Nome
Sant' Alberto degli Abati (da Trapani)
Nome di battesimo
Alberto degli Abati
Titolo
Sacerdote
Nascita
1240 - Trapani
Morte
07/08/1307 - Messina
Ricorrenza
Patrono di
Protettore
In breve

Sant' Alberto degli Abati, nato a Trapani nel XIII secolo, è conosciuto per la sua profonda umiltà e per il suo servizio incondizionato nei confronti dei poveri e degli ammalati. Entrò nell'Ordine dei Carmelitani a giovane età e sviluppò una particolare devozione per la Vergine Maria. Secondo la tradizione, realizzò numerosi miracoli, incluso quello di aver salvato il porto di Messina da una grave inondazione. Morì nel 1307 e fu canonizzato nel 1476 da Papa Sisto IV. Il suo culto è ancora molto sentito in Sicilia, dove è considerato il patrono di Trapani, e la sua memoria liturgica si celebra il 7 agosto.

Vissuto in Sicilia nel secolo XIII, è patrono di Erice, sua città natale, e dell’Ordine dei Carmelitani di cui fu uno dei primi santi; molto popolare nell’isola, lo si considera anche patrono degli infermi grazie all’acqua benedetta con le sue reliquie e protettore contro i terremoti e la possessione diabolica

Alberto degli Abati, detto da Trapani dal luogo dove nacque, fu uno dei primi santi carmelitani. Era nato intorno al 1240 nella città siciliana o, secondo qualche agiografo, a Monte di Trapani, l’attuale Erice. I suoi genitori, Benedetto degli Abati e Giovanna dei Palizi, non avendo avuto figli dopo ventisei anni di matrimonio promisero al Signore di consacrare il primo che avessero generato. Una mattina Benedetto, svegliandosi, narrò alla moglie un sogno: aveva visto uscire dal suo utero un grosso cero che col suo splendore spandeva luce in ogni angolo. Giovanna gli confidò di aver fatto lo stesso sogno, soggiungendo profeticamente che il loro figlio avrebbe seguito le orme di grandi santi.

Così avvenne: nacque Alberto che il padre avrebbe voluto destinare al matrimonio per perpetuare la famiglia; ma la madre, fedele alla promessa fatta al Signore, si oppose ottenendo che entrasse nel convento carmelitano della Ss. Annunziata dove il giovane si fece presto apprezzare. per la straordinaria pietà. Secondo la leggenda, narrata per la prima volta nella seconda metà del secolo XIV e giunta fino a noi in molte copie o rifacimenti dove si riscontrano topoi agiografici dell’epoca, fu tentato invano dal demonio che aveva assunto le sembianze di una giovane affascinante. Per questo motivo lo si rappresenta nelle vesti di un carmelitano con un crocifisso tra due rami di giglio in una mano, come appare in una delle sue rappresentazioni più note, la secentesca scultura policroma di Alfonso Cano custodita nel convento dei Carmelitani di Siviglia. Nella tavola di Tommaso de Vigila, del secolo XV, appare invece con un rametto di giglio in una mano e con il libro nell’altra. Nella statua d’argento di Vincenzo Bonajuto (sec. XVIII), conservata nella basilica della Ss. Annunziata di Trapani, di cui il santo è compatrono e che contiene il teschio del santo, non ha invece il libro ma soltanto un rametto di giglio, come nel quadro di Filippo Lippi, conservato al Castello Sforzesco di Milano dove egli appare a fianco della Madonna insieme con altri santi, o in un affresco di Taddeo di Bartolo nel palazzo Pubblico di Siena.

Poi venne mandato a Messina dove, consacrato sacerdote, compì un miracolo straordinario: mentre la città, assediata da Roberto d’Angiò, era ridotta alla fame, alcuni cittadini si recarono dal carmelitano supplicandolo di chiedere aiuto al Signore. Alberto si raccolse in preghiera e poco dopo si videro entrare nel porto, nonostante la presenza dei nemici, tre galere stracariche di viveri che furono subito distribuiti; poi le navi scomparvero misteriosamente com’erano venute.

A Messina subì un altro assalto del demonio che lanciò una pietra contro la lucerna mentre egli pregava, frantumandola: ma il santo la ricompose miracolosamente. Per questo motivo, e anche perché guarì a Licata un’ossessa, lo si invoca nei casi di possessione diabolica e lo si rappresenta con Gesù Bambino fra le braccia mentre schiaccia con un piede il diavolo.

Nell’ultimo decennio del secolo Alberto, nominato provinciale dell’Ordine, dovette visitare i conventi dell’isola. Durante i viaggi operò molte guarigioni, salvando una partoriente moribonda e permettendole così di mettere al mondo il figlio, guarendo a Sciacca un ebreo epilettico, che poi si convertì al cristianesimo insieme con tutta la famiglia, sanando un giovane di Lentini da una grave malattia e restituendo un occhio a un bambino al quale una sorellina un po’ sadica lo aveva strappato con un coltellino: guarigioni miracolose che gli valsero la fama di taumaturgo, tant’è vero che ancora oggi è invocato come patrono degli infermi ma anche come protettore contro i terremoti.

Ad Agrigento addolcì l’acqua amara di un pozzo che esiste ancora oggi, ma soprattutto compì un duplice miracolo. Un giorno, mentre stava camminando lungo la riva del fiume Platani, che scorre non lontano dalla città, vide alcuni ebrei che si dibattevano nelle sue acque ingrossate dalle piogge. Quei poveretti, vedendo Alberto già celebre per i miracoli, lo implorarono di salvarli. E il frate promise loro di aiutarli se si fossero convertiti. Naturalmente accettarono l’evangelica proposta senza alcuna esitazione. Il santo cominciò a camminare sulle acque vorticose e, giunto in mezzo, al fiume, li trasse in salvo per poi battezzarli.

Morì a Messina il 7 agosto del 1307, sua festa liturgica. Si vide la sua anima salire al cielo nelle sembianze di una candida colomba o, secondo un’altra versione della pia leggenda, come una nuvoletta. L’annunzio, secondo un altro topos agiografico, venne dato da una campana che si mosse senza essere toccata da mano umana. Sorse subito una controversia tra il clero e il popolo sulla messa funebre da celebrare finché apparvero due angeli intonando l’Os iusti, l’Introito dei Confessori. Fu sepolto nel convento dei Carmelitani. Il corpo, narra la leggenda, emanava un profumo intenso.

Anche dopo la morte continuarono i miracoli mentre il suo culto si diffondeva non soltanto nell’Ordine dei Carmelitani, come testimoniano già le prime redazioni del Catalogus Sanctorum Ordinis Carmelitanum, ma anche fra il popolo siciliano. Già nel 1346 gli veniva dedicata una cappella nel convento di Palermo. Nel 1375 il capitolo generale dei carmelitani decise di perorare la sua canonizzazione. Nel 1457 Callisto III ne concesse il culto vivae vocis oraculo, confermato dalla bolla di Sisto IV del 31 maggio 1476. Nel 1524 si ordinò che la sua immagine fosse riprodotta nel sigillo del capitolo generale e il superiore dell’Ordine, Nicolò Audet, volle che in ogni chiesa dei carmelitani fosse dedicato un altare. Più tardi fu considerato patrono e protettore dell’Ordine.

Dopo la morte si cominciò a far bere agli infermi l’«acqua di sant’Alberto» benedetta con sue reliquie: molto usata fino a mezzo secolo fa contro le febbri. La pratica si diffuse in tutta l’Europa grazie al fatto che il corpo fu ridotto in minutissimi frammenti distribuiti nelle chiese e nei conventi carmelitani. Trapani conserva in quella dei carmelitani il teschio del santo, alcune costole, la cintura di cuoio e il fiaschetto di terracotta, mentre a Messina si custodisce il braccio in un reliquiario.

Si suole anche distribuire ai fedeli la bambagia che è stata a contatto col teschio del Santo e viene cambiata ogni anno alla vigilia della festa, prima che avvenga il «trasporto».

Furono particolarmente devote ad Alberto da Trapani Maria Maddalena de’ Pazzi e santa Teresa di Gesù. A sua volta uno dei protagonisti del movimento umanistico, il carmelitano e beato Battista Spagnoli (nato a Mantova nel 1447 e morto il 20 marzo 1516), compose in suo onore un’ode saffica.