- Carrara (Toscana)
Un fatto interessante su San Ceccardo di Luni è che la sua storia è avvolta nel mistero e ci sono poche informazioni certe sulla sua vita. Le fonti disponibili, tra cui la tradizione ecclesiastica, raccontano che fu vescovo di Luni, nell'antica regione della Lunigiana, e che subì il martirio. Secondo la tradizione, morì decapitato a causa della sua fede cristiana. Il suo culto è particolarmente sentito a Carrara, dove è considerato il patrono principale della città. Ogni anno, il 16 giugno, si celebra la festa di San Ceccardo con solenni riti religiosi e processioni che attraggono numerosi devoti. La Cattedrale di Carrara custodisce le reliquie del santo, che sono oggetto di grande venerazione. La figura di San Ceccardo è dunque un simbolo di fede e resistenza spirituale, nonostante le scarse informazioni storiche a sua disposizione.
Il patrono di Carrara, vescovo di Luni martirizzato durante la distruzione della città compiuta dai Normanni nell’860, ispirò la leggenda secondo cui sarebbe stato ucciso presso le cave dove si recò per procurarsi il marmo necessario a restaurare le sue chiese
Verso la metà del XV secolo si scoprì, in una località detta Fontana di San Ceccardo, che si trovava nei pressi di Carrara e oggi è nell’immediata periferia, lo scheletro del patrono cittadino. Lo scavo era avvenuto seguendo il filo del racconto tradizionale sul martirio e sui miracoli di san Ceccardo, festeggiato il 16 giugno.
Le reliquie furono traslate nell’antica sacrestia del Duomo, che sorgeva fra l’abside e il campanile, come appare dalle tracce tuttora ben visibili, e sistemate in un’urna composta da due blocchi marmorei opportunamente scavati per poter ricevere lo scheletro protetto da un pesante coperchio. Su di essa fu incisa l’iscrizione:
HIC IACET CORPUS DIVI CECARDI MARTIRIS EPI LUNESIS –
HIC SANCTUS PASSUS EST P. FIDE XPI SUB ANO CCCCCC.
I due pezzi furono congiunti con tre robuste chiavarde metalliche. Successivamente il cranio, meno la mandibola, collocata nell’urna, fu sistemato in una teca d’argento modellata a simulacro della testa del santo.
Nel bosco dov’era avvenuto il delitto e dove Ceccardo era stato seppellito venne edificato un tempietto a protezione della fonte taumaturgica che secondo la leggenda sgorgò miracolosamente dal terreno nel punto dov’era caduto il primo sangue. Poi nel secondo decennio del XIX secolo il tempietto venne incorporato nel santuario di San Ceccardo, consacrato nel 1823.
Nel XVI secolo si era di nuovo dimenticato il vescovo martire, tant’è vero che non si era più certi che nel sarcofago fossero contenute le reliquie. Per fugare ogni dubbio nel maggio del 1599 il vescovo di Luni-Sarzana G.B. Salvago (1590-1632), invitato dal clero e dal comune, venne a presenziare alla ricognizione, come è dimostrato da alcune lettere citate da Luigi Lavagnini in Nuovi documenti su san Ceccardo (Modena 1969). I protettori di Carrara comunicavano il 17 maggio 1599 al principe Alberico Cybo, il quale risiedeva in quel momento a Genova, che il vescovo aveva chiesto loro in dono «... un pezzo della reliquia del detto Santo per la città di Sarzana essendo stato Ceccardo vescovo del detto loco». Sollecitavano il suo necessario consenso, come signore della città, raccomandandogli tuttavia di esigere in cambio, per il Duomo di Carrara, una delle molte reliquie esistenti nella città capoluogo della diocesi di Luni. Alberico rispose rinviando la decisione: «... s’anderà pensando quello che si potrà e converrà risolvere e ne sarete avvisati».
Successivamente il vescovo poté prelevare un dente dal mascellare superiore di san Ceccardo. Fu in quella circostanza che dall’alveolo scaturirono alcune gocce di sangue, nonostante che fossero trascorsi secoli e secoli dalla sepoltura: così perlomeno si tramandava di generazione in generazione. Durante le ricognizioni del 1782 e del 1949 fu notato uno strano arrossamento proprio nel punto da cui era stato estratto il dente. Dopo la seconda il vescovo di Apuania decise un accertamento scientifico. Non essendo possibile prelevare tutto il teschio, permise il prelevamento di una modica quantità di tessuto osseo raschiato nella parte arrossata. Il 1° luglio il professor Folco Domenici, direttore dell’Istituto di medicina legale presso l’Università di Pisa, dichiarò: «Il materiale prevelato dalla veneranda reliquia di san Ceccardo non è sangue; tutte le reazioni al riguardo hanno dato esito negativo e lo stesso le reazioni di siero precipitazione». Tuttavia Luigi Lavagnini ha sostenuto che non si dovrebbe considerare il responso definitivo perché a distanza di trecentocinquant’anni da quell’avvenimento prodigioso la lieve traccia sanguigna potrebbe aver perduto la possibilità di rivelarsi.
Ma ora lasciamo le reliquie per scoprire chi fosse il misterioso vescovo sulla cui vita fiorirono tante ipotesi e leggende, alcune delle quali frutto della fantasia popolare, come quella che narra come un contadino, geloso perché san Ceccardo aveva concesso un’abbondante e sospetta elemosina alla moglie, l’avesse barbaramente ucciso.
Due storiografi che si sono occupati per primi dell’argomento, Ippolito Landinelli, il quale scrisse nel 1610 un manoscritto conservato nella Biblioteca di Sarzana, Dell’origine e distruzione dell’antica città di Luni. Della città di Sarzana. Della Chiesa lunense, e Ferdinando Ughelli nel saggio Lunenses et Sarzanenses Episcopi (in «Italia Sacra», vol. I, Roma 1644), sostengono sulla scia dell’iscrizione sul sarcofago quattrocentesco che il santo soffrì il martirio intorno all’anno 600: acceso dallo zelo della fede, aveva condannato pubblicamente i costumi di certo uomini «perversi» che, infuriati, gli avevano teso un agguato bastonandolo fino alla morte. Ma secondo un’altra versione sarebbe stato decapitato. Il quadro che orna l’altare di San Ceccardo in Duomo rappresenta l’assassino mentre vibra il colpo con un pugnale alla gola del santo, tenuto fermo da due complici. In un altro dipinto, poi riprodotto in migliaia di santini, l’energumeno sta per calare con una spada il mortale fendente sul vescovo inerme.
La data del 600 fu contestata nel 1660 dal bollandista Daniele Paperbroch il quale osservò che il nome longobardico Ceccardus, derivato forse da Sicheradus, non poteva appartenere a un vescovo della Marittima (Tuscia settentrionale e Liguria orientale) che era ancora dominata dai Bizantini. D’altronde, come è stato rilevato da Ubaldo Formentini ne I vescovi di Luni nel periodo carolingio (in «Giornale storico della Lunigiana», XIII, 2, La Spezia 1923), in quell’anno era vescovo di Luni san Venanzio. Il Formentini respinge tuttavia la tesi del bollandista, seguita dal Lanzoni, secondo la quale san Ceccardo sarebbe morto martire nell’892 presso la Kararia, nei luoghi delle cave marmifere, dove si era recato per procurare i marmi necessari a riparare le chiese di Luni devastate dalla incursione dei Normanni nell’860. Non tedierò il mio lettore con le prove addotte dai bollandisti, da un lato, e dal Formentini, dall’altro, per dimostrare le loro rispettive tesi. Se vorrà approfondire la questione, le troverà esposte nel già citato saggio del Formentini: il quale conclude sostenendo che proprio Ceccardo è il vescovo che morì durante l’incursione normanna dell’860. In un atto dell’816 figura un Sicheradus clericus filius Sibaraldi. Il clericus sarebbe diventato più tardi il successore del vescovo Petroaldo – citato nel concilio Romano dell’826 – e sarebbe stato martirizzato fra le rovine della sua città. I lunesi superstiti, trovato scampo a Carrara, dove la Curia si rifugiò per parecchi anni, venerarono il loro martire di cui avevano trasportato il corpo perché li proteggesse. Successivamente lo sviluppo del suo culto finì col far eleggere san Ceccardo patrono della diocesi di Carrara.