Nome
San Donato di Arezzo
Titolo
Vescovo e martire
Nascita
Sconosciuto - Sconosciuto
Morte
362 circa - Arezzo
Ricorrenza
Radio Rai
Patrono di
In breve

San Donato di Arezzo è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e considerato uno dei protettori della città di Arezzo in Toscana. La sua agiografia narra che fu vescovo di questa città e subì il martirio durante la persecuzione dell'imperatore Giuliano l'Apostata. Si dice che San Donato fosse dotato di una grande capacità di compiere miracoli, tra cui la più famosa è la ricostruzione di un calice frantumato, un gesto che viene interpretato come simbolo della restaurazione dell'unità della Chiesa. Un altro miracolo attribuito al santo è quello di aver salvato la città di Arezzo da un terribile drago, simbolo del male, che minacciava la popolazione. La sua festa liturgica si celebra il 7 agosto e in questa data Arezzo si anima di tradizioni e celebrazioni in suo onore. Le reliquie di San Donato si trovano attualmente nella Cattedrale di Arezzo, dove sono oggetto di grande devozione. La sua figura continua a essere un esempio di fede e coraggio per i cristiani, specialmente per la comunità aretina che lo venera come patrono.

Il patrono di Arezzo è diventato nella leggenda un martire decapitato e grazie proprio alla sua «morte» ha ispirato il suo patronato per tutti coloro che per follia o per epilessia, detta anche «male di san Donato», o anche per una emicrania «perdono la testa»

Sulla marmorea arca trecentesca di san Donato, opera di Giovanni Fetti e Betto di Francesco, sovrapposta all’altare centrale della cattedrale di Arezzo, sono scolpiti in rilievo alcuni episodi narrati nella Passio Donati che, composta probabilmente non prima del VI secolo, denuncia tali contraddizioni ed errori cronologici da non poter essere assunta come una fonte credibile. Ma val la pena di riassumerla perché vi si è ispirata l’iconografia del patrono di Arezzo così come le leggende successive. Donato, il cui nome latino Donatus significava negli ambienti cristiani «regalato da Dio», era nato a Nicomedia nella prima metà del IV secolo: quando era ancora fanciullo la famiglia si trasferì a Roma dove egli venne educato insieme con il futuro imperatore Giuliano da Pimenio, un prete del titulus Pastoris. Mentre Giuliano era consacrato suddiacono della Chiesa romana, Donato otteneva soltanto il grado di lettore.

Quando il primo diventò imperatore nel 361, scatenò una nuova persecuzione contro la Chiesa durante la quale morirono i genitori di Donato insieme con il prete Pimenio. Il giovane lettore dovette fuggire fino ad Arezzo dove l’accolse amorevolmente il monaco Ilariano. I due vivevano nella penitenza e nella preghiera ottenendo tra il popolo molte conversioni e operando anche miracoli: Donato restituiva la vista a una donna cieca di nome Sirana e liberava dal demonio il figlio del prefetto Aproniano. Non erano che i primi prodigi: un giorno un esattore del fisco in Toscana, di nome Eustachio, si recò da lui pregandolo di aiutarlo. Prima di partire per un viaggio aveva affidato il pubblico denaro alla moglie Eufrosina che l’aveva nascosto durante un’invasione di nemici senza immaginare che sarebbe morta qualche mese dopo improvvisamente. Il marito, che al suo ritorno non era riuscito a ritrovare quel denaro, rischiava addirittura la pena capitale insieme con i figli.

Donato si recò col poveruomo sulla tomba della moglie e dopo essersi raccolto in preghiera scongiurò Eufrosina di rivelare il nascondiglio. Una voce gridò dal sepolcro: «L’ho sepolto nell’ingresso di casa» salvando il marito.

Successivamente fu ordinato dal vescovo Satiro diacono e poi sacerdote. Continuò la sua evangelizzazione fuori della città, nelle campagne dove i pagani erano ancora numerosi: finché alla morte di Satiro papa Giulio I lo consacrò vescovo di Arezzo.

In questo periodo si moltiplicano i suoi prodigi di cui il più celebre è quello del calice. Un giorno, mentre il diacono Antimo distribuisce il vino consacrato ai fedeli durante la celebrazione eucaristica, un gruppo di pagani entra improvvisamente nella chiesa gettando a terra il calice che cade frantumandosi. I fedeli sono costernati; ma Donato, dopo aver pregato il Signore, raccoglie tutti i frammenti di vetro ricomponendo il calice tranne una notevole sezione del fondo perché il demonio se n’è impossessato. Nonostante quel buco il calice trattiene il liquido e lo tratterrà anche dopo la morte del vescovo.

Un altro celebre miracolo è quello del drago. Vicino ad Arezzo c’era una fonte velenosa dove chiunque bevesse moriva. Allora Donato salì su un asino recandosi alla sorgente per purificarla con la preghiera: ed ecco che dall’acqua uscì un terribile drago che avvolse le zampe dell’asino con le sue spire slanciandosi sul vescovo. Ma Donato lo percosse con una frusta o, secondo un’altra versione, gli sputò in bocca uccidendolo. Poi pregò il Signore di purificare la fonte che riebbe la sua acqua incontaminata. I due episodi del calice e del drago hanno ispirato i due attributi più frequenti del santo che appare sempre in vesti vescovili. Con questi attributi è rappresentato sulla pala di Giovanni d’Agnolo di Balduccio nella chiesa di San Domenico di Arezzo mentre raccomanda, in ginocchio davanti all’altare, un gruppo di aretini.

Nelle altre facce dell’arca sono rappresentati anche altri miracoli, oltre agli episodi del martirio, che testimoniano secondo la leggenda del grande potere intercessorio del patrono aretino. Durante un funerale giunse un uomo con un foglio in mano gridando che il defunto gli doveva duecento soldi e opponendosi al seppellimento finché non gli fosse stata restituita la somma. La vedova si recò in lacrime da san Donato spiegandogli che l’uomo mentiva perché aveva ricevuto il denaro da tanto tempo. Allora il santo si recò sul luogo dov’era stata deposta la bara e, afferrata la mano del defunto, gli disse: «Ascoltami!». E il morto rispose: «Ti sto ascoltando». «Levati e cerca di sistemare i tuoi affari con quest’uomo che si oppone alla tua sepoltura.» Il morto si levò dalla tomba, dimostrò a tutti i presenti che aveva saldato il debito, strappò il foglio che il falso creditore teneva in mano, poi pregò san Donato di restituirlo al sonno eterno. «Figlio, riposa in pace» disse il vescovo.

Un altro prodigio riguarda addirittura la figlia di Teodosio che Donato avrebbe liberato da un demone penetrato in lei. Quest’ultimo episodio è una delle tante prove che la Passio è poco credibile perché se il vescovo fosse stato martirizzato sotto Giuliano, non avrebbe potuto esorcizzare la figlia di un imperatore salito al trono alcuni decenni dopo. Secondo la Passio infatti quattro settimane dopo il miracolo del calice il praeses augustalis Quadraziano fece arrestare Ilariano e Donato che, dopo aver rifiutato di sacrificare agli dei, furono condannati a morte: il monaco nella città di Ostia, il vescovo decapitato ad Arezzo il 7 agosto.

Ma vi sono anche altre incongruenze: come poteva Donato essere compagno di scuola di Giuliano a Roma se il futuro imperatore venne educato in Asia Minore e non pose mai piede in quella città, nemmeno da adulto? Quanto alle persecuzioni di Giuliano, si tratta di accuse infondate che i cristiani poco cristianamente fecero circolare dopo la morte di colui che chiamarono l’Apostata. L’imperatore aveva infatti emanato un decreto di libertà per tutti i culti e disapprovava le violenze di piazza dei gruppi intolleranti di pagani, pur avendo escluso dall’esercito e dalle scuole i cristiani.

D’altronde papa Damaso, che proprio in quel periodo raccoglieva diligentemente le memorie di tutti i «testimoni» della fede a Roma, non avrebbe certamente dimenticato i genitori di Donato, martiri secondo la Passio in quella città. Si è anche osservato che alcuni miracoli, come quello del drago e la resurrezione di Eufrosina, si ritrovano in racconti quasi identici nella vita di san Donato, vescovo di Evorea in Epiro, morto nel 387 e le cui reliquie secondo la tradizione vennero portate nella chiesa di Nostra Signora a Murano.

Che cosa possiamo allora salvare della Passio? Sicuramente l’epoca in cui egli visse, il IV secolo, perché nel Catalogo episcopale di Arezzo, che risale all’XI secolo ed è un documento degno di fede, occupa il secondo posto dopo Satiro. Il fatto poi che il ventesimo successore di Donato, il vescovo Maiurianus, partecipò al sinodo romano del 630 ne è un’ulteriore conferma. Se poi prestassimo fede a san Gregorio Magno e a san Pier Damiani, anche il miracolo del calice sarebbe accertato storicamente perché i due santi sostenevano che esso trattenesse ancora il vino nonostante il buco sul fondo. Quanto alla data e al genere della morte il Martirologio Gerominiano, che fa parte del calendario italico del VI secolo, ne recensisce la memoria al 7 agosto con queste parole: «In Tuscia civitate Aritio Donati episcopi et confessoris». La data è confermata dal Sacramentario Gelasiano che risale soltanto all’VIII secolo ma testimonia di una tradizione che risale perlomeno al Sacramentario presbiteriale compilato a Roma verso la fine del VI secolo ad uso dei titoli romani, dove Donato è qualificato come confessore. Confessori furono detti a partire dal IV secolo, cioè dalla fine delle persecuzioni, i vescovi che avevano evangelizzato la loro città o ne erano stati padri amorevoli. Sicché la qualifica di confessore pare più credibile di quella di martire per un vescovo vissuto in quel periodo.

Il più antico sepolcro di Donato si trovava fuori delle mura romane, sulla collinetta di Pionta, dove sorse la vecchia cattedrale dedicata a Santo Stefano e alla Madonna. Le sue reliquie furono poi traslate all’interno della città, nella nuova cattedrale gotica la cui costruzione, iniziata nel XIII secolo, si protrasse fino al Cinquecento. Il capo invece venne sistemato nel busto reliquiario degli orafi aretini Pietro e Paolo (1346), custodito nella cripta della pieve di Santa Maria.

Il culto di san Donato d’Arezzo non si limitò alla sua città ma si dif fuse in tutta l’Italia durante l’alto medioevo, tant’è vero che ancora oggi è il patrono di due cittadine piemontesi, Pinerolo, dov’è festeggiato nell’ultima domenica di agosto, e Mondovì, che lo celebra il 1° settembre; così come lo è di San Donato Val di Comino in provincia di Frosinone e di San Donato Milanese. Ma è venerato pure a Pisa, Acerno, Firenze, Spoleto e in varie cittadine siciliane. Questa diffusione straordinaria è dovuta alle truppe gote e longobarde che, al soldo dell’Impero bizantino nel VI secolo, lo veneravano come taumaturgo. Quando i Longobardi occuparono vaste zone dell’Italia, costruirono molte chiese in onore del santo contribuendo ulteriormente alla sua popolarità.

Divenne anche il protettore contro la siccità e il patrono della pioggia secondo una tarda leggenda registrata da Jacopo da Varagine. Durante una carestia alcuni pagani aretini si recarono dall’imperatore Teodosio accusando Donato di aver provocato la siccità con le sue arti magiche. Allora il vescovo uscì di casa raccogliendosi in preghiera; e subito cadde una pioggia così abbondante che inzuppò le vesti dei presenti lasciando all’asciutto soltanto il santo.

Nell’Italia meridionale Donato viene invocato come protettore contro l’epilessia che è detta «male di san Donato». L’origine di questo patronato si ispira alla leggenda della sua decapitazione. Sicché curiosamente egli protegge tutti coloro che per follia, epilessia o semplicemente per una forte emicrania «perdono la testa». Nel Sannio e nell’Abruzzo invece si ricollega questo patronato a un’epilessia che avrebbe tormentato il santo per venticinque anni. Nei santuari dedicati a san Donato si accompagnano gli epilettici per farli benedire dal sacerdote.