- Chieti (Abruzzo)
San Giustino di Chieti, meno conosciuto rispetto ad altri santi, ha un'agiografia avvolta nel mistero. Secondo la tradizione, fu il primo vescovo di Chieti, nell'Abruzzo, e visse tra il IV e il V secolo. La sua elezione a vescovo sarebbe avvenuta dopo un miracoloso evento: mentre pregava, le pietre della chiesa in costruzione si sarebbero sollevate da sole per formare le mura. Un altro momento chiave della sua vita è legato a un miracolo eucaristico: durante una messa, avrebbe trasformato l'acqua in vino. La devozione popolare verso San Giustino è tuttora viva, e il suo culto è particolarmente sentito nella città di Chieti, dove è considerato il patrono principale. La sua festa liturgica si celebra il 1° settembre. La figura di San Giustino si inserisce in quel periodo di passaggio del cristianesimo dalle persecuzioni alla libertà di culto, contribuendo alla diffusione della fede cristiana nell'Abruzzo antico.
Il patrono di Chieti fu uno di quei vescovi del IV secolo che contribuirono alla definitiva affermazione del cristianesimo, riorganizzando il clero nelle canoniche, eliminando il paganesimo dalle champagne e combattendo l’eresia ariana
La maggior parte delle reliquie di san Giustino, il patrono di Chieti festeggiato l’11 maggio, sono venerate in un’urna marmorea nella cripta del Duomo. Un osso è stato invece incluso nel mezzobusto di argento nel 1455, una mandibola in una teca e infine un altro osso del Santo Braccio in un reliquiario fatto cesellare dai deputati della Cappella nel 1781.
Il Santo Braccio è particolarmente venerato perché ha operato molti miracoli. Nel 593, si narra, un’invasione di locuste era calata su boschi e campi il cui raccolto rischiava di esser compromesso. I teatini formarono una processione col Santo Braccio che ebbe la virtù di respingere le cavallette verso il mare.
Nell’835 Chieti era devastata da un incendio inarrestabile finché non giunse la preziosa reliquia portata in processione sino al fuoco che improvvisamente si spense, quasi un diluvio d’acqua lo avesse soffocato. Tanti altri miracoli compì quel portentoso Braccio, guarendo malati e liberando indemoniati, come narra un manoscritto, I miracoli di san Giustino, conservato nella Biblioteca Vallicelliana di Roma.
Non il Santo Braccio ma il patrono in persona nelle sembianze di una colomba riuscì a mettere in fuga un esercito saraceno che aveva assediato la città all’inizio del IX secolo, remigando placidamente sulle schiere nemiche sino a terrorizzarle.
Dai sereni dell’aria giù piomba,
Spaziando, una mite colomba,
Che col blando remeggio dell’ale
Un esercito intero fugò.
Così scriveva Gianvincenzo Pellicciotti in una «cantata» del 1871, adattando un inno antico:
Per volucrem mitissimam,
Gentem fugavit barbaram...
Preservò per tre volte la città dai terremoti che devastarono l’Abruzzo, come quello dell’Aquila del 14 gennaio 1703, che diventerà giorno del Patrocinio di san Giustino. In quell’occasione globi di fuoco scesero dal cielo avvolgendo senza danni il campanile. Il quale invece si staccò dalla chiesa durante una scossa successiva, il 2 febbraio; ma per poco tempo perché qualche giorno dopo si ricongiungeva prodigiosamente.
Anche dal terremoto del 17 06, con epicentro a Sulmona, e da quello catastrofico di Avezzano del 1915 Chieti non subì alcun danno, sicché la voce popolare ne attribuì il merito al patrono.
Su san Giustino non abbiamo purtroppo documenti storicamente fondati perché, se esistevano, furono bruciati nell’incendio appiccato da Pipino alla città nell’800. Tuttavia fin dall’840 è attestata una ecclesia Sancti Iustini, che testimonia del culto antichissimo. Si può anche presumere che sia morto nel 384 perché secondo la consuetudine la ricognizione delle sue reliquie avviene regolarmente nell’ottantaquattresimo anno di ogni secolo.
Secondo la tradizione locale, di cui abbiamo documentazione soltanto a partire dal XII secolo (Bibliotheca hagiographica Latina antiquae et mediae aetatis, I, p. 680, nn. 4588-89), sarebbe stato vescovo di Chieti. Ma secondo alcuni agiografi contemporanei il santo si dovrebbe identicare con il Giustino venuto nel 290 in Abruzzo da Siponto con i fratelli Fiorenzo e Felice, e con la figlia di Fiorenzo, Giusta. Mentre i parenti erano martirizzati, Giustino riusciva a salvarsi fuggendo con due chierici sul monte Tubernium, poi chiamato Monte Cristo, dove morì di morte naturale il 31 dicembre a ottantaquattro anni. Ma i sostenitori della differenza fra i due santi omonimi obiettano, in sintonia con la tradizione locale, che i genitori del vescovo avrebbero imposto questo nome al figlio in ricordo del Giustino sipontino.
In ogni modo la leggenda narra che Giustino nacque tra la fine del III secolo e l’inizio del IV a Chieti, nella nobile famiglia dei Vezii. Perduti i genitori, decise di vendere i suoi beni, distribuendone il ricavato ai poveri, e di ritirarsi in una caverna della Maiella, in una località detta Nicate, dove fino al secolo scorso ogni anno, alla prima domenica di luglio, si faceva un pellegrinaggio da tutto l’Abruzzo, si ornavano di fiori e festoni gli alberi circostanti e si celebrava una messa all’aperto sopra una roccia sporgente, simile a un altare.
In quell’eremo andò a cercarlo una delegazione di teatini per comunicargli che il clero e il popolo lo avevano eletto successore del vescovo appena morto. Sul suo nome si erano accordati cattolici ed eretici ariani dopo essersi contrapposti a lungo cercando di imporre i loro candidati. Quell’eremita esemplare, distaccato da ogni preoccupazione mondana, era sembrato la persona più adatta per reggere la diocesi senza scontentare nessuno. L’arrivo della delegazione che portava le insegne episcopali al suo eremo è stata rappresentata in un rilievo di Giuseppe Sammartino (1720-1793) nel paliotto dell’altar maggiore della cattedrale, dove Giustino è vestito da monaco. Nella chiesa sono conservate altre testimonianze iconografiche del santo, che appare tradizionalmente come un anziano vescovo con le insegne episcopali.
Giustino cercò in ogni modo di rifiutare l’elezione accampando mille scuse. Ma quando il pontefice venne a sapere della scelta di Chieti, si affrettò a confermarla, sicché Giustino fu costretto ad accettarla per obbedienza; e la sera del 13 gennaio di un anno imprecisato fece il suo ingresso nella cittadina abruzzese dove venne accolto festosamente dalla popolazione. In ricordo di quella venuta fino al secolo scorso, riferisce Giacomo De Nicola-Melilla nella sua Memoria di san Giustino, la sera del 13 gennaio i teatini spalancavano le finestre e vi accendevano tanti lumini. Li chiamavano «I lumini della venuta».
Come altri vescovi contemporanei, si preoccupò di formare buoni sacerdoti e di farli vivere in comunità, nella cosiddetta canonica, dove dormivano, studiavano e pregavano insieme. Alla sua riforma dovette pensare nel IX secolo il vescovo Teodorico quando, lamentando la rilassatezza dei costumi nel clero, decise di ripristinare nell’840 la canonica «come ai tempi del beato Giustino». Il quale si dedicò contemporaneamente alla conversione degli ariani e infine all’evangelizzazione delle campagne dove vi erano ancora molti pagani.
Morì il 1° gennaio del 384. Fino al XVII secolo la sua festa cadeva al primo dell’anno, come testimonia un calendario della Chiesa teatina che risale al XII secolo. Poi nel 1616 l’arcivescovo Paolo Tolosa la spostò al 14 gennaio per evitare la coincidenza con la Circoncisione.
Poiché il 14 gennaio la festa non si poteva celebrare come si desiderava a causa del freddo intenso, l’arcivescovo Filippo Valignani ottenne dalla Sacra Congregazione dei Riti di trasferirla all’11 maggio, mentre al 14 gennaio si sarebbe semplicemente commemorato il santo. Infine Benedetto XIV, dopo aver inserito nel Martirologio Romano il patrono di Chieti, istituiva nel 1744 la festa del Patrocinio di san Giustino al 14 gennaio.