San Severino di Settempeda, venerato come il patrono di San Severino Marche, è conosciuto per la sua vita di eremita e per i suoi numerosi miracoli. Nato in una famiglia nobile, scelse una vita di povertà e di preghiera, ritirandosi in eremitaggio nei pressi del Monte Nero. La sua fama di santità si diffuse rapidamente e molti furono i pellegrini che lo visitavano per ricevere consigli e preghiere. Dopo la sua morte, avvenuta intorno al 545, il suo culto crebbe a tal punto che la città di Settempeda cambiò nome in suo onore, diventando San Severino Marche. La sua festa liturgica si celebra il 8 gennaio, giorno della sua morte, e in questa occasione si tengono celebrazioni e fiere nella città marchigiana. Inoltre, il corpo di San Severino è conservato e venerato nella cripta della chiesa a lui dedicata. La sua vita è stata segnata da episodi di carità e miracoli, tra cui la guarigione dei malati e la moltiplicazione dei pani, a testimonianza della sua grande fede e del suo potere intercessorio.
Severino è il patrono dell’omonima cittadina marchigiana, di cui fu vescovo in un periodo difficile, durante le guerre fra Ostrogoti e Bizantini, aiutando i suoi concittadini a risollevarsi dalla miseria causata dai continui saccheggi
San Severino Marche, celebre per la straordinaria piazza del Popolo ellittica che, lunga duecentoventiquattro metri e larga trentacinque, risale al secolo XIII, è costellata di immagini dell’omonimo patrono, rappresentato con l’abito vescovile, il pastorale in una mano e talvolta col modellino della città nell’altra. Lo hanno raffigurato pittori come Vittore Crivelli, Lorenzo Veneziano, Lorenzo e Jacopo Salimbeni mentre Gentile da Fabriano affrescò alcuni episodi della sua vita nella chiesa sul Monte Nero, che furono purtroppo distrutti nei lavori di ristrutturazione nel secolo XVI.
Secondo la Vita Sancti Severini et Victorini, composta fra il VI e il IV secolo e infarcita di topoiagiografici dell’epoca, Severino era nato nel 470 in una famiglia benestante. Alla morte dei genitori, che appartenevano a due nobili famiglie del luogo, vendette insieme col fratello Vittorino tutte le proprietà distribuendone il ricavato ai poveri per poi ritirarsi sul Monte Nero, a un miglio circa da Septempeda: così si chiamava anticamente la cittadina. I due fratelli vivevano in penitenza fra i ruderi di un tempio pagano dedicato alla dea Feronia. La piccola abside del tempio, dove venivano compiuti i sacrifici, era stata adibita da tempo a luogo di culto per i cristiani. In quel luogo durante le persecuzioni erano stati sepolti i due martiri septempedani Ippolito e Giustino.
Un giorno i due fratelli, calunniati dagli altri monaci che ne invidiavano le virtù, decisero di trasferirsi in una grotta a Pioraco, nel territorio di Camerino, dove riuscirono ad allontanare col segno della Croce alcune fiere e a far zampillare una fonte in un luogo arido.
Poi Vittorino decise di lasciare il fratello per vivere in solitudine totale, in un luogo che è stato identificato con le Grotte di Sant’Eustachio, diventate più tardi un eremitaggio per i Benedettini. Ma Severino non restò solo: venne a vivere con lui un misterioso eremita, «quale si tiene che fusse l’Angelo suo custode comparsoli in quella forma», narra il gesuita Giovanni Battista Cancellotti nella Vita di san Severino Settempedano e di san Vittorino suo fratello. Quell’eremita gli diede la forza di vincere in più occasioni le tentazioni del demonio e di cacciarlo quando gli apparve nelle sembianze di un terrificante drago.
Vittorino invece cadde ingenuamente in tentazione. Una notte venne a chiedergli ospitalità una giovane donna che diceva di essersi smarrita. «Ammessa la donna nell’antro,» narra lo stesso gesuita «fu causa che Vittorino consentisse ad un’impura suggestione: ma, prima che venisse all’opra, il Demonio gli disparve dagli occhi e insultollo per vinto.» Tutto il tesoro di pratiche ascetiche e di contemplazione fu bruciato in quel cedimento.
Vittorino, addolorato, tornò dal fratello per chiedergli aiuto e sostegno spirituale. Per espiare adeguatamente il peccato si rivoltò nudo in un roveto e poi ideò una penitenza singolare: tagliò parzialmente il tronco di un faggio mettendo nella spaccatura le braccia che, tolta l’accetta, vi restarono imprigionate per tre anni, durante i quali Severino gli portava una volta alla settimana pane ed acqua. Terminata la singolare penitenza, si ritirò in un romitaggio, una grotta del Monte Gualdo conservata ancora oggi, dove morì nel 538. I suoi resti furono venerati per secoli nella pievania di Pioraco. Finché nel 1701, per una errore causato dalla sua identificazione con un altro Vittorino, vescovo di Amiterno, vennero portate nella cattedrale di Camerino. Soltanto il 10 settembre del 1950 sono tornate a Pioraco dove lo si festeggia l’8 giugno.
Nel 540, scomparso il vescovo di Septempeda, il popolo volle come successore Severino che, pur riluttante, dovette accettare per spirito di servizio. Fu consacrato a Roma da papa Vigilio e rinviato in patria col doppio titolo di legato di provincia e di vescovo, ovvero con poteri sia civili che religiosi. Era un periodo diffìcile per la sua città e il territorio circostante che per quattro anni erano diventati terreno di scontro fra Bizantini e Ostrogoti. Finita la guerra, si doveva ricostruire, coltivare di nuovo i campi, riprendere una vita normale. Severino riaccese la fiducia nei suoi concittadini aiutandoli a riprendersi dallo scoramento che li aveva invasi e ricostituendo i fondamenti di una vita civile. Fu un pastore modello, ma non governò a lungo la diocesi: venne a mancare cinque anni dopo, l’8 gennaio del 545, sua festa liturgica. Aveva ottantacinque anni. Fu un angelo ad avvertirlo della morte vicina e a suggerirgli il nome del successore, che Severino si affrettò a nominare.
Fu sepolto nella prima cattedrale di Santa Maria della Pieve che oggi è a due chilometri dall’attuale cittadina, nel luogo dove sorgeva in pianura la romana Septempeda: la chiesa rifatta più volte fino ad oggi, conserva della costruzione medievale soltanto alcuni capitelli e l’abside. Due anni dopo, temendo l’arrivo degli Ostrogoti, che avrebbero saccheggiato la cittadina, il clero e i fedeli ne celarono il corpo sotto un altare della navata destra. Là rimase nascosto anche quando i Longobardi, venticinque anni dopo, rasero al suolo la cittadina risparmiando soltanto la cattedrale.
Dopo la distruzione della città gli abitanti si rifugiarono sul Monte Nero, là dove era vissuto il loro vescovo come eremita, e vi costruirono un castello che permettesse loro di difendersi meglio dalle invasioni ricorrenti.
Nel 590 si volle restaurare l’antica cattedrale in pianura, risparmiata durante i saccheggi della città: mentre si scavava il terreno lungo la navata destra per rassodare le fondamenta, riaffiorò il corpo del patrono che si decise di traslare in un posto più sicuro. Secondo la leggenda fu il santo stesso, apparso a un prete, a ordinare che si ponesse il corpo su un carro tirato da buoi che lo avrebbero condotto nel luogo che egli aveva stabilito. Gli animali salirono sulla cima del Monte Nero dove gli alberi si piegavano al suo passaggio in segno di riverenza mentre la terra rifioriva nonostante l’autunno declinante: là fu poi costruita la chiesa di San Severino che, ricostruita nel 1061 dal vescovo Ugo e ampliata e restaurata nel corso dei secoli, è oggi la concattedrale: vi si conserva una pittura su cuoio del secolo XVII che rappresenta la scena del carro. In quel luogo, diventato un castello, cominciarono a convenire da tutto il Piceno molti pellegrini che lo chiamarono non più Monte Nero o Castel Reale ma San Severino in onore del vescovo che vi era sepolto.
Anche nella chiesa sul Monte Nero si dovettero occultare nel 1197 le spoglie temendo che Enrico VI, il quale stava invadendo lo Stato della Chiesa, potesse impadronirsene e portarle di là dalle Alpi. Ritrovate nel 1576, furono collocate sotto l’altar maggiore tranne il capo, custodito nella nuova cattedrale di Sant’Agostino, la terza in ordine di tempo, che si trova nella cittadina nata durante il medioevo in pianura, a qualche chilometro di distanza dall’antica Septempeda, come s’è accennato, perché il castello era diventato insufficiente ad accogliere la popolazione cresciuta enormemente.
Oggi è meno viva la devozione per il santo che nel medioevo ispirò invece pellegrinaggi, fiere, feste campestri, corse all’anello e altri giochi, che sono rappresentati nella chiesa sul Monte Nero dal Maestro Oliviero insieme con Lorenzo e Jacopo Salimbeni. Una volta una processione a lume di candela si svolgeva alla vigilia della festa, che cadeva fino al secolo XVIII l’8 gennaio, partendo dalla cattedrale è salendo fino al Castello. Il mattino seguente i vari paesi del contado inviavano castelli lignei, ornati di cera colorata.
San Severino di Settempeda (di San Severino Marche) si festeggia il 15 maggio