Nome
San Silverio
Titolo
Papa
Nascita
V secolo - Frosinone
Morte
02/12/0538 - Ponza
Ricorrenza
Radio Vaticana
Patrono di
In breve

San Silverio fu il 58° Papa della Chiesa Cattolica, eletto nel 536 d.C. Il suo pontificato fu segnato da tensioni politiche e religiose, culminando nel suo esilio forzato. Figlio di Papa Ormisda, Silverio fu uno dei pochi papi figli di un altro papa. La sua elezione avvenne in un periodo estremamente turbolento per Roma, che era sotto il controllo del generale bizantino Belisario durante la guerra gotica. Accusato ingiustamente di tradimento, fu deposto e mandato in esilio sull'isola di Palmaria, dove morì nel 537 d.C. A causa delle circostanze della sua morte e della sua ferma difesa della fede cattolica contro le pressioni dell'Imperatrice Teodora, che supportava il monofisismo, Silverio fu venerato come martire. La sua memoria liturgica si celebra il 20 giugno. Nonostante il suo pontificato fosse breve e travagliato, la figura di San Silverio rimane un esempio di coraggio e di fedeltà ai principi della Chiesa in mezzo alle avversità politiche.

I patroni di Frosinone furono, caso unico nella storia dei papi, figlio e padre, ma il primo, che è diventato anche patrono di Ponza e degli aragostai, venne perseguitato dalla moglie di Giustiniano e deposto illegittimamente in una congiura 

All’inizio del nostro secolo gli aragostai di Ponza, che insieme con i pescatori di corallo formavano le due corporazioni più fiorenti dell’isola, offrirono al patrono, san Silverio, un’aragosta d’oro. Quel dono singolare non è se non una delle tante manifestazioni della venerazione che nutrono per il loro santo gli abitanti di Ponza. Il 20 giugno, quando si celebra la sua festa, giungono da tutti i continenti molti emigrati; e quelli che non possono permettersi il viaggio lo festeggiano da lontano con altrettanta partecipazione, come i ponzesi della comunità di New York, nel Bronx.

A Ponza la sua statua settecentesca dal volto barbuto col pastorale e un ramo di palma nella mano sinistra viene condotta in processione per le vie del paese prima di rientrare nella chiesa parrocchiale che fu costruita fra il 1775 e il 1778 su un progetto di Francesco Carpi e del maggiore del genio Antonio Winspeare, ideatori anche del nuovo porto a emiciclo e del municipio. Simile a un piccolo pantheon, la chiesa è ricca di dipinti dove Silverio appare talvolta fra nubi tempestose a proteggere una nave in pericolo.

Fu il vescovo di Gaeta, Carlo Pergamo, a proclamarlo il 25 agosto 1772 patrono di quei coloni d’Ischia e di Torre del Greco che, favoriti dalla politica lungimirante dei Borboni con privilegi ed esenzioni fiscali, avevano popolato l’isola abbandonata fin dal XV secolo dagli abitanti stremati dalle continue incursioni dei pirati. Una scelta felice perché papa Silverio — il cui nome latino, Silverius, deriva da silva e significa «abitante del bosco» — morì su quell’isola il 21 novembre 537.

Era nato nel 480 a Frosinone, che lo venera come compatrono insieme con il padre, papa Ormisda, originario della stessa città; il quale non era ancora sacerdote quando, sposato con Caria di Capua, aveva avuto il figlio. Ormisda, che è ricordato nel Martirologio Romano al 16 agosto, ma a Frosinone è festeggiato il 20 giugno con Silverio, divenne poi diacono di papa Simmaco al quale succedette il 20 luglio 514. Eletto pontefice, pose fine allo scisma cosiddetto laurenziano, che era cominciato nel 498 quando alla morte di Anastasio II era stato eletto contro il legittimo pontefice Simmaco l’arciprete Lorenzo. Più lunga fu la sua paziente opera per eliminare un secondo scisma con la Chiesa d’Oriente che risaliva al 484 e che si risolse soltanto nel 519, quando il patriarca di Costantinopoli, Giovanni, firmò su pressione dell’imperatore Giustiniano, che voleva sanare quella divisione, le dure condizioni imposte dal papa. Ormisda aveva infatti preteso in un documento che fossero riconosciuti e accettati i diritti del pontefice a pronunziarsi definitivamente in materia di fede e di disciplina.

Ormisda, che estese la sua azione pastorale in Spagna, Francia e Africa, morì il 6 agosto 523 e fu sepolto in San Pietro.

Alla morte del padre, Silverio era già suddiacono della Chiesa di Roma: non nutriva ambizioni di potere, pregava, studiava e svolgeva i compiti che gli venivano affidati. Passarono alcuni anni fino a quando, nel 536, papa sant’Agapito I morì a Costantinopoli dove si era recato per una missione di pace fra i Goti e i Bizantini che erano sbarcati in Sicilia per riconquistare l’Italia. Nella capitale d’Oriente Agapito aveva sostituito il patriarca Antimo che, protetto dall’imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano, era segretamente propenso al monofisismo: l’eresia secondo la quale l’umanità e la divinità formano nel Cristo una sola natura in quanto la natura divina ha accolto in sé quella umana come il mare accoglie in sé una gocccia d’acqua.

Quando il re ostrogoto Teodato, sinistramente famoso per aver relegato e poi fatto uccidere la moglie, la regina Amalasunta, seppe della morte di Agapito, impose al clero di Roma il suddiacono Silverio perché pensava che, come il padre Ormisda era stato amico degli Ostrogoti, così si sarebbe comportato il figlio.

Silverio, più incline alla contemplazione che al governo, accettò l’elezione per spirito di servizio e il 20 giugno 536 venne consacrato vescovo di Roma. Quella data diventò poi la sua festa, nonostante che il giorno della sua morte fosse il 21 novembre, per una confusione dei primi cronisti sviati forse dal fatto che allora si chiamava dies natalis anche quello della consacrazione di un papa.

Silverio divenne presto vittima delle contese politiche e religiose. Alla morte di Agapito, Teodora aveva inviato a Roma Vigilio, apocrisario, cioè inviato pontificio presso la corte bizantina, che da tempo brigava per diventare pontefice: gli aveva promesso il papato a patto che egli restituisse al deposto Antimo la sede di Costantinopoli e riammettesse altri vescovi eretici nella Chiesa. Ma quando Vigilio giunse a Roma il papa era già eletto sicché non poté far altro che ritornarsene a Costantinopoli.

Nel frattempo il generale Belisario a capo dell’esercito bizantino risaliva la penisola e dopo aver conquistato Napoli e Cuma avanzava verso Roma. Nonostante il legame con gli Ostrogoti papa Silverio consigliò al senato di aprire le porte ai greci per evitare inutili stragi o lunghi assedi con il loro corteo di fame e di epidemie: sicché Belisario entrò pacificamente nella città il 9 dicembre 536.

Teodora pensò a quel punto di scrivere a papa Silverio chiedendogli esplicitamente la riabilitazione di Antimo e degli altri vescovi. Ma il pontefice non accettò l’ingiunzione pur sapendo a quali pericoli sarebbe andato incontro. «So bene che questo fatto mi costerà la vita» esclamò.

La basilissa irritata, anzi furibonda, rispedì Vigilio a Roma nel marzo del 537, con una lettera per Belisario dove gli ordinava di deporre papa Silverio con qualche pretesto. Scriveva pure ad Antonina, la moglie del generale, perché insistesse col marito; il quale tuttavia esitò a lungo prima di prendere una decisione perché stimava e rispettava il pontefice. Intanto i Goti erano tornati con 150.000 soldati ad assediare la città: li comandava Vitige che era succeduto a Teodato.

Antonina escogitò un piano diabolico: fece chiamare Marco, un maestro di grammatica, e Giuliano, ufficiale dei pretoriani, imponendo loro di scrivere una lettera nella quale, imitando la scrittura e lo stile del papa, s’invitasse Vitige a entrare in Roma per la porta Asinaria che Silverio avrebbe aperta nottetempo perché si trovava a due passi dal palazzo del Laterano, dove abitava anche il generale Belisario.

Quando Belisario lesse quella lettera arrivata sul suo tavolo grazie a una «intercettazione» inventata dagli inviati dell’imperatrice, sospettò che fosse falsa, forse frutto degli intrighi di Teodora che voleva spronarlo ad arrestare Silverio. Ma per prudenza si ritirò sul Pincio, nel palazzo degli Anicii, dove convocò due volte Silverio accusandolo di tradimento. Il pontefice non soltanto protestò la sua innocenza ma si trasferì immediatamente nella basilica di Santa Sabina sull’Aventino per stornare da sé ogni sospetto.

Fu tutto inutile; convocato il 29 marzo per la terza volta, venne introdotto nella sala rotonda della villa dove lo stavano attendendo Belisario con la moglie. Accanto a loro era il suddiacono Giovanni della prima regione di Roma. «Papa Silverio,» esclamò Antonina che aveva preparato accuratamente la recita «vuoi spiegarci quale male abbiamo mai fatto a te e ai romani perché tu voglia consegnarci ai Goti?» A quelle parole Giovanni si avvicinò al papa strappandogli dal collo il sacro pallio; poi, dopo averlo condotto in un’altra stanza, gli tolse gli abiti pontificali rivestendolo di una nera veste monastica.

Silverio fu esiliato a Patara, la città della Licia, in Asia Minore, celebre per aver dato i natali a san Nicola, mentre Vigilio veniva eletto — o meglio imposto — vescovo di Roma: in realtà era un antipapa; e soltanto il 21 novembre, morto Silverio, sarebbe diventato finalmente un legittimo pontefice.

Il vescovo di Patara, saputo da Silverio del grave oltraggio, si precipitò a Costantinopoli perché Giustiniano riparasse a quell’ingiustizia. L’imperatore decise di rinviare Silverio a Roma dove Belisario avrebbe dovuto riaprire un regolare processo per accertare finalmente la verità: se la lettera incriminata fosse risultata falsa, lo si sarebbe reintegrato nella sua potestà; in caso contrario, lo si sarebbe inviato come vescovo nella città ché avrebbe preferito.

La decisione di Giustiniano, giuridicamente assurda perché nominava i persecutori giudici d’appello del perseguitato, preoccupava Belisario che temeva in un periodo delicato, con i Goti alle porte della città, disordini fra le opposte fazioni religiose. Quanto a Vigilio, possiamo immaginarne lo stato d’animo. Che fare? L’antipapa escogitò una soluzione ingegnosa. Quando Silverio sbarcò a Napoli gli venne comunicato un ordine del generale Belisario col quale si stabiliva che fosse trasferito a Ponza, detta allora Palmaria, e affidato in custodia a due «defensores».

Nel giugno del 537 Silverio giunse nell’isola sulla scia di altri confinati politici e martiri, da Flavia Domitilla ai santi Nereo e Achilleo. Pare si stabilisse nella zona di Santa Maria vivendo secondo la Regola benedettina, tant’è vero che il successivo monastero dell’Ordine venne inizialmente dedicato al papa deposto. Furono mesi di stenti e di privazioni: Liberato di Cartagine scrisse che lo fecero morire di fame, altri che venne assassinato. Probabilmente si spense minato dagli stenti dell’ultimo anno. Il suo corpo non fu trasferito a Roma, come quelli di altri papi morti in esilio, ma rimase nell’isola per poi scomparire nel corso dei secoli.

Di san Silverio si narrano a Ponza tanti miracoli, anche recenti. Nel 1953 il parroco di Ponza, Luigi Maria Dies, riferiva la storia che gli aveva raccontato il capitano di un veliero, Gennaro Conte di Giovanni. Durante una tempesta nell’Adriatico il motore, poi la vela e infine il timone erano venuti meno. Quando ormai i marinai erano disperati il capitano corse a prua, prese un quadro di san Silverio, lo legò con una sagola e, gettandolo a poppa, disse: «Farai da motore, da vela e da timone». Il giorno seguente la barca giungeva sana e salva nel golfo di Squillace mentre l’immagine del santo era tornata sul ponte, appesa alla parete della cabina di pilotaggio.

Si narrano anche certi castighi esemplari ai ponzesi che non lo rispettano o non vogliono partecipare alla festa dal 20 giugno. Pochi giorni prima del 20 giugno di un anno imprecisato era partito dalle coste francesi il burchiello di Cristoforo Tagliamonte con un carico di aragoste. Preoccupato per la merce facilmente deperibile, il proprietario decise di venderla a Marsiglia rinunciando all’appuntamento con il patrono. Non l’avesse mai deciso! La barca attraversò una corrente d’acqua dolce che fece morire, proprio il 20 giugno, tutte le aragoste