Nome
Sant'Omobono Tucenghi
Titolo
Laico
Nascita
XII secolo - Cremona
Morte
13/11/1197 - Cremona
Ricorrenza
Radio Rai
Patrono di
Protettore
In breve

Sant'Omobono Tucenghi, patrono degli sarti e degli imprenditori, è venerato particolarmente nella città di Cremona, sua città natale. Nonostante fosse un mercante ricco e rispettato, la sua fama di santità derivò soprattutto dalla sua grande generosità e carità verso i poveri. La sua agiografia racconta come si impegnasse personalmente nell'assistenza ai meno fortunati, distribuendo cibo e vestiti. Omobono morì improvvisamente mentre partecipava alla Messa, il 13 novembre 1197, e fu canonizzato solo due anni dopo, nel 1199, da Papa Innocenzo III. Questo rapido processo di canonizzazione è considerato uno dei più veloci nella storia della Chiesa. La sua figura è ancora oggi un esempio di come la fede possa tradursi in azioni concrete a beneficio della comunità, e la sua vita dimostra l'importanza di coniugare la spiritualità con l'etica del lavoro e della responsabilità sociale.

Il patrono di Cremona, il primo laico non nobile canonizzato nel medioevo, è considerato il patrono dei sarti perché esercitò quel mestiere, ma è diventato anche proverbiale per la sua generosità nei confronti dei poveri e dei bimbi abbandonati 

Il patrono di Cremona, sant’Omobono, che è sepolto nella cattedrale, è stato il primo laico non nobile canonizzato nel medioevo. Fu Innocenzo III a proclamarlo santo nel 1199, due anni dopo la morte. Prima di allora si erano canonizzati vescovi o monaci con qualche re o eremita. Come ha osservato André Vauchez ne I laici nel medioevo, la mentalità monastica aveva permeato talmente la Chiesa che vivere nel mondo sembrava incompatibile con la perfezione cristiana: «Ai battezzati che non fossero né monaci né chierici non era dato di evitare la triplice macchia pressoché inevitabilmente gravante sulla condizione laicale, contaminata dal ricorso alla violenza, dai rapporti sessuali e soprattutto dal maneggio del denaro, elemento sovvertitore dei rapporti umani». Per questo motivo i laici cercavano di compensare la loro inferiorità con donazioni generose alla Chiesa e spesso si legavano poco prima della morte a un ordine religioso per poter beneficiare dei suffragi.

Poi a poco a poco queste discriminazioni cominciarono ad attenuarsi, dapprima nei confronti dei cavalieri con la creazione degli ordini cavallereschi e con la santificazione delle crociate, poi dei laici, i cosiddetti santi della carità e del lavoro. La Chiesa non poteva più ignorare quella nuova società di artigiani-mercanti che aveva permesso la grande fioritura della civiltà comunale. Doveva offrire nuovi modelli di santità, uomini che avessero testimoniato la loro fede facendo elemosine, aprendo «spedali» per poveri, pellegrini e malati, combattendo la prostituzione e compiendo pellegrinaggi nei grandi centri della cristianità di allora, dalle tombe degli Apostoli a Roma fino a Santiago de Compostela. Omobono, il cui nome rispecchiava il suo animo, fu il primo.

«A quell’epoca» (verso la fine del XII secolo) scrisse nella Chronica universalis il vescovo di Cremona, Sicardo, che ne perorò la canonizzazione, «visse a Cremona un uomo semplice, fedelissimo e devotissimo, di nome Omobono. Dopo la sua morte e per sua intercessione Dio si manifestò su questa terra con numerosi miracoli. Per tale ragione, recatomi a Roma in pellegrinaggio, mi presentai dal Sommo Pontefice e ottenni da lui la canonizzazione che gli domandavo.»

Su sant’Omobono abbiamo soltanto una fonte storicamente fondata, la bolla di canonizzazione, Quia pietas, mentre le tre Leggende, compilate tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIV, ricamano spesso episodi favolosi secondo i topoi agiografici dell’epoca. Se, come affermano, il santo morì a ottant’anni, la sua nascita risalirebbe al 1117. Suo padre, che era sarto e mercante di abiti, possedeva una casa in Cremona e terre e vigneti nella campagna: apparteneva a quella che noi chiamiamo media borghesia e allora si diceva «popolo». Omobono Tucenghi ne continuò il mestiere, sicché venne poi considerato il patrono dei sarti non soltanto a Cremona ma in tutta la cristianità. Alcuni agiografi sostengono che si dedicò anche all’attività commerciale fuori della regione e all’attività di cambio che spesso in quel periodo era abbinata a quella del mercante. Era sposato ed aveva dei figli che insieme con la moglie lo ostacolarono quando intorno ai cinquant’anni decise di dedicarsi interamente alle opere di carità abbandonando le sue imprese.

Secondo la leggenda fu un misterioso segno della Provvidenza a trasformarlo: un giorno, dopo aver ricevuto una rilevante somma di denaro, vide le proprie mani annerirsi. Dopo aver tentato invano di lavarle, si recò preoccupato da un sant’uomo perché gli svelasse il mistero; e questi gli ricordò le parole del Cristo: «Va’, vendi ciò che possiedi e dona il ricavato ai poveri». Quasi contemporaneamente il mercante lionese Valdo, fondatore dei valdesi, cambiava vita dopo aver inteso quel brano evangelico che ebbe anche una grande importanza per san Francesco d’Assisi. Coincidenze casuali o topoi agiografici dell’epoca? Difficile rispondere a tanta distanza di tempo.

Quanto alla «conversione» di Omobono, forse non fu così drastica, forse il sarto cremonese si limitò a dedicare la maggior parte del suo guadagno ai poveri e ai bambini abbandonati che raccoglieva per le strade e si preoccupava di educare cristianamente; o forse affidò agli altri familiari la conduzione delle varie imprese per occuparsi soltanto delle sue opere di carità. In ogni modo non si deve dimenticare che le leggende medievali dovevano parlare di conversione radicale perché, come si è accennato, la Chiesa guardava con sospetto ai mercanti che spesso erano anche usurai.

Ma prima di cominciare la sua giornata di carità si recava ogni mattina all’alba nella chiesa di Sant’Egidio a sentir messa, come testimoniò davanti al papa il curato Osberto che ne fu il confessore per vent’anni. Sulle sue uscite all’alba si racconta a Cremona un aneddoto che ha il sapore di una favola. La moglie, insospettita dalle levatacce, decise di pedinarlo, convinta di trovarlo con qualche donna; ma per non farsi scoprire gli mise in tasca un gomitolo di cui lei teneva il capo: fu così che lo trovò inginocchiato in chiesa, in contemplazione davanti al crocifisso.

La sua generosità divenne proverbiale a Cremona tant’è vero che ancora oggi si dice «non ho mica la borsa di sant’Omobono» quando ci si vuol liberare da richieste eccessive di denaro. Ormai veniva soprannominato «il Padre dei poveri»: per questo motivo viene raffigurato spesso con la borsa del denaro, come nella statua di Giovanni di Balduccio (XIV secolo), nel Duomo di Cremona.

Nonostante l’opposizione della famiglia, che vedeva diminuire il patrimonio, Omobono aveva trasformato gran parte della sua casa in ospizio. In tempo di carestia distribuiva personalmente il cibo ai più miseri e addirittura provvedeva personalmente all’inumazione degli insepolti. Ma tentava anche di comporre dissidi familiari e cittadini tant’è vero che Innocenzo III lo definì nella sua bolla pacifıcus vir.

I suoi agiografi narrano che venne spesso aggredito da misteriosi personaggi chiamati «demoni»: ma forse non erano se non eretici, probabilmente catari, che in quel periodo occupavano posizioni di rilievo nella società cremonese ed erano disturbati dal mercante che testimoniava il Vangelo senza allontanarsi dall’ortodossia.

Una mattina Omobono, com’era solito fare, se ne stava inginocchiato nella chiesa. Alla lettura del Vangelo rimase stranamente immobile, senza levarsi in piedi: fu così che i vicini scoprirono che era morto. Era il 13 novembre 1197, giorno che divenne la sua festa liturgica.

Il giorno del funerale una gran folla si recò alla sua tomba dove si verificarono parecchi miracoli. I cremonesi cominciarono a venerarlo con tanto fervore che il vescovo, un anno dopo, decise di chiederne la canonizzazione a Innocenzo III.