San Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione, è stato un frate cappuccino italiano noto per la sua profonda spiritualità e per le stimmate che portava, fenomeno rarissimo e motivo di grande interesse e venerazione. Nato il 25 maggio 1887 a Pietrelcina, in provincia di Benevento, e morto il 23 settembre 1968 a San Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia, San Pio è stato canonizzato da Papa Giovanni Paolo II il 16 giugno 2002. Una delle curiosità più affascinanti su San Pio è legata proprio alle stimmate. Egli ricevette questo segno visibile delle piaghe di Cristo nel 1918 e le portò per 50 anni, fino alla loro scomparsa poco prima della sua morte. La sua vita fu segnata da episodi mistici, tra cui le apparizioni e le bilocazioni. Fondò anche l'ospedale 'Casa Sollievo della Sofferenza', considerato uno dei più efficienti in Italia e in Europa. La sua giornata era scandita da intense preghiere, dalla celebrazione della Santa Messa, che poteva durare ore per la sua partecipazione emotiva, e dalla confessione, pratica a cui dedicò gran parte del suo ministero.
Nessun altro santo del secolo XX è diventato fino a ora così popolare come il Cappuccino sepolto a San Giovanni Rotondo, che in vila subì persecuzioni da molti confratelli e soffrì pene indicibili per le malattie che lo travagliavano e per le stimmate ma fu un esempio di santità e carità
Se non ci fossero ancora testimoni in vita e documenti inoppugnabili si stenterebbe a credere alla storia di padre Pio da Pietrelcina, simile a una di quelle leggende medievali che suscitano stupore ma anche incredulità per il susseguirsi di avvenimenti prodigiosi.
Si chiamava, prima di entrare nell’Ordine dei Cappuccini, Francesco Forgione. Era nato il 25 maggio 1887 a Pietrelcina, nel Sannio, una regione montuosa tra Campania, Molise e Capitanata. I genitori, che avevano una modesta casetta nel rione Castello, vivevano del loro: un ettaro di terra, qualche gallina e delle pecore che davano formaggio, carne e lana. Il padre, Grazio, era anche intraprendente: per due volte avrebbe varcato l’oceano lavorando in America per mantenere agli studi Francesco e ingrandire la sua proprietà.
Inizialmente il bambino, dopo una sommaria istruzione, venne mandato a pascolare le pecore. Ma lui voleva studiare; e tanto fece che verso i dieci anni ottenne di andare a lezione da uno spretato e poi da un maestro che insegnava privatamente.
Fin dai cinque anni aveva deciso di consacrarsi a Dio: sembrava una fantasia infantile, ma era un’autentica vocazione, tant’è vero che crescendo cominciò a battersi con una fune e a dormire in terra con una pietra come guanciale. Cominciava ad avere visioni, che nella sua mentalità infantile interpretava come fenomeni naturali, che capitavano a tutti.
A quindici anni uno zio arciprete, don Salvatore Pannullo, si convinse che Francesco era adatto a fare il prete. Ma il ragazzo voleva diventare un cappuccino. Siccome non c’era in quel momento nessun posto libero nel seminario di Morcone, nell’attesa si adattò a fare il chierichetto per lo zio.
Un giorno, mentre stava pregando, gli apparve un uomo maestoso e splendente che lo prese per mano conducendolo in un vasto pianoro dove si fronteggiavano due gruppi, il primo composto di uomini belli e vestiti di bianco, l’altro di esseri orridi e tenebrosi. Uno di questi, alto come le nuvole, gli venne incontro. Il personaggio ordinò al ragazzo di battersi contro costui, ma Francesco intimorito esitava. Alla fine, sollecitato dall’uomo splendente che gli diceva di non temere perché non sarebbe stato solo a combattere, si decise a scontrarsi con il tenebroso che riuscì a sconfiggere.
Il personaggio splendente lo incoronò dicendogli che in futuro avrebbe avuto una corona ancora più bella, ma che si facesse coraggio perché contro quel tenebroso avrebbe dovuto combattere ancora altre volte. Fu lo stesso padre Pio a narrare la visione al suo direttore spirituale, padre Benedetto da San Marco in Lamis.
Il 6 gennaio 1903 Francesco, entrando finalmente nel seminario di Morcone, cambiava il nome in quello di Pio da Pietrelcina in onore di san Pio I, papa tra il 140 e il 155, di cui si venerava una reliquia nel suo paese. Non fu soltanto un novizio esemplare ma aggiunse penitenze e preghiere a quelle previste. Si privava del cibo per passarlo ai confratelli più affamati e spesso trascorreva la notte in preghiera.
I risultati di quella vita penitenziale non si fecero attendere: quando il padre andò a trovarlo lo trovò pallido ed enormemente smagrito. Spaventato, decise di riportarselo a casa: ma non ci fu verso; Francesco, anzi padre Pio, non aveva alcuna intenzione di rinnegare la sua scelta.
L’anno seguente lasciò il noviziato per sei anni di studio, al termine dei quali sarebbe stato ordinato sacerdote.
Nel frattempo, il 27 gennaio 1907, pronunciava finalmente i voti solenni. Subito dopo passò la visita di leva per il servizio militare che prima del Concordato era obbligatorio anche per i religiosi. Era così malandato, con una bronchite cronica, febbri e nausee, che i medici militari, benché l’avessero giudicato abile, furono costretti a rimandarlo in convento consigliando i superiori di trasferirlo in un luogo che gli potesse giovare. Fu rinviato al suo paese dove si sentì un poco meglio. Ma appena lo si riportò a Serracapriola per proseguire gli studi, ricominciarono i malanni con febbri altissime, emicranie, dolori per tutto il corpo e vomito. Fino al 1916 abitò quasi sempre nel suo paese perché appena tornava in un convento le sue malattie si aggravavano.
Nel 1910, temendo di morire, chiese di essere ordinato sacerdote. Venne accontentato per pietà: il 10 agosto, nove mesi prima dei regolamentari 24 anni d’età, fu ordinato nel duomo di Benevento.
Proprio in quegli anni, mentre pregava a Pietrelcina sotto un olmo della campagna familiare, avvertì strani dolori alle mani e ai piedi. Ma non rivelò a nessuno l’accaduto. L’anno seguente l’episodio si ripeté per ben due volte. «Dal giovedì sera fino al sabato» si confidava con padre Benedetto, «come anche il martedì, è una tragedia dolorosa per me. Il cuore, le mani e i piedi sembrami che siano trapassati da una spada: tanto è il dolore che sento.»
Da anni aveva anche estasi e visioni e il cuore gli si infiammava al punto che doveva appoggiare del ghiaccio sul petto per sopportare l’eccessivo calore. E non meno dolorosi erano gli scontri con l’Avversario che talvolta gli lasciavano persino segni sul corpo. Di queste lotte testimoniarono i frati di vari conventi dove nella notte si sentivano giungere dalla sua cella rumori terrificanti che si concludevano con una detonazione.
Nel 1915, scoppiata la guerra, venne arruolato nella X Compagnia Sanità di Napoli. Ma vi restò poco a causa delle disastrose condizioni fisiche: dopo alcuni mesi di ospedale militare lo si rinviò a casa in convalescenza.
A quel punto il padre provinciale gli impose di rientrare definitivamente in convento perché non s’era mai visto un cappuccino vivere da solo nel suo paese: venne inviato in quello di Sant’Anna, a Foggia. Ma anche laggiù si ripeté il solito copione: finché il padre guardiano decise di mandarlo per una convalescenza nel convento di Santa Maria delle Grazie, a San Giovanni Rotondo, nel cuore del Gargano, che si era offerto di ospitarlo. Così il 28 luglio 1916 padre Pio partì per un breve periodo di convalescenza in quel convento dove sarebbe rimasto invece per 52 anni, fino alla morte. Ma fino al 18 marzo 1918 fu costretto più volte a recarsi al suo distretto militare dove regolarmente si sentiva male: finché i medici militari decisero di congedarlo definitivamente perché potesse morire in pace.
L’anno seguente lasciò il noviziato per sei anni di studio, al termine dei quali sarebbe stato ordinato sacerdote.
Nel frattempo, il 27 gennaio 1907, pronunciava finalmente i voti solenni. Subito dopo passò la visita di leva per il servizio militare che prima del Concordato era obbligatorio anche per i religiosi. Era così malandato, con una bronchite cronica, febbri e nausee, che i medici militari, benché l’avessero giudicato abile, furono costretti a rimandarlo in convento consigliando i superiori di trasferirlo in un luogo che gli potesse giovare. Fu rinviato al suo paese dove si sentì un poco meglio. Ma appena lo si riportò a Serracapriola per proseguire gli studi, ricominciarono i malanni con febbri altissime, emicranie, dolori per tutto il corpo e vomito. Fino al 1916 abitò quasi sempre nel suo paese perché appena tornava in un convento le sue malattie si aggravavano.
Nel 1910, temendo di morire, chiese di essere ordinato sacerdote. Venne accontentato per pietà: il 10 agosto, nove mesi prima dei regolamentari 24 anni d’età, fu ordinato nel duomo di Benevento.
Proprio in quegli anni, mentre pregava a Pietrelcina sotto un olmo della campagna familiare, avvertì strani dolori alle mani e ai piedi. Ma non rivelò a nessuno l’accaduto. L’anno seguente l’episodio si ripeté per ben due volte. «Dal giovedì sera fino al sabato» si confidava con padre Benedetto, «come anche il martedì, è una tragedia dolorosa per me. Il cuore, le mani e i piedi sembrami che siano trapassati da una spada: tanto è il dolore che sento.»
Da anni aveva anche estasi e visioni e il cuore gli si infiammava al punto che doveva appoggiare del ghiaccio sul petto per sopportare l’eccessivo calore. E non meno dolorosi erano gli scontri con l’Avversario che talvolta gli lasciavano persino segni sul corpo. Di queste lotte testimoniarono i frati di vari conventi dove nella notte si sentivano giungere dalla sua cella rumori terrificanti che si concludevano con una detonazione.
Nel 1915, scoppiata la guerra, venne arruolato nella X Compagnia Sanità di Napoli. Ma vi restò poco a causa delle disastrose condizioni fisiche: dopo alcuni mesi di ospedale militare lo si rinviò a casa in convalescenza.
A quel punto il padre provinciale gli impose di rientrare definitivamente in convento perché non s’era mai visto un cappuccino vivere da solo nel suo paese: venne inviato in quello di Sant’Anna, a Foggia. Ma anche laggiù si ripeté il solito copione: finché il padre guardiano decise di mandarlo per una convalescenza nel convento di Santa Maria delle Grazie, a San Giovanni Rotondo, nel cuore del Gargano, che si era offerto di ospitarlo. Così il 28 luglio 1916 padre Pio partì per un breve periodo di convalescenza in quel convento dove sarebbe rimasto invece per 52 anni, fino alla morte. Ma fino al 18 marzo 1918 fu costretto più volte a recarsi al suo distretto militare dove regolarmente si sentiva male: finché i medici militari decisero di congedarlo definitivamente perché potesse morire in pace.
Intanto il povero cappuccino attraversava quella che i mistici hanno definito la notte oscura e abbiamo già descritto in altre vite. Sembrava non finire mai quella condizione disperante finché la sera del 5 agosto 1918, mentre stava confessando i fraticelli del convento, vide un «personaggio celeste» il quale, sorridendo, gli scagliò una lancia dalla punta fiammeggiante che trapassò il suo cuore lasciando una ferita sanguinante. Padre Pio cadde riverso in un’estasi di dolore e d’amore che durò sino al mattino seguente. Era quel fenomeno che i mistici chiamano trasverberazione o «assalto del Serafino», di cui abbiamo una immagine straordinaria nell’Estasi di santa Teresa d’Avila del Bernini.
Il 20 dello stesso mese riceveva le stimmate. Mentre si trovava nel coro di Santa Maria delle Grazie un paradisiaco senso di pace lo invase: apparve un personaggio luminoso che sanguinava dalle mani, dal petto e dai piedi, da cui partirono fasci di luce che colpirono il cappuccino. Tutto insanguinato padre Pio si trascinò fino alla cella, ma quella scia di sangue non poteva passare inosservata sicché fu costretto a spiegare a padre Benedetto, il suo direttore spirituale, che cosa gli era successo.
Da quel giorno fu costretto a celebrare la messa con i mezzi guanti: ma chi vi assisteva dai primi banchi poteva osservare facilmente le palme insanguinate. Camminava anche con difficoltà a causa delle ferite ai piedi. La notizia si sparse a poco a poco nella regione e poi in tutta l’Italia. Padre Pio veniva sottoposto a visite mediche che si concludevano regolarmente con una dichiarazione di impotenza degli specialisti. Non erano nemmeno fenomeni isterici perché il cappuccino non soffriva di quella malattia, come attestò il medico Giorgio Festa, inviato dai vertici dell’Ordine dei Cappuccini.
La gente intanto affluiva a San Giovanni Rotondo per confessarsi col frate che rimaneva al suo confessionale per sedici ore di seguito. La montagna del Gargano, che era stata nel medioevo meta di un pellegrinaggio popolare per la presenza della Grotta di San Michele, rivedeva masse di persone che salivano da Foggia fino al convento. Cominciarono le conversioni di personaggi celebri e meno celebri mentre si diffondeva la voce che padre Pio era un confessore rigido, che cacciava dal confessionale chi non era veramente pentito («non do il dolce a chi ha bisogno del purgante» soleva dire) e sapeva leggere nell’animo. Lo vennero a visitare prelati, religiosi; e persino papa Benedetto XV gli chiese un oggetto personale per un suo parente.
Straordinaria era la sua messa che durava più di due ore in una tensione spirituale altissima. Padre Pio vi partecipava fino allo spasimo: «spesso piangeva come chi cerca di non farlo e non ci riesce» testimoniò Piero Bargellini. Da tempo erano cominciate anche le bilocazioni del frate mentre si moltiplicavano le guarigioni miracolose e i salvataggi di persone in pericolo che lo invocavano.
Naturalmente cominciarono anche le reazioni malevole di chi, laico o religioso, non voleva accettare quell’evidenza sconvolgente. Per evitare polemiche ulteriori fu disposto che padre Pio non potesse mostrare le sue stimmate senza l’autorizzazione della Santa Sede. Tentò di vederle padre Agostino Gemelli, il fondatore dell’Università del Sacro Cuore di Milano, ma il frate si rifiutò perché non aveva un’autorizzazione scritta. La reazione del Gemelli non fu esemplare: si sparse la voce che avesse mandato una relazione alla Santa Sede sostenendo che aveva potuto esaminare quelle ferite e concludendo che erano frutto di isteria. Nel 1924 pubblicò infine un lungo saggio sulla rivista «Vita e pensiero» sostenendo che quelle non erano stimmate mentre padre Pio era un isterico e autolesionista.
Ma le stimmate non presentavano i sintomi di quelle isteriche, che sono specie di arrossamenti gonfi secernenti un sudore colorato, durano poco e soprattutto emanano cattivo odore: il contrario di quelle del cappuccino che erano fori nella carne, stillavano continuamente sangue e non si cicatrizzavano mai, nonostante le cure, e infine emanavano un profumo di rose e violette che si avvertiva anche a grande distanza.
Alle sofferenze quotidiane che gli provocano le stimmate e ai malanni che non gli davano requie si aggiunsero le persecuzioni che provenivano proprio dall’interno della Chiesa: persecuzioni che, tranne nel periodo in cui fu papa Pio XII, continuarono quasi fino alla morte. Cominciò il Sant’Uffizio nel 1922 ordinando ai superiori dei Cappuccini che imponessero al frate di dire la messa in privato e di interrompere ogni contatto col suo direttore spirituale e infine consigliandone il trasferimento.
Nel 1923 lo stesso Sant’Uffizio, non avendo ottenuto molto, emanava un decreto ribadendo le proibizioni che aveva chiesto all’Ordine e sostenendo che i fatti miracolosi attribuiti a padre Pio non avevano carattere soprannaturale. Ma la ferma opposizione della popolazione e le preoccupazioni delle autorità del luogo, che paventavano sommosse, vanificarono quelle disposizioni. Tuttavia l’anno seguente il Sant’Uffizio insisteva nella sua persecuzione esortando i fedeli ad astenersi da qualunque rapporto con padre Pio. Ma i fedeli continuavano a salire a San Giovanni Rotondo; e molti scrittori ne scrivevano con entusiasmo.
Nel 1931 la congregazione vietava definitivamente al cappuccino di celebrare la messa pubblicamente e di confessare. Ma già si erano mossi molti vescovi dell’Ordine per difenderlo dalle accuse false, alcune anche infamanti; si era mosso anche don Orione che il Papa stimava moltissimo.
Nello stesso anno arrivava a Manfredonia il nuovo vescovo, Andrea Cesarano, che aspettò prudentemente due anni prima di fare visita al santo. Gli effetti di quell’incontro si videro presto: nel 1933 il Sant’Uffizio autorizzò padre Pio a confessare i religiosi e nel 1934 anche i laici, pur sotto stretta vigilanza e con restrizioni penose. Terminato il proprio ufficio al confessionale, doveva ritirarsi immediatamente senza parlare con nessuno, e la messa doveva celebrarla in 30-40 minuti evitando di rimanere con il calice sospeso alla consacrazione. Soltanto con il 1938, quando venne eletto papa Pio XII, che ammirava il frate cappuccino avendone intuito gli straordinari carismi, si attenuarono i divieti fino alla loro pratica vanificazione.
Fu proprio in quel periodo che nacque il primo progetto di un grande ospedale, che si sarebbe chiamato Casa Sollievo della Sofferenza. Padre Pio aveva già fondato, dopo la prima guerra mondiale, un ospedaletto intitolato a San Francesco nell’ex convento delle Clarisse che il Comune aveva concesso in enfiteusi perpetua. La gente veniva curata con amore e se non aveva denaro non pagava. Purtroppo la persecuzione che padre Pio aveva subito negli anni successivi gli aveva impedito di seguire il suo ospedaletto che a poco a poco decadde fino a essere distrutto dal terremoto del 1938.
Ma non aveva rinunciato al progetto; e quando trovò tre laici disposti a partecipare all’impresa, Carlo Kisvarday, un farmacista, Guglielmo Sanguinetti, un medico, e Mario Sanvico, un veterinario, che si erano stabiliti a San Giovanni Rotondo, fondò con loro un comitato: era il 9 gennaio 1940. Ci volle tuttavia del tempo perché il progetto si realizzasse: l’Ordine dei Cappuccini, cui era stata offerta l’opera, si rifiutava di occuparsene; e nel frattempo la lunga guerra bloccava ogni iniziativa.
Finalmente nel maggio del 1947 si pose la prima pietra dell’ospedale grazie a un dono di uno dei più fedeli discepoli di padre Pio, Emanuele Brunatto, e all’interessamento di Barbara Ward, una giornalista inglese che tramite il marito era riuscita a ottenere un finanziamento dell’Unrra, il fondo americano che distribuiva i fondi stanziati per la ricostruzione dell’Europa. Poi cominciarono ad arrivare donazioni da tutto il mondo che padre Pio poteva ricevere grazie a uno speciale privilegio concesso da Pio XII: la dispensa dal voto di povertà.
Il 5 maggio 1956 venne inaugurata la Casa che si sarebbe poi ingrandita negli anni successivi fino ad arrivare a 1000 posti-letto. Era ed è un modello di ospedale: corsie piccole, luci, giardini, terrazze, soggiorni e soprattutto un atteggiamento affettuoso nei confronti di ogni malato: «Se al letto del malato non portate amore» diceva padre Pio «non credo che i farmaci servano molto».
E ora mi sia permessa una digressione personale come testimonianza. Nell’estate del 1967 mia moglie ed io sventatamente avevamo deciso di trascorrere qualche settimana di villeggiatura nel Gargano insieme con il primo figlio che aveva soltanto sei mesi. Dopo pochi giorni il bimbo si ammalò gravemente, con una febbre che una mattina giunse a quarantuno gradi. Il medico di Peschici non sapeva più che fare: ci consigliò di recarci immediatamente all’ospedale di San Giovanni Rotondo, dove fummo accolti con una gentilezza e un affetto sconosciuti negli altri ospedali. Dopo avere visitato il bimbo il primario mi disse confidenzialmente, all’insaputa di mia moglie, che sarebbe probabilmente morto entro qualche ora. Mi consigliò di telefonare ai suoi parenti perché venissero a confortarla.
Io uscii dall’ospedale indeciso sul da farsi. Sapevo che a pochi metri viveva il cappuccino celebre per i miracoli, ma allora consideravo quella fama come una leggenda adatta agli spiriti più sprovveduti. Entrai tuttavia in chiesa limitandomi a dire: «Sia fatta la tua volontà».
Tornato in ospedale, il medico di guardia mi venne incontro dandomi la bella notizia: il bimbo era inspiegabilmente guarito, loro si erano limitati a idratarlo senza speranze concrete perché le altre cure si erano rivelate inutili. Da quel momento non ebbe più malanni. Fu soltanto l’amore e l’attenzione di quei medici a salvarlo?
Salivano ormai a San Giovanni Rotondo attori, politici, industriali e scrittori insieme con gente comune cui padre Pio si concedeva generosamente a patto che non si venisse soltanto per curiosità: in quel caso cacciava malamente il curioso. Vi furono conversioni clamorose mentre si susseguivano guarigioni inspiegabili e altri prodigi.
Un’altra importante iniziativa del cappuccino furono i Gruppi di preghiera che si riunivano una o due volte al mese per assistere alla messa e dire il rosario secondo le intenzioni di padre Pio. L’invito a costituire «gruppi di preghiera» era venuto nel 1942 da Pio XII che, preoccupato dalla guerra e dalle carneficine della Seconda guerra mondiale, aveva chiesto ai credenti di riunirsi per pregare insieme perché la preghiera corale, diceva, «fa violenza al cuore di Dio».
Grazie a tutti questi meriti padre Pio subì l’ultima persecuzione dopo la morte di Pio XII e l’elezione di Giovanni XXIII, che non l’amava, forse perché il cappuccino diffidava del concilio Vaticano II, specie della riforma liturgica che, come sappiamo, venne poi applicata malamente tanto da suscitare polemiche e persino ribellioni clamorose. Il 15 giugno 1960 il Sant’Uffizio inviava a San Giovanni Rotondo, come visitatore apostolico, monsignor Giovanni Maccari che ordinò alle donne, colpevoli a parer suo di comandare «padre Pio al punto di renderlo schiavo», di lasciare immediatamente la chiesa dopo essersi confessate e agli uomini di accedere direttamente al convento senza filtri. Poi fece costruire inferriate e cancelli per tenere lontani i fedeli quando padre Pio confessava; il quale non poteva più distribuire la comunione né parlare ai fedeli mentre le sue confessioni dovevano rientrare nei limiti di tre minuti d’orologio. Quei provvedimenti vennero confermati dal Sant’Uffizio il quale chiese che il cappuccino venisse ricondotto «alla regolare osservanza conventuale» e fosse assolutamente proibito ai sacerdoti e ai vescovi di servirgli la messa, quasi si trattasse di un appestato; e infine che padre Pio, per quanto fosse possibile, variasse quotidianamente l’orario della Messa. Trapelò sulla stampa anche la voce secondo la quale si erano riscontrate irregolarità nella gestione della Casa: notizie che, risultate poi false, infangarono temporaneamente la figura del cappuccino, ancora una volta crocifisso da molti suoi confratelli. Si giunse persino a piazzare registratori nel suo confessionale.
Si cercò anche di appropriarsi della Casa Sollievo della Sofferenza per risolvere in realtà dei gravi problemi finanziari provocati dallo scandalo del cosiddetto «banchiere di Dio», Giambattista Giuffré, un ex bancario di Imola che aveva ideato una singolare catena di Sant’Antonio finanziaria: promettendo interessi alti riceveva in prestito del denaro che poi prestava a sua volta; e con gli interessi percepiti pagava a sua volta quelli dei creditori. Il meccanismo si reggeva in realtà sulla raccolta continua di prestiti, che consentiva di pagare gli interessi ai primi creditori. In quel meccanismo s’inserirono in buona fede i Cappuccini portandogli del denaro che a loro volta si erano fatti prestare. Fra i pochi a rifiutarsi fu padre Pio che non volle coinvolgere in quella operazione la sua Casa. Così vennero costruiti o ristrutturati seminari, chiese, conventi: fino a quando il meccanismo s’inceppò coinvolgendo indirettamente l’intero Ordine dei Cappuccini che non poteva più restituire il denaro ricevuto in prestito.
A quel punto, era il 1958, si tentò di appropriarsi con la complicità di ambienti curiali delle offerte che pervenivano da tutto il mondo alla Casa Sollievo della Sofferenza. Ma padre Pio si oppose fermamente perché erano state destinate a uno scopo preciso e non potevano essere stornate per altri motivi meno nobili, se si vuole usare un eufemismo.
Si pensò allora di togliergli la Casa, e l’operazione sarebbe riuscita grazie anche allo spirito di obbedienza del cappuccino che non si era mai opposto alle decisioni dei suoi superiori, se un gruppo di fedelissimi del frate, in prima linea Emanuele Brunatto, non avessero compilato un «libro bianco» da mandare all’Onu con la gravissima accusa alla Santa Sede di avere compiuto «attentati ai diritti umani» nei confronti di padre Pio e dei suoi fedeli. Il Vaticano era preoccupatissimo anche perché gli amici di padre Pio erano in possesso di documenti compromettenti; sicché cercò di intavolare trattative segrete con Brunatto.
Moriva nel frattempo Giovanni XXIII e gli succedeva Paolo VI che era un ammiratore e devoto del cappuccino. Nel giro di poche settimane la persecuzione svaniva e gli avversari di padre Pio dovevano farsi da parte. All’inizio dell’anno seguente il cardinale Ottaviani chiamava il neoamministratore dei Cappuccini a Foggia, padre Clemente da Santa Maria in Punta, comunicandogli: «Il Santo Padre desidera che padre Pio eserciti il ministero sacerdotale in piena libertà». Infine nel febbraio del 1965 Paolo VI lo dispensò dal voto di obbedienza, in modo da sottrarlo per il futuro a possibili inique imposizioni.
Ma il frate era ormai agli sgoccioli: barcollava e cadeva spesso a terra mentre la bronchite, che pochi anni prima gli aveva procurato un collasso, era degenerata in pleurite. Gli ultimi anni di vita furono una progressiva agonia che si concluse alle due e mezza di lunedì 23 settembre del 1968, sua festa liturgica. Si constatò, subito dopo la morte, che le stimmate erano totalmente scomparse. La salma restò esposta per quattro giorni mentre una fiumana di gente saliva a San Giovanni Rotondo per onorarlo e partecipare al funerale.
Il 2 maggio 1999 Giovanni Paolo II lo ha finalmente beatificato durante una grandiosa e commovente cerimonia in piazza San Pietro dopo che è stato accertato un miracolo, grazie al quale Consiglia De Martino guarì da una malattia mortale fra il 2 e il 3 novembre 1995.
Ma il Papa stesso, quando era ancora il vescovo di Cracovia col nome di Karol Woytila era stato testimone di un’altra guarigione forse inspiegabile scientificamente. Era il 17 novembre 1962: il futuro Papa scrisse in latino a padre Pio implorando la sua intercessione perché fosse guarita dal cancro una sua collaboratrice, la psichiatra Wanda Poltawky: «Venerabile padre, ti chiedo di pregare per una madre di quattro ragazze che ha quarant’anni e vive a Cracovia, in Polonia. Durante l’ultima guerra fu per cinque anni nei campi di concentramento in Germania e adesso si trova in gravissimo pericolo di salute, anzi di vita, a causa di un cancro. Prega affinché Dio, con l’intervento della Beatissima Vergine, mostri misericordia a lei e alla sua famiglia». All’amministratore della Casa, Angelo Battisti, che gli aveva portato la lettera, padre Pio rispose: «A questo non si può dire di no».
Undici giorni dopo, il 28 novembre, giunse al cappuccino un’altra lettera del vescovo di Cracovia che gli annunciava l’improvvisa guarigione della donna. «Angelì,» disse padre Pio rivolgendosi all’amministratore «conserva queste lettere perché un giorno diventeranno importanti».
San Pio da Pietrelcina (Francesco Forgione) nacque il 25/05/1887
San Pio da Pietrelcina (Francesco Forgione) nacque a Pietrelcina, Benevento
San Pio da Pietrelcina (Francesco Forgione) morì il 23/09/1968
San Pio da Pietrelcina (Francesco Forgione) si festeggia il 23 settembre