore di Dio e di Gesù Crocifisso e infine di concludere con un’istruzione pratica sull’orazione mentale e la meditazione quotidiana.

Scriveva molto: opere ascetiche, dogmatiche, apologetiche e morali. Queste ultime, di cui si rammenteranno la Theologia moralis (1753-1755) e La pratica del confessore (1755), affermavano una morale probabilistica che si contrapponeva al rigorismo senza cadere nel lassismo. Certo, egli scrisse una teologia morale casistica perché voleva dare un contributo pratico; ma evitò di comprimere la vita in schemi rigidi, richiamandosi sempre alla coscienza e sottolineando i limiti delle leggi umane. D’altronde anche nell’ascetica consigliava più la mortificazione della volontà che le penitenze corporali e i cilici, seguendo l’insegnamento di san Filippo Neri.

Se Alfonso de’ Liguori esercitò un influsso determinante sulla nuova morale cristiana, non meno importante fu la sua opera nel campo della devozione popolare, sia scrivendo buoni testi e adattandoli alle arie popolari sia divulgando il patrimonio religioso dell’epoca con scritti destinati a esercitare influsso per molto tempo, come testimoniano ad esempio La forte arma della preghiera, Amore vissuto di Cristo, Vita nella luce dell’eternità, Preparazione alla buona morte, Glorie di Maria e Visite al Santissimo Sacramento. Il nucleo del suo pensiero è il ringraziamento per l’amore redentore di Dio e la continua presenza del Redentore nell’Eucarestia, così come la venerazione per Maria.

Per trent’anni Alfonso de’ Liguori si dedicò alla sua Congregazione finché nel 1762 fu consacrato da Clemente XIII vescovo residenziale della diocesi montana di Sant’Agata dei Goti, nel Beneventano, pur conservando il supremo governo della Congregazione. Accettò per obbedienza perché, se avesse potuto, avrebbe rifiutato anche quella volta l’episcopato come aveva già fatto nel 1747. Doveva rimettere ordine in una diocesi dove regnava fra il clero l’anarchia e vi erano molti parroci con concubine. Per tredici anni svolse questo compito nonostante che nel 1772 fosse stato colpito dall’artrite che a poco a poco gli incurvò la spina dorsale, come si può constatare ancora oggi nel suo scheletro. Finalmente nel 1775 papa Pio VI accettò le sue dimissioni sicché Alfonso poté ritirarsi nella casa dei Redentoristi a Pagani dove nel 1751 aveva trasferito il governo del suo istituto.

Proprio a Pagani avrebbe vissuto gli anni più drammatici della sua vita. Nel 1777 si accorse che finalmente era possibile ottenere non tanto un exequatur, quanto uno statuto civile alla Congregazione. Nel 1780 il Regolamento interiore della Congregazione del Santissimo Redentore, che avevano preparato due consultori generali insieme con monsignor Testa, il Grande Elemosiniere della Corte, venne approvato. Quel regolamento era diverso per alcuni aspetti dalle Costituzionicanoniche. Ma Alfonso sapeva bene che le regole civili avevano soltanto un valore formale perché all’interno della comunità avrebbero continuato a sussistere le Costituzioni. La finezza giuridica non piacque a Roma dove il papa, mal consigliato da qualche oltranzista napoletano, decise di porre fuori della Congregazione i religiosi napoletani. Sicché per tredici anni, fino al 1793, esistettero due generalati dei Redentoristi, l’uno nello Stato Pontificio e in Sicilia, l’altro nel Regno di Napoli. Alfonso ne soffriva molto, ma non ebbe la consolazione di veder risolta la questione in vita. Morì il 1° agosto, sua festa liturgica, del 1787 a più di novant’anni e fu sepolto nella chiesa di Pagani dove si trova tuttora. Soltanto nel 1796 il papa riconobbe l’innocenza di Alfonso e autorizzò il processo di beatificazione che si concluse nel 1816 a causa del lungo esilio di Pio VII, mentre la canonizzazione avvenne nel 1839. A sua volta nel 1871 Pio IX proclamò Alfonso de’ Liguori Dottore della Chiesa. Papa Pio XII infine, sollecitato da cardinali, vescovi e da generali di ordini, gli conferì il titolo di «celeste Patrono di tutti i confessori e moralisti».