Nome
San Terenzio di Pesaro
Titolo
Vescovo e martire
Ricorrenza
In breve

San Terenzio di Pesaro è venerato come santo e martire dalla Chiesa cattolica. Le sue origini sono avvolte nel mistero, ma la tradizione lo considera il primo vescovo di Pesaro. Secondo gli Atti, Terenzio avrebbe subito il martirio durante le persecuzioni dell'imperatore Decio, intorno al 250 d.C. Insieme a Terenzio, furono martirizzati i santi compagni, i quali sono noti come i Sette Fratelli Martiri. La loro festa liturgica si celebra il 24 settembre. Il culto di San Terenzio è particolarmente sentito a Pesaro, dove è considerato il patrono principale della città. La Basilica Cattedrale di Pesaro ospita le reliquie del santo e diventa luogo di pellegrinaggio specie durante la ricorrenza del suo martirio. La figura di San Terenzio rappresenta un esempio di coraggio e di fedeltà al Vangelo, tanto da essere disposto a sacrificare la propria vita per non rinnegare la propria fede cristiana.

Si racconta che il patrono di Pesaro fosse un giovane che, giunto secondo la leggenda dalla Pannonia, venne martirizzato fra Pesaro e Urbino; ma forse nella realtà fu un vescovo della città marchigiana su cui fiorirono poi tante leggende 

Una tarda e fantasiosa Passio medievale narra che san Terenzio, il patrono di Pesaro, era nato in Pannonia nei primi decenni del secolo da genitori cristiani. La madre Emerenziana, per sfuggire alle persecuzioni di un certo re Dagno, fuggì con il bambino ad Aquileia dove Terenzio, crescendo, cominciò a operare prodigi e conversioni. Finché un giorno il prefetto Valeriano lo arrestò gettandolo con altri centoventinove cristiani in una squallida prigione.

Ma in quel carcere rimane poco: a una sua preghiera i muri si fendono, le porte si spalancano e tutti possono fuggire. Avvertito da un angelo, il giovane si reca a Roma dove sta infuriando la persecuzione dell’imperatore Decio (249-251). Qui un altro angelo lo spinge a ripartire subito alla volta di Pesaro per evitare di essere facilmente arrestato. Ubbidiente, Terenzio si rimette in viaggio accompagnato per la via da un mandriano di porci che a un certo punto, per rapinarlo, tenta di ucciderlo scagliandogli una freccia; la quale miracolosamente si volge come un boomerang contro il rapinatore colpendolo a un occhio. Secondo un topos agiografico, il mandriano, pentito della sua mala azione, si getta ai piedi del santo che non soltanto lo perdona ma lo guarisce.

Ma Terenzio non sarebbe mai giunto a Pesaro: in un sito detto «acqua mala», sui confini di Pesaro, incappò in una banda di briganti che lo uccisero a percosse il 24 settembre 247, giorno della sua festa principale. Secondo una tradizione locale Terenzio sarebbe morto nei pressi della Badia di San Tomaso in Foglia, sul confine territoriale fra Pesaro e Urbino. In quel luogo – precisamente nella parrocchia di Sant’Angelo – vi è una polla perenne di acqua solforosa, detta l’«acqua di san Terenzio».

Una pia matrona pesarese, di nome Teodonia, avvertita da un angelo, si recò sul luogo dell’uccisione e raccolse il corpo del santo su un carro trainato da buoi, trasportandolo a Pesaro. Quando il carro giunse di fronte alla sua casa, i buoi si arrestarono rifiutandosi di procedere. Il vescovo Florenzio, interpretando quel segno come volontà celeste, ordinò di trasformare la casa in una chiesa e vi fece deporre il corpo nella cripta. Presto una folla immensa cominciò a recarsi al sepolcro dove si moltiplicavano i miracoli.

Tutta la leggenda è poco credibile sia per le incongruenze cronologiche (il santo muore nel 247 sotto l’imperatore Decio quando quest’ultimo sale al trono due anni dopo; in Pannonia in quell’epoca non vi erano re e la regione non era ancora cristianizzata) sia per i topoi agiografici che rivelano come sia stata ricalcata su quella di un santo omonimo ricordato il 15 luglio: quel san Terenzio o Terenzo, vescovo di Luni che, celebre per la sua carità verso i poveri, venne ucciso, secondo una tarda leggenda, da alcuni briganti presso il Valenza, un affluente del Magra, mentre stava distribuendo elemosine. Il suo corpo, posto su un carro, venne trasportato da due giovenche indomite sul luogo, detto poi «di san Terenzo», dove gli fu dedicata una chiesa. Ancora oggi ne portano il nome due borgate, l’una sul golfo della Spezia, dove soggiornò Shelley, l’altra sulla strada che conduce dalla via Aurelia al passo del Cerreto. Chi fosse nella realtà questo santo, non si sa: vi è chi congettura che fosse un vescovo di Luni, ucciso dai Saraceni durante una delle loro incursioni sulla costa della Tuscia, chi invece pensa a un pellegrino in viaggio verso Roma.

Tuttavia Giovanni Lucchesi, nella Bibliotheca Sanctorum, ha avanzato un’ipotesi diversa basandosi sul Delehaye: che il Terenzio di Pesaro non sia che uno dei tanti sdoppiamenti di un san Terenziano, vescovo di Todi e martire del II secolo, ricordato dal Martirologio Romano al 1° settembre. Da questo Terenziano sarebbe nato per germinazione agiografica il san Terenzio di Todi, ricordato il 27 settembre insieme con il compagno di martirio Fidenzio: entrambi decapitati presso Todi, in «civitate Martana». Sul loro sepolcro fu poi costruita una chiesa che ancora si vede presso Massa Martana. Dallo stesso Terenziano sarebbe poi germinato il Terenzio di Pesaro per il quale sarebbe stata scritta una Passioutilizzando alcuni episodi di quella del martire di Luni.

Ma Igino Corsini ha osservato in un articolo pubblicato su «Il nuovo amico» (n. 19, 1° novembre 1986) che se le fantasie sulla vita di san Terenzio risalgono al XIV secolo, il culto è attestato a Pesaro fin dal VI secolo, sicché non sarebbe del tutto infondato sostenere che il patrono di Pesaro sia realmente vissuto. Il Corsini cita a questo proposito uno studio ancora inedito di Paolo Erthler, secondo il quale san Terenzio, il cui corpo si trova ora in cattedrale, fu un vescovo della città nel VI secolo. Proveniva dall’estero e si comportò esemplarmente. Soltanto successivamente, sulla scia di suggestioni esterne, si sarebbe dimenticata la sua figura di vescovo trasformandolo nel personaggio leggendario e addirittura raffigurandolo come un giovane in vesti romane, con un vessillo nella mano sinistra e il modellino della città sulla destra: così lo disegnò nel XV secolo Giovanni Bellini in un’immagine conservata al Museo Civico di Pesaro.

Quanto alla leggenda della sua sepoltura in Pesaro, due lapidi murate nella cattedrale, dedicata a san Terenzio, ricordano che nel 1447 il vescovo Giovanni Benedetti traslò il corpo nell’altar maggiore della cattedrale dalla cripta, dov’era stato deposto dal vescovo Florenzio nel 247 quando, secondo la Passio,la casa della matrona era stata trasformata in chiesa. Ma quest’ultima notizia è infondata perché durante l’Impero romano non si poteva seppellire nessuno dentro la città. D’altronde secondo la tradizione, che contrasta con il racconto leggendario, il corpo di san Terenzio venne sepolto provvisoriamente fuori della città, nella valle di San Terenzio. Inoltre i primi vescovi pesaresi officiavano come cattedrale la basilica di San Decenzio che ora è la chiesa del cimitero; e soltanto sulla fine del VI secolo il vescovo Felice trasferì la sua sede costruendo la nuova cattedrale sui ruderi della Basilica civile romana, creduta da qualche storico il tempio di Giove Capitolino. In un manoscritto del primicerio Gabucci del 1898 si legge: «La prima traslazione avvenne verso la metà del VI secolo quando fu trasportato in città». Sicché si può concludere che il corpo del santo, inumato nella valle di San Terenzio, fu traslato in un’epoca indeterminata nella basilica di San Decenzio, la cattedrale primitiva; poi verso la metà del VI secolo nella cripta della nuova cattedrale; finché il 9 luglio 1447 il vescovo Giovanni Benedetti lo collocò in una cassa di legno sull’altar maggiore. Sul coperchio fece dipingere san Terenzio come sosteneva di averlo ritrovato nella cripta o forse come l’aveva immaginato leggendo la tarda Passio: vestito di una tunica stretta ai fianchi e corta fino al ginocchio, con una specie di manto sovrapposto, con la palma nella mano destra e il libro dei Vangeli appoggiato al petto nella mano sinistra. A ricordo dell’avvenimento fece murare la prima delle due lapidi ricordate, che ora si trova nella cappella di San Terenzio a destra dell’altare.

Nel 1503 il duca Valentino Borgia, oltre a distruggere con le artiglierie il campanile del Duomo, danneggiò gravemente anche il battistero, l’abside e il sepolcro di San Terenzio. Il vescovo Paride Grassi nel corso dei restauri rinchiuse il corpo del santo in un’arca di pietra di Sebastiano Serlio che ripose sull’altar maggiore.

Oggi, dopo un’altra serie di traslazioni, il corpo del patrono si trova sotto il ricco altare di marmo della nuova cappella a lui dedicata nel 1909.

Il culto di san Terenzio fu molto vivo a Pesaro fin dal primo medioevo. Quando la città, fra il IX e il X secolo, si costituì in libero comune, ideò un vessillo, alternato nei colori bianco e rosso, che chiamò «la bandiera di san Terenzio» e al suo nome intitolò il rione principale della città. La sua festa, che cadeva come oggi il 24 settembre, aveva anche un’appendice spettacolare con una corsa di cavalli.

A partire dal 1802 fu istituita una seconda festa al 9 giugno in ricordo di un miracolo. Mentre Pesaro era occupata dai rivoluzionari francesi, un gruppo di patrioti pesaresi, capitanati dal rettore di San Pietro, don Sebastiano Grandi, penetrò nella città scacciando gli stranieri: era il 7 giugno 1793. Due giorni dopo, un corpo d’armata con millequattrocento uomini e con pezzi d’artiglieria giunse da Fano a riconquistare la città. Fu una battaglia feroce che si concluse con la vittoria dei pesaresi i quali ebbero soltanto un morto e pochi feriti mentre i francesi lasciarono sul terreno duecento morti e molti feriti che furono trasportati a Fano su quarantadue carri. Si racconta che i francesi videro durante la battaglia un guerriero a cavallo, con un bell’elmo in testa, girare sulle mura incoraggiando i difensori, seguito da una nobile matrona che distribuiva munizioni. Sicché la voce popolare cominciò a raccontare che san Terenzio aveva voluto accorrere visibilmente in aiuto della città; e per ringraziamento fu istituita la festa del patrocinio di san Terenzio. Quell’episodio fu rievocato da Terenzio Mamiani della Rovere, il ministro dell’Istruzione nel gabinetto Cavour del 1860 e poi senatore del Regno, che fu anche mediocre poeta:

... sulle trincee fra repentino 
Chiaror tu discendesti, e l’armatura 
Terribile onde tutto eri coperto 
Sfolgorò sì che il mar vicino e l’etra 
E le schiere nemiche empié di lampi 
E di barbagli. Un’iride sembrava 
Dispiegarsi e ondeggiar sopra il tuo capo: 
Era l’insegna tua che a facil vento 
Il grembo dischiudea

Tremando all’alta visione i Franchi 
Entro il pugno tremar le scinte spade; 
Ma gioì il popol tuo sul muro accolto, 
E mille fulminò dall’appuntate 
Colubrine le morti e dagli scoppi.

Te condottier, te padre e te felice 
Dell’Isaurica gente ausiliatore.