- Mercatello sul Metauro (Marche)
Santa Veronica Giuliani, nata Orsola Giuliani, è stata una religiosa italiana dell'Ordine delle Clarisse Capuccine ed è venerata come santa dalla Chiesa cattolica. Uno degli aspetti più notevoli della sua vita spirituale è stata la ricezione delle stigmate, segni corporei corrispondenti alle ferite di Cristo, nel 1697. Veronica visse un'intensa esperienza mistica che la portò a un profondo rapporto con Dio. Tra le sue esperienze spirituali, si segnalano le visioni celesti e i dialoghi con Gesù, la Vergine e altri santi. Il suo diario spirituale, nel quale ha raccontato questi eccezionali eventi, è un documento di grande valore per la comprensione della mistica cristiana. Veronica morì nel 1727 e fu canonizzata da Papa Gregorio XVI nel 1839. La sua festa liturgica viene celebrata il 9 luglio. Il suo corpo incorrotto è venerato nel monastero di Santa Veronica a Città di Castello, in Umbria. La sua vita è un esempio di dedizione totale all'amore di Dio e al servizio del prossimo, un aspetto che continua a ispirare fedeli in tutto il mondo.
Considerata una delle maggiori mistiche del XVII secolo e invocata come mediatrice per la liberazione delle anime dal Purgatorio e per la conversione dei peccatori, ci ha lasciato un diario di grande interesse sul suo itinerario spirituale
Nel 1742 la casa natale di Veronica Giuliani a Mercatello fu trasformata in un monastero di Cappuccine dove oggi sono conservate alcune sue reliquie. In quella casa la santa era nata, ultima di sette sorelle, il 2 7 dicembre 1660. Venne battezzata dai genitori, che appartenevano a una famiglia benestante, col nome di Orsola in onore della martire di Colonia.
Insieme con le sorelle venne allevata dalla madre Teresa in un ambiente di profonda devozione. Già da bambina sentiva un’irresistibile attrazione per le immagini della Madonna e di Gesù Bambino. Una mattina, mentre contemplava una di queste immagini, invitò il Bambino a nutrirsi al suo petto. E Gesù si staccò dal seno di Maria attaccandosi al petto di Orsola che s’era già tolta il bustino.
La madre morì quando lei aveva soltanto quattro anni. Ma prima di mancare volle assegnare alle sue cinque figlie – due erano morte precocemente – una ferita del Cristo: a Orsola toccò quella del costato perché «imparasse ad amare Gesù Crocifisso giacché il sito in cui la collocava era luogo d’amore». Da allora Orsola si sentì attratta da tutti i crocefissi; finché un giorno una di queste immagini la chiamò «con voce intellegibile», come la santa scrisse più tardi nel suo Diario. Salita sopra una panca per baciare la piaga del costato, il Crocifisso «staccò il braccio dalla croce» e la «abbracciò strettamente per molto tempo».
Crescendo la ragazzina sentiva il desiderio di ritirarsi in un monastero non diversamente da tre sorelle. Per distorglierla da quei pensieri, il babbo, che nel frattempo era stato promosso sovrintendente alle finanze farnesiane a Piacenza, le fece venire nella cittadina emiliana sul finire del 1669. Tutto tentò per dissuadere Orsola, che aveva già ottenuto dal confessore di Piacenza un cilizio e una disciplina con l’autorizzazione a usarli: la circondò di servitori, la vestì lussuosamente, facendola invitare a feste e giochi dove molti giovani la corteggiavano. Ma Orsola pensava ad altro. Dalla sua immagine il Cristo la invitava «alla guerra»; e lei, prendendo alla lettera le sue parole, quasi volesse prepararsi allo scontro con i Turchi che minacciavano l’Europa, tirava di scherma e imparava a caricare e scaricare l’archibugio. Presto l’equivoco svanì e lei comprese che la sua «guerra» era spirituale.
Dopo tre anni Orsola e le sorelle tornarono nelle Marche, affidate a un cugino della madre che abitava a Sant’Angelo di Vado. Era ormai una bella adolescente che attirava l’attenzione dei giovani del luogo. Ma lei non aveva nessuna intenzione di accettare quei corteggiamenti. Dopo anni e anni di riflessione nel 1676 decise di scrivere una lettera al padre ribadendo la sua decisione di monacarsi e chiedendogli il permesso. Il padre dovette accordarglielo.
Il canonico Lorenzo Rossi, suo tutore, le propose di scegliere fra due monasteri di Clarisse: quello di Mercatello, dove erano entrate qualche anno prima le tre sorelle maggiori, oppure un altro a Sant’Angelo in Vado, in cui viveva una zia. Ma Orsola voleva una Regola più stretta e chiese di entrare nel monastero delle Cappuccine di Città di Castello. Le Cappuccine erano nate da una riforma delle Clarisse promossa nel 1535 da Maria Lorenza Richenza Longo e approvata nel 1538 da Paolo III.
Dopo aver penato non poco a convincere lo zio e il suo confessore Orsola poté partire nel luglio del 1677 per Città di Castello dove, grazie al vescovo che ne aveva riconosciuto il carisma, venne accolta nel monastero in cui sarebbe vissuta fino alla morte, per quasi cinquant’anni.
Il 28 ottobre 1677 ricevette l’abito religioso insieme col nuovo nome di Veronica. Subito dopo la vestizione le apparve il Signore che le chiese che cosa volesse da Lui. Tre grazie, rispose: «Una che mi facesse grazia che io vivessi secondo che richiedeva lo stato che avevo intrapreso; la seconda che io non partissi mai dal suo santo volere; la terza che mi tenesse sempre crocifissa con Lui».
Fu l’inizio di una straordinaria avventura mistica; finché il Venerdì Santo del 1681 il Signore le apparve «tutto piagato e coronato di spine», mentre lei implorava: «Signor mio, venite a me, datemi cotesta corona acciò le punture delle spine siano voci per me per dirvi quanto io brami d’amarvi». Gesù si tolse dal capo la corona di spine posandola sul capo di Veronica che ne sentì le punture «sino dentro la bocca, dentro le orecchie, dappertutto il capo, negli occhi, nelle tempie, nel cervello». Il dolore fisico continuò a lungo col capo gonfio, tant’è vero che le consorelle chiamarono, preoccupate, medico e chirurgo i quali non riuscirono a curarla.
Nella notte tra il Sabato Santo e la Pasqua dell’11 aprile 1694 le si avvicinò Gesù Bambino adornandole il cuore «di alcuni adornamenti molto preziosi e ricchi» e le fece capire che erano «i suoi meriti santissimi», la dote per la sua sposa. Poi cominciò la cerimonia dello sposalizio: il Cristo le apparve in trono, attorniato dalla Madonna e da santa Caterina e santa Rosa da Lima. Nella piaga del suo costato, da cui uscivano «raggi come di sole», era riposto l’anello nuziale.
Santa Caterina spogliò la cappuccina lasciandole soltanto l’abito religioso; poi la rivestì con un manto che le aveva consegnato la Madonna: «tutto coperto di gioie e di più sorte colori». Infine la Vergine la invitò a presentare la mano destra al cui anulare Gesù e sua Madre infilarono l’anello.
Nella notte di Natale del 1696 suor Veronica, alla quale il Signore aveva già aperto il cuore per indicare il suo definitivo e assoluto possesso, sperimentò una seconda transverberazione mentre si trovava davanti al presepe: «Gesù Bambino aveva in mano come un arco con una freccia e parvemi che la mandasse a dirittura al mio cuore. Sentii gran pena. In quel mentre ritornai in me, trovai che il cuore era ferito, faceva sangue».
Ma Veronica non si accontentava di quel che aveva ricevuto. Il 5 aprile 1697, stringendo il crocifisso fra le mani, così pregava nella sua celletta: «Sposo mio, crocefiggetemi con voi. Sì, sì, mio caro bene, fatemi sentire la pena e dolori de’ vostri santi piedi e mani. Più non tardate. Ora è tempo... Cuore del mio cuore, e quando passerete, da banda a banda, questo vostro cuore?». Fu esaudita, come racconta nel Diario che aveva cominciato a scrivere dal 1693 per ordine del suo confessore, il filippino Ubaldo Cappelletti: «In un istante io vidi uscire dalle sue santissime piaghe cinque raggi risplendenti; e tutti vennero alla volta mia. Ed io vedevo i detti raggi divenire come piccole fiamme. In quattro vi erano chiodi; ed in una vi era la lancia, come d’oro, tutta infuocata; e mi passò il cuore da banda a banda; e i chiodi passarono le mani e i piedi. Io sentii un gran dolore; ma nel medesimo dolore vedevami, sentivami tutta trasformata in Dio. Tosto che fui ferita quelle fiamme di nuovo ritornarono in raggi risplendenti; e li vidi posare nelle mani e piedi e costato del Crocefisso. Il Signore mi confermò per sua sposa; mi consegnò alla sua Madre».
Due giorni dopo, il 7 aprile, prima della recita comunitaria del Mattutino di Pasqua, suor Veronica sente una voce che la invita a prepararsi a un nuovo sposalizio. Scesa nel coro salmodierà con il Cristo accanto. Poi, risalita nella sua cella, si concentra nella preghiera finché vede apparirgli il Signore attorniato dalla Madonna e dai santi Paolo, Agostino, Francesco d’Assisi, Bonaventura, Antonio da Padova, Bernardino da Siena, Caterina da Siena, Rosa da Lima e Teresa d’Ávila. Preso il cuore di Veronica fra le mani, per tre volte Gesù domanda: «Di chi è questo cuore?». E per tre volte la cappuccina risponde: «Signore, è vostro». Gesù allora ripone il cuore nella piaga del costato, sopra il proprio cuore «tutto risplendete». Poi dopo averlo dato alla Madre, lo ripone nel petto di Veronica, che lo sente infuocato.
Infine Gesù, mostratole l’anello, lo pone nel proprio cuore annunciandole che al mattino, durante la comunione, stringerà con lei «il vincolo di legame unitivo, perpetuo e indissolubile». Così avverrà: dopo averle infilato l’anello nuziale Gesù la prende per mano affidandola a sua Madre: «Questa è mia sposa; viene ad essere vostra figlia. Ve la consegno acciò mi sia fedele ed operante alle operazioni che io voglio fare in lei».
Veronica vede incastonate nell’anello tre pietre: in una vi sono due cuori tanto uniti da sembrare uno solo; nell’altra una croce; nella terza si vedono gli strumenti della Passione. I due cuori sono quelli di Gesù e il suo, ferito, che la impegnano a «due vite, vita di pene, vita d’amore»; la croce è la dote, consegnata da Gesù, «per segno del legame ed unione sponsale». Quanto agli strumenti della Passione, sono un invito a patire e a tenere la Passione «sempre nel cuore, nella mente».
Vita di pene, vita d’amore: così vivrà la sua esperienza mistica in un alternarsi di comunione gioiosa e dolorosa insieme, in un patire che è gioia nel patire, «purgatorio d’amore». «Ogni cosa mi pare che arda,» scrive «ogni cosa mi pare che sia fuoco... Si sente il solo bruciare. E tal fuoco brucia non solo le carni e le ossa, ma anche il midollo di esse: con pena così grande che alzerei le mie grida fino al cielo... Io sento e provo questo fuoco in modo che mi consuma... Io brucio e sto in questo fuoco ardente né mi posso sottrarre perché trovo fuoco dappertutto! Ma che fuoco sia non lo so! Oh Dio, pietà!»
La sua ininterrotta Via Crucis la trasforma in «mediatrice» tra il Signore e i peccatori, come ella stessa confida nel Diario descrivendo il «vero sposalizio» del 1697: «Mi confermò come mezzana fra Lui e i peccatori». E il 3 febbraio 1702 scrive: «Sentivo un ardente desiderio di patire e chiedevo ogni sorta di pene e di tormenti. Avevo una sete grande che tutto il mondo si convertisse a Dio e chiedevo sovente la conversione di qualche peccatore secondoché mi sentivo ispirata». Per questo motivo Veronica è considerata mediatrice per la liberazione delle anime dal Purgatorio e per la conversione degli infedeli e dei peccatori.
Fra le tante sue croci, descritte minuziosamente nel Diario, vi furono anche alcuni interventi della gerarchia ecclesiastica che è sempre stata molto prudente di fronte a simili casi. Nel 1697 il vescovo Eustachi, informato delle stigmate dal confessore della cappuccina, la sottopose più volte a un esame accurato informandone poi il Sant’Uffizio; e le impose provvedimenti restrittivi, come la probizione di andare alla grata senza espressa licenza del vescovo, proibizione di scrivere lettere tranne alle sorelle clarisse, con l’obbligo tuttavia di consegnarle aperte al confessore. Poi per ordine del Sant’Uffizio Veronica dovette sottoporsi a esami di medici e chirurghi. Il 21 marzo 1698, nel capitolo elettivo, venne esclusa da elezione e deposta dall’ufficio di maestra delle novizie, cui era stata eletta nel 1694, sino al 3 giugno 1703. Fu segregata nell’infermeria dal 23 luglio al 12 agosto 1699; e infine privata del diritto di eleggere e di essere eletta sino al 7 marzo 1716. Subì anche molte umiliazioni da un suo confessore, il gesuita Giovanni M. Crivelli, che la strapazzò in varie occasioni. Ma Veronica superava tutte quelle prove senza lamentarsi, anzi ringraziava i suoi accusatori.
Dopo il 1703 venne riconfermata maestra delle novizie, ufficio nel quale dimostrò un grande talento pedagogico tanto da esservi confermata sino alla morte. E nel 1716, caduta ogni riserva nei suoi confronti, fu eletta madre badessa. Anche questo incarico lo tenne sino alla morte rivelandosi una superiora che sapeva farsi obbedire più con la dolcezza che con gli ordini perentori. E come ogni vera mistica, sapeva anche essere molto efficiente nei problemi quotidiani poiché la contemplazione insegna a essere attenti a ogni cosa, a ogni accadimento, anche al più modesto. Costruì fra l’altro un nuovo dormitorio, allestì vasche e fontane nell’orto e in cucina e fece arrivare l’acqua nel cortile del chiostro a comodità dell’infermeria e degli ambienti di lavoro.
Il 6 giugno 1727, mentre in coro stava per comunicarsi, venne colpita da apoplessia alla parte sinistra. Dopo un’agonia vissuta coscientemente, morì il 9 luglio 1727, che sarebbe diventato, dopo la canonizzazione, nel 1839, la sua festa liturgica.
Subito dopo la morte il vescovo Alessandro Codebò ordinò a undici testimoni un completo esame necroscopico che rilevò segni di colore scuro sulle mani, sui piedi e sul lato sinistro del petto, che denotavano precedenti ferite, poi cicatrizzate.
Sul lato sinistro del petto si vide anche il trigramma di Cristo, IHS, con una piccola croce sopra la lettera H; sul lato destro vi erano invece due segni che formavano una croce: tutti questi segni erano stati eseguiti con strumenti taglienti ed erano ormai cicatrizzati. Altri Veronica se li era procurati in varie parti del corpo: croci, nomi di Gesù e di Maria.
Poi si decise di esaminare il suo cuore che apparve, come narrò il vescovo stesso nella Relazionepubblicata a Perugia nel 1727, ferito profondamente «di sei buone dita trasversali». Aperto in due metà, mostrava agli angoli destro e sinistro «due piccole fiamme» e altri segni «uniti assieme... fatti a guisa d’impugnatura di spada». Il mattino seguente, 10 luglio, si scoprirono sul cuore anche «una piccola, ma ben visibile lettera M; una piccola lettera I in stampatello; una figura di croce benissimo formata; una figura di piccola corona di spine; una lancia e una canna; un chiodo e un piccolo ventaglio di spade». La I e la M erano le iniziali di Iesus e Maria.
Fu sepolta sotto il coro, nella sepoltura comune delle Cappuccine. Dal 1927 il suo corpo ricomposto con cera, avvolto da velo e saio cappuccino e stretto da corda francescana, con il capo coronato di spine, la mano sinistra sul petto che stringe il crocefisso e la mano destra che sorregge il cuore adornato dagli emblemi della Passione mentre i piedi mostrano le stigmate, riposa sotto l’altare della chiesetta delle Cappuccine a Città di Castello in un’urna di noce.
Di Veronica possediamo anche la maschera mortuaria cui s’ispirò Luca Antonio Angelucci dipingendola nel 1727 con una grande croce fra le mani segnate dalle stigmate. Ma la santa è stata rappresentata in altri modi secondo i vari episodi narrati nel suo Diario: con la corona di spine sul capo; mentre riceve le stigmate o viene transverberata; nella contemplazione di Gesù Crocifisso o in conversazione con Gesù Bambino.
Santa Veronica Giuliani nacque il 27/12/1660
Santa Veronica Giuliani nacque a Mercatello Sul Metauro
Santa Veronica Giuliani morì il 09/07/1727
- Mercatello sul Metauro (Marche)
Santa Veronica Giuliani si festeggia il 9 luglio