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San Pio V, al secolo Antonio Ghislieri, fu un Papa significativo per la sua azione nella Controriforma cattolica. Eletto pontefice nel 1566, si distinse per il suo zelo riformatore e per la sua fermezza nel perseguire gli obiettivi del Concilio di Trento. Una delle sue iniziative più importanti fu l'introduzione del Catechismo del Concilio di Trento, che divenne lo strumento base per l'insegnamento della dottrina cattolica in tutto il mondo. Inoltre, emise la bolla 'Quo primum' con la quale standardizzò la Messa e il Breviario per la Chiesa Latina, una decisione che rimase in vigore fino alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II. San Pio V fu anche un grande difensore della cristianità contro l'avanzata ottomana, sostenendo la Lega Santa che risultò vittoriosa nella battaglia di Lepanto del 1571, un evento che lo portò a istituire la festa della Madonna della Vittoria, poi rinominata Madonna del Rosario.
Antonio Ghislieri nacque da genitori poveri a Bosco, presso Alessandria, il 17 gennaio 1504. Trascorse l’infanzia lavorando come pastore fino a quando, a quattordici anni, entrò nei domenicani, assumendo il nome religioso di Michele. Fu ordinato sacerdote nel 1528 e trascorse i sedici anni seguenti insegnando filosofia e teologia all’università di Pavia. Il suo sapere e il suo zelo fecero sì che fosse nominato inquisitore per le zone di Bergamo e Como; compì il suo dovere tanto coscienziosamente da essere nominato commissario generale dell’inquisizione romana nel 1551 da papa Giulio III su consiglio del cardinale Carafa. Quando Carafa divenne papa (Paolo IV) nominò Michele vescovo di Nepi e Sutri nel 1556, cardinale l’anno seguente e inquisitore generale nel 1558.
Fu coinvolto in alcuni tristi casi di inquisizione aperti dal papa troppo zelante, di cui il più grave fu l’accusa di eresia rivolta all’innocentissimo cardinale Morone. Il nuovo inquisitore generale non era comunque sufficientemente severo per il papa, finendo in alcune occasioni lui stesso tra i sospettati: fu accusato di essere seguace del luteranesimo, denunciato per questo davanti a tutti i cardinali come indegno a indossare la sacra porpora e minacciato di imprigionamento a Castel Sant’Angelo!
Il papa successivo lo nominò vescovo di Mondovì, ma Michele perse il suo favore quando si oppose ad alcune politiche papali, specialmente al nepotismo indulgente del pontefice; fu organizzato un comitato di cardinali a direzione dell’inquisizione romana, perciò Michele potè trascorrere più tempo nella propria diocesi, compiendo visite pastorali generali in modo da vedere quali riforme fossero necessarie. Divenne noto come rigido riformatore della Chiesa, per la quale fu un esempio vivente: il suo stile di vita ascetico e la povertà praticata tanto assiduamente lo misero in evidenza tra i colleghi del collegio dei cardinali.
Non fu quindi inatteso il sostegno dato dal partito riformatore, guidato da S. Carlo Borromeo (4 nov.) alla sua elezione al conclave successivo, tenutosi nel 1566, in seguito a cui divenne papa, col nome di Pio V. Da papa il suo grande interesse fu la salvezza delle anime. Tutte le sue energie erano spese per questa missione e il valore di ogni azione e di ogni istituzione era valutato in base alle necessità della salvezza.
Il suo programma riformatore corrispondeva a quello che si ritrova nei decreti del Concilio di Trento, terminato nel 1563. A differenza di molti precedenti riformatori papali, egli cominciò da Roma stessa. Il denaro che veniva generalmente gettato al popolo dopo l'incoronazione papale fu invece dato ai poveri e agli ospedali, mentre il tradizionale banchetto destinato ai cardinali e ai nobili fu sostituito con donazioni a case religiose bisognose. Ridusse il numero delle persone della Curia e del personale domestico, impose ai membri di essa un rigido codice morale e tentò di riformare la vita pubblica della città emanando decreti contro la bestemmia, la prostituzione, il brigantaggio e persino il combattimento dei tori.
A quanto risulta, i contemporanei si lamentarono del fatto che intendeva trasformare l’intera Roma in un monastero. Pochi giorni dopo la sua incoronazione nominò una commissione che investigasse sullo stato del clero romano e partecipò di persona a una visita pastorale alla città, che aveva lo scopo di valutare l'insegnamento del catechismo, la cura degli ammalati, altre opere caritative e le vite private del clero. Esortò i cardinali a modificare il loro stile di vita e fece tornare nelle rispettive diocesi quelli la cui presenza a Roma non era necessaria. Rifiutò di farsi influenzare da considerazioni di tipo politico o familiare nella scelta dei nuovi cardinali, scegliendo le persone in base al merito. A ciò fece un’eccezione: nominò cardinale il suo pronipote per contrapporsi alle azioni di una fazione del collegio sacro, ma non gli concesse favori speciali e si assicurò che fosse sempre sotto il suo stretto controllo.
Sovrintese alla completa riorganizzazione di sei dipartimenti della Curia finalizzato a un maggiore rendimento e all’eliminazione diogni possibilità di corruzione. Infine intraprese la riforma degli ordini religiosi in linea con i decreti del Concilio: insistette sulla clausura stretta e la recita corale dell’ufficio divino. Impose un’età minima per l’ammissione e la professione e proibì ai religiosi il passaggio da un ordine a un altro con il pretesto di cercare una maggiore perfezione. Soppresse totalmente gli Umiliati maschili quando questi rifiutarono la riforma; spesso nell’applicare le nuove norme constatò che gli stessi religiosi erano desiderosi di accettare il cambiamento che, addirittura, alcuni avevano già iniziato a realizzare.
In quanto pontefice, Pio governava su una parte consistente d’Italia dove pure tentò di introdurre delle riforme. Due volte al mese ascoltava le lamentele contro la corte e i funzionari, mentre una volta al mese riceveva i poveri per ascoltare i loro racconti sugli abusi patiti. Tentò di fermare il brigantaggio che era comune nello Stato Pontificio, talvolta riuscendovi, ma più spesso fallendo per l’impiego di mezzi inadeguati. Smise di imporre alcune tasse e tentò di far fronte ai problemi causati dagli usurai. Dimostrò, però, di essere meno interessato a questo genere di riforme rispetto a quelle spirituali, anche se la carità gli imponeva di ridurre il più possibile le sofferenze del popolo.
Per riuscire ad attuare i decreti del Concilio in Europa con successo e riconquistare le zone che avevano adottato il protestantesimo, Pio necessitava del sostegno dei governanti cattolici. Questi avevano naturalmente il proprio da fare ed erano ben lontani i giorni nei quali si sarebbero uniti sotto il papato per una specie di crociata, se mai questi giorni erano esistiti al di fuori dell’immaginario papale. La Francia era travagliata da un lungo periodo di guerre religiose e non si sarebbe mai, in ogni caso, alleata a Filippo II di Spagna, suo principale rivale, per qualsivoglia causa. Filippo considerava sé stesso, e non il papa, il vero campione del cattolicesimo in Europa e non solo in Europa; quando Pio era d’accordo con lui, tutto andava bene, altrimenti il papa era ignorato o addirittura contrastato. Pio non potè o non volle comprendere le complesse questioni politiche che permeavano molte di queste questioni. In molti casi i suoi interventi mal programmati non furono causa di danni permanenti, ma non sempre fu così. Sviato da alcuni cattolici inglesi che si trovavano all’estero e volendo aiutare la ribellione del Nord del 1569 nel tentativo di fare della già instabile regina di Scozia, Maria, la regina d’Inghilterra, emise una bolla che scomunicava la regina Elisabetta, deponendola e rendendo i sudditi cattolici liberi da ogni giuramento di obbedienza. La ribellione era fallita prima ancora che la bolla fosse emessa, nel 1570, e il risultato che Pio ottenne fu di mettere in imbarazzo i cattolici inglesi coscienziosi e di fornire ai componenti anticattolici del governo un ottimo motivo per definire i primi come traditori e aumentare la severità della persecuzione contro di loro. L’energia che Pio impiegava nel distruggere l’eresia aveva annebbiato il suo giudizio. Fu questa l’ultima volta in cui un papa provò ad applicare il diritto papale, che da tempo era ormai solo una pretesa, di deporre un sovrano.
In un certo qual modo, l’atteggiamento di Pio era medievale anche riguardo a un’altra questione: la minaccia dell’islam all’Europa cristiana. Nel corso del XVI secolo i turchi ottomani avevano esteso il proprio controllo sul Mediterraneo, assediando Malta nel 1564 e conquistando Tunisi nel 1570. Nello stesso anno presero anche parte di Cipro e le loro incursioni lungo le coste dell’Italia aumentarono di numero e pericolosità. Pio considerò proprio dovere il riunire i principi cattolici europei in una crociata contro l’islam. Scrisse loro (e al governante di Moscovia) ma ricevette poco sostegno. Soltanto dopo il rinnovato successo dei turchi nel 1571 la Spagna e Venezia si persuasero a unirsi a lui in una "lega santa”. Il 7 ottobre le forze cristiane guidate da don Giovanni d’Austria conseguirono una grande vittoria navale a Lepanto. Pio attribuì la vittoria all’intercessione della Madonna, ottenuta con la recita del rosario, e la considerò come l’inizio di una crociata destinata al successo.
Nel marzo 1572 emise una bolla giubilare che offriva l’indulgenza a tutti coloro che si fossero uniti all’esercito crociato o avessero contribuito a equipaggiarlo; stimò che una guerra di dieci anni sarebbe stata sufficiente per sconfiggere i turchi completamente e riconquistare Gerusalemme. Ma una volta passato il pericolo immediato gli alleati si separarono e la lega fu sciolta; dopo la battaglia di Lepanto non si continuò l’azione in tal senso e si perse così un’occasione irripetibile. La vittoria rese Pio molto famoso in tutta l’Europa cattolica e fu celebrato in poesie e omelie come il nuovo Giosuè che aveva salvato il popolo eletto (cfr. Esodo 17, 8-13). Numerosissime cappelle e chiese furono dedicate alla Signora della Vittoria e nel 1573 il successore di Pio, Gregorio XIII, fissò alla prima domenica di ottobre la festa della Madonna del Rosario.
Mentre la vittoria di Lepanto fu l’evento più famoso del pontificato di Pio e lo rese a quei tempi una figura leggendaria, oggigiorno Pio è ricordato per la sua opera di attuazione dei decreti del Concilio di Trento. Esortò l’osservanza di quei decreti ai vescovi delle altre nazioni, dando particolare enfasi al loro obbligo di risiedere nella propria diocesi e di fare visite pastorali e utilizzò i legati papali per assicurarsi della loro adesione. Per aiutare l’insegnamento ai fedeli pubblicò il Catechismo Romano e ne promosse la traduzione in altre lingue. Si dedicò quindi alla riforma della liturgia, pubblicando un Breviario Romano modificato nel 1568 e un Messale Romano rivisto nel 1570 e imponendo entrambi a ogni diocesi e a tutto il clero, eccezion fatta per quei religiosi che seguivano una liturgia propria antica almeno di duecento anni. Fu questa l’origine della cosiddetta liturgia tridentina, rimasta valida fino alla riforma del XX secolo: serviva per dare unità alla Chiesa e correggere molti abusi liturgici, proibendo allo stesso tempo ogni modifica liturgica non sanzionata a livello centrale dalla Santa Sede. Dato il precedente lavoro nell’inquisizione, non stupisce che questa fosse vista da Pio come uno strumento indispensabile per proteggere i fedeli dall’eresia, per cui ne aumentò l’importanza e fondò la Congregazione dell’indice, un nuovo organismo dotato di vasti poteri di controllo sulla pubblicazione dei libri. Considerò gli ebrei nemici della fede e, pur permettendo ad alcuni di vivere nei ghetti di Roma e Ancona, espulse la gran parte di essi dallo Stato Pontificio. Infine, organizzò una commissione di cardinali che curasse le opere missionarie nelle Americhe, in Africa e in Asia, i cui successi si riscontrarono soprattutto dopo la sua morte. Nessuna settore di rilevanza della vita della Chiesa sfuggì alla sua attenzione e fu in grado di combinare le necessità urgenti con quelle di lungo periodo. A partire dal Concilio Vaticano II è stato ampiamente considerato come la personificazione della ristrettezza tridentina e del legalismo troppo zelante. Può apparire errato suggerire che agì in modo analogo a papa Giovanni XXIII (1958-1963), eppure entrambi videro la necessità di una ristrutturazione totale della Chiesa che si adattasse meglio a una situazione cambiata radicalmente: risposero entrambi alla richiesta della Chiesa di quel tempo di creare piuttosto che conservare. Non fu colpa di Pio se il suo modello di Chiesa fu considerato l’unico permesso per quattrocento anni. Egli stesso incarnava l’ideale del clero riformato tridentino, era infatti ascetico, istruito e motivato spiritualmente in tutte le sue azioni: «Dal primo all’ultimo giorno del suo pontificato, Pio V aveva dedicato ogni sforzo alla protezione della Chiesa dai nemici della fede cattolica, alla eliminazione di ogni abuso, alla diffusione nelle terre d’oltremare e alla difesa del cattolicesimo europeo dagli attacchi dell’islam» (Pastor). Eppure sarebbe un grave errore ignorare il lato negativo del suo cattolicesimo fanatico, così da considerarlo una figura ideale, simbolo di una Chiesa unita, e un eroe della tradizione conservatrice.
Pio morì l’1 maggio 1572 pronunciando le parole: «Signore, aumenta le mie sofferenze ma anche la mia pazienza». Le sue spoglie furono trasferite nel 1588 in un grandioso altare in S. Maria Maggiore, nonostante egli desiderasse essere sepolto nella chiesa dei domenicani del suo paese natale, per la quale aveva disegnato una tomba piuttosto grande. Fu beatificato nel 1672 e canonizzato nel 1712. La sua festa si celebrava un tempo il 5 maggio.
San Pio V (Antonio Ghislieri) nacque il 17/01/1504
San Pio V (Antonio Ghislieri) nacque a Bosco Marengo
San Pio V (Antonio Ghislieri) morì il 01/05/1572
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San Pio V (Antonio Ghislieri) si festeggia il 30 aprile