San Giovanni Gualberto, nato a Firenze intorno al 995, è stato un monaco e santo italiano, fondatore dell'ordine monastico dei Vallombrosani. La sua vita è un esempio di conversione e di riforma della vita monastica. Inizialmente cavaliere, Giovanni Gualberto decise di seguire la via monastica dopo un incontro con l'assassino di suo fratello. Invece di vendicarsi, lo perdonò, un gesto che avvenne proprio nel giorno del Venerdì Santo. Questo episodio fu cruciale per il suo percorso di fede. Si ritirò nell'abbazia di San Miniato, ma insoddisfatto della disciplina monastica lì osservata, si trasferì nella Valle dell'Inferno (oggi Vallombrosa), dove fondò l'abbazia di Vallombrosa e diede inizio all'ordine che porta il nome della valle. L'ordine si caratterizzava per l'aderenza rigorosa alla Regola di San Benedetto e per un impegno nella lotta contro la simonia e il nicolaismo. Giovanni Gualberto morì il 12 luglio 1073 e fu canonizzato nel 1193 da Papa Celestino III. La sua memoria liturgica si celebra il 12 luglio, anniversario della sua morte.
Storia e leggende del fondatore dell’abbazia di Vallombrosa, patrono delle Guardie Forestali italiane, che fu uno dei protagonisti nell’XI secolo della riforma della Chiesa e della lotta contro simonia e nicolaismo, con due digressioni su san Miniato e sant’Arialdo
Alle pendici del Pratomagno, sul versante del Valdarno, è immersa nel verde di una foresta l’abbazia di Vallombrosa, che nei documenti dell’XI secolo è indicata con vari nomi: Cerreto per la boscaglia di cerri; Vallimbrosa, cioè «valle piovosa» per le frequenti piogge; e infine Vallombrosa, che poi ha prevalso, per l’ombra e la frescura che si continua a godere.
In quel luogo conducevano vita eremitica due monaci provenienti dal monastero di Settimo. Nel 1037 vi giunse un benedettino del monastero di San Miniato al Monte: Giovanni Gualberto che, secondo la Vita scritta da Attone, abate di Vallombrosa e poi vescovo di Pistoia, dove morì nel 1153, era figlio di Gualberto, un nobile cavaliere di Firenze.
Non sembrava certo destinato alla vita religiosa; ma un giorno, durante uno scontro, un uomo uccise un parente. Gualberto e i suoi figli speravano prima o poi di incontrarlo per vendicarsi. L’occasione capitò proprio a Giovanni che, diretto a Firenze in compagnia dei suoi armigeri, vide pararsi di fronte a sé, in un punto angusto del sentiero, l’assassino del suo parente. L’uccisore, terrorizzato, si gettò da cavallo e in ginocchio, le braccia aperte in forma di croce, chiedeva pietà sebbene avesse poche speranze di ottenerla. Ma il giovane, vedendolo a terra terrorizzato e inerme, non ebbe il coraggio di ucciderlo: lo invitò a levarsi senza timore perdonandolo.
Giovanni riprese a scendere verso Firenze e dopo un brevissimo tratto di strada arrivò in una chiesa che soltanto nel XVI secolo gli agiografi immaginarono fosse quella di San Miniato. Entrato a pregare, vide il Crocifisso che chinava il capo verso di lui, quasi a ringraziarlo per aver usato misericordia al suo nemico. Questa scena ha ispirato l’iconografia del santo, che appare in genere con la cocolla monastica, si appoggia al caratteristico bastone a forma di Tau, il pastorale abbaziale antico diventato l’insegna vallombrosiana, e tiene in mano il crocifisso in ricordo del miracolo.
Nel 1448 Michelozzo costruì in San Miniato l’elegantissimo ciborio dov’era conservato il crocifisso che la pietà popolare credette di individuare in quello del miracolo e che i monaci ottennero di poter trasferire nel 1671 nella loro chiesa principale di Firenze, Santa Trinita.
Dopo quel prodigio Giovanni riprese il cammino. Ma giunto vicino alla città, ordinò allo scudiero di precederlo al luogo di ristoro dov’erano soliti sostare per preparare tutto l’occorrente per lui e i cavalli. Appena il compagno si fu allontanato, il giovane tornò sui suoi passi e, giunto a San Miniato, chiese all’abate di accettarlo nel monastero raccontandogli quel che gli era successo.
Mentre l’abate lo interrogava indugiando a rispondergli perché voleva essere certo della sua vocazione, il padre preoccupato dal racconto del servo e dal suo inspiegabile ritardo cominciò a cercarlo per tutta Firenze finché lo scoprì a San Miniato. Ma nonostante le preghiere al figlio e le minacce all’abate perché glielo consegnasse, non riuscì ad ottenere nulla. A un certo punto Giovanni, temendo di essere condotto via con la forza, corse in chiesa con una cocolla presa tra quelle dei monaci, si tagliò da solo i capelli, s’infilò la veste e, tornato nel chiostro, si mise a leggere. Così lo trovò il padre che non poté fare altro che benedirlo.
Questi episodi sono narrati soltanto dal vescovo Attone mentre gli altri due biografi precedenti, Andrea di Strumi e un anonimo monaco, che lo avevano conosciuto, non ne fanno cenno. Certo, l’unico codice dello Strumi è privo dei primi fogli, sicché non sappiamo che cosa raccontasse, ma il fatto che essi siano stati sostituiti con il brano di Attone da una mano scopertamente arcaicizzante dei secoli XVI-XVII ispira il dubbio che si sia voluta avvalorare la versione del vescovo. Sicché si potrebbe concludere che, di là dalle amplificazioni leggendarie, Giovanni Gualberto scelse di farsi monaco a San Miniato, dove era venerato l’omonimo martire che secondo una fantasiosa Passio dell’XI secolo sarebbe stato un giovane re armeno di passaggio da Firenze durante la persecuzione di Decio, nel 250. Avendo rifiutato il sacrificio agli dei, venne sottoposto a numerosi tormenti: uscì illeso da un forno arroventato, si liberò prodigiosamente dai ceppi che lo stiravano sull’eculeo; con un segno di croce fece stramazzare un leone nell’anfiteatro. Finalmente fu decapitato. Ma non morì subito: presa la testa nelle mani, si mise a correre verso quel che veniva ancora chiamato Mons Florentinus, e lassù, tra olivi e lauri si adagiò dolcemente per l’ultima volta. Era il 25 ottobre, data della sua festa liturgica. In quel luogo, narra la leggenda, venne costruita poi la basilica di San Miniato al Monte.
Successivamente il Baronio, nel Martirologio Romano, lo trasformò in un soldato romano. Nel nostro secolo il Lanzoni ha avanzato l’ipotesi non infondata che sul monte di San Miniato esistesse già nel VI secolo un oratorio dove furono deposte reliquie del celebre santo egiziano Menna, che era un militare. Più tardi il Menna venne ritenuto un santo locale mentre il suo nome si modificava in Miniato.
Nell’iconografia, a partire dal mosaico del XIII secolo nella basilica ricostruita due secoli prima, lo si raffigura come un esile giovinetto, talvolta in ricche vesti, per sottolineare la sua condizione aristocratica, e con gli attributi del martirio, la spada che lo uccise e la palma.
Dopo parecchi anni a San Miniato — forse addirittura dieci — Giovanni Gualberto decise di allontanarsi dal monastero. Secondo il suo primo biografo, Andrea di Strumi, avrebbe scoperto che l’abate Oberto aveva ottenuto quell’ufficio pagando il vescovo di Firenze: era dunque un simoniaco. Inorridito, uscì di nascosto con un confratello recandosi da un eremita di nome Teuzzo, che viveva in una celletta vicino alle mura di Firenze. L’eremita lo consigliò di dichiarare simoniaci l’abate e il vescovo nella piazza principale della città.
Per quella denuncia Giovanni rischiò di essere linciato, tant’è vero che alcuni suoi parenti riuscirono a stento a sottrarlo al tumulto e a farlo fuggire di nascosto.
Tornati dal vecchio eremita, Giovanni e il compagno riferirono l’accaduto; e lui, congratulandosi con loro, suggerì di recarsi in un monastero adatto per servire il Cristo. I due cominciarono un lungo pellegrinaggio tra quelli della Romagna che tuttavia non rispondevano alle loro esigenze; finché giunsero a Camaldoli dove il priore avrebbe voluto consacrarlo sacerdote e ammetterlo nel cenobio. Ma Giovanni non volle accettare perché, secondo il suo biografo, «suo fervente ideale era la vita cenobitica come è descritta nella Regola di san Benedetto».
Ma quest’ultima annotazione anticipa una decisione che invece maturò col tempo. Probabilmente, seguendo l’insegnamento di san Romualdo, Giovanni decise di far vita eremitica a Vallombrosa dopo l’esperienza cenobitica a Camaldoli. A Vallombrosa trovò due eremiti, Paolo e Guntelmo, del monastero di Settimo, con i quali decise di unirsi per far vita in comune: ai tre s’aggiunsero altri monaci di San Miniato che avevano auspicato una riforma in senso rigoristico della comunità ma si erano scontrati con l’abate Oberto che nulla voleva cambiare. Sicché nacque a poco a poco da quella comunità di eremiti il progetto di un ritorno integrale alla Regola benedettina, riscoprendone anche la matrice orientale dei Padri del Deserto e di san Basilio e accentuandone l’ideale di povertà; non solo la povertà del monaco ma anche quella della vita nel monastero: «Imponendo ai suoi monaci di vivere poveramente,» scrive Giovanni Spinelli in Giovanni Gualberto e la riforma della Chiesa in Toscana, nel volume collettivo Alle origini di Vallombrosa (Novara 1984) «impedendo loro di accettare denaro da chi veniva per farsi monaco, soccorrendo con generosità i poveri che continuamente accorrevano al monastero, il Gualberto contestava esplicitamente la Chiesa del suo tempo in cui la sete di ricchezza aveva accecato un poco tutti, il denaro era diventato mezzo indispensabile per accedere agli ordini sacri e la stessa amministrazione dei sacramenti costituiva occasione di arricchimento per il clero». Una novità rispetto alla tradizione benedettina fu la creazione di una nuova categoria di religiosi accanto a quella dei monaci: i conversi non obbligati alla clausura, che avevano la funzione di far da tramite fra il monastero e il mondo. Erano in genere schiavi fuggitivi, ex servi della gleba che volevano dedicarsi alla vita religiosa.
Vallombrosa ispirò nuove fondazioni monastiche e attirò nella sua orbita due monasteri che già esistevano prima della riforma di Giovanni Gualberto: Passignano e Marradi. A poco a poco si formava la futura Congregazione vallombrosiana grazie al carisma di Giovanni Gualberto al quale obbediva questa confederazione di fatto di vari monasteri di cui egli nominava i superiori e trasferiva da una comunità all’altra i monaci.
Ma la riforma della vita monastica non fu l’unico merito di Giovanni Gualberto, che divenne uno dei principali fautori di quella ecclesiale che combatteva la simonia e il nicolaismo, cioè il matrimonio dei sacerdoti o il loro concubinaggio: sintomi di una crisi morale della Chiesa, dovuta al fatto che nell’età feudale gli uffici ecclesiastici più rilevanti erano diventati fonte di lauti guadagni. A loro volta le grandi famiglie, per impedire la frammentazione del feudo, spingevano i loro cadetti agli ordini sacri in modo che potessero godere di un beneficio. Sicché molti individui privi di vocazione erano immessi nei ranghi dell’alto clero mentre i benefici ecclesiastici diventavano di fatto proprietà ereditaria di alcune potenti famiglie, che erano disposte a ricorrere alla violenza o al denaro per non perderli. In quella situazione anche alcuni obblighi inerenti allo stato ecclesiastico, come il celibato sancito da Giustiniano, finivano per non essere più osservati.
La reazione cominciò a farsi sentire fin dall’inizio dell’XI secolo per poi diventare la preoccupazione principale dei papi stessi a partire da Leone IX (1049-1054) che giunse al punto di dichiarare deposti dai rispettivi ordini tutti coloro che erano stati ordinati da vescovi simoniaci: decisione che suscitò le critiche di san Pier Damiani secondo il quale la validità di un sacramento non poteva dipendere dallo stato di grazia di chi lo amministrava, perché altrimenti si disconosceva il mistero della Chiesa per cui soltanto il Cristo è autore e datore della grazia santificante.
La discussione teologica continuò con la risposta di Umberto di Silva Candida che giunse a teorizzare il formale rifiuto dei sacramenti amministrati dai simoniaci perché costoro erano eretici quali seguaci di quel Simon Mago che aveva preteso di comprare dall’apostolo Pietro il dono dello Spirito Santo, negando implicitamente la divinità della Terza Persona della Trinità.
A queste idee si ispirava il movimento della Pataria milanese, capitanata dal diacono sant’Arialdo che esortava il popolo a non accettare sacramenti dai simoniaci. Per non privare i fedeli milanesi di sacerdoti sant’Arialdo aveva inviato un’ambasceria a Vallombrosa, di cui gli era nota l’intransigenza su questi temi, chiedendo l’invio di sacerdoti.
Arialdo morì tragicamente: catturato dall’arcivescovo Guido, che si era ribellato alla scomunica di papa Alessandro II, venne assassinato il 27 giugno 1066 nel castello di Angera da due preti che fecero scempio del suo cadavere, ora sepolto nel Duomo milanese.
Molti patarini lombardi si rifugiarono a Vallombrosa. Fra questi vi era il futuro autore della prima Vita di Giovanni Gualberto, Andrea di Strumi, che risente dell’ispirazione patarina perché accentua, amplifica ed esagera molti episodi della vita del santo in chiave antisimoniaca.
La contestazione contro i vescovi simoniaci si spostò così a Firenze dove nel 1068 il clero, appoggiato dai monaci di Vallombrosa, accusò di simonia il proprio vescovo Pietro Mezzabarba provocandone la deposizione da parte del papa con la prova decisiva del «giudizio di Dio». E il celebre episodio, spesso rappresentato nell’iconografia vallombrosiana, che ebbe come protagonista il monaco Pietro, soprannominato poi Igneo per essersi sottoposto alla prova del fuoco da cui uscì indenne, dimostrando così la colpevolezza dell’arcivescovo fiorentino. L’ordalia, che avvenne davanti al monastero di San Salvatore a Settimo, la mattina di mercoledì 13 febbraio 1068, fu descritta in una lettera che la Chiesa fiorentina mandò al papa e che Andrea di Strumi riporta nella sua Vita.
Se i monaci vallombrosiani vinsero il braccio di ferro con il vescovo simoniaco, si attirarono tuttavia critiche da san Pier Damiani che dall’eremo di Ganugno, sull’Appennino faentino, indirizzò una lettera al clero e al popolo di Firenze rimproverando coloro che non soltanto trasferivano la questione sacramentale dal piano giuridico a quello dogmatico, ma spingevano i moribondi a rifiutare i sacramenti dai preti simoniaci. Effettivamente i monaci vallombrosiani si erano resi responsabili di uno «sciopero liturgico». Oggi un simile atteggiamento sarebbe bollato come eretico, ma in quel periodo persino i papi avevano preso provvedimenti che confondevano la colpa morale con l’eresia. Sarà Gregorio VII a riprendere in mano la situazione proseguendo la lotta contro simonia e nicolaismo, ma spingendo i monaci vallombrosiani a rientrare nei ranghi. Giovanni Gualberto non morì nel «suo» monastero, ma nel cenobio di Passignano, dov’era caduto malato, il 12 luglio 1073, sua festa liturgica. Fu sepolto in quel monastero dove sono rimaste le sue reliquie tranne quella del braccio che è conservata nella cappella di San Giovanni Gualberto della chiesa vallombrosiana. Al centro della cappella vi è anche la lampada votiva del Corpo Forestale che porta l’iscrizione: «I Forestali d’Italia al patrono san Giovanni Gualberto». È alimentata dall’olio che ogni anno il Corpo Forestale di una regione d’Italia offre il 12 luglio, festa del santo, ed è stata collocata nel 1959 in seguito alla proclamazione, nel 1951, di san Giovanni Gualberto patrono del Corpo. Questo patronato, voluto proprio dai forestali, nasce dall’amore e dall’applicazione con cui i Vallombrosiani hanno sempre curato le foreste che li circondano, tant’è vero che l’abbazia annovera molti studiosi celebri che han dato splendore e sviluppo alle scienze botaniche e forestali, da Falugi a Biagi, da Tozzi a Maratti a Vitman.
A consacrare simbolicamente questo patronato vi è tra il monastero e l’eremo del Paradisino una pianta secolare, il Faggio Santo, alla cui ombra, narra la leggenda, san Giovanni Gualberto si riparò appena giunto a Vallombrosa. Da allora il faggio, che è giunto al suo terzo pollone, mette in primavera le foglie prima di tutte le altre piante dei dintorni e le perde per ultimo.
San Giovanni Gualberto nacque il Fine X secolo
San Giovanni Gualberto nacque a Firenze
San Giovanni Gualberto morì il 12/07/1073
San Giovanni Gualberto si festeggia il 12 luglio