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San Gabriele è noto come l'Arcangelo Gabriele, una figura centrale nelle religioni abramitiche. Nel Cristianesimo, è venerato come santo ed è conosciuto come il messaggero di Dio. Secondo la tradizione, fu lui ad annunciare a Maria l'Immacolata Concezione, un evento chiave narrato nel Vangelo di Luca. San Gabriele è considerato il patrono dei messaggeri, dei comunicatori e delle poste. La sua figura è stata interpretata in molteplici opere d'arte, specialmente nella rappresentazione dell'Annunciazione. La sua festa liturgica si celebra il 29 settembre insieme agli arcangeli Michele e Raffaele. La devozione a San Gabriele si è diffusa in tutto il mondo cristiano, e numerose chiese sono a lui dedicate. I fedeli si rivolgono spesso a San Gabriele per chiedere aiuto nella comunicazione e per ricevere buone notizie o messaggi importanti.
Uno dei tre arcangeli riconosciuti dalla Chiesa, è il nunzio della volontà di Dio per eccellenza, tant’è vero che annuncia a Maria la maternità divina, e per questo motivo è diventato patrono dei portalettere, dei corrieri e delle telecomunicazioni
Sul mosaico absidale della cappella del Santissimo Sacramento, nella basilica di Torcello, il Cristo benedicente, che siede sul trono intarsiato e poggia i piedi nudi sul suppedaneo lavorato a nubi con i segni dei fulmini, è attorniato dai due alati arcangeli Michele, che calpesta il drago, e Gabriele, che calpesta il serpente: entrambi con l’asta e il globo crociato, simboli del potere conferito loro da Dio. Hanno la funzione di ieratici guardiani del trono celeste. Questa funzione di guardia è tipica dei due arcangeli in tutta l’iconografia bizantina: a Ravenna, in Sant’Apollinare in Classe, presidiano l’entrata del presbiterio a impedire l’accesso al demonio, indossando una clamide trattenuta sulla spalla destra da una borchia gemmata e calzando campagi sfarzosamente decorati; e invece della classica asta impugnano un labaro su cui è scritto in greco: «Santo, santo, santo». Insieme con Raffaele sono i tre arcangeli riconosciuti della Chiesa secondo le decisioni del concilio Romano del 745 e di quello di Aquisgrana del 789 che rifiutavano la tradizione dei sette arcangeli, non del tutto infondata se nel Libro di Tobia Raffaele dice: «Io sono infatti l’angelo Raffaele, uno dei sette che stiamo dinanzi al Signore».
Gli altri quattro vengono nominati per la prima volta dall’apocrifo libro di Enoch etiopico. Fra questi Uriel, nonostante il concilio Lateranense, sarà associato a lungo ai tre riconosciuti dalla Chiesa nel Canon Universalis degli Etiopi, nei calendari orientali, in molte litanie medievali. Su una laminetta d’oro, conservata nella rotonda di Santa Petronilla, in Vaticano, sulla tomba di Maria, sposa dell’imperatore Onorio e figlia di Stilicone, è scritto: «Michael. Gabriel. Raphael. Uriel». Uriel, il cui nome teoforo come tutti quelli degli arcangeli, è stato interpretato come «luce o fiamma di Dio» e per questo motivo si è identificato con l’angelo dalla spada fiammeggiante all’ingresso del paradiso terrestre, ha come attributi la spada e le fiamme che si sprigionano sotto i suoi piedi. Egli è posto insieme con i tre canonici ai punti cardinali in molti monumenti dell’arte copta, slava e siciliana, come ad esempio nei mosaici delle cupole della Cappella Palatina e della Martorana a Palermo, dove i quattro arcangeli circondano il Cristo Pantocrator.
Gli altri tre arcangeli non riconosciuti dalla Chiesa, Raguel, Sariel, Remiel, subiranno, soprattutto nel mondo orientale, alterazioni e aggiunte in testi successivi: si chiameranno anche Barachiel o Malthiel, ovvero «benedizione di Dio», colui che precedeva secondo la leggenda Mosè e gli Ebrei in fuga con una colonna di fuoco: raffigurato spesso mentre scopre rose bianche in un angolo del mantello, ha la funzione di assistere e aiutare; Euchidiel, o Jehudiel o Jophiel o Tobihel, ricordato nelle litanie caroline e dai canoni medievali come il precettore di Sem, il figlio di Noè, con la funzione di «remunerator», tanto è vero che lo si rappresentava con una corona d’oro e una frusta a tre corregge perché premiava i buoni e puniva i cattivi; Selathiel o Salathiel, Sariel, Zeadkiel, ricordato come colui che fermò la mano che stava per sacrificare Isacco, la cui funzione è di pregare per ottenere il perdono dei peccati degli uomini. Talvolta si aggiungevano Raguel o Rachael, Razel, Raziel, che contendeva a Uriel la fama di aver cacciato Adamo dal paradiso terrestre, e Peliel, che contendeva a Selathiel quella di aver trattenuto Giacobbe.
I sette arcangeli, intesi come i sette spiriti preposti da Dio al creato e che ricorrono spesso nei testi magici dei primi secoli cristiani, erano raf figurati intorno alla Trinità su un affresco ritrovato nel 1516 nella chiesa di Sant’Angelo a Palermo e ora scomparso. Di quell’affresco Hieronymus Wierix fece una copia in un’incisione che li rappresenta raggruppati a tre a tre ai due lati del loro capo, Michele. L’uso di raffigurare sette angeli intorno al Signore risale alla Sacra Scrittura, al Libro di Tobia, che abbiamo già ricordato, e all’Apocalisse dove si narra: «Vidi sette angeli che stavano dinanzi a Dio».
Gli arcangeli dalle ali d’aquila, il cui prefisso greco archa esprimeva il grado sommo nella gerarchia angelica, erano i più vicini al Signore. Come gli altri angeli, chiamati in ebraico mal’âk e tradotti nel greco ángheloi, sono considerati i messaggeri e i bracci della volontà divina. Anche nella tradizione iranica del mazdeismo sette sono gli arcangeli dell’Eptade divina che generano continuamente il cosmo aiutati dagli Yarata: i quali Yarata sono raggruppati in cori che scortano ogni arcangelo di cui diffondono l’energia nelle parti del cosmo dipendenti dalla sua ierurgia e dalla sua provvidenza. Ma l’analogia con gli arcangeli cristiani è soltanto apparente perché nel mazdeismo essi sono la divinità e non creature, pur incorporee.
Ci si può domandare invece perché nei calendari liturgici essi siano assimilati ai santi. La domanda, come la risposta, andrebbe rovesciata perché sono i santi ad assomigliare agli angeli quando pervengono alla beatitudine celeste, alla contemplazione del volto di Dio di cui godono fin dalla creazione gli angeli buoni. D’altronde a questa spiegazione alludono molti passi del Nuovo Testamento, dove si stabilisce un paragone fra uomini, santi e angeli che vivono nella comunione divina. «Alla resurrezione infatti» dice il Cristo secondo Matteo «non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo.» E san Paolo nella Lettera agli Ebrei: «Voi vi siete invece accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, a Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele».
Gabriele, il cui nome deriva dall’ebraico Gabrīēl —composto da gabar, «esser forte», e da ’El, abbreviazione di ’Elohim – e significa tradizionalmente «Dio è la mia forza», assunse soprattutto la funzione di nuntius, del messaggero per eccellenza. Nel Libro di Daniele appare in sembianze umane a spiegare al profeta la visione dell’ariete e poi quella delle settanta settimane. Ricompare nel Vangelo di Luca nella celebre scena dell’Annunciazione a Maria: «Nel sesto mese» narra l’evangelista «l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”».
Si suole identificarlo con l’angelo che compare a Zaccaria per annunciargli che la sua preghiera è stata esaudita e che la moglie Elisabetta gli darà un figlio, Giovanni Battista. Si è anche sostenuto che Gabriele sia l’arcangelo che appare sfolgorante di luce ai pastori nella notte di Natale annunciando loro la nascita del Messia e cantando insieme con una schiera di angeli: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». Infine un inno del breviario domenicano serba la credenza che sia sceso dal cielo per confortare il Cristo durante l’agonia. L’arcangelo annunciatore ha anche una funzione importantissima nell’Islam: il Corano viene comunicato a Maometto da Gabriele, detto Spirito della Santità o Spirito Fedele. «Se qualcuno è nemico a Gabriele,» è detto nella sura II «ebbene è proprio Gabriele che con il permesso di Dio ha fatto scendere nel tuo cuore questo messaggio a conferma di quelli già esistenti e a guida e speranza dei credenti».
I suoi attributi sono quelli della sua funzione principale, di messaggero per eccellenza nell’Antico e nel Nuovo Testamento: una lanterna illuminata e uno specchio di diaspro verde su cui sono trascritti gli ordini di Dio. Impugna anche il bastone di messaggero e, negli episodi ispirati al Nuovo Testamento, ha la tunica liturgica e lo scettro, simbolo della sua potestà angelica. Talvolta reca in mano un filatterio con le prime parole della salutazione evangelica: «Ave Maria gratia plena». Successivamente, tra il XIII secolo e l’inizio del XIV, l’arcangelo che fino ad allora stava in piedi di fronte alla Vergine, in posizione di preminenza, s’inginocchia con reverenza e al posto dello scettro e del bastone viatorio tiene in mano un giglio, simbolo di purezza, d’innocenza e di verginità, che termina sovente in tre fiori alludendo alla tripla verginità di Maria, prima, durante e dopo il parto. Eccezionalmente fra i pittori senesi il giglio, che ricordava troppo lo stemma della città rivale, fu sostituito da una palma, simbolo di gloria, come ad esempio nell’Annunciazione di Duccio, sul retro della Maestà; oppure da un rametto di olivo, simbolo di pace, come nella tavola di Simone Martini.
La sua funzione di nunzio lo ha fatto eleggere patrono dei corrieri e dei portalettere e dal 1951, secondo un breve apostolico di Pio XII, delle telecomunicazioni: dal telegrafo al telefono, dalla radio alla televisione. Quanto alla sua festa, si celebrava in Oriente il 26 marzo perché i Greci usavano far seguire alle grandi solennità del Cristo e della Vergine la memoria dei santi che erano partecipi del mistero celebrato. In Occidente invece molte Chiese e famiglie religiose avevano scelto il 18 marzo, finché nel 1921 Benedetto XV la fissò al 24 marzo, alla vigilia dell’Annunciazione, estendendola a tutta la Chiesa. Con la riforma del calendario liturgico del 1970 si è deciso infine di unire in una sola celebrazione i tre arcangeli al 29 settembre, che una volta era la festa di san Michele.
San Gabriele nacque a Sconosciuto
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San Gabriele si festeggia il 29 settembre