Nome
San Gaetano da Thiene
Titolo
Sacerdote
Nascita
01/10/1480
Morte
07/08/1547
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Patrono di
Protettore
In breve

San Gaetano da Thiene, nato nel 1480 e morto nel 1547, fu un sacerdote italiano che divenne noto per il suo impegno nella riforma della Chiesa Cattolica. Fondatore dell'Ordine dei Chierici Regolari, detti Teatini, si dedicò alla riforma del clero e alla promozione di una vita spirituale più autentica. Un fatto importante e spesso ricordato è il suo impegno verso i malati e i bisognosi. Durante la sua vita, si prese cura dei malati dell'ospedale di Santa Maria della Pietà a Roma, mostrando un esempio di carità cristiana. La sua devozione verso la Madonna era così intensa che, secondo la tradizione, ricevette l'infante Gesù dalle mani della Vergine Maria durante una visione estatica. San Gaetano morì a Napoli e fu canonizzato nel 1671. La sua festa liturgica si celebra il 7 agosto. È invocato come protettore dei disoccupati e di coloro che cercano lavoro, in virtù della sua fiducia nella Provvidenza e del suo insegnamento sull'importanza del lavoro e della giustizia sociale.

Il nobile vicentino che, dopo essere diventato uno dei collaboratori dei papi Giulio II e Leone X, si fece prete e fondò l’Ordine dei Teatini, è molto popolare anche a Napoli dove offri la sua vita per la salvezza della città

A Napoli uno dei santi più venerati è Gaetano da Thiene, il fondatore dell’Ordine dei Teatini, sepolto nella cappella del succorpo nella chiesa di San Paolo Maggiore. Ma il santo è anche molto popolare a Roma, dove visse a lungo, così come in Veneto, la sua terra d’origine. È chiamato anche il patriarca di tutti i chierici regolari perché il suo Ordine fu il primo di molti altri istituti che nacquero sulla sua scia e furono i protagonisti della Riforma cattolica: dai Somaschi ai Barnabiti, dai Gesuiti ai Fatebenefratelli, dai Ministri degli Infermi agli Oblati di Sant’Ambrogio, dai Caracciolini agli Scolopi.

Era nato nel 1480 a Vicenza dal conte Gaspare Thiene e dalla contessa Maria Porto. Il cognome derivava da Thiene, un piccolo comune vicentino dove la famiglia aveva vasti possedimenti. Si narra, forse per sottolineare come la sua vita ebbe a modello la povertà di Francesco d’Assisi, che la madre lo volle partorire in una stalla del palazzo. Il neonato fu chiamato Gaetano in ricordo di uno zio canonico, professore all’Università di Vicenza, che era stato battezzato con quel nome perché era nato casualmente a Gaeta: la cittadina campana, che oggi appartiene amministrativamente al Lazio, si diceva Caieta in latino e caietanus, poi tradotto in Gaetano e diventato nome proprio, designava chi vi era nato o vi abitava.

Il padre, che era capitano oltre che giureconsulto, morì in battaglia quando Gaetano aveva appena due anni. Il bimbo venne educato dalla madre che era una donna molto’religiosa e frequentava la chiesa di Santa Corona, officiata dai Domenicani: i quali diedero la prima formazione al figlio.

Per sottolineare la sua futura vocazione gli agiografi narravano, sulla scia di santa Rosa da Viterbo e di santa Zita, che un giorno, mentre usciva di casa portando un pacchetto di cibi per i poveri, uno zio gli chiese che cosa contenesse. Gaetano, aprendo l’involucro rispose: «Fiori, solo fiori», come in effetti si videro spuntare. Un’altra volta, mentre si trovava in un giardino con alcuni amichetti, si scostò da loro andando a pregare fervorosamente in un angolo; dove scese una colomba posandosi sul suo capo e dicendo: «La pace sia con te in eterno, cerca di non perderla mai».

Dopo i primi studi venne mandato all’Università di Padova dove frequentò i corsi di filosofia, di teologia e di diritto civile e canonico, laureandosi nel 1504 in utroque iure. Viveva in casa di parenti e già si sentiva portato verso una vita raccolta, di preghiera. Dedicava il tempo libero dagli studi a visitare e aiutare i malati negli ospedali.

In quello stesso periodo frequentava l’Università il beato Paolo Giustiniani, il futuro riformatore dell’Ordine camaldolese. Paolo Giustiniani, la cui festa liturgica cade il 28 giugno, era nato a Venezia nel 1476 in una famiglia patrizia, che aveva dato alla Chiesa il primo patriarca della città, san Lorenzo Giustiniani, al quale abbiamo dedicato un capitolo più avanti. A quel tempo il giovane veneziano non aveva ancora maturato la sua scelta definitiva sebbene già fosse orientato verso una vita contemplativa. Fra i due giovani nacque una profonda amicizia che durò tutta la vita, tant’è vero che nel 1523 Paolo Giustiniani, diventato il riformatore dell’Ordine fondato da san Romualdo, invitò l’amico a raggiungerlo. Ma Gateano aveva già scelto una strada diversa e gli rispose che si sentiva «attratto ad aiutare quelli che combattono alla campagna», cioè coloro che s’impegnavano in una vita di apostolato e di carità.

Dopo la laurea ritornò a Vicenza dove i giureconsulti lo iscrissero al loro collegio. La via per le più alte cariche civili era aperta al giovane Gaetano; il quale tuttavia nello stesso anno chiese ed ottenne la tonsura che, pur non essendo un sacramento, era il primo gradino verso il sacerdozio e soprattutto permetteva di ottenere i cosiddetti «benefici ecclesiastici», cioè rendite su parrocchie o abbazie vacanti.

L’anno seguente Gaetano da Thiene si trasferì nel castello feudale di Rampazzo per trascorrere in compagnia del fratello maggiore, Giovanni Battista, un periodo di raccoglimento. Ma non rimase con le mani in mano: accorgendosi dell’ignoranza religiosa dei contadini, si trasformò in catechista. Poi con l’aiuto finanziario del fratello che, come primogenito, aveva ereditato gran parte del patrimonio, costruì una chiesetta dedicata a Santa Maria Maddalena, che è ancora oggi la parrocchia del paese: vi si conserva l’inginocchiatoio di noce tutto tarlato che serviva a Gaetano quando pregava.

Verso il 1507 si trasferì a Roma dove grazie a monsignor G. Pallavicini, vescovo di Cavaillon e poi cardinale, che lo accolse in casa sua, poté conoscere Giulio II. Il papa, apprezzandolo per il suo carattere amabile e gentile e per le sue doti organizzative, lo volle in Curia come protonotario apostolico. Il suo compito era di scrivere le bolle, cioè le concessioni pontificie e i brevi, gli atti ufficiali per circostanze ordinarie e straordinarie. Oltre a un buono stipendio godeva anche di qualche beneficio che il pontefice gli aveva concesso.

Nonostante tutti i privilegi di cui godeva Gaetano continuava a vivere con semplicità, senza ostentazione di sfarzo. Trascorreva la giornata tra il lavoro in Curia, lo studio, la preghiera e le visite agli ospedali e ai ricoveri di mendicità, aiutando con il suo denaro i più sfortunati. Intorno al 1515 cominciò a frequentare l’Oratorio del Divino Amore che era sorto da poco presso la chiesa dei Santi Silvestro e Dorotea, nelle vicinanze di Santa Maria in Trastevere, sulla scia della Compagnia del Divino Amore che Ettore Vernazza e santa Caterina da Genova avevano fondato nella città ligure nel 1497. A Roma alla Compagnia del Divino Amore aderirono laici e religiosi illustri che volevano impegnarsi in una profonda riforma della Chiesa. Fra gli altri vi era l’arcivescovo di Chieti, Gian Pietro Carafa, destinato a diventare papa Paolo IV.

I membri dell’Oratorio sapevano bene che la prima riforma parte sempre da se stessi; sicché cominciarono con la preghiera in comune, con la comunione frequente e con lo studio. Contemporaneamente si misero a servizio dei malati e dei pellegrini poveri nell’Ospedale di San Giacomo in Augusta che venne poi trasformato, grazie a Gaetano, da ospedale generico in quello degli Incurabili.

A poco a poco il nobile vicentino sentì l’esigenza di testimoniare più coerentemente la propria fede. Rinunciò agli incarichi in Curia e, dopo aver convinto la madre che, avendo perduto nel frattempo tutti gli altri figli maschi, lo avrebbe voluto a Vicenza a continuare a curare gli interessi della famiglia, si fece ordinare sacerdote il 30 settembre 1516.

Ormai il primo soggiorno a Roma stava concludendosi. Gaetano sentiva l’esigenza di creare in altre città nuovi Oratori del Divino Amore e Ospedali per gli Incurabili, quando nel 1518 fu richiamato a Vicenza perché la madre era gravemente malata. La assistette amorevolmente fino alla morte, nel 1520. E approfittò di quel soggiorno imprevisto per entrare nella Compagnia Segreta di San Girolamo, molto simile a quella del Divino Amore, spingendola a una maggiore tensione spirituale. Grazie a lui anche Vicenza ebbe il suo Ospedale degli Incurabili, dove si assistevano soprattutto i sifilitici, che a causa dei tanti eserciti stranieri passati per il Veneto nel decennio precedente erano ormai numerosi.

Soggiornò anche cinque mesi a Verona dove associò la Compagnia di San Girolamo all’Oratorio locale costituendo nell’ospedale un reparto per gli incurabili. Nel 1520, morta la madre, si trasferì a Venezia dove fondò l’Ospedale per i poveri incurabili sul canale della Giudecca ottenendo l’aiuto dei nobili cui era solito dire: «L’Amore non deve mai restare inoperoso». Soltanto in un secondo tempo, contrariamente al suo metodo usuale, aprì un Oratorio del Divino Amore. Nel frattempo aveva rinunciato a gran parte del suo patrimonio a favore dei cugini, sistemando complicatissime questioni familiari: spoliazione che, secondo il modello di san Francesco, attuò completamente negli anni successivi, fino al 1524.

Era quello un periodo difficilissimo per la Chiesa. Lutero aveva consumato la drammatica rottura, la Riforma protestante cominciava a dilagare in tutta l’Europa centrale. La riforma della Chiesa nella fedeltà alla fede tradizionale non era più rinviabile. D’altronde gli Oratori del Divino Amore erano inadeguati a questo fine. Il problema più grave era la riforma del clero. Fu allora che Gaetano cominciò a pensare a una società di chierici regolari basata sulla vita in comune, sul modello degli apostoli e soggetta immediatamente alla Santa Sede. Questi sacerdoti dovevano impegnarsi a curare le anime e ad amministrare i sacramenti in modo esemplare. Nessun abito speciale li avrebbe contraddistinti, soltanto quello nero del prete di paese. A dirigerli non vi sarebbe stato un priore, ma un semplice superiore.

Il primo ad aderire fu il nobile Bonifacio de’ Colli; poi Gian Pietro Carafa che diventò una delle colonne dell’Ordine, la mente operativa. Fu lui a esporre al pontefice le regole cui il nuovo istituto si sarebbe ispirato: il rifiuto di qualunque prebenda o bene ecclesiastico; la rinunzia a redditi familiari o beneficiari e perfino alla questua. Unica risorsa le offerte spontanee dei fedeli per il loro ministero sacerdotale.

Non fu facile ottenere l’autorizzazione perché fin dal 1215 il concilio Lateranense, per evitare una eccessiva proliferazione di Ordini, aveva proibito che se ne formassero altri, decretando che chi avesse avuto intenzione di aprire una nuova casa religiosa avrebbe dovuto assumere la Regola e le Costituzioni già in uso. D’altronde non facilitava l’approvazione la decisione del Carafa di rinunciare ai suoi due vescovadi di Chieti e di Brindisi. Ma alla fine, grazie anche all’opera di convincimento di Gaetano, Clemente VII autorizzò i nuovi religiosi ad emettere i tre voti consueti di obbedienza, castità e povertà e a vivere in comune da semplici sacerdoti sotto l’immediata giurisdizione del papa col nome di «Chierici regolari»: quelli che poi vennero chiamati popolarmente Teatini, da Teate, il nome latino di Chieti, la diocesi del Carafa che fu superiore dell’Ordine per i primi tre anni. Li si chiamò anche «Chierici regolari della Divina Provvidenza» per la fiducia immensa che nutrivano in essa.

Il papa affidò all’Ordine un compito speciale: di riformare il breviario e la liturgia per la messa.

La comunità andò ad abitare inizialmente in una casa offerta da Bonifacio de’ Colli in via Leonina, in Campo Marzio. Vicino alla casa vi era la chiesetta parrocchiale di San Nicola dei Prefetti che divenne il centro del loro ministero sacerdotale. Presto Gaetano e i suoi compagni attirarono l’attenzione di tutta Roma per la loro vita evangelica: si riconoscevano facilmente dal berretto nero a forma di croce e dalla candida cotta che divenne poi d’uso comune. Nel frattempo frequentavano il vicino Ospedale di San Giacomo per assistere gli incurabili. «Nulla possedere! Nulla domandare» amava dire Gaetano esprimendo sinteticamente i princìpi della sua opera; e soggiungeva: «La povertà al presente è l’unico mezzo per mantenere la libertà al clero e la dignità alla sua Chiesa».

Nel 1525 il datario del papa, monsignor Gian Matteo Giberti, che tanto li aveva appoggiati quando avevano presentato la richiesta di autorizzazione, donò ai dodici Teatini un’abitazione con una vigna alle pendici del Pincio, là dove adesso è Villa Medici, un luogo ideale perché permetteva loro un maggior isolamento e nello stesso tempo era a un tiro di schioppo dall’Ospedale di San Giacomo. Ormai la gente li soprannominava i «preti riformati» o «riformatori». Oltre alla riforma del breviario e della liturgia della messa ebbero un altro compito: il Carafa fu nominato dal papa «unico ordinatore» del clero, nel senso che nessuno poteva essere consacrato sacerdote prima di essere esaminato attentamente da lui. Il quale Carafa fu determinante nel fare approvare a Clemente VII la riforma dell’Ordine francescano che diede origine nel 1528, con la bolla «Religionis zelus», ai Cappuccini.

L’anno precedente Gaetano e i suoi compagni rischiarono di essere martirizzati dalle orde dei Lanzichenecchi che avevano invaso Roma saccheggiandola. Un gruppo di loro era salito fino al Pincio, perché erano convinti che quei preti possedessero tante ricchezze. Quando si accorsero che non avevano nulla di prezioso presero Gaetano strappandogli gli abiti di dosso e denudandolo: poi lo strinsero tra il coperchio e l’orlo di una cassa vuota e, legatolo in modo osceno, lo sospesero con funi a una trave del soffitto. Anche i compagni furono immobilizzati e sottoposti a sevizie.

Quando i Lanzichenecchi si furono allontanati alla ricerca di un vero bottino, mani pietose li liberarono. Ma le loro traversie non erano finite: qualche giorno dopo un gruppo di soldati spagnoli cattolici penetrarono nella casa chiedendo soldi; e siccome denaro non ce n’era, dopo averli maltrattati li condussero prigionieri nel palazzo di piazza Navona, presso San Giacomo degli Spagnoli, dove avevano il loro comando. Con i Teatini vi erano anche due eremiti camaldolesi, fra cui l’amico di Gaetano, il beato Paolo Giustiniani. Poi vennero trasferiti in catene in Vaticano e avrebbero probabilmente fatto una brutta fine se un colonnello spagnolo, colpito dalla loro profonda religiosità, non li avesse liberati.

I Teatini pensarono bene di allontanarsi da Roma rifugiandosi a Venezia dove vennero accolti con molto affetto e ospitati inizialmente nell’isoletta di San Clemente da dove si trasferirono poi in una casa non lontano dalla chiesa di Sant’Eufemia, alla Giudecca; e infine in un’ampia casa presso l’Oratorio di San Nicola da Tolentino.

Il 14 settembre 1527 Gateano da Thiene venne eletto nuovo superiore per tre anni. Sotto la sua direzione i Teatini proseguirono nel Veneto la loro opera di apostolato, di riforma ecclesiale e di assistenza sociale. Fu in quel periodo che entrò nell’Ordine il futuro beato Giovanni Marinoni e che Gaetano convinse il nobile veneziano Girolamo Emiliani – o Miani – a dedicarsi sistematicamente alla gioventù abbandonata di Vicenza, riunita presso l’Ospedale della Misericordia. «L’abilità spirituale di Gaetano» scrive Elena Tripaldi nella sua biografia stampata a Lizzano nel 1986 «nei riguardi di questo dolce amico dell’infanzia abbandonata è stata proprio quella di rifiutarsi di accoglierlo nella sua istituzione e soprattutto di stimolarlo molto a intraprendere la fondazione di un Ordine specializzato, cioè quello somasco, per l’assistenza degli orfani.»

Il santo intuì anche la funzione importantissima della stampa adeguandosi a quel che aveva cominciato a fare Lutero che diffondeva con opuscoli stampati le sue tesi per tutta l’Europa. Già nel 1522 e 1523 aveva fatto circolare i suoi trattatelli e fogli volanti contro l’eresia luterana. Ora però valeva impostare un lavoro più sistematico prendendo l’esempio da monsignor Giberti, l’ex datario del papa diventato vescovo di Verona, che appena giunto nel 1528 nella sua diocesi aveva cominciato a stampare una lunga serie di opere. Gaetano decise di fare altrettanto a Venezia convincendo a trasferirvisi un illustre tipografo di Brescia, Paganino Paganini, per impiantarvi una tipografia e insegnare quest’arte ai Teatini.

Nel 1533, invitati da un certo Benedetto Tizzone di Fondi, che aveva investito le proprie ricchezze per costruire un piccolo monastero e una chiesetta fuori della Napoli di allora, e dal nobile napoletano Giovanni Antonio Caracciolo, conte d’Oppido, i Teatini decisero di mandare a Napoli Gaetano e Giovanni Marinoni a fondare una nuova casa.

Ma nel 1534, per sottrarsi all’eccessiva e soffocante «tutela» del conte d’Oppido, si trasferirono in alcune casettine all’interno del recinto dell’Ospedale degli Incurabili officiando la chiesa di Santa Maria del Popolo che divenne il centro della loro opera d’apostolato. Fu allora che nacque nell’Ospedale degli Incurabili una nuova pratica liturgica, la preghiera serale per i defunti, annunciata dal tocco di una campana.

Successivamente Maria Lorenza Longo e Maria de Ayerbo, duchessa di Termoli, le due donne che dirigevano l’Ospedale degli Incurabili e vi avevano accolto e ospitato Gaetano con i suoi compagni, acquistarono un edificio che risistemarono adattandolo in parte a residenza religiosa e in parte a chiesa: quella Santa Maria della Stalletta dove i Teatini rimasero per quattro anni, fino al 1538. Fu nella chiesetta che Gaetano compose il primo presepe con quelli che si sarebbero poi chiamati i pastori napoletani. Grazie a lui l’usanza del presepe passò dalle chiese alle famiglie e divenne una delle espressioni più rilevanti dell’arte napoletana. Il suo culto per il presepe risaliva ai tempi del primo soggiorno romano quando Gaetano aveva voluto celebrare la sua prima messa proprio all’altare del Presepio di Santa Maria Maggiore, dov’erano conservate le reliquie della Sacra Culla. In quella cappella si trovava nel Natale del 1527 insieme con molti fedeli quando ebbe una visione: la Madonna in persona gli porgeva Gesù Bambino. Gaetano esitava a prenderlo fra le braccia, ma venne incoraggiato da san Girolamo e da san Giuseppe. Con il Bambino fra le braccia lo ha raffigurato Pietro Bernini proprio in Santa Maria Maggiore. Ma la sua immagine tradizionale è quella di un prete maturo, barbato e con i baffi, che regge in una mano il crocefisso e nell’altra un libro aperto con una sentenza del Vangelo.

Nel 1536, mentre Gaetano era a Napoli, Paolo III nominò cardinale Gian Pietro Carafa che voleva al suo fianco per la riforma della Chiesa e del prossimo concilio che voleva convocare a Mantova. Così l’Ordine diventava, grazie a un suo membro, il principale collaboratore del pontefice.

Due anni dopo Gaetano riusciva finalmente ad avere una sede definitiva, la chiesa di San Paolo Maggiore che ottenne grazie all’interessamento del viceré di Napoli, don Pedro de Toledo, e che i napoletani chiamano oggi la chiesa di San Gaetano. La nuova chiesa, che sarebbe poi stata interamente ricostruita dopo la sua morte, divenne uno dei centri di una straordinaria attività apostolica e caritativa che impressionò tutti i napoletani. Il santo, attento anche ai problemi sociali, riuscì pure a fondare con alcuni nobili ricchi il primo Monte di Pietà napoletano (1539) per combattere l’usura che stava perseguitando i più poveri. Né si dimenticò della prostitute per le quali aprì un monastero detto delle Convertite, a capo del quale pose Maria de Ayerbo.

Gli ultimi anni li spese fra Napoli, dove s’impegnò a combattere le dottrine eretiche di Juan Valdés, Pietro M. Vermigli e Bernardino Ochino, e alcuni viaggi a Venezia, Verona e Roma, dove nella primavera del 1547 prese parte allo storico capitolo in cui fu eletto nuovamente preposito generale per tre anni e dove si decise l’annessione dell’Ordine dei Somaschi ai Teatini, destinata tuttavia a finire nel 1555 perché i secondi non erano disposti a rinunciare alla loro Regola di povertà totale.

Il 16 maggio 1547 il popolo napoletano si ribellò agli spagnoli perché non voleva che il viceré introducesse anche a Napoli l’odiata Inquisizione che in realtà era uno strumento politico per opprimere i sudditi. Vi furono centinaia di morti e poi esecuzioni in massa. Gaetano cercò di fare opera di conciliazione. Pregò, supplicò i conoscenti spagnoli proponendo condizioni e soluzioni pacifiche. Tutto fu vano. Esaurite le vie umane, decise di offrire la sua vita al Signore. Morì il 7 agosto all’età di sessantasette anni. Mentre Gaetano moriva giungevano gli ambasciatori, che avevano incontrato Carlo V a Norimberga, informando la popolazione che l’imperatore aveva perdonato la città e, in cambio di una totale sottomissione, prometteva di annullare le decisioni del viceré e di non istituire mai più quei tribunali.

Il giorno seguente il popolo consegnò le armi e la città riprese il suo aspetto pacifico. Tutti erano convinti che la pacificazione era dovuta all’estremo sacrificio di san Gaetano che fu sepolto inizialmente nel cimitero conventuale. Poi nel 1625 si costruì il succorpo o cappella sotterranea successivamente affrescata dal Solimena, dove il santo è sepolto ancora oggi. Fu canonizzato nel 1671 da Clemente X. La sua festa, che cadeva il 7 agosto, è stata spostata all’8 nel nuovo calendario liturgico.

Sulla sua tomba nacque un’usanza floreale: il 7 agosto, i fedeli addobbavano il suo altare con gelsomini che dopo la festa diventavano talismani per le case e talvolta persino strumenti di miracoli. Questa usanza è ormai tramontata mentre ne è nata una nuova nel 1970 nella chiesa San Nicola, a Lizzano, in provincia di Taranto, dove si prepara in suo onore il pane della Provvidenza che poi viene distribuito nel giorno della sua festa a ogni famiglia insieme con un’immaginetta del santo, venerato con il titolo di Padre della Provvidenza.