- Settingiano (Calabria),
- San Martino di Finita (Calabria),
- Serra d'Aiello (Calabria),
- Terranova Sappo Minulio (Calabria),
- Solopaca (Campania),
- Riccione (Emilia-Romagna),
- Casalecchio di Reno (Emilia-Romagna),
- Noceto (Emilia-Romagna),
- Verucchio (Emilia-Romagna),
- Traversetolo (Emilia-Romagna),
- San Martino in Rio (Emilia-Romagna),
- Alseno (Emilia-Romagna),
- Vezzano sul Crostolo (Emilia-Romagna),
- Canossa (Emilia-Romagna),
- Varano de' Melegari (Emilia-Romagna),
- Camugnano (Emilia-Romagna),
- Palanzano (Emilia-Romagna),
- Premilcuore (Emilia-Romagna),
- Casteldelci (Emilia-Romagna),
- Poggio Torriana (Emilia-Romagna),
- Bertiolo (Friuli-Venezia Giulia),
- Marano Lagunare (Friuli-Venezia Giulia),
- Campolongo Tapogliano (Friuli-Venezia Giulia),
- Cercivento (Friuli-Venezia Giulia),
- Bergeggi (Liguria),
- Rezzo (Liguria),
- Seborga (Liguria),
- Bollate (Lombardia),
- Treviglio (Lombardia),
- Magenta (Lombardia),
- Cusano Milanino (Lombardia),
- Bovisio-Masciago (Lombardia),
- Malnate (Lombardia),
- Calolziocorte (Lombardia),
- Alzano Lombardo (Lombardia),
- Biassono (Lombardia),
- Tirano (Lombardia),
- Soncino (Lombardia),
- Cadorago (Lombardia),
- Corte Franca (Lombardia),
- Mede (Lombardia),
- Ferno (Lombardia),
- Carnago (Lombardia),
- Tavernerio (Lombardia),
- San Martino Siccomario (Lombardia),
- Besnate (Lombardia),
- Ispra (Lombardia),
- Carvico (Lombardia),
- Veduggio con Colzano (Lombardia),
- Carpiano (Lombardia),
- Palazzo Pignano (Lombardia),
- Tromello (Lombardia),
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- Cenate Sotto (Lombardia),
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- Marone (Lombardia),
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- Castelnuovo Bozzente (Lombardia),
- Corrido (Lombardia),
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- Treviso Bresciano (Lombardia),
- Langosco (Lombardia),
- Montemezzo (Lombardia),
- Livo (Lombardia),
- Oliva Gessi (Lombardia),
- Apecchio (Marche),
- Caldarola (Marche),
- Castelpetroso (Molise),
- Castel San Vincenzo (Molise),
- Bruino (Piemonte),
- Torre Pellice (Piemonte),
- La Morra (Piemonte),
- Lesa (Piemonte),
- Vezza d'Alba (Piemonte),
- Oleggio Castello (Piemonte),
- Ormea (Piemonte),
- Albiano d'Ivrea (Piemonte),
- Masera (Piemonte),
- Camburzano (Piemonte),
- Vignone (Piemonte),
- Viù (Piemonte),
- Carbonara Scrivia (Piemonte),
- Villareggia (Piemonte),
- Valdieri (Piemonte),
- Arborio (Piemonte),
- San Martino Canavese (Piemonte),
- Mezzenile (Piemonte),
- Costanzana (Piemonte),
- Valgrana (Piemonte),
- Carema (Piemonte),
- San Martino Alfieri (Piemonte),
- Vesime (Piemonte),
- Sala Biellese (Piemonte),
- Baldissero Canavese (Piemonte),
- Orsara Bormida (Piemonte),
- Trarego Viggiona (Piemonte),
- Capriglio (Piemonte),
- Casanova Elvo (Piemonte),
- Paroldo (Piemonte),
- Gifflenga (Piemonte),
- Quaregna Cerreto (Piemonte),
- Riola Sardo (Sardegna),
- Bessude (Sardegna),
- Sesto Fiorentino (Toscana),
- Lastra a Signa (Toscana),
- Rufina (Toscana),
- Uzzano (Toscana),
- Scarlino (Toscana),
- Castel Focognano (Toscana),
- Castel San Niccolò (Toscana),
- Mulazzo (Toscana),
- Appiano sulla strada del vino (Trentino-Alto Adige),
- San Martino in Passiria (Trentino-Alto Adige),
- Valle di Casies (Trentino-Alto Adige),
- San Martino in Badia (Trentino-Alto Adige),
- Fornace (Trentino-Alto Adige),
- Livo (Trentino-Alto Adige),
- Cortina sulla strada del vino (Trentino-Alto Adige),
- Drena (Trentino-Alto Adige),
- Cavizzana (Trentino-Alto Adige),
- Primiero San Martino di Castrozza (Trentino-Alto Adige),
- Borgo Lares (Trentino-Alto Adige),
- Porte di Rendena (Trentino-Alto Adige),
- Ayas (Valle d'Aosta),
- Verrayes (Valle d'Aosta),
- Arnad (Valle d'Aosta),
- Pontey (Valle d'Aosta),
- Torgnon (Valle d'Aosta),
- Belluno (Veneto),
- Legnago (Veneto),
- Paese (Veneto),
- Negrar di Valpolicella (Veneto),
- Vedelago (Veneto),
- San Martino Buon Albergo (Veneto),
- Campodarsego (Veneto),
- San Martino di Lupari (Veneto),
- Chiampo (Veneto),
- Vigodarzere (Veneto),
- Saonara (Veneto),
- Peschiera del Garda (Veneto),
- Povegliano Veronese (Veneto),
- Lazise (Veneto),
- Cornuda (Veneto),
- Campo San Martino (Veneto),
- Tregnago (Veneto),
- Torre di Mosto (Veneto),
- Tribano (Veneto),
- Morgano (Veneto),
- Gazzo (Veneto),
- San Martino di Venezze (Veneto),
- Ceregnano (Veneto),
- Salizzole (Veneto),
- Fregona (Veneto),
- Velo d'Astico (Veneto),
- Valle di Cadore (Veneto),
- Crespino (Veneto),
- Vigo di Cadore (Veneto),
- Asigliano Veneto (Veneto)
San Martino di Tours è uno dei santi più venerati nella cristianità e la sua vita è costellata di episodi che ne hanno fatto un esempio di carità e umiltà. Nato in Pannonia (oggi Ungheria) intorno al 316 d.C., prima di diventare vescovo, Martino fu soldato nell'esercito romano. Uno degli aneddoti più famosi riguarda il suo incontro con un mendicante al quale, non avendo altro da offrire, tagliò la sua mantella militare in due per condividerla. Quella notte, sognò Gesù vestito con la metà del mantello che aveva dato al povero, e sentì Gesù dire: 'Martino, ancora catecumeno, mi ha vestito con questo mantello.' Questo episodio è celebrato nella festa di San Martino l'11 novembre. Dopo aver abbandonato la vita militare, si dedicò completamente alla fede cristiana e fu eletto vescovo di Tours nel 371. Durante il suo episcopato, Martino si dedicò all'evangelizzazione delle zone rurali della Gallia e fu un pioniere nell'istituire quello che sarebbe diventato il monachesimo in Occidente. Morì il 8 novembre 397 d.C. e la sua tomba a Tours divenne presto un famoso luogo di pellegrinaggio.
Patrono di Belluno, il santo francese cui sono collegate tante usanze e feste, è venerato in tutta l’Italia dove visse prima a Pavia da bambino, poi in un eremo alle porte di Milano e infine sull’isola Gallinaria in Liguria prima di trasferirsi definitivamente nelle Gallie
Sull’isola Gallinaria, fra Albenga ed Alassio, si apre una grotta dove secondo la tradizione san Martino di Tours visse da eremita insieme con un prete dal 356 al 360. L’isola ligure è uno dei tanti luoghi italiani dove si ricorda la presenza del santo che in Italia soggiornò più volte sin dall’infanzia. A Pavia giunse ancora bambino quando il padre militare vi venne trasferito. Non sappiamo se la sua famiglia fosse romana o barbara: il primo biografo Sulpicio Severo, che ebbe modo di frequentarlo negli ultimi anni, si limita a riferire che nacque a Sabaria, una cittadina della Pannonia inferiore, l’attuale Szombathely ai confini dell’Ungheria con l’Austria, dove il padre si trovava con l’esercito. Quanto alla nascita, la si presume fra il 316 e il 317.
Fu chiamato Martinus, ovvero «dedicato a Marte», il dio della guerra. I genitori erano pagani, e nel paganesimo egli venne educato a Pavia, dove rimase probabilmente colpito dai cristiani se a dodici anni, contro il parere della famiglia, chiese di essere accolto fra i catecumeni. Ma dovette aspettarne altri sei prima di ricevere il battesimo perché allora i vescovi usavano grandissime precauzioni soprattutto nei confronti dei minorenni.
Come ogni figlio di veterano, aveva già la carriera tracciata: a quindici anni, secondo le disposizioni degli imperatori Severo e Probo, entrò nell’esercito e diventò circitor, il cui compito era la ronda di notte a cavallo nonché la sorveglianza notturna delle guarnigioni. Durante una ronda, narra il biografo, incontrò sulla porta della città di Amiens, nella Gallia, un povero tremante di freddo che chiedeva aiuto ai passanti distratti e indifferenti. Che fare? «Non aveva nient’altro che la clamide di cui era vestito; infatti aveva già sacrificato tutto il resto in una eguale opera buona. E così, brandita la spada che aveva alla cintura, divise la clamide a metà, e ne donò al povero una parte, dell’altra si rivestì.» La notte seguente, mentre stava dormendo, vide il Cristo che, vestito della parte del suo mantello, diceva agli angeli intorno a lui: «Martino, il quale è soltanto un catecumeno, mi ha coperto con la sua veste». Questo episodio divenne talmente popolare nel medioevo da ispirare pittori e scultori, fra cui Simone Martini che lo dipinse nel vasto ciclo di affreschi della chiesa inferiore di San Francesco d’Assisi o l’anonimo scultore pisano-lucchese del XIII secolo che lo rappresentò per il Duomo di Lucca dedicato al santo.
Era il 334 o, secondo altri agiografi, il 338. Martino avrebbe voluto abbandonare la carriera militare ma dovette pazientare a lungo perché chi si arruolava nella guardia imperiale non poteva lasciarla né facilmente né rapidamente. Inoltre il suo tribuno lo aveva convinto ad aspettare qualche anno promettendogli di seguirlo nella vita eremitica che li attirava entrambi. Secondo il biografo l’attesa durò soltanto due anni. Ma subito dopo sostiene che il congedo gli fu concesso durante la campagna di Giuliano contro gli Alamanni, cioè un ventennio circa più tardi. Perché questa contraddizione? Probabilmente perché negli ambienti cristiani non si vedeva di buon occhio chi si faceva monaco dopo un lungo servizio militare. Sulpicio Severo volle perciò abbreviare il periodo trascorso nell’esercito dopo il battesimo; ma commise inspiegabilmente un altro errore riferendo che il congedo gli venne concesso da Giuliano quand’era ancora Cesare. Invece fu l’imperatore Costanzo ad accordarglielo nel 354 perché Ammiano Marcellino scrive che a quella data i barbari offrirono all’imperatore la pace prima ancora di aver combattuto: precisamente quel che narra Sulpicio Severo. Secondo il biografo, poco prima della battaglia presso la città dei Vangioni si cominciò a distribuire, secondo l’uso, il donativum ai combattenti. Martino approfittò della circostanza per rifiutarlo chiedendo allo stesso tempo il congedo. «Finora ho militato ai tuoi ordini» disse all’imperatore; «permettimi ora di militare al servizio di Dio.» A quelle parole l’Augusto adirato urlò che egli rifiutava il servizio militare temendo di morire in battaglia. «Se ciò lo attribuisci a viltà» rispose Martino «e non alla mia fede, domani mi porterò inerme davanti alla schiera e in nome del Signore Gesù, protetto non dallo scudo ma dal segno della croce, penetrerò sicuro tra i reparti nemici.» Fu imprigionato, e il mattino seguente si avviò solo e disarmato verso l’esercito nemico; ma proprio in quel momento i barbari stavano mandando emissari per chiedere la pace.
Dopo il congedo Martino si recò a Poitiers dal vescovo Ilario di cui conosceva la fama e che forse aveva già visto in una delle tante città visitate durante il servizio militare. Ilario, nato a Poitiers fra il 310 e il 320, era stato un giovine signore di campagna, educato nella cultura pagana: il suo nome Hilarius, derivato dall’aggettivo hilaris, significava «allegro, sereno, gaio». Già sposato e con una figlia si era convertito al cristianesimo. Nel 350, morto il vescovo di Poitiers, il popolo e il clero lo elessero per acclamazione alla carica episcopale. Per cinque o sei anni si dedicò alla organizzazione della diocesi e alla predicazione finché nel 355 decise di intervenire contro l’eresia ariana e il suo massimo rappresentante nella Gallia, Saturnino di Arles. Fu in questo periodo che Martino si rivolse al vescovo di Poitiers che cercò di vincolarlo a lui con la carica di diacono; ma l’ex militare preferì accettare soltanto l’umile funzione di esorcista. Dopo qualche mese, «esortato in sogno a visitare con religiosa sollecitudine la patria e i genitori», andò a Milano e poi in Pannonia, dove convertì la madre, poi nei Balcani, nell’Illirico e di nuovo a Milano, predicando contro l’arianesimo e subendo, pare, molte umiliazioni. Nel frattempo l’imperatore Costanzo, ispirato da Saturnino, aveva esiliato Ilario in Asia Minore, dove il vescovo rimase fino al 359 familiarizzandosi con il pensiero orientale e scrivendo la sua opera maggiore, De trinitate che, insieme con altri testi, dal Commentarium contra Mattheum al Tractatus mysteriorum, fanno di lui il creatore del linguaggio teologico dell’Occidente. Ma egli è stimato anche come esegeta biblico perché ha introdotto in Occidente, sulla scia di Origene e dei maestri della scuola antiochiena, l’interpretazione allegorica parallela a quella letterale. Per questi motivi Pio IX lo proclamò nel 1851 Dottore della Chiesa.
Durante l’esilio di Ilario, Martino decise di stabilirsi in un eremo alle porte di Milano da dove venne presto cacciato dal vescovo ariano Aussenzio che si era impadronito della sede episcopale dopo la morte in esilio del vescovo Dionigi. Fu allora che decise di ritirarsi nell’isoletta ligure dove viveva come un eremita egizio, cibandosi di radici. Alla Gallinaria, secondo il suo biografo, avrebbe compiuto il primo miracolo, un’autoguarigione: «E in quel periodo prese come cibo l’elleboro, una pianta, secondo che dicono, velenosa. Ma avendo sentito la forza del veleno che l’assaliva, in prossimità della morte rintuzzò con la preghiera l’incombente pericolo, e subito ogni dolore venne fugato».
Nel 360 Ilario tornava in Occidente perché i capi ariani dell’Oriente avevano preferito liberarsene: lo consideravano infatti un personaggio scomodo, un «suscitatore di disordini». E a Poitiers rimase fino alla morte, tranne nel 364 quando tentò invano di rimuovere Aussenzio con una riunione di vescovi. Ilario, la cui festa si celebra il 13 gennaio, è compatrono di Parma dove nella seconda domenica di gennaio i pasticcieri preparano le scarpette di pastafrolla che si mangiano in ogni famiglia in ricordo di un miracolo leggendario: un giorno, si racconta, il vescovo raggiunse Parma con un paio di scarpe rotte che lasciò al ciabattino dopo che questi gliene aveva confezionato un paio nuovo. Il giorno seguente quelle vecchie scarpe erano tornate prodigiosamente nuove.
Ma il suo patronato non compare nella città emiliana prima della seconda metà del XIII secolo quando, nel 1266, la guelfa Società dei Crociati, che lo aveva eletto come patrono, s’impadronì del comune con l’appoggio di Carlo I d’Angiò; sicché il patrono della parte guelfa diventò quello del comune eclissando san Bernardo di Parma. Ma Ilario continuò ad essere assente per lungo tempo nei testi liturgici. Soltanto nel sinodo di Mozanega (1602), quando fu sistemato il Calendario diocesano postridentino, si fissò un’ottava per la festa di sant’Ilario e una celebrazione diocesana. Fu allora che si introdussero nel Calendario diocesano le feste dei santi titolari delle chiese della città e che il patrono della città fu considerato anche compatrono della diocesi insieme con san Bernardo.
Generalmente egli viene rappresentato in abiti episcopali con un drago o un serpente in mano, il primo ad alludere alla sua lotta contro l’eresia ariana, il secondo in ricordo di un episodio leggendario successo all’isola Gallinaria dove nel viaggio di ritorno dall’Oriente sarebbe approdato. Quell’isola, si racconta, era piena di serpenti che appena lo videro fuggirono. Allora Ilario piantò un palo in mezzo all’isoletta: «Da quel momento» narra Jacopo da Varagine «i serpenti occuparono soltanto metà dell’isola come se l’altra parte non fosse terra bensì mare».
Quando Martino venne a sapere del suo ritorno in Gallia decise di raggiungerlo a Poitiers; ma anche quella volta preferì all’impegno pastorale la vita eremitica ritirandosi in una villa di Ilario a Ligugé, nei pressi della cittadina. Fu raggiunto presto da discepoli insieme con i quali evangelizzava le campagne circostanti dove il paganesimo era ancora radicato. Questa dovette essere l’origine del più antico monastero conosciuto in Europa.
Per una decina d’anni Martino visse a Ligugé dove fece, secondo il suo biografo, i primi miracoli, resuscitando due morti, un catecumeno e uno schiavo suicida, che lo resero popolare in tutta la regione come taumaturgo.
Nel 371 i cristiani di Tours, che dovevano scegliere un nuovo vescovo, decisero di eleggere Martino, ma per vincere la sua resistenza – egli infatti preferiva la vita eremitica – ricorsero a un sotterfugio. Un giorno un abitante della città, un tal Rustico, andò a trovarlo implorandolo di guarire sua moglie. Riuscì così a farlo uscire. Sulla strada Martino venne catturato con un’imboscata e condotto a Tours dove lo acclamarono vescovo. Vi fu qualche opposizione di una parte del clero e di un vescovo di una cittadina vicina, Difensore, che lo accusavano di portare una capigliatura arruffata e di essere malvestito: ma fu messa a tacere dall’entusiasmo popolare.
Martino andò ad abitare in una casetta di legno presso la sua chiesa. Ma quella sistemazione non lo soddisfaceva perché era continuamente importunato da visite di curiosi e sfaccendati. Sicché nel 375 decise di trasferirsi in un eremo a due miglia da Tours, fondando quel monastero di Marmoutier che divenne presto un vivaio di monaci e di vescovi. Abitava in una cella di legno come altri monaci, ma i più avevano preferito scavare grotte nella montagna. I beni erano in comune, indossavano vesti molto semplici e si astenevano dal vino; i giovani facevano i copisti mentre gli anziani si dedicavano esclusivamente alla preghiera. Era una vita ascetica improntata all’eclettismo, che ricordava per la preghiera continua il monachesimo siriaco mentre differiva da quello egiziano perché i monaci non vivevano del loro lavoro.
Martino continuava a seguire la sua diocesi, muovendosi spesso per evangelizzare le campagne, esorcizzare ossessi e sanare malati. I miracoli e i prodigi, che Sulpicio Severo narra sia nella Vita che nei Dialoghi, si moltiplicavano. Celebre è quello dell’albero: un giorno aveva demolito un tempio pagano in un villaggio e stava per abbattere un pino sacro che si ergeva a poca distanza. I contadini, che avevano già sopportato la demolizione del tempio, non volevano che venisse distrutto quel pino che consideravano sacro. Mentre discutevano, un pagano gli propose: «Se tu hai qualche fiducia in quel Dio che dici di venerare, noi stessi abbatteremo quest’albero, ma tu devi porti sulla sua probabile traiettoria: se il tuo Dio è con te, come asserisci, ti salverai». Il pino crollò dalla parte opposta, così racconta la leggenda.
Aveva anche una straordinaria capacità di riconoscere le vere dalle false manifestazioni spirituali, e persino di smascherare il diavolo. Un giorno gli apparve una figura che aveva le sembianze del Cristo: uno strano Cristo, tuttavia, ingioiellato come un imperatore. Martino non si prostrò rimanendo impassibile. «Ebbene» esclamò l’apparizione «non riconosci e veneri il tuo Salvatore?» «Il Signore Gesù» rispose il vescovo «non ha annunciato che sarebbe venuto abbigliato di porpora, con un diadema splendente. Per conto mio non crederò alla venuta del Cristo se non porterà le stimmate della Croce.» A quelle parole l’altro scomparve in una nuvola di fumo riempiendo la cella di un odore sulfureo.
Spesso Martino proteggeva i deboli affrontando, quand’era necessario, i magistrati e persino lo stesso imperatore. Celebre è l’episodio del suo viaggio a Treviri, dove si era recato per incontrare Valentiniano che si rifiutava di riceverlo, probabilmente istigato dalla moglie che proteggeva gli ariani. Martino non si dette per vinto: penetrò nel palazzo e riuscì a giungere al cospetto dell’imperatore che lo accolse scortesemente senza levarsi neppure in piedi. Non l’avesse mai fatto! Improvvisamente il trono prese fuoco e Valentiniano, costretto ad alzarsi di scatto, interpretò l’incendio come un segno divino acconsentendo a tutte le richieste del vescovo.
Al contrario di molti suoi contemporanei, non ammetteva che un’eresia, vera o presunta, fosse punita dall’autorità civile. Per questo motivo si recò nel 384 fino a Treviri per salvare la vita al vescovo spagnolo Priscilliano e ai suoi discepoli, la cui dottrina e le cui pratiche si ritenevano permeate di eresia perché esprimevano un ideale ascetico eccentrico e fanatico, non privo di accenti manichei. Ma il suo intervento si rivelò dopo la partenza da Treviri un insuccesso: nonostante la promessa dell’imperatore di risparmiarli, Priscilliano e i discepoli vennero decapitati.
Sul finire dell’autunno del 397 Martino si era recato nella parrocchia rurale di Condate per metter pace fra alcuni chierici. Quando stava per ripartire per Tours si ammalò gravemente: aveva circa ottant’anni. Sentendosi morire, si fece distendere su un cilicio e su un letto di cenere dove trascorreva il tempo pregando. Dopo la morte venne riportato a Tours dove i solenni funerali furono celebrati l’11 novembre, diventato nel calendario liturgico la sua festa. Sulla tomba si eresse una basilica, ricostruita più volte fino all’attuale che risale al 1890 e conserva nella cripta le sue reliquie. Accanto alla basilica sorse un monastero con grandi edifici destinati ai pellegrini: quel monastero divenne fin dal primo medioevo un grande centro intellettuale e artistico ospitando celebri scuole.
La tomba di san Martino era fin dai primi anni meta di pellegrinaggi: vi si andava come a quelle dei santi Pietro e Paolo a Roma, o come oggi a Lourdes. Giungevano nella chiesa di Tours turbe di pellegrini malati che s’immergevano in un bacino sperando di guarire; e riportavano dal pellegrinaggio le fiale del terapeutico «olio delle benedizioni» attinto alle lampade votive della chiesa.
Sul santo si narravano episodi straordinari: un giorno il vescovo aveva donato la sua tunica a un povero e non aveva avuto il tempo di indossarne un’altra prima della celebrazione della messa. All’elevazione si videro levarsi le sue braccia nude; ma proprio in quel momento il Signore fece scendere su di lui un globo di fuoco per glorificare chi si era spogliato per il prossimo: l’episodio è rappresentato sulla facciata del Duomo di Lucca. Un’altra volta Martino si stava recando a Roma con il vescovo di Treviri, Massimino. Su un sentiero di montagna sbucò improvvisamente un orso bruno che si avventò sull’asino divorandolo: ma fu punito da Martino che lo obbligò a portare i bagagli fino a Roma.
Si diceva che il diavolo avesse tentato spesso di contrastarlo: un giorno lo aveva fatto cadere addirittura da una scala e poi aveva cercato invano di arpionarlo con un uncino. Ma il santo l’aveva sempre sconfitto e qualche volta anche burlato come narrano ancora oggi a Pont-Saint-Martin, in Val d’Aosta. Un giorno le acque in piena del torrente Lys spazzarono un ponticello in legno, unica via di accesso al paese. San Martino, che passava da quelle parti, convocò il diavolo chiedendogli di costruire un ponte in muratura. Belzebù accettò di buon grado a una sola condizione: di ricevere come compenso la prima anima che avesse attraversato il ponticello. Martino accettò la richiesta ma fece passare un cane ingannando il diavolo che se ne andò infuriato con la codona fra le gambe. La leggenda viene rappresentata ogni anno dagli abitanti nel periodo di carnevale con un corteo che attraversa il paese: san Martino vestito da cavaliere romano, le truppe del console, gruppi di Salassi, la popolazione del luogo. Alla sfilata fan da corona giochi e una grande gara di carri allegorici. Il carnevale termina con un falò: il fantoccio con le sembianze del diavolo viene condotto sul ponte dov’è bruciato e le sue ceneri gettate nel torrente.
Un’altra leggenda molto popolare nel medioevo narrava che un giorno, mentre Martino stava passando per Augune, nel Vallese, dov’erano stati martirizzati san Maurizio e i suoi compagni, vide l’erba bagnarsi di un liquido rossastro: il suolo aveva restituito miracolosamente il sangue dei martiri. Poi un angelo gli portò dei vasi che egli riempì per distribuirli a varie chiese.
Dopo Sulpicio Severo Gregorio di Tours riportò nei Miracoli di san Martino molte sue leggende, Alcuino compose una Vita e dal IX secolo fino al XV si diffusero le cosiddette Martiniadi, compilazioni di racconti sul santo in onore del quale vennero composti anche canti e canzoni in volgare. Il suo culto si diffuse rapidamente anche in Italia tant’è vero che san Benedetto gli consacrò l’antico tempio di Apollo sulla vetta di Cassino e volle morire nel suo oratorio. A Roma fu il primo santo non martire a essere venerato grazie a papa Simmaco (498-514) che gli dedicò una basilica sull’Esquilino, l’attuale San Martino ai Monti. A sua volta, verso la metà del VI secolo, il vescovo Felice di Belluno gli dedicò la cattedrale della città veneta eleggendolo a suo principale patrono perché era stato guarito miracolosamente dal santo. Mentre si trovava a Ravenna con l’amico Venanzio di Valdobbiadene, si era unto con l’olio della lampada che ardeva all’altare di San Martino guarendo da una grave malattia agli occhi. Nella cattedrale è custodito un prezioso dipinto attribuito a Simon de Cusighe (1397) dove sono rappresentati alcuni episodi della sua vita, tra cui il taglio della clamide.
Nel medioevo Martino fu trasformato persino in un barone feudale oppure nel parente di vari imperatori, da Diocleziano a Giuliano. In un romanzo cavalleresco era addirittura il figlio del re d’Inghilterra e della «Bella Elena». Divenne anche il patrono della monarchia merovingica: quella che si riteneva la sua mantella era diventata una sorta di palladio nazionale, conservata nella cappella (chapelle) reale così detta perché custodiva la celebre cappa (chape). Sicché anche il termine «cappellano» (chapelain), che originariamente indicava il custode della cappa di san Martino, è derivato dal culto del santo. La sua celebrità è testimoniata fra l’altro dal fatto che più di cinquecento toponimi in Francia e circa duecento in Italia portano il suo nome.
La sua festa divenne una specie di capodanno perché sino alla fine dell’Ancien Régime all’11 novembre cominciava l’attività dei tribunali, delle scuole e dei parlamenti, si tenevano le elezioni municipali, si pagavano fittanze, rendite e locazioni, venivano rinnovati i contratti agrari oppure si traslocava, tant’è vero che nelle campagne i vecchi dicono ancora oggi «far san Martino» per traslocare. Giorno di precetto, era festeggiato con fiere, fuochi e banchetti innaffiati dal vin novello perché «per san Martino ogni mosto è vino»: leggero ma traditore per chi lo scambi per acqua, sicché nell’Istria la festa è detta «degli imbriagoni». L’usanza di banchettare allegramente è ancora testimoniata da molti proverbi come quello piemontese che invita ad ammassare per l’11 novembre oca, castagne e vino: «Oca, castagne e vin ten tût pe’ san Martin». Castagne e vino perché son prodotti di stagione. E le oche? Perché in quel periodo le oche selvatiche – si è suggerito – migravano da nord a sud ed erano quindi facile preda dei cacciatori. Dalla festa era nata anche una credenza, che san Martino fosse il patrono dei cornuti perché l’11novembre si svolgeva la più importante fiera di animali cornuti: sicché fu facile l’analogia fra le coma degli animali in vendita e quelle simboliche dei traditi.
Anche per i bambini era festa grande perché il santo, come oggi la Befana, portava loro regalini scendendo dalla cappa del camino e, se erano capricciosi, depositava una frusta ammonitrice detta in Francia Martin bâton o martinet: usanza tipica dei periodi di capodanno ovvero di rinnovamento temporale. Infatti i primi giorni di novembre, che corrispondono all’antico capodanno celtico, il Samuin,chiudono, come ho spiegato in un mio libro dedicato alle grandi feste dell’anno, Calendario, la stagione agricola e il periodo tiepido per inaugurare la stagione fredda e buia che per i Celti durava sino alla fine di aprile. Ci si potrebbe domandare perché proprio la festa di san Martino abbia recepito più di Ognissanti, dove sono i Morti a portare regalini ai bambini in Sicilia, le funzioni dell’antico capodanno celtico. Secondo Margarethe Riemschneider per capirne i motivi occorre prendere le mosse dalla leggenda di Martino che si taglia la clamide per donarla al povero. Che sia un episodio autentico o meno non ha alcuna importanza. Significativa è invece l’analogia dell’immagine di san Martino a cavallo con la mantella tagliata alle ginocchia con quella di un dio cavaliere che portava una mantella corta e si venerava nell’area celtica di cui faceva parte la Pannonia, patria di Martino. Era considerato il cavaliere del mondo infero, ovvero colui che vinceva gli inferi, che trionfava sulla morte. Perciò lo si considerava il dio della vegetazione che superava la morte attraverso la morte, e dunque era il garante del rinnovamento della natura dopo la «morte» invernale: ne prova la funzione anche la ruota, attributo degli inferi, con cui è raffigurato nei monumenti trovati in Bulgaria, dove è stato chiamato il Cavaliere trace. Cavalcava un cavallo nero e nera era la sua mantella.
Questa ipotesi interpretativa potrebbe permettere finalmente di capire lo sviluppo straordinario del culto di san Martino nelle Gallie, di cui fu l’evangelizzatore, e poi nelle terre limitrofe, compresa l’Italia settentrionale, che erano di antiche tradizioni celtiche. San Martino era dunque il più adatto a sostituire il veneratissimo «dio cavaliere»: non automaticamente tuttavia perché si doveva «correggere» iconograficamente il suo rapporto con gli inferi che nella religione cristiana sono il luogo della dannazione; perciò nell’iconografia il suo cavallo è diventato bianco e Martino a sua volta combatte e vince il diavolo in tante occasioni, come testimoniano le leggende.
La collocazione calendariale della sua festa ha ispirato probabilmente questa sua funzione. I Celti festeggiavano il capodanno, come s’è già accennato, per una decina di giorni a partire dal 1° novembre, all’inizio del periodo in cui i semi «giacciono ormai negli inferi della terra» da dove risorgeranno come piantine a primavera: analogamente al dio vittorioso, resuscitato. Per questo motivo forse la festa ha assunto i caratteri e le funzioni di capodanno che invece ha perduto quasi completamente il 1° novembre, cristianizzato nel IX secolo nella festa di Ognissanti.
Anche l’oca che accompagna san Martino nell’iconografia testimonierebbe di questo processo sincretistico. Oggi la si spiega con due ingenue leggende: la prima narra che furono questi animali a rivelare con le loro strida il luogo dove s’era nascosto il santo quando non voleva accettare l’elezione a vescovo. La seconda la racconta Sulpicio Severo. Un giorno san Martino si trovava con alcuni discepoli sulle rive di un fiume quando vide alcuni uccelli pescatori inseguire veloci una preda. Allora spiegò ai suoi compagni che erano l’immagine di Satana, il persecutore delle anime. Poi ingiunse agli uccelli di ritirarsi in terre desertiche dove avrebbero nuociuto meno, e fu obbedito. Sulpicio Severo chiama questa specie di uccello mergus: probabilmente era un cormorano, palmipede pescatore che nella tradizione, sostengono alcuni agiografi, si scambiò con un’oca. Ma mi sembra un’interpretazione troppo macchinosa.
L’oca in realtà era sacra ai Celti come simbolo del «messaggero dell’Altro Mondo». Oche addomesticate, sacre e intoccabili, accompagnavano ai loro santuari pagani i pellegrini; e più tardi, in epoca cristiana, una palma d’oca sarebbe stata dipinta sul petto degli artigiani nomadi dell’Ancien Régime. E che altro è la conchiglia dei pellegrini di Santiago de Compostela, in origine santuario celtico, se non la stilizzazione di quella palma? Non ci si stupisca di queste commistioni perché il passaggio da una religione all’altra non è mai netto nonostante le apparenze: la psiche dei convertiti richiede adattamenti, spesso inconsci e illogici, che permettono di non tagliare i fili delle usanze familiari e tribali, di non rinunciare al radicamento nella propria terra, nelle proprie tradizioni.
San Martino di Tours nacque il 316
San Martino di Tours nacque a Sabaria, Pannonia
San Martino di Tours morì il 08/11/0397
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San Martino di Tours si festeggia il 11 novembre