Nome
Beata Rosa da Viterbo
Titolo
Vergine
Nascita
09/07/1234 - Viterbo
Morte
06/03/1251 - Viterbo
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Patrono di
Protettore
In breve

La Beata Rosa da Viterbo, nata nel 1233, è conosciuta per la sua forte personalità e per il suo impegno instancabile a favore della fede cattolica. Ancora in giovane età, Rosa si distinse per le sue visioni religiose e per la maturità spirituale. A soli dieci anni, secondo la tradizione, avrebbe ricevuto il miracolo della resurrezione di un bambino morto. Rosa adottò lo stile di vita francescano, vivendo in povertà e predicando per le strade della sua città, esortando alla penitenza e alla riforma morale. La sua attività di predicazione non fu sempre ben vista, tanto che fu esiliata da Viterbo per un periodo. Morì a soli 18 anni, il 6 marzo 1251, ma la sua fama di santità rimase viva tra la popolazione. Il suo corpo, che è stato trovato incorrotto alcuni anni dopo la sua morte, riposa oggi nella chiesa di Santa Maria in Poggio a Viterbo. La Beata Rosa da Viterbo è stata beatificata nel 1457 ed è considerata la patrona delle persone esiliate e delle persone ingiustamente perseguite per le loro convinzioni.

La patrona di Viterbo, morta a diciotto anni nel 1251, ha ispirato una celebre festa, che si svolge la sera del 3 settembre con il trasporto per le vie cittadine di una «macchina» luminosa alta una trentina di metri e pesante circa cinquanta quintali

Il 6 marzo 1251 moriva a Viterbo, in una modesta casa del rione di Vetulonia, una diciottenne di nome Rosa i cui genitori, Giovanni e Caterina, erano piccoli fittavoli e coltivatori di un campicello nelle vicinanze della cittadina. Pare fosse malata di tubercolosi. Venne sepolta nella nuda terra del cimitero attiguo alla chiesa parrocchiale di Santa Maria del Poggio. Passarono sette anni finché la giovane apparve in sogno per tre volte a papa Alessandro IV che si trovava a Viterbo, ordinandogli di riesumare il corpo e di trasportarlo nel monastero di Santa Maria dell’Ordine di Santa Chiara. Alla terza visione il pontefice non poté più indugiare e il 4 settembre 1258, recatosi sul luogo che lei aveva indicato, la fece traslare con un solenne corteo nel monastero dove si moltiplicarono i miracoli.

Sul suo sepolcro fiorì un culto straordinario favorito anche dai numerosi miracoli; e come succede spesso con i personaggi popolari, si moltiplicarono le leggende. Sicché alla Vita prima, scritta probabilmente nel periodo del processo innocenziano e di cui possediamo soltanto il frammento, dove si narrano alcuni avvenimenti dell’ultimo anno fino al suo arrivo a Vitorchiano, s’aggiunsero episodi meravigliosi recepiti dalla Vita seconda che venne presentata nel 1457 al nuovo processo di canonizzazione voluto da Callisto III perché il precedente non s’era mai concluso. Vi si raccontava che all’età di tre anni Rosa aveva resuscitato una zia materna. Un’altra leggenda narrava che un giorno, mentre usciva di casa nascondendo nel grembiale pane per i poveri, il padre insospettito le chiese di mostrargli quel che stava portando; lei obbedì aprendo il grembiale che apparve colmo di rose. Per questo motivo i pittori la raffigurarono spesso con un fascio di rose nel lembo del mantello sollevato dalle due mani, come Macrino d’Alba (XV-XVI secolo) in un quadro custodito nella Galleria Sabauda di Torino.

Si narrava pure che un giorno Rosa si era recata con altre bambine ad attingere l’acqua alla fontana pubblica. Una sua compagna ruppe inavvertitamente l’anfora e, non sapendo come giustificarsi di fronte ai genitori, disse loro che Rosa aveva causato quell’incidente. Allora andarono tutti alla fontana dove Rosa, che era stata ingiustamente rimproverata, raccolse i frammenti del vaso ricomponendoli così perfettamente che la brocca sembrava nuova e integra. Un’altra volta una sua vicina, che aveva rubato una gallina dei genitori, negava ostinatamente il furto. Rosa chiese allora al Signore che facesse apparire sulla sua guancia destra qualche penna della gallina rubata: fu esaudita e la donna, colpita dal fatto straordinario, confessò tutto alla fanciulla. «Per questi prodigi e miracoli» scrive la Vita seconda«si credeva che la vergine Rosa sarebbe diventata una santa, avendo il sommo Dio profuso su di lei tanta grazia.»

La Vita seconda riferisce, secondo un topos agiografico dell’epoca, che fin da bambina aveva cominciato «a dominare il suo corpo con digiuni, a rinunciare al cibo per donarlo ai poveri». In realtà nulla sappiamo di certo su di lei prima della malattia che la colpì verso i diciassette anni perché il frammento della Vita prima, che contiene testimonianze di prima mano, comprese quella della madre, comincia narrando che Rosa, probabilmente malata di tubercolosi, era ormai morente e nessuno le rivolgeva più la parola, quando cominciò a vedere le anime di persone morte venti o trent’anni prima che lei nascesse, «e nominava i buoni e i cattivi. E ciò fece dal martedì al mercoledì». Nella notte di mercoledì – era secondo gli agiografi il 22 giugno 1250 – si alzò dal letto. «Mamma,» esclamò «tutte le cose e le delizie di questo mondo ti lascio e ad esse rinuncio.» Poi la pregò di chiamare Zita, ministra delle Terziarie Francescane, dicendo: «La beata Vergine Maria mi comanda che tu mi metta subito la tunica della penitenza che tieni al capo del tuo letto». Quando la terziaria l’ebbe rivestita dell’abito di penitenza, fece radunare le donne della contrada alle quali rivelò: «Ascoltate poiché io vedo una bellissima sposa di Cristo che nessuno di voi vede; questa sposa si avanza ornata di porpora e velo, con una corona d’oro piena di gemme e pietre preziose in testa. Essa mi comanda di andare, bene adornata, prima in San Giovanni, quindi in San Francesco e poi di tornare nella chiesa della Madonna» che oggi corrispondono a San Giovanni in Zoccoli, San Francesco alla Rocca e Santa Maria in Poggio, che era la parrocchia di Rosa. La mattina del 24 giugno, accompagnata dai genitori e da una folla accorsa alla sua casa appena s’era diffusa la notizia, visitò le chiese che la Madonna le aveva indicato. La Vita aggiunge una notizia: che a Santa Maria del Poggio donna Zita le tagliò i capelli e i Frati Minori le imposero l’abito francescano.

Il padre, irritato da quella che gli pareva una crisi isterica, minacciò di strapparle tutti i capelli e di legarla a una seggiola; ma quando s’accorse che la figlia era cosciente di quel che faceva, le disse piangendo: «Con la benedizione di Dio, fa’ pure».

Qualche giorno dopo le apparve il Cristo in croce: la visione la sconvolse talmente che cominciò a strapparsi i capelli e a percuotersi. Poi si fece accompagnare in chiesa dove, inginocchiata davanti al crocifisso, diceva piangendo: «Padre, chi ti ha crocifisso?». Ricondotta a casa da un certo signor G., si flagellò per tre giorni. Finita la dura penitenza, chiamò la madre chiedendole di mettere un mazzetto di menta sul suo petto. «Ve lo tenne un pochino» narra la Vita prima. «Poi lo diede alla madre dicendo: “Mamma, prendi quest’erba e tienila quanto mai cara poiché il Signore nostro Gesù Cristo l’ha benedetta sul mio petto, e per di più mi ha benedetto un lato di questa casa che rimarrà nel mio monastero”.» Oggi parte della casa, che si può visitare, appartiene al monastero attiguo delle Clarisse.

Da quel momento cominciò la sua vita pubblica: camminava per le vie di Viterbo portando in mano un crocifisso e lodando Gesù e la Vergine Maria. Sicché la croce divenne nell’iconografia uno dei suoi attributi insieme con le rose. Con una corona di questi fiori in capo e una sottile croce nella mano sinistra venne raffigurata da molti pittori sulla scia del quattrocentesco polittico del Balletta, custodito nel santuario viterbese dove è anche, sopra l’altar maggiore, la sua immagine più popolare, quella dell’ottocentesco Francesco Podesti che la raffigurò in abito monacale, la corona di rose in capo e la croce in mano. Albertino Piazza invece, in un quadro all’Accademia Carrara di Bergamo, accompagnò la croce con i fiori tenuti nel grembiale.

Nella Vita seconda si narra che predicasse e addirittura combattesse degli eretici viterbesi, confutando la loro eresia dualistica, venata di gnosticismo. Ma si tratta di un’amplificazione leggendaria perché non poteva predicare senza un’esplicita autorizzazione del vescovo né discutere con gli eretici. Probabilmente Rosa, girando per le vie e per le piazze, esortava a mantenersi fedeli al Cristo e alla Chiesa. Era, quello, un periodo difficile per Viterbo dove di volta in volta prevalevano i ghibellini, partigiani dell’imperatore Federico II che Innocenzo IV aveva scomunicato, e i guelfi fedeli al papa. I ghibellini, che in quel periodo controllavano politicamente la città, sottomessa tre anni prima da Federico II, si servivano degli eretici per combattere la fazione avversa. Sicché Rosa, che appariva nelle vie con l’abito di terziaria francescana e con una croce in mano pregando, inquietava sia gli eretici che i ghibellini. Come liberarsi di quella fanciulla che rischiava di infiammare gli animi già esasperati dalle lotte civili? Alcuni eretici fecero balenare al podestà Guglielmo da Spoleto il pericolo di una sollevazione guelfa, come quella dell’ottobre precedente a Firenze. Preoccupato, il podestà ordinò il 3 dicembre a tutta la famiglia di lasciare Viterbo entro ventiquattro ore e di recarsi a Soriano del Cimino; e al padre che era corso a supplicarlo perché revocasse l’ordine, spiegando che l’esilio in montagna con la neve alle porte poteva significare la morte, rispose: «Perciò vi caccio affinché moriate tutti».

Il 4 dicembre partirono per l’esilio che fortunatamente fu breve perché il 13 dicembre 1250 moriva Federico II permettendo alla parte guelfa di riprendere il sopravvento e di preparare il ritorno del papa. Rosa aveva annunciato quella morte fin dalla mattina del 5 dicembre raccontando sulla piazza di Soriano come la notte precedente le fosse apparso in sogno un angelo annunciandole che «dopo pochi giorni gli amici di Dio avrebbero ricevuto notizie importanti».

Tornando a Viterbo si fermò con la famiglia per qualche giorno a Vitorchiano dove non soltanto restituì la vista a una fanciulla di nome Delicata, cieca dalla nascita, ma convertì anche un’eretica con un’ordalia. Preparato un gran fuoco, vi si gettò dentro rimanendovi fino a quando le fiamme si spensero. Poi, uscita incolume, disse a quella donna: «Abbandona la tua fedeltà e sottomettiti con ossequio devoto alla legge».

Rientrata a Viterbo, Rosa sentì l’esigenza di entrare nell’Ordine delle Povere Dame di San Damiano – così si chiamavano le Clarisse prima della morte della loro fondatrice – ma le fu risposto che non potevano riceverla essendo al completo. In realtà non volevano accettare quella giovane il cui comportamento bizzarro aveva suscitato reazioni politiche. «So bene che non è questa la causa» rispose loro Rosa. «In realtà disprezzate in me quel che Dio accetta in tutti, che cioè per amore suo i sapienti del mondo siano stolti affinché diventino sapienti. Infatti la sapienza di questo mondo è stoltezza verso Dio. Ma voi dovete sapere che un giorno sarete liete di avere da morta quella che disprezzate da viva; e infatti l’avrete.» Morì qualche mese dopo, stroncata dalla tubercolosi che si era probabilmente riacutizzata per i disagi patiti durante il viaggio a Soriano.

Se ci vollero soltanto sette anni per la sua traslazione nel monastero, passarono più di tre secoli prima che ne venisse riconosciuta la santità. I vari processi di canonizzazione, dal primo promosso da Innocenzo IV a quello di Callisto III che nel 1456 aveva nominato una commissione di tre cardinali, non si conclusero mai con una proclamazione formale a causa della morte dei pontefici. Ma la Chiesa riconobbe tacitamente la sua santità, tant’è vero che nel 1583 il Baronio inserì la festa della sua traslazione, il 4 settembre, nel Martirologio Romano. Oggi è ricordata sia il 6 marzo, suo dies natalis,sia il 4 settembre con due feste che non appaiono nel nuovo Calendario romano generale ma in quello diocesano di Viterbo, di cui è patrona così come lo è della Gioventù cattolica italiana femminile e delle Araldine del Terz’Ordine francescano.

Alla sua tomba venivano e vengono molti pellegrini. Una volta, come ricorda Ernesto Piacentini ne Il libro dei miracoli di santa Rosa da Viterbo (Viterbo 1991), ricevevano la cosiddetta «acqua di santa Rosa» o «sacra acqua», dell’acqua con cui si lavava ogni sera la mano della santa dopo i numerosi baciamano dei pellegrini. Quando l’urna nel 1921 fu chiusa con i sigilli per motivi di sicurezza, non si poté più baciare la mano. Per non privare i pellegrini dell’acqua miracolosa si escogitò un nuovo metodo: nell’acqua portata dai pellegrini veniva immerso un pezzetto di marmo preso dal blocco che aveva fatto da supporto al cuscino della sua testa nell’urna. I pellegrini portavano a casa quell’acqua e la davano da bere ai malati oppure ne bagnavano le parti malate. Altre volte la tenevano semplicemente accanto al letto dei malati: si narra che quando i pazienti guarivano l’acqua cominciava a bollire. Ora quest’usanza è tramontata così come quella dei cordoncini di santa Rosa: erano sottili e lunghi cingoli di canapa bianca intrecciata. Ricordavano il cingolo che santa Rosa aveva portato da terziaria francescana. I devoti se ne cingevano i fianchi, il petto o il braccio e dicevano ogni giorno qualche preghiera in onore della terziaria viterbese. Prima di darli ai devoti le suore li ponevano a contatto con il suo corpo. Qualche lettore sorriderà: forse proprio chi ogni giorno ascolta fiduciosamente l’oroscopo quotidiano. Ogni epoca ha le sue credenze.

A partire dal XIV secolo si cominciò a rievocarne la traslazione con una processione che accompagnava la sua statua fino al santuario, l’attuale chiesa di Santa Rosa dove è la cappella con il suo corpo mummificato che comunica con il monastero. La vera e propria «macchina di santa Rosa» è nata gradatamente più tardi, a partire dal 1664. I primi disegni della protomacchina, risalenti alla prima metà del Seicento, ci mostrano ancora una costruzione di altezza modesta dove la statua è racchiusa in un’esedra e poggia su uno zoccolo. Poi a poco a poco la macchina cominciò a crescere in altezza fino a diventare nel secolo scorso una specie di campanile luminoso che generalmente cambia ogni cinque anni con un nuovo modello scelto da una giuria di viterbesi. La trasportano, la sera del 3 settembre, i centocinquanta facchini di santa Rosa, vestiti di bianco e con una fascia rossa alla cintola. La macchina, alta circa trenta metri e pesante cinque tonnellate, appare nella notte viterbese come una gigantesca cuspide mobile che talvolta ondeggia paurosamente facendo temere il peggio. I facchini la trasportano lungo un percorso di un chilometro e mezzo da porta Romana fin sulla piazzetta di Santa Rosa che si raggiunge con una ripida salita finale di un centinaio di metri, affrontata a passo di corsa. La macchina, illuminata da centinaia di lampadine e lumini, sembra fiammeggiare nel buio e la si vede spuntare di là dai tetti, tanto è alta, come un misterioso oggetto semovente.

Il trasporto della macchina di santa Rosa è l’ultimo atto di tutta una serie di cerimonie che si svolgono nei giorni precedenti. Il 2 settembre si svolge la processione propriamente religiosa dal Duomo fino al santuario con la reliquia del cuore di santa Rosa che è stata portata per l’occasione dalla sua chiesa: la accompagna un corteo storico, che è un’innovazione recente.

Nel pomeriggio che precede il trasporto della macchina i facchini si riuniscono davanti al Palazzo dei Priori per cominciare il loro pellegrinaggio pomeridiano. In corteo e a passo marziale vanno a visitare i luoghi sacri al culto dei viterbesi: cominciano dalla chiesa di Sant’Angelo in cui si venera il miracoloso crocifisso portato da Ferento; di là si recano alla chiesa di Santa Giacinta Marescotti, a piazza della Morte, dove ricevono dalle suore una foglia della pianta di santa Giacinta come portafortuna: una foglia dalla strana conformazione e alla quale è collegata una leggenda che il lettore disciplinato avrà già letto nel capitolo dedicato alla terziaria francescana monacata per forza dal terribile genitore. Poi si trasferiscono alla chiesa di Santa Maria Nuova dove si venera l’icona bizantineggiante del Salvatore. Dopo un doveroso e commovente omaggio ai caduti per la patria in tutte le guerre, al Sacrario, si trasferiscono nella chiesa della Santissima Trinità, dove si conserva l’immagine di santa Maria Liberatrice che ha protetto i viterbesi in varie occasioni, e concludono il pellegrinaggio nel santuario di Santa Rosa a venerare il suo corpo. Poi si ritirano nel giardino del convento dei Cappuccini per raccogliersi in preghiera, per una merenda e per l’incontro con i familiari.

All’imbrunire si avviano preceduti dalla banda verso la chiesa di San Sisto, a porta Romana, non senza una visita a Santa Maria del Poggio, la sua parrocchia dove fu sepolta. A San Sisto ricevono la benedizione in articulo mortis perché il trasporto della macchina è pericoloso e nel passato vi è stato anche qualche incidente. All’uscita dalla chiesa li aspetta la macchina pronta per essere sollevata.

Il 4 settembre è invece il giorno della Fiera di santa Rosa, il tradizionale appuntamento con le bancarelle al quale nessuno vuol mancare.

Ma è la macchina il momento magico dei viterbesi, come ha osservato Bruno Barbini, autore di un saggio, Sotto il ciuffo – Storia, tradizioni e uomini della macchina di santa Rosa (Viterbo 1983). «Ciascuno» ha osservato «ha una folla di ricordi legati al trasporto di questo o quell’anno o ai vari punti del percorso: perché – se si fa eccezione per i privilegiati che possono disporre di una finestra o di un balcone affacciati sulle vie dove passa la “macchina” – si cerca di cambiare ogni anno il punto di osservazione per potere gustare prospettive e scorci sempre diversi. Fin qui l’aspetto esteriore del fenomeno; ma al di sotto di esso c’è quell’intima adesione che è religiosità viva e profonda. Anche i secchi comandi che guidano i movimenti dei portatori sono familiari all’orecchio dei cittadini, così come i loro nomi: sotto le travature di base vi sono i “ciuffi”, così chiamati per il copricapo di cuoio che copre e protegge il collo; le “spallette” invece sostengono la costruzione lateralmente proteggendo la spalla con un cuscino. Tre sono i comandi della mossa: così viene chiamato il difficile momento della partenza: “Sotto col ciuffo e fermi!”; “Sollevate e fermi!”; e infine: “Santa Rosa, avanti!”. Poi la marcia, scandita dal tempo militare del passo per i pochi interminabili minuti che separano una sosta dalla successiva fino alla trionfale conclusione.»