Nome
Santa Bibiana (Viviana)
Titolo
Martire
Nascita
IV Secolo - Roma
Morte
IV Secolo - Roma
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Patrono di
In breve

Santa Bibiana, conosciuta anche come Santa Viviana, è stata una martire cristiana vissuta nel IV secolo a Roma durante il regno dell'imperatore Giuliano l'Apostata. Secondo la tradizione, Bibiana fu figlia di un nobile romano e visse in un periodo di persecuzione contro i cristiani. Dopo la morte del padre e della madre, Bibiana e la sorella Demetria furono arrestate perché si rifiutarono di rinunciare alla loro fede. Dopo essere state torturate, Bibiana morì a causa delle percosse ricevute. La sua devozione e il suo martirio hanno ispirato molti fedeli nel corso dei secoli. La chiesa di Santa Bibiana a Roma, consacrata dal Papa Simplicio, conserva le sue reliquie e rimane un luogo di pellegrinaggio. La figura di Santa Bibiana è particolarmente invocata contro le convulsioni e i mal di testa, e la sua festa viene celebrata il 2 dicembre.

La famiglia di un prefetto cristiano della capitale vissuto, secondo la leggenda nel secolo IV, ha ispirato una collana di opere d’arte che vanno dalla chiesa di Santa Bibiana a Roma a quella di San Flaviano, a Montefiascone 

La chiesa di Santa Bibiana, a Roma, che oggi è malamente stretta fra gli edifici periferici della stazione Termini e una via intasata dal traffico, venne ristrutturata tra il 1625 e il 1626 da Gian Lorenzo Bernini: fu la sua prima opera come architetto. Il ritrovamento, nel 1624, dei corpi della martire, detta anche anticamente Viviana o Vibiana, della madre Dafrosa e della sorella Demetria, anch’esse martiri, aveva spinto papa Urbano VIII a salvare dalla probabile distruzione l’antico edificio ormai seminterrato e rovinato dall’umidità. Quella decisione s’inseriva in un progetto «politico», già tracciato dal pontefice precedente, Clemente VIII, il quale intendeva far rinascere tradizioni liturgiche e memorie importanti della cristianità che stavano estinguendosi: lo aveva ispirato il cardinale Baronio per magnificare il superamento della crisi ecclesiale provocata dalla Riforma protestante.

La chiesa, una piccola aula basilicale a tre navate, separate da quattro colonne per lato, ha origine paleocristiana. Secondo il Liber pontificalis (I, p. 149) fu dedicata alla martire dal pontefice Simplicio (468-483) per consacrare ufficialmente il luogo della sua sepoltura. Potrebbe essere tuttavia più antica se prestiamo fede alla tradizione secondo cui la matrona Olimpina avrebbe eretto nel 363, sotto papa Liberio (352-366), un santuario sui corpi delle tre martiri nel luogo dove sorgeva la loro casa. «L’antico edificio» osserva Sandra Vasco Rocca in Santa Bibiana (Roma 1983) «doveva quindi qualificarsi come una domus ecclesiae, una casa privata con ambienti destinati alle riunioni liturgiche, che nel suo perimetro conservava tratti delle antiche strutture, come San Clemente o i Ss. Giovanni e Paolo: l’ipotesi dell’istituzione di un luogo rituale in un preesistente edificio di abitazione è, del resto, confortata dai rinvenimenti archeologici avvenuti nell’area della chiesa».

Il Bernini scolpì nel 1626 anche una statua dove la martire, appoggiata alla colonna del suo martirio, tiene nella mano sinistra la simbolica palma. Quella immagine è il principale riferimento iconografico di santa Bibiana cui si ispirò anche Jacques Callot nella sua celebre raccolta di immagini di santi. A sua volta Pietro da Cortona affrescò nella navata sinistra una serie di episodi del martirio mentre Agostino Ciampelli narrava in quella di destra altri episodi successivi alla sua morte. Nella basilica di Santa Maria Maggiore è custodito invece il reliquiario della testa, un pregevole busto in argento sbalzato e cesellato, eseguito tra il 1609 e il 1610 da Pietro Gentili, uno dei più raffinati argentieri di Roma all’inizio del XVII secolo.

Dopo il Liber pontificalis la santa è ricordata in una passio attribuita a un autore del secolo VII, infarcita di notizie storicamente infondate, come ad esempio il martirio a Roma sotto l’imperatore Giuliano, al quale non si possono imputare persecuzioni nell’Urbe. Tuttavia la sua leggendaria vita ha ispirato sia il culto popolare che l’iconografia sicché non la si può ignorare in un libro come questo che privilegia le tradizioni popolari. Quanto ai martirologi, il primo a menzionarla ufficialmente è quello di Adone, nel secolo IX, che colloca la sua festa liturgica al 2 dicembre.

Secondo la passio sarebbe nata nel 347 da Flaviano, cavaliere cristiano e prefetto di Roma sotto Costantino (306-337) e sotto Costanzo (350-361), e da Dafrosa, discendente di una famiglia consolare. In realtà l’unico prefetto dell’Urbe che porti quel nome, Iunius Flavianus, è ricordato soltanto nel 311.

Con la restaurazione pagana dell’imperatore Giuliano (361-363) il padre fu costretto a ritirarsi lasciando la carica e la funzione di prefetto ad Aproniano, tenace oppositore del cristianesimo e suo nemico personale. Flaviano non rimase libero a lungo: per avere dato sepoltura ai martiri Prisco, Priscilliano e Benedetto venne bollato sulla fronte come uno schiavo e poi esiliato ad Aquas Taurinas, in una statio che si trovava sul colle di Montefiascone, a qualche centinaio di metri dal centro storico dell’attuale cittadina: dove, venne martirizzato il 22 dicembre del 361. Ma il Martirologio romano sostiene che morì naturalmente mentre era intento alla preghiera.

Venne sepolto nella chiesa di Santa Maria, come ricorda anche un privilegio di papa Leone IV, redatto tra gli anni 847-853 e citato nel saggio di Giancarlo Breccola, Basilica di San Flaviano, (Viterbo 1996). La popolarità del santo crebbe a tal punto che il borgo cresciuto intorno alla statio romana venne chiamato Castrum Sancti Fabiani e nell’anno Mille la chiesa di Santa Maria fu riedificata e dedicata al martire romano: oggi è composta da due chiese sovrapposte con la facciata che risale al 1262. I resti del santo sono conservati attualmente in una cassetta di legno nell’altare centrale, mentre il teschio si trova nella cattedrale di Santa Margherita.

Nella chiesa inferiore di San Flaviano vi è una sua immagine singolare sulla parete destra perché vi appare come un san Giorgio, nelle sembianze di un giovane cavaliere cavalcante su un bianco destriero. Invece nella cappella settecentesca della Madonna e di San Flaviano, all’interno della chiesa romana di Santa Bibiana, lo si raffigura sulla pala d’altare dipinta alla maniera di Girolamo Troppa (1637-1706), un tardo seguace di Pietro da Cortona, come un vecchio cavaliere romano con il bastone di prefetto, inginocchiato ai piedi dell’icona.

Alla morte del padre le due figlie Bibiana e Demetria si ritirarono nella loro casa insieme con la madre Dafrosa, dedicandosi alla preghiera e preparandosi ad affrontare la probabile persecuzione che non tardò ad abbattersi su di loro. Furono dapprima condannate a morire d’inedia; poi, essendo scampate miracolosamente alla morte, subirono una morte cruenta. Dafrosa veniva decapitata il 6 gennaio del 362 mentre Demetria spirava poco dopo alla presenza di Aproniano mentre confessava la propria fede: sebbene immune dalle torture, la Chiesa ha voluto attribuire a Demetria, ricordata il 21 giugno nel Martirologio romano, il titolo di martire per il suo «martirio d’amore» e la morte singolare.

Quanto alla giovanissima Bibiana, venne consegnata alla matrona Rufina che doveva ottenerne la conversione al paganesimo. Ma la giovinetta persisteva nella sua professione di fede sicché qualche mese dopo, il 2 dicembre 362, veniva uccisa mediante flagellazione con le «piombate», fasci di verghe rinforzate da pallini di piombo: aveva, secondo la tradizione, quindici anni.

Per ordine di Aproniano il suo corpo fu abbandonato ai cani randagi ma rimase miracolosamente illeso; sicché poté essere ricomposto dal presbitero Giovanni nel palazzo paterno e affidato alla custodia della matrona Olimpina, devota parente di Flaviano.

Che Bibiana sia stata considerata come unica intestataria della chiesa si può spiegare considerando «come la vita e il supplizio della santa» osserva Sandra Vasco Rocca «presentassero i requisiti adatti a garantire una rapida diffusione leggendaria: leccezionale giovinezza della vergine romana, la durata e il tipo di patimenti sofferti, il miracolo connesso alla conservazione del suo corpo erano infatti tali da suscitare quel clima di venerazione popolare che doveva portare papa Simplicio a consacrare ufficialmente il santuario domestico voluto dal presbitero e martire Giovanni e dalla matrona Olimpina Flaviana».

In età medievale divenne così popolare che la sua festa, secondo una credenza popolare, avrebbe indicato il clima che si avrebbe avuto nella prima parte dell’inverno. Un proverbio latino, Ut Bibianae dies, sic quadraginta dies, spiegava che per quaranta giorni il tempo avrebbe ricalcato quello riscontrato il 2 dicembre. Un altro proverbio italiano minacciava: «Se piove per Santa Bibiana piove quaranta dì e una settimana». Oggi questi proverbi sono incomprensibili per chi conosca soltanto il nuovo calendario romano che, entrato in vigore nel 1970, ha soppresso la festa relegandola alla sola basilica di Roma.

La chiesa di Santa Bibiana era segnalata nell’Itinerario Einseldlense, del secolo VIII, una sintetica guida dell’epoca che riportava le tappe principali nel percorso dei pellegrinaggi attraverso la città, perché nella visita alle Sette Chiese si trovava tra le due ultime basiliche, San Lorenzo e Santa Maria Maggiore, dove terminava il pio esercizio. Grazie al primo messale romano, stampato nel 1474, dove s’indicava la festa al 2 dicembre, il suo culto si diffuse ulteriormente. Poi subì un periodo di decadenza che terminò, come s’è detto, nel 1624 col rinvenimento dei tre corpi e la ristrutturazione della chiesa.

Fin dal medioevo Bibiana era diventata protettrice dei folli, degli epilettici e degli ubriachi. Anticamente la colonna alla quale sarebbe stata legata, ora circondata da una inferriata del Bernini, veniva raschiata perché si favoleggiava che la sua polvere mescolata a una bevanda guarisse dalla epilessia così come l’acqua del pozzo.

Molto pregiata era l’erba che cresceva nel giardino e che, detta nel medioevo «herba di santa Bibiana», aveva gli stessi effetti della polvere della colonna. Si tratta dell’Eupatorium cannabinum, volgarmente detto canapa d’acqua o eupatorio di Avicenna: una rigogliosa pianta della famiglia delle composite che alligna soprattutto lungo i ruscelli o presso gli stagni; ha il gambo pubescente, ramificato, che può giungere fino a un metro e mezzo di altezza, foglie opposte, lanceolate e seghettate. Fiorisce da giugno a settembre e le infiorescenze formano dei corimbi vistosi che stanno all’estremità dei rami con fiori piccoli, porporini e calice gamopetalo con cinque dentelli. La ricordava ancora nel secolo XVII P.M. Felini in Trattato nuovo delle cose meravigliose dell’alma città di Roma (Roma 1610): «Dicono che vi è un’herba la qual piantò S. Bibiana, che sana il mal caduco». L’eupatorio è in effetti dotato di proprietà curative, ma diverse da quelle che si credevano nel medioevo: le sue foglie fresche sono depurative, lassative, stimolanti vulnerarie; e si dice che i cervi feriti se ne servano per lenire le loro piaghe.