Nome
San Michele
Titolo
Arcangelo
Nascita
- Sconosciuto
Morte
- Sconosciuto
Ricorrenza
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Patrono di
In breve

San Michele Arcangelo è una figura chiave nella tradizione cristiana, riconosciuto come capo degli eserciti celesti e protettore della Chiesa. Secondo la dottrina cattolica, egli svolge un ruolo fondamentale nella lotta contro il male e è invocato come difensore nei momenti di pericolo. Una delle curiosità più affascinanti legate a San Michele è la sua apparizione sul Monte Gargano, in Puglia, nel 490 d.C. Qui, l'arcangelo lasciò un'impronta sulla roccia, che divenne luogo di pellegrinaggio. Questo santuario, il Monte Sant'Angelo, è uno dei più antichi dedicati a San Michele e ha avuto una grande importanza nel medioevo. La venerazione di San Michele si estende anche oltre la sfera religiosa, influenzando l'arte e la cultura popolare, dove spesso è raffigurato nell'atto di sconfiggere il drago, simbolo del male. La sua festa liturgica si celebra il 29 settembre.

L’arcangelo dell’Apocalisse, cui è dedicato il santuario-caverna del Gargano, è il patrono del popolo cristiano, ma anche di Caltanissetta, di Cuneo e di vari mestieri, dai maestri d’armi ai commercianti e di tutti coloro che usano la bilancia

Ogni anno, l’8 di maggio, molte compagnie di pellegrini salgono al santuario di San Michele, a Monte Sant’Angelo sul Gargano, per ricordare la prima apparizione dell’Arcangelo che risale secondo la tradizione al 490. Narra la leggenda che in quell’anno viveva nei pressi di Siponto un ricco pastore, Elvio Emanuele, signore del monte Gargano. Un giorno un toro dei suoi armenti fuggì sulla cima del colle. Quando alla sera Elvio Emanuele si accorse che l’animale non era rientrato nella stalla uscì con i servi a cercarlo sorprendendolo vicino a una spelonca. Furioso, gli lanciò una freccia che, respinta da un vento misterioso, tornò come un boomerang ferendolo. Turbati dall’insolito avvenimento, i compaesani chiesero lumi al vescovo, san Lorenzo Maiorano, che ordinò loro di digiunare per tre giorni. Alla fine della penitenza l’arcangelo Michele apparve al vescovo dicendogli: «Sappiate che Elvio Emanuele è stato colpito dalla freccia per mia volontà. Io sono Michele arcangelo, ho stabilito di conservare quel luogo per me, e in tal modo ho dimostrato di esserne il custode». Immediatamente il vescovo e i cittadini di Siponto si recarono in processione alla grotta e, non osando entrarvi, si limitarono a pregare sulla soglia mentre canti angelici provenivano dall’interno: «Qui si adora Iddio,» dicevano «qui si onora Iddio».

Il seguito della leggenda giustifica la costruzione del santuario che risale al VI secolo e divenne una delle mete più importanti dei pellegrinaggi nel primo medioevo insieme con Gerusalemme, Roma e Santiago de Compostela. Nel 492 Siponto venne assediata dai soldati di Odoacre. I pochi soldati di Teodorico che difendevano la città erano insufficienti a salvarla. Allora il vescovo chiese ed ottenne una tregua di tre giorni durante i quali ordinò di digiunare e di invocare l’aiuto di Michele. La terza notte — era il 29 settembre — l’arcangelo apparve al vescovo dicendogli che le preghiere erano state esaudite e che avrebbero vinto se avessero attaccato il nemico dopo l’ora quarta del giorno, ovvero intorno alle dieci di oggi. E così fu: quando i sipontini attaccarono, il Gargano tuonò scuotendosi sino alle fondamenta mentre sabbia e grandine si rovesciarono sulle schiere di Odoacre che fuggirono terrorizzate.

Dopo la vittoria i sipontini esitavano a entrare nella grotta per consacrarla. Nel 494 san Lorenzo Maiorano si consultò con papa Gelasio I che consigliò di rivolgersi all’arcangelo. Allora gli abitanti digiunarono nuovamente per tre giorni finché san Michele apparve al vescovo ordinandogli: «Non dovete dedicarmi la chiesa perché io stesso l’ho consacrata. Entrate e pregate sotto la mia assistenza celebrando il sacrificio: vi mostrerò come ho consacrato quel luogo».

Il giorno dopo il vescovo, seguito dal clero e dal popolo, entrò nella grotta trovandovi un altare coperto da un panno rosso sul quale splendeva una croce di cristallo. L’impronta di un piede infantile impressa su una pietra confermava la presenza dell’arcangelo Michele.

Fin qui la leggenda: la quale cela, come ha osservato Francesco Paolo Fischetti in Graffiti giudeo-cristiani nella Grotta dell’Arcangelo sul Gargano (Torino 1977), l’evangelizzazione di culti precristiani diffusi in quella zona, dove anticamente si veneravano i greci Calcante e Podalirio insieme con i romani Giove e Diana; e dove i pastori, sia all’inizio della stagione calda, ai primi di maggio, quando portavano gli armenti e le greggi sui monti, sia alla fine di settembre quando scendevano in pianura ai primi freddi, solevano compiere l’incubatio: sacrificavano un ariete nero alla divinità ctonia della grotta, poi dormivano sulla pelle dell’animale per averne la divinatio. Ai pagani succedettero gruppi di giudeo-cristiani che frequentavano la montagna e dormivano nelle grotte cercando anch’essi di ottenere sogni-rivelazioni. «Numerosi ipogei» osserva Fischetti «hanno l’ingresso ad arcosolio sormontato da un timpano triangolare; spesso al vertice compare una croce. Si tratta di un ipogeo giudeo-cristiano.» Poi giunsero gli gnostici e infine nel V secolo i manichei.

Alla fine del V secolo il vescovo di Siponto parlò al popolo del suo «sogno» per sostituire quelle usanze con le due festività di san Michele. Non stupisca la scelta dell’Arcangelo perché san Lorenzo Maiorano era di origine orientale se non addirittura parente dell’imperatore Zenone; e in Oriente il culto di san Michele era vivissimo fin dai primi secoli tant’è vero che si costruivano santuari detti Michaelion.

Successivamente i Longobardi del Ducato di Benevento, di cui faceva parte il Gargano, attribuirono a san Michele, che già veneravano nella grotta, la vittoria sui Bizantini nel 647 e ne importarono il culto a Pavia adottando la festa dell’8 maggio e promuovendo il pellegrinaggio a quello che diventò il loro santuario nazionale.

Anche la bizzarra scena di Elvio Emanuele, che scocca una freccia contro il toro per punirlo della fuga, sarebbe spiegabile secondo il Fischetti come una forma di oplomanzia, la divinazione per mezzo delle armi, frequente nell’Antico Testamento: «La freccia che ritorna indietro significa: “Alt! Questo è un luogo sacro. Terribilis est locus iste, hic domus Dei est et ianua coeli”. Così è scritto all’ingresso del santuario garganico: sono le parole di Giacobbe dopo la incubazione di Bethel».

Anche in Francia la leggenda che motiva la fondazione nell’VIII secolo del santuario di Mont-Saint-Michel-au-Péril-de-Mer, un’isoletta montuosa sulle coste normanne, collegata alla terraferma durante la bassa marea, ha come protagonista un toro misterioso. Si narra che un giorno l’arcangelo apparve a sant’Auberto, vescovo di Avranches, ordinandogli di fondare una chiesa dove lo si venerasse come sul monte Gargano. Disse che la si doveva costruire là dove fosse stato trovato un toro nascosto dai ladri. La bestia venne scovata: era incastrata fra due altissime rupi che nessuna forza umana sarebbe riuscita a spostare. Allora san Michele apparve a un uomo ordinandogli di recarsi in quel luogo e di spostare le due rupi liberando l’animale: così avvenne. Costruita la chiesa, vi trasportarono dal monte Gargano una parte del drappo che l’arcangelo aveva deposto sull’altare e un frammento della pietra su cui aveva posato i piedi.

Ci si potrebbe domandare perché nella leggenda garganica, cui si è ispirata in parte quella normanna, appaia il toro. È soltanto un particolare casuale, dovuto al fatto che sul Gargano ancora adesso vacche e tori pascolano fra i dirupi del monte come capre? O quel toro nascondeva la preoccupazione del vescovo di sradicare non soltanto i culti del monte ma anche una religione pagana che si era diffusa straordinariamente nell’Impero romano e forse resisteva ancora nelle province più impermeabili al processo di evangelizzazione? Abbiamo evocato il mithraismo, il quale narrava come Mithra avesse sacrificato in una caverna il Toro primordiale dal cui corpo erano germinate tutte le erbe e le piante salutari insieme con gli animali utili. Quando la missione fu compiuta il dio suggellò la sua amicizia con il Sole in un banchetto nella caverna cosmica dividendo con lui la carne del toro. Quella tauroctonia mitica, di cui la corrida è un’eco, tracciava l’allegoria della creazione mediante il sacrificio, dove Mithra e il toro attuavano la loro opera nelle funzioni di sacrificatore e sacrificato.

Nella mitologia iranica, da cui s’era formato il mithraismo ellenistico, si affermava che la vita del cosmo era segnata dalla lotta fra due princìpi antagonisti sino alla fine dell’attuale ciclo o Grande Anno, quando sarebbe riapparso un toro annunciando l’«apocalisse» mentre Mithra sarebbe sceso nuovamente sulla terra separando i buoni dai malvagi e immolando l’animale divino. Poi, mescolando il grasso del toro al vino, avrebbe offerto la bevanda dell’immortalità, lo hauma, ai giusti che sarebbero resuscitati con i loro corpi mentre cadeva dal cielo un fuoco annientando Ahriman e la sua armata insieme con i malvagi.

Si consideri che Mithra era venerato nei mitrei, luoghi di culto in forma di grotta, ed egli stesso, secondo il mito, era nato da una roccia. Ma vi è un’altra analogia tra le funzioni del dio e dell’arcangelo che induce a riflettere. Nell’Antico Testamento Michele, il cui nome in ebraico, Mikaél, ovvero «Chi come Dio?», era inteso come grido di guerra in difesa dell’Eterno, veniva detto «il capo supremo» che difendeva i Giudei perseguitati da Antioco; e negli apocrifi giudaici il «protettore del popolo di Dio» o del «popolo dei giusti».

Nel Nuovo Testamento diventò il guerriero e difensore della Chiesa che combatteva il male in ogni sua manifestazione. «Scoppiò quindi una guerra nel cielo» narra l’Apocalisse. «Michele e i suoi angeli combattevano il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per loro in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e Satana, e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli.»

Ecco un’ultima sorprendente analogia: san Michele è raffigurato talvolta in clamide purpurea — colore solare — con la spada o la lancia in mano e un globo nell’altra, come in un rilievo del VI secolo, oggi al British Museum di Londra, o nell’affresco che si trova nella sala della Giustizia di Castel Sant’Angelo, a Roma, attribuito al rinascimentale Domenico Zaga. Ebbene il globo, che Mithra teneva in mano, era il simbolo delle sue funzioni di demiurgo e kosmokrátor, signore e animatore del cosmo. Nel cristianesimo Michele diventò simbolo della sovranità di Dio sul cosmo mediante il «capo delle milizie celesti». Si sarebbe tentati di affermare che in questo ruolo l’arcangelo si avvicina più agli arcangeli del mazdeismo che agli angeli servitori e messaggeri della Bibbia: ai sette arcangeli dell’Eptade divina che generano continuamente il cosmo coadiuvati dagli Yarata, sorprendentemente simili agli dei-angeli del neoplatonico Proclo. I quali Yarata sono raggruppati in cori che scortano ogni arcangelo di cui diffondono l’energia nelle parti del cosmo dipendenti dalla sua ierurgia e dalla sua provvidenza. Quando essi si mostrano agli uomini, la loro mirabile bellezza e lo splendore della luce li avvicinano allo splendore divino. A sua volta il neoplatonico Giamblico affermava che gli angeli irraggiavano una luce così sottile che gli occhi non erano in grado di sostenerla.

Ma le funzioni attribuite a san Michele rivelano altre analogie con quelle di divirtità precristiane. Gli Ebrei credevano che gli angeli avessero la funzione di condurre le anime al giudizio divino. I rabbini attribuirono all’arcangelo questa funzione che venne poi trasmessa alla cristianità dagli gnostici, sicché egli divenne lo psicopompo per eccellenza, come testimonia fra gli altri Gregorio di Tours narrando che fu Michele a presentare al Signore l’anima di Maria, come aveva presentato quelle di Adamo, Eva e san Giuseppe. Per questo motivo in tutta la storia dell’Occidente lo si è considerato patrono delle confraternite seppellitrici e gli si sono dedicate cappelle funerarie, come ad esempio la chiesa del Cremlino dove si seppellivano gli zar: per una coincidenza casuale anche la Mole Adriana era il sepolcro di un imperatore.

Nella tradizione greca il ruolo di psicopompo era svolto da Hermes, che era anche pesatore d’anime come il dio Toth al quale venne assimilato in epoca alessandrina. Gli gnostici fecero confluire in san Michele i tipi di Mercurio e di Toth, come testimonia un prezioso mosaico del Duomo di Torcello, risalente al XII e al XIII secolo, che lo raffigura con la bilancia in mano; e nel Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie (Parigi 1924-1953) è riprodotta un’antica gemma dove Mercurio è rappresentato con i soliti attributi e il gallo, accanto alla parola Michaél e alle lettere ebraiche aïn e thau.

Il santuario del monte Gargano non era che una delle tante chiese dedicate all’arcangelo il cui culto dall’Oriente si diffuse in Italia fin dall’inizio del V secolo. Il Liber pontificalis ricorda la basilica al settimo miglio della via Salaria, sulla collina del Giubileo, detta fino al XVI secolo Mons Sancti Angeli.

La maggior parte degli oratori e dei santuari erano situati non soltanto in cima a un monte, ma anche in una grotta, come ad esempio quello del Gargano. In una bolla di Alessandro IV (12 gennaio 1255) si ricorda la chiesetta in una caverna della rupe che sovrasta il lago di Nemi, a nord-est; e celebre è la caverna sul monte Tancia in Sabina, che era stata oracolo pagano e venne poi dedicata dai Longobardi, verso il VII secolo, all’arcangelo.

Non in una grotta ma nell’ambiente più alto del mausoleo di Adriano, a Roma, Bonifacio IV (608-615) aveva eretto in onore di Michele una chiesetta ispirandosi al culto aereo degli angeli. Più tardi, fra il X e il XII secolo, nacque la celebre leggenda che narrava come alla folla in processione fosse apparso sulla cima di Castel Sant’Angelo Michele nell’atto di rinfoderare la spada.

La leggenda, la cui origine ho spiegato nel capitolo dedicato a san Gregorio Magno, non è che un omaggio e a suo modo una preghiera all’Arcangelo che è realmente il protettore del popolo cristiano; così come un tempo lo era dei pellegrini medievali che lo invocavano nei vari santuari disseminati lungo le strade. Si pensi fra gli altri alla sagra di san Michele, all’imbocco della Val di Susa, in Piemonte, che fu inizialmente un oratorio dei Longobardi per diventare più tardi, nel 998, un’abbazia alla quale salivano, per chiedere la sua protezione contro lo scoraggiamento, le malattie e i banditi, i pellegrini che si recavano a Roma o, in senso inverso, a Santiago de Compostela pregando: «et ecce Michael, unus de principibus primis, venit in auditorium meum».

San Michele è anche patrono degli spadaccini, dei maestri d’armi, dei forbitori, dei doratori (perché è rappresentato di solito con la corazza dorata); dei commercianti, come Mercurio presso i pagani; e di tutti i mestieri che si servono della bilancia: dei pasticcieri, farmacisti, droghieri, merciai, pesatori di grano e dei fabbricanti di tinozze. È infine patrono dei radiologi e della polizia italiana.

A loro volta Cuneo, Caltanissetta, Monte Sant’Angelo e Sant’Angelo dei Lombardi l’hanno scelto come patrono principale, mentre Caserta l’ha eletto compatrono.

La sua festa di settembre, che è la principale liturgicamente, ha ispirato alcuni proverbi contadini e meteorologici. «Pri san Micheli la racina è come lu meli», Per san Michele l’uva è come il miele, ricorda un proverbio siciliano cui fa eco «Per san Michele ogni straccio sa di miele» a sottolineare che i frutti autunnali sono dolcissimi. In Toscana si dice invece che «Per san Michele la succiola nel paniere», dove succiola significa castagna bollita.

La festa di san Michele cade all’inizio del semestre in cui le giornate sono più brevi, sicché in Sicilia si dice, e oggi a maggior ragione col ritorno in quei giorni all’ora naturale, «Pri san Micheli jadduma lu cannileri», Per san Michele riaccendi il lume. I contadini a loro volta ricordano che «San Michele di settembre leva le merende; san Michele di maggio riporta il merendaggio», nel senso che nel periodo estivo si fa nei campi uno spuntino supplementare per poter prolungare il lavoro fino a tardi sfruttando le lunghe giornate. È caduto invece in disuso il detto «far san Michele», che significava traslocare, sgombrare perché una volta in alcune regioni i contratti di locazione scadevano alla festa dell’Arcangelo, che col nuovo calendario liturgico in vigore dal 1970 è dedicata anche agli altri due, Gabriele e Raffaele.