Nome
Santa Gemma Galgani
Nome di battesimo
Gemma Umberta Maria Galgani
Titolo
Vergine
Nascita
12/03/1878 - Camigliano di Lucca
Morte
14/04/1903 - Lucca
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
In breve

Santa Gemma Galgani, nata a Camigliano, Lucca, il 12 marzo 1878 e deceduta il 11 aprile 1903, è conosciuta per la sua vita di estrema spiritualità e le sue esperienze mistiche. A soli 18 anni perse i suoi genitori, affrontando da giovane gravi difficoltà familiari e economiche. Nonostante le sfide, la sua fede non vacillò; anzi, si intensificò. Gemma è famosa per aver ricevuto le stigmate, segni corporei corrispondenti alle ferite di Cristo crocifisso. Questi segni le apparvero ogni settimana, dal giovedì sera al venerdì pomeriggio, per circa un anno e mezzo prima della sua morte. Santa Gemma ebbe anche visioni di angeli, demoni, santi e del Cristo, e sosteneva di comunicare con loro. La sua vita di preghiera e penitenza, nonostante la giovane età e la salute cagionevole, ha lasciato un'impronta nella storia della spiritualità cattolica. Gemma Galgani fu canonizzata da Papa Pio XII nel 1940 e oggi è venerata come la patrona delle farmacie, delle scuole e delle studentesse.

Prima stigmatizzata del secolo XX, la giovane lucchese morta a soli venticinque anni volle ispirarsi nella sua spiritualità e mistica a san Paolo della Croce e al passionista Gabriele dell’Addolorata, anche se non riusci a farsi ammettere in quella religione

Gemma Galgani, la prima stigmatizzata nel secolo XX, riposa nel grandioso santuario che le è stato dedicato fuori delle mura di Lucca, accanto al monastero delle Passioniste nel quale invano tentò di farsi ammettere in vita.

Era nata in un paesino della piana lucchese, Camigliano, il 12 marzo 1878. Suo padre, Enrico Galgani, vi aveva aperto una farmacia. La sua famiglia, abbastanza agiata, era composta da otto figli. La madre Aurelia, di una buona famiglia borghese, era profondamente religiosa.

A un mese dalla nascita di Gemma il padre decise di trasferirsi a Lucca, nella via che oggi porta il nome della santa, non lontano dalla chiesa di San Frediano. Ma la tranquillità della famiglia non durò a lungo. Nel 1886 la madre moriva dopo una lunga agonia di tisi. Fu proprio quella lunga malattia, sopportata con una non comune pazienza cristiana, a fare maturare spiritualmente la bimba che già manifestava, pur infantilmente, una vocazione alla vita contemplativa.

Dopo la morte della mamma Gemma, che aveva già frequentato per cinque anni un asilo, venne inviata a studiare da esterna in un rinomato istituto di Lucca che, diretto dalle suore di santa Zita era chiamato popolarmente Guerra dal nome della fondatrice. «Cominciai ad andare a scuola dalle monache: ero in paradiso» scrisse più tardi.

Aveva come confessore il sacerdote Giovanni Volpi che sarebbe diventato vescovo ausiliare di Lucca. Gemma tanto insistette con lui che riuscì ad ottenere il permesso eccezionale di fare la prima comunione all’età di nove anni. Fu per lei una esperienza sconvolgente, come racconta nella sua Autobiografia. Ormai capiva che la sua vita era segnata da una comunione profonda con Gesù. Intanto seguiva la scuola con profitto dimostrandosi un’alunna esemplare, anche se la sua riservatezza poteva suscitare il sospetto che fosse superba mentre si trattava di una concentrazione spirituale insolita a quell’età.

Altre disgrazie l’attendevano: il fratello Gino, al quale era particolarmente legata e che aveva già ricevuto gli ordini minori, si ammalò mortalmente di tubercolosi com’era già successo alla madre. Gemma, che lo aveva assistito amorevolmente fino alla fine, nel 1894, si ammalò pure lei e poco mancò che non morisse. Tuttavia era così malconcia e patita che il medico chiese che fosse allontanata dalla scuola: aveva allora poco più di sedici anni.

Pur dedicandosi diligentemente alle faccende di casa continuava a proseguire nel suo itinerario contemplativo. Fu allora che cominciò ad avere le prime visioni di Gesù e del suo angelo custode: «Cominciò in me anche un altro desiderio; in me sentivo crescere una brama di patire e aiutare Gesù Crocifisso». Venne subito accontentata: la colpì una cancrena all’osso di un piede che richiese un doloroso intervento chirurgico per evitare che il male si estendesse irreversibilmente.

Nel frattempo il padre, un uomo ingenuo e caritatevole, stava a poco a poco perdendo tutto il suo patrimonio sia per le tante spese che aveva dovuto sostenere durante le malattie della moglie e del figlio, sia perché era stato ingannato da persone di pochi scrupoli. Tutti i beni della famiglia furono sequestrati a causa di cambiali inevase sicché la famiglia si trovò molto presto in gravi difficoltà. Poco dopo il poveruomo fu colpito da un cancro alla gola che lo portò alla morte l’11 novembre 1897.

Lasciava sette figli e due sorelle senza mezzi di sostentamento. Per aiutarli accorsero le numerose zie. Una di queste, Carolina Lancioni, accolse Gemma nella sua casa di Camaiore dove lei sarebbe rimasta per qualche anno se non fosse stata chiesta in sposa da un giovane di buona famiglia che se ne era innamorato vedendola passare per la via, affascinato dalla sua non comune bellezza e dallo sguardo così luminoso da colpire ancora oggi dalle sue fotografie che si sono conservate. Sarebbe stata una soluzione ottima per quella orfana. Ma Gemma, la quale pensava a un altro matrimonio, non poté che rifiutarlo; e non riuscendo a spiegare alla zia i veri motivi del rifiuto, poiché temeva che non potesse capire, e prevedendo che le pressioni familiari continuassero, decise di rientrare nella casa familiare. Siccome aveva cominciato a sentirsi male, con forti dolori alla schiena e ai reni, chiese alla zia di ritornare a Lucca per curarsi, pur sapendo che vi avrebbe sofferto la fame.

Ma appena fu nuovamente in famiglia, peggiorò: i medici diagnosticarono un incurvamento della colonna vertebrale, mentre veniva colpita anche da una meningite, le cadevano i capelli, subiva una paralisi delle membra. Durante la malattia una signora che le faceva visita regolarmente le portò una vita di san Gabriele dell’Addolorata: da quel momento lei cominciò a nutrire il desiderio di farsi religiosa e ad avere come interlocutore nelle sue visioni anche il santo passionista, morto giovanissimo qualche anno prima; il quale un giorno le apparve dicendole: «Gemma, fai pure il voto di essere religiosa, ma non ci aggiungere altro»: nel senso che non entrasse in alcun Ordine o congregazione. Tuttavia lei non riuscì a capire allora che cosa volesse dire.

Guarita miracolosamente dalle gravissime malattie grazie all’intercessione di Margherita Maria Alacocque, riuscì a farsi invitare a un corso di esercizi spirituali dalle suore Salesiane che le avevano promesso di ammetterla al probandato dopo un mese. Nonostante che Gemma giudicasse quella regola troppo facile per lei, sarebbe rimasta in quella casa se il vescovo, monsignor Ghilardi, avendo saputo che era stata in punto di morte e portava ancora un busto di ferro, proibì che si ammettesse la giovane al noviziato.

Tornata nuovamente a casa, ricevette le stigmate. Siccome aveva sempre voluto assomigliare a Gesù che si era presentato al mondo come vittima sacrificale, lei non desiderava altro che diventare una vittima sacrificale. Erano circa le otto di sera di giovedì 8 giugno 1899, vigilia della festa del Sacro Cuore di Gesù. Le apparve dapprima la Madonna dicendole: «Gesù, mio figlio, ti ama tanto e vuol farti una grazia; saprai rendertene degna». Poi comparve Gesù che aveva tutte le piaghe aperte: «ma da quelle ferite» raccontò poi lei stessa nella sua Autobiografia «non usciva più sangue, uscivano come fiamme di fuoco che in un momento solo quelle fiamme vennero a toccare le mie mani e i miei piedi e il mio cuore». E cominciò a sanguinare ai piedi, alle mani e al costato.

Dapprima nella sua ingenuità pensava che tutte le persone che facevano il voto di consacrarsi al Cristo ricevessero quelle ferite. Il fenomeno si ripeteva regolarmente ogni settimana, nello stesso giorno e alla stessa ora. Cessata l’estasi verso le tre del pomeriggio del venerdì, cessava anche l’afflusso del sangue e i tessuti lacerati si restringevano assai rapidamente sicché il sabato o al massimo la domenica non rimaneva sulla pelle tesa se non una macchia bianca a testimoniare che il giorno precedente vi erano state in quei punti piaghe vive.

Successivamente il 19 luglio 1900 subì il tormento della corona di spine e il 7 febbraio del 1901 quello della flagellazione, cui si aggiunse sulla spalla sinistra una piaga dovuta al peso della Croce nel doloroso viaggio fino al Calvario.

Tutto ciò continuò fino alla primavera del 1901 quando il suo direttore spirituale, il passionista padre Germano di Stanislao, che scrisse poi una vita della santa, la spinse a pregare il Signore affinché la liberasse da tali piaghe. Ebbe una visione in cui Gesù l’assicurò che le avrebbe tolto le stigmate ma le avrebbe accresciuti i patimenti. «Il buon Dio» racconta «permise che, cessate le manifestazioni esteriori, continuasse il dolore a farsi sentire in quelle determinate parti come prima, anzi più gagliardo ancora: perché quel sangue che veniva fuori era pure di qualche alleviamento alla povera paziente, secondo che ella stessa ebbe ad asserire più volte. Ed era facile indovinarlo mentre si vedeva che per l’intimo strazio tremava in tutta la persona e le lacrime le venivano agli occhi». Nello stesso tempo il suo cuore, come successe a san Filippo Neri, cominciò a farsi largo nel petto incurvando fortemente tre costole dal lato sinistro.

Anche dopo la sua morte si vedevano ancora su mani, piedi e costato le macchie bianche a testimoniare che in quei punti vi erano state quelle ferite.

Qualche settimana dopo la prima apparizione delle stigmate Gemma venne a sapere che i padri Passionisti avevano cominciato a predicare, nell’ambito di una missione, nella cattedrale di San Martino. Erano i primi di luglio del 1899. Spinta da un impulso irresistibile andò ad ascoltarli scoprendo meravigliata che indossavano lo stesso abito con il quale le era apparso san Gabriele dell’Addolorata: «Un’affezione speciale, così ella medesima, mi prese per essi; che da quel giorno non più presi una predica».

All’ultimo giorno della missione Gesù le apparve dicendole: «Uno di questi figli sarà il tuo padre; va’ e palesa ogni cosa». Gemma corse da uno di quei padri e in confessionale gli raccontò quanto le era successo; e gli chiese di poter emettere i voti nella sua religione. Il passionista Gaetano del Bambin Gesù, dopo averle imposto di palesare tutto al confessore ordinario, per non contristarla le permise di emettere quei voti per privata devozione; ma da rinnovarsi a breve scadenza col permesso del confessore.

Nel frattempo in casa Galgani i rapporti fra Gemma e i familiari stavano diventando difficili: la spiavano di continuo, sospettavano che si ferisse da sola, la maltrattavano. Fu proprio in quel periodo che venne a trovarla Cecilia Giannini, che apparteneva a una numerosa famiglia dove si era soliti ospitare in casa i Passionisti di passaggio. Spinta da padre Gaetano, volle conoscere la giovane: ne fu così colpita che cominciò a invitarla a casa sua per qualche giorno, specie nei giorni delle stigmate. Era estate e il resto della famiglia si trovava in villeggiatura.

Quando i Giannini tornarono, Cecilia, dopo avere raccontato tutto al fratello e alla sorella, propose loro: «Iddio mi ha posto nelle mani quest’angelo che voi vedete qui. Or non potrebbe rimanere con noi? Abbiamo undici figli in casa; che vorrà esser uno di più?».

Dopo un periodo di prova nel settembre del 1900 i Giannini diedero il loro consenso e Gemma passò definitivamente nella loro casa, che si trova a duecento metri dal Duomo. La giovane venne accolta dagli altri figli di Matteo Giannini con un affetto che aumentò progressivamente perché Gemma non soltanto si comportava in modo inappuntabile ma irradiava un’aura amorosa. La moglie del Giannini, la signora Cecilia, volle addirittura che dormisse in camera sua. Ancora oggi, visitando la casa, dove oggi vivono alcune Passioniste che la custodiscono, si può vedere, fra le altre testimonianze, la stanza dove Gemma quasi fino alla morte visse l’ultimo intenso periodo della sua vita, fra estasi e tentazioni demoniache. Fu proprio in quel periodo che conobbe finalmente il suo direttore spirituale, padre Germano, che dimorava in Roma e con cui nacque un intenso scambio epistolare insieme con qualche incontro a Lucca: di quel rapporto straordinario ne è testimonianza la biografia che egli scrisse più tardi.

Gli ultimi tre anni di vita di Gemma furono un progressivo calvario, specie dal giovedì sera alla sera del venerdì, quando la poveretta soffriva con le stimmate dolori indicibili in comunione con il Cristo. Nello stesso periodo giungeva gradatamente al più alto grado del divino Amore e alla perfetta unione col sommo Bene. «Creda padre, mi scrivevano quelli che con lei convivevano,» riferisce padre Germano «non si può più mirare in viso: pare un serafino, e dopo di averla guardata un poco, si è forzati ad abbassare gli occhi per riverenza. È sempre più ritirata, più silenziosa, più grave; mentre d’altra parte si presta come prima a tutte le faccende domestiche».

Aveva tentato di entrare nell’unico convento di Passioniste allora esistente, che si trovava a Corneto, l’attuale Tarquinia, nel Lazio; ma la madre superiora ne aveva respinta domanda perché da informazioni prese chissà da chi si era convinta che fosse una di quelle giovani isteriche o illuse che creavano soltanto problemi di convivenza in una comunità. Gemma commentò, come sei secoli prima Rosa da Viterbo a proposito delle Clarisse che l’avevano rifiutata: «Le Passioniste non mi hanno voluto prendere, e pure io vo stare con esse, e vi starò quando sarò morta».

Nel maggio del 1902 s’ammalò gravemente: non riusciva più a trattenere il cibo; tollerava a malapena qualche sorso di vino. Dopo una improvvisa e inaspettata guarigione, che durò soltanto venti giorni, si riammalò dello stesso male. Cominciò ad avere la febbre e a vomitare sangue dalla bocca. C’era il pericolo di un contagio sicché i medici imposero alla famiglia di trasferirla in un appartamentino contiguo alla casa stessa: era il 24 gennaio 1903. Dopo una lunga agonia morì il sabato santo del 1903, che cadeva all’11 di aprile, sua festa liturgica: aveva 25 anni. Fu sepolta al camposanto con un vestito scuro, un crocifisso sul petto e sul cuore lo stemma della Passione, quasi fosse una Passionista. Successivamente il suo corpo venne trasferito nel nuovo monastero delle Passioniste, fuori di porta Elisa, che lei aveva previsto prima di morire. Fu beatificata da Pio XI il 14 maggio 1933 durante l’anno santo straordinario e canonizzata da Pio XII il 2 maggio del 1940.