- Muro Lucano (Basilicata),
- Calvi (Campania),
- Moschiano (Campania)
San Gerardo Maiella è noto come il santo protettore delle madri e dei bambini, in particolare delle donne incinte. Nato a Muro Lucano, in Basilicata, il 6 aprile 1726, divenne membro dei Redentoristi, una congregazione religiosa fondata da Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Nonostante la sua breve vita - morì a soli 29 anni - San Gerardo fu notato per la sua grande spiritualità e la capacità di leggere nei cuori delle persone. È famoso per il miracolo del fazzoletto: una giovane donna accusò ingiustamente Gerardo di essere il padre del suo bambino. Lui non si difese, rimanendo in silenzio. Quando la donna poi ritrovò un fazzoletto che Gerardo aveva lasciato, confessò di aver mentito e Gerardo fu scagionato. In seguito a questo evento, il fazzoletto divenne simbolo della sua intercessione per le madri in difficoltà. San Gerardo morì il 16 ottobre 1755 e fu canonizzato nel 1904 da Papa Pio X. La sua festa liturgica si celebra il 16 ottobre. La devozione a San Gerardo è diffusa in tutto il mondo e sono molti i fedeli che attestano grazie ricevute per la sua intercessione.
Morto nel 1755 a ventinove anni, il giovane redentorista lucano, uno dei santi più popolari del Sud, è invocato come protettore delle partorienti ma è considerato in America e in Giappone anche il patrono delle madri
Gerardo Maiella è uno dei santi più popolari non soltanto del Mezzogiorno, ma è venerato anche in Europa e nelle due Americhe. È considerato patrono delle madri perché in vita salvò madri e figli minacciati della stessa morte. Ma i miracoli più rilevanti cominciarono subito dopo la sua scomparsa. Dalla bara il santo aprì la bocca e lasciò cadere un dente per una madre, Rosa Sturchio di Caposele, che aveva atteso che si sgombrasse la chiesa per accostarsi a lui. Quel dente passò alla figlia e poi alla nipote che dichiarò ai processi di canonizzazione di essere stata miracolosamente guarita dalle doglie del primo parto. A Castelgrande tre partorienti furono salvate col semplice contatto di una biografia dedicata a san Gerardo Maiella. Questi insieme ad altri numerosi miracoli ispirarono il suo patronato sulle partorienti. Ma è anche venerato come uno straordinario taumaturgo e come protettore degli animali e dei campi.
Ogni anno migliaia di pellegrini che giungono da tutte le regioni del Meridione salgono al santuario di Materdomini, sopra Caposele, nell’Irpinia, per partecipare ai riti in suo onore in occasione della festa che cade il 16 ottobre e durante la quale si benedicono quattro quintali di grano divisi in sacchetti offerti dal Consorzio agrario e dall’Ispettorato agrario della provincia. I semi, mescolati a quelli della semina autunnale, avranno la virtù di proteggere i campi da ogni flagello. Purtroppo dell’antica basilica e del convento dei Padri Redentoristi, cui egli apparteneva, poco o nulla resta dopo il terrificante terremoto del 23 novembre del 1980 che distrusse l’Irpinia. Ma il ricordo di quello che è stato definito un secondo Pasquale Baylon continua ad essere vivo.
Gerardo era nato in Lucania, a Muro Lucano in provincia di Potenza, in una famiglia povera originaria di Baragiano: il padre Domenico Machiella o Macchiella, il cui cognome si deformò successivamente in Maiella, era sarto; la madre, Benedetta, una contadina di Muro Lucano. Secondo i suoi biografi fin da bambino aveva rivelato la sua vocazione, volendo persino un altarino con le candele e le immagini di alcuni santi in cui campeggiava l’arcangelo Michele con la spada sguainata, molto venerato in quella zona per la vicinanza del celebre santuario garganico.
Presto gli giunse una risposta miracolosa. Un giorno era uscito di casa correndo fino al prato ai piedi del castello per sfuggire all’atmosfera triste della famiglia che in quel momento versava in gravi ristrettezze tanto da dover centellinare persino le fette di pane. Mentre il bimbo si guardava intorno, un fanciullo sconosciuto si avvicinò porgendogli un pane bianco. In un battibaleno Gerardo fu a casa per portare alla mamma il regalo prezioso. «Chi te l’ha dato?» «Un ragazzo» rispose lui.
La scena si ripeté per settimane senza che nessuno, nemmeno Gerardo, sospettasse chi si celava nel misterioso fanciullo. Soltanto da adulto capì che era il Cristo in persona.
Quel pane misterioso, bianco come un’ostia, lo spinse a chiedere un giorno la comunione; ma gli venne rifiutata dal parroco perché era ancora troppo piccolo. Tornato a casa, il bimbo pianse davanti all’immagine del suo san Michele: il quale, commosso, gli apparve nel cuore della notte posandogli un’ostia sulla lingua.
Gerardo fu mandato a scuola da un maestro perché ricevesse un’istruzione elementare: un privilegio per quell’epoca in Lucania dove la maggior parte dei bambini restavano analfabeti. La scuola gli apriva la strada per diventare, come sognava, un fraticello di san Francesco d’Assisi.
Ma la morte del padre lo costrinse, per aiutare la famiglia, a guadagnarsi da vivere entrando come apprendista nella bottega di un sarto. Si narra che Gerardo non fosse all’inizio un dipendente modello perché spesso si distraeva; sicché i rapporti con il padrone, Martino Pannuto, si fecero difficili. Si assentava talvolta dal negozio, scomparendo per qualche ora. Un giorno il padrone lo trovò in chiesa, sul pavimento e a mani giunte, e capì finalmente il motivo delle sue continue assenze. A sua volta Gerardo comprese che la preghiera non doveva pregiudicare gli impegni di lavoro; sicché da quel momento fra padrone e garzone cessarono gli screzi.
Il 5 giugno 1740 Gerardo riceveva la cresima dal suo vescovo, Claudio Albini. Ormai aveva quattordici anni ed era il momento di prendere una decisione. Pensò bene di presentarsi allo zio, padre Bonaventura, che era cappuccino a Santomenna. Ma fu respinto perché aveva una costituzione troppo gracile.
Non come religioso, ma come servitore venne poi assunto dal suo vescovo che risiedeva a Lacedonia: fu un’esperienza durissima perché l’Albini era iracondo e poco comprensivo. Ma Gerardo tutto accettava con gioia perché fin da ragazzo aveva sentito che la sua strada doveva imitare la Passione del Cristo, che l’obbedienza perinde ac cadaver alla Provvidenza doveva essere totale. Qualunque sofferenza doveva accettarla con gioia. D’altronde Gerardo si sottoponeva a continue penitenze secondo una tradizione meridionale che risaliva all’ascetismo orientale. Come osserva Gabriele De Rosa nel saggio dedicato al santo lucano e raccolto in Storie di santi (Bari 1990), con Gerardo siamo «nella santità delle Passiones martyrum e dei primi monaci: penitenza più penitenza nella piena adorazione della crocefissione in atto».
Morto nel 1744 il vescovo, Gerardo tornò a Muro col desiderio di ritentare la strada del convento. Si recò subito dai Cappuccini della cittadina, ma venne respinto per la sua salute malferma. Dovette rassegnarsi al vecchio lavoro di apprendista sarto, alle dipendenze questa volta di Beniamino Mannona. Ma presto aprì una bottega in proprio, come testimonia una denunzia al catasto del maggio del 1746, dove tuttavia si dichiarava allievo sarto, in qualche modo ancora subordinato per qualche aspetto al Mannona. Doveva essere un sarto particolare se, come si raccontava, era molto generoso con i più poveri; e forse anche sventato e poco attento ai propri affari se nell’autunno del ’46 fu costretto a fuggire da Muro per evitare il fallimento.
Dopo una breve parentesi come guardarobiere in un collegio d’istruzione a San Fele, una cittadina situata sulle propaggini nord-orientali del massiccio delle Crocelle, tornò a Muro rassegnandosi per il momento al suo lavoro di sarto sebbene sentisse urgere in sé la vocazione di religioso. Come sempre succede, ciò che si desidera intensamente e costantemente viene prima o poi concesso. Nell’estate del 1748 giunsero a Muro due padri redentoristi che questuavano. Gerardo volle subito informarsi sui fini e sulle regole dell’istituto che sentì corrispondenti ai suoi ideali. Quella era la sua strada: ma la trovò sbarrata dall’ennesino diniego.
Passa meno di un anno e non più due redentoristi ma un’intera missione, guidata da Paolo Cafaro, direttore spirituale di sant’Alfonso de’ Liguori, di cui il lettore disciplinato e metodico avrà già letto il capitolo che gli ho dedicato, giunse a Muro. Naturalmente Gerardo era sempre in prima fila ad ascoltare le prediche. Presto avvicinò padre Cafaro confidandogli la sua vocazione e chiedendogli di entrare nell’istituto. Fu ancora respinto.
Siccome la madre temeva che alla partenza dei Redentoristi il figlio li seguisse, lo chiuse in casa. Ma il giovane sarto riuscì a evadere saltando da una finestra. Respinto dai missionari durante il viaggio, li seguì egualmente fino a Rionero del Vulture. Respinto di nuovo, trovò la forza di resistere. Alla fine riuscì a spuntarla: venne accolto in prova, senza nessun impegno, nel convento di Santa Maria della Consolazione a Deliceto, dove padre Cafaro lo fece poi accogliere tra i postulanti e dopo breve tempo fra i novizi. Sotto la direzione di Cafaro, Gerardo s’inserì nella vita dell’istituto senza perdere la propria fisonomia interiore anzi approfondendola e disciplinando le sue energie spirituali esuberanti secondo le norme volute dalla Regola.
Emise i voti il 16 luglio 1752 come fratello coadiutore. Fu sacrestano, sarto, cuoco, infermiere ed economo del collegio dove visse per cinque anni, fino al 1754, fra estasi e visioni, letture del pensiero altrui, profezie, bilocazioni. Un giorno, narra A. Tannoia nella Vita del servo di Dio Gerardo Maiella del Santissimo Redentore (Napoli 1811), egli tornava da Deliceto con due ragazzi finché, giunto presso una cappella campestre dedicata alla Madonna, prese a parlare di lei con un tale trasporto che gli mancò il respiro. Poi, entrato in una masseria dove aveva tracciato alcune frasi su un foglio di carta, uscì a precipizio e, giunto sul prato, spiccò un salto gettando il foglio in aria. Infine, quasi avesse voluto rincorrerlo, si slanciò in alto volando fino al greppo di fronte, a un miglio di distanza.
Si diceva che avesse guarito molti infermi con l’imposizione delle mani. Ma un giorno il miracolo accadde proprio alla portineria del collegio. Gerardo rientrava a casa quando si trovò di fronte un giovane con una gamba fasciata, accompagnato dal padre. Cercavano proprio lui: il giovane proruppe in lacrime chiedendogli di salvarlo da una cancrena che l’aveva colpito. Il santo sfasciò la gamba e tra la meraviglia di tutti si mise a succhiare quella carne marcia finché apparve l’osso spolpato e intorno ad esso una pellicola nuova. Rifasciò la ferita dicendo: «Ora riposatevi, ripartirete domani». E al mattino il giovane era completamente guarito.
Ormai la sua fama correva per tutta la zona e dovunque egli andasse per ricevere offerte, da Melfi a Ruvo del Monte, da Rocchetta a Carbonara, la gente accorreva per festeggiarlo; e lo smunto, magro redentorista operava miracoli, aiutava i miseri.
Un altro giorno, mentre attraversava alcuni campi di seminato, si narra nel processo di canonizzazione, «gli si parò innanzi un massaro di campo di questa stessa città che gli disse: “Padre, i sorci mi rovinano i seminati; da’ loro una maledizione”. A cui Gerardo rispose: “Vuoi che muoiano o che vadano altrove?”. Ma il povero massaro ripigliò: “Faranno male agli altri, sarebbe meglio che morissero”. E Gerardo a questa risposta alzò la mano destra contro quei campi, e segnò una croce: il fare questo segno e vedere un’immensità di sorci morti sulla superficie dei campi col ventre rivolto in alto fu un attimo.
Nel 1753 insieme con alcuni chierici che studiavano al collegio di Deliceto decise di recarsi al santuario di San Michele, di quell’arcangelo che campeggiava, come vi ricorderete, sul suo altarino di bimbo. Durante il viaggio di ritorno, a Foggia, si sentì più stanco e abbattuto del solito: si appoggiò alla branda, si curvò con una mano sul petto cominciando a tossire sino a diventare paonazzo mentre un liquido caldo gli saliva alla bocca: era sangue. Sorrise pregando di non riferire l’episodio a nessuno.
Gerardo sapeva suonare il clavicembalo. Un giorno si trovava a Melfi in casa di una signora. Si sedette al clavicembalo cominciando a cantare l’arietta del Metastasio: «Se Dio veder tu vuoi...». Improvvisamente abbandonò lo strumento scattando in piedi. Continuava a cantare, trillando sugli acuti oppure quasi si spegneva nello smorzato per risalire come una colonna vorticosa. E accompagnava il canto con una danza bizzarra sfiorando appena il terreno. A un certo momento gli sembrò di perdere l’equilibrio e per sostenersi si abbrancò a padre Liguori, un ex parroco entrato da poco nell’istituto, che lo guardava meravigliato.
Nei suoi viaggi aveva non soltanto operato molte conversioni, ma spinto tante giovani a diventare religiose; e seguiva anche molti conventi dove era considerato come un padre. La sua fama di santità aveva colpito una giovane passionale, Nerea Caggiano, che diventò in poco tempo una delle sue allieve più assidue. Gerardo, generalmente capace di distinguere le vere dalle false vocazioni, si convinse che quella giovane era adatta al convento. Ma il padre non aveva la somma necessaria per dotarla: la trovò il santo raggranellando nelle sue cerche ben duecento ducati; sicché Nerea poté entrare in un convento di Foggia.
Dopo i primi entusiasmi Nerea Caggiano cominciò a provare insofferenza per quella vita che nelle sue fantasticherie sentimentali aveva immaginato diversamente finché, trascorse tre settimane, ritornò a Lacedonia.
Il lettore può immaginarsi il disagio di quella giovane che si sentiva protagonista di un piccolo scandalo e soprattutto soffriva venendo a sapere delle sue coetanee che nei conventi di Foggia, di Ripacandida, di Atella, si sentivano appagate dalla preghiera, dalla contemplazione. Cominciò a invidiarle e anche a nutrire inconsapevolmente rancore nei confronti di Gerardo che continuava a preparare nuove novizie. In quel periodo il redentorista vedeva spesso Nicoletta Cappucci: ospite della sua casa, cercava di farle vincere l’indecisione che le impediva l’ultimo passo. Le parlava con il trasporto di cui era capace. Un giorno la madre, che stava sfaccendando in casa, ebbe uno scatto di nervi e pensò: “Guarda un po’, io sono qui a lavorare come una disgraziata e mia figlia se ne sta là ad ascoltare. E anche lui... i santi tremavano a parlare con le donne e Gerardo invece ci prova tanto gusto”.
Si pentì subito del sospetto. Ma poco dopo Gerardo le disse: «È da madre saggia pensare come hai pensato tu. Se tutte le madri avessero la stessa accortezza verso le figlie, non succederebbero tanti scandali anche nelle migliori famiglie. Questa volta però i tuoi giudizi sono errati perché io spero che Nicoletta imiti le altre sorelle». La signora rispose sorpresa: «Non ti capisco, che vuoi dire?». «Non ti ricordi i pensieri di poco fa?» rispose Gerardo. La donna balbettò qualche scusa. E il religioso, intenerito, soggiunse: «No, no, tu hai perfettamente ragione. Sono io che ho torto» e si gettò a baciarle i piedi.
Donna Emanuela cominciò a raccontare l’episodio a tutte le amiche finché un giorno lo seppe anche Nerea che s’ingelosì pensando chissà a quali intrighi amorosi. Non trovò pace se non quando si fu confidata al confessore, il quale ingenuamente le chiese di confermare per lettera quanto gli aveva detto.
La lettera fu spedita a sant’Alfonso de’ Liguori che mandò sul posto padre Villani, suo braccio destro, perché indagasse. I pareri di laici e religiosi furono contrastanti, ma nulla di concreto risultò da quell’inchiesta. Sant’Alfonso tuttavia, ascoltando la relazione di padre Villani, pensò che Gerardo fosse un esaltato che, spinto dal proprio orgoglio, avesse tralasciato le più elementari norme di prudenza; che il suo cuore, a fin di bene, si fosse attaccato a qualche creatura; che la fama intorno alla sua persona avesse alimentato il suo orgoglio. Ma la sua innocenza come quella della Cappucci erano fuori discussione. Lo convocò a Pagani dove Gerardo accettò tutti i rimproveri senza giustificarsi perché aveva deciso fin dall’entrata nell’istituto di non rispondere mai alle accuse, come scrisse più tardi: «Non risponderò mai a chi mi riprende se non domandato»; e: «Non mi scuserò, ancorché abbia ragione, purché in quello che mi vien detto non vi sia offesa di Dio e pregiudizio del prossimo». Sant’Alfonso gli proibì la comunione impedendogli di frequentare altri se non i confratelli.
Dopo qualche tempo lo mandò a Ciorani con l’ordine di permettergli una maggiore libertà di movimenti sorvegliandone la condotta. Dopo una decina di giorni fu rispedito a Pagani con giudizi lusinghieri.
Nel giugno del 1754 Gerardo fu trasferito alla casa di Materdomini, sopra Caposele, con l’ordine di mortificarlo, sempre e dappertutto e di proibirgli qualunque rapporto con gli estranei. Gli si poteva permettere la comunione domenicale.
Fu proprio in quei mesi che Nerea Caggiano, pentita dalla sua calunnia, si presentò al confessore con una lettera di ritrattazione integrale che commosse quanti conoscevano la santità del calunniato. Gerardo, completamente riabilitato, venne chiamato a Pagani da sant’Alfonso che gli espresse la propria meraviglia perché non si era lasciato sfuggire nemmeno una parola di mortificazione. «E come avrei potuto farlo» rispose lui «se la Regola proibisce di scusarci e vuole che si soffra in silenzio qualunque mortificazione?»
Fu inviato per qualche mese a Napoli perché si riprendesse psicologicamente in un ambiente nuovo; e anche a Napoli il santo non cessò di stupire per la sua carità e per i prodigi che compiva. Trovava anche il tempo per frequentare alcuni artigiani che lavoravano la cartapesta perché voleva imparare a costruire immagini religiose.
Ai primi di novembre ritornò a Materdomini dove ebbe due incarichi non gravosi: la portineria e il guardaroba. Ne approfittò per costruire due crocefissi in cartapesta che si conservano ancora adesso, l’uno in un oratorio di Bosco di Montella, l’altro nel collegio di Materdomini.
L’autunno del 1754 era stato piovigginoso, poi la pioggia si era trasformata precocemente in neve che, sferzata dalla tramontana, divenne ghiaccio. Le conseguenze per la popolazione, formata per la maggior parte da braccianti pagati a giornata, furono disastrose. Ma Gerardo si rimboccò le maniche utilizzando tutto quel che aveva per rifocillare, vestire, curare i più miseri. «Fratello,» gli disse il padre superiore all’inizio del 1755 «non allargar troppo la mano perché il grano va mancando e siamo ancora al principio dell’anno.» Gerardo non gli diede retta e dimostrò, tra lo stupore dei suoi confratelli, che c’era abbastanza grano e non soltanto grano, ma anche vino e minestra, per nutrire tutti. Ormai si sussurrava che Gerardo moltiplicava le provviste.
L’estate del 1755, nonostante le sue condizioni di salute, volle partecipare alla consueta questua: gli fu assegnata la media valle del Sele. La zona, oggi salubre e ricca di acque termali, era in quel periodo malarica. Il santo si riservò le zone più impervie. Ma il 21 agosto ebbe un abbondante sbocco di sangue che un medico imputò allo scioglimento di coaguli interni prodotti dalla malaria. Era quindi un segno positivo che andava coadiuvato con salassi.
Ovviamente il miglioramento non venne e Gerardo decise di ritornare verso Materdomini. Fu più che un viaggio un calvario, durante il quale i medici confermarono la diagnosi del primo. Alla fine consigliarono di portarlo a Oliveto Citra dove Gerardo parve riprendersi operando nuovi prodigi e guarigioni.
Finalmente tornò il 31 agosto a Materdomini. Era ridotto a uno scheletro ma il suo volto era ridente. Sulla porta della cameretta fece apporre la scritta: «Qui si sta facendo la volontà di Dio, come vuole Dio e per quanto tempo piace a Dio». Morì verso l’una di notte del 16 ottobre 1755, sua festa liturgica.
San Gerardo Maiella nacque il 23/04/1726
San Gerardo Maiella nacque a Muro Lucano, Potenza
San Gerardo Maiella morì il 16/10/1755
- Muro Lucano (Basilicata),
- Calvi (Campania),
- Moschiano (Campania)
San Gerardo Maiella si festeggia il 16 ottobre