Nome
San Geminiano di Modena
Titolo
Vescovo
Nascita
IV secolo - Modena
Morte
IV secolo - Modena
Ricorrenza
Patrono di
In breve

San Geminiano è stato un vescovo di Modena, venerato come santo dalla Chiesa cattolica. La sua memoria liturgica cade il 31 gennaio, giorno in cui la città di Modena lo celebra con grande devozione. Secondo la tradizione, Geminiano sarebbe nato intorno al 312 d.C. e si sarebbe distinto per la sua grande eloquenza e per il suo zelo nella conversione dei pagani. Uno dei miracoli a lui attribuiti riguarda la protezione della città di Modena dalle invasioni degli Unni: si narra che Geminiano, con la sua preghiera, abbia fatto apparire intorno alla città una fitta nebbia che ne avrebbe nascosto le mura agli invasori, salvando così i suoi abitanti. Un altro episodio legato a San Geminiano è la leggenda secondo cui avrebbe liberato la città da un drago che la terrorizzava. Il culto di San Geminiano è molto sentito a Modena e in alcune zone della Toscana. La sua figura è spesso raffigurata nell'arte, e la sua tomba si trova nella cripta del Duomo di Modena, una cattedrale dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

ll vescovo di Modena, vissuto nel IV secolo, era così venerato e popolare che non soltanto divenne patrono della sua città, ma anche di altre due in Toscana, Pontremoli e Ssn Gimignano, alla quale diede il suo nome leggermente deformato 

Il culto di san Geminiano, patrono di Modena, si è esteso fin dal primo medioevo non soltanto all’Emilia-Romagna, ma anche alle regioni limitrofe compresa la Toscana, dove una città in provincia di Siena porta il suo nome deformato in forma popolare: San Gimignano. Furono probabilmente i Longobardi prima e poi i Canossa, signori di un vasto territorio che si estendeva da Mantova fino al Lazio settentrionale, a favorire questa devozione, sebbene si narri nella cittadina toscana che la reliquia, oggi custodita nella collegiata di Santa Maria Assunta, e il culto del santo siano stati portati da un soldato o profugo al tempo dell’invasione longobardica. La venerazione verso di lui sarebbe rifiorita durante una delle frequenti lotte con Firenze: stretti d’assedio e inferiori per mezzi e per numero, gli abitanti della cittadina fecero un voto a san Gimignano: se avessero scacciato gli invasori e assicurata l’indipendenza, lo avrebbero eletto loro protettore e gli avrebbero intitolata la patria. Ottenuta l’insperata vittoria, adempirono il loro voto.

Un’altra leggenda narra che un chierichetto di Colle Val d’Elsa, trovandosi a Modena nel 397, poté assistere alle esequie di san Geminiano. Invaghitosi di un anello splendente che il santo portava al dito, tentò di rubarlo; ma insieme all’anello si staccò anche il dito della mano. Spaventato, il ragazzo fuggì sino a Castel Silvio (o Silvia) dove entrò nella chiesa di Santa Maria Assunta chiedendo perdono al Signore. Dopo aver pregato intensamente, cercò di uscire ma le porte della chiesa si chiusero per incanto mentre una cortina di buio gli cadeva sugli occhi. Il fanciullo disperato fu costretto a raccontare tutto ad alcuni religiosi presenti. Ultimata la confessione e consegnata la reliquia, riacquistò la vista e poté riprendere il cammino. L’avvenimento miracoloso fu interpretato come un segno della volontà divina, sicché la reliquia fu posta in un altare dedicato al santo e la città lo volle come patrono mutando il nome in quello di San Gimignano.

Anche Pontremoli nella Lunigiana lo venera come patrono dal 1721; ma il suo culto era vivo sin dal medioevo tant’è vero che dal 1095 è documentata l’esistenza di una chiesa dedicata a lui e che esiste ancora oggi a pochi passi dalla cattedrale, nella piazzetta di san Geminiano. I pontremolesi sono molto devoti al santo che invocano, secondo la tradizione diffusa dappertutto, come protettore degli ossessi, degli afflitti di malattie mentali e nervose.

Il centro del suo culto è il Duomo di Modena, uno dei capolavori dell’architettura romanica padana, dove le reliquie del patrono sono conservate nella cripta, in un sarcofago che risale al IV secolo, lo stesso in cui fu probabilmente sepolto. Il secondo luogo di culto in ordine di importanza è il paese in cui, secondo la tradizione, nacque: Cognento, a circa sei chilometri a ponente di Modena, dove da tempo immemorabile i devoti accorrono alla chiesa e al Sacro Fonte le cui acque erano considerate un rimedio contro le malattie epidemiche di uomini e bestie. Nel secolo scorso su quella sorgente venne costruito un tempietto neogotico.

Le Vite del santo che ci sono pervenute non dicono quando sia nato, ma siccome il suo episcopato cominciò fra il 349 e il 350 e finì con la morte verso il 396-397, si è congetturato che la sua nascita risalga all’incirca al 313 poiché doveva avere una certa età quando fu eletto vescovo.

Poco sappiamo di certo anche riguardo alla sua vita perché la prima biografia è molto tarda, fu scritta tra la fine del IX e l’inizio del X secolo mentre la seconda ne pare un’amplificazione, sicché molti agiografi han sostenuto che risalga a qualche decennio successivo. Ma siamo sempre nel campo delle congetture perché il ragionamento si potrebbe rovesciare osservando che talvolta si ricavava da una Vita una seconda sfrondata e abbreviata, più utile ai fini liturgici. Ripercorreremo di entrambe gli avvenimenti più significativi per il culto e l’iconografia, cercando nello stesso tempo di sceverare il leggendario da ciò che presumibilmente non è lontano dalla verità storica.

Probabilmente si trasferì da Cogneto a Mutina, l’odierna Modena, all’inizio degli studi di grammatica. Grazie all’educazione ricevuta e alle doti intellettuali e morali entrò nel clero cittadino e in breve tempo divenne come diacono il più stretto collaboratore del vescovo Antonino, il primo della città.

Alla morte del vescovo il popolo e i cittadini lo elessero unanimemente suo successore. Ma Geminiano si sentiva indegno di tale ufficio e «approfittando delle tenebre della notte,» così ci racconta il secondo biografo «fuggì e per qualche tempo andò errando solo e ignorato; ma rintracciato fu spinto, contro la sua volontà e in lacrime, a far ritorno alla città». E dovette accettare l’elezione perché gli gridavano che «lo avrebbero ritenuto responsabile di tutti i mali se avesse permesso, mentre era ancora vivo, che si introducesse nel governo religioso di Modena un mercenario e un divoratore delle pecorelle di Cristo». Il biografo alludeva probabilmente al pericolo che il vescovo di Milano, da cui dipendeva allora Modena, potesse intervenire nella scelta del successore di Antonino: si sapeva bene che sulla cattedra episcopale della città lombarda sedeva un ariano.

L’episodio che ebbe maggior risonanza e contribuì a diffondere la sua fama è la guarigione della figlia dell’imperatore Gioviano, il successore nel 363 di Giuliano. Un giorno il santo stava pregando nella chiesa di San Pietro situata presso Modena, che allora si trovava fuori della città romana, quando gli apparve il diavolo cercando di tentarlo. Ma Geminiano lo scacciò opponendogli il segno della croce. Allora il demonio penetrò nel palazzo dell’imperatore Gioviano impadronendosi della figlia. Nessuno riusciva a liberarla finché un giorno l’imperatore seppe che il diavolo amava ripetere: «Qualsiasi mezzo adoprerete vi affannerete invano poiché io non uscirò mai da questo corpo se non verrà qui il vescovo Geminiano; se egli sarà presente me ne uscirò al suo comando».

L’imperatore ordinò di rintracciare quel vescovo tanto potente: quando finalmente i soldati scoprirono che abitava a Modena, gli trasmisero il messaggio dell’imperatore. Geminiano partì per Costantinopoli e scacciò lo spirito immondo dalla fanciulla. Per compenso Gioviano gli donò fra l’altro le terre tra «Govello e Solara», che si trovavano nella sua diocesi, e lo fece accompagnare in Italia da una nave.

La prima Vita narra che, tornato a Modena, riprese la sua predicazione sradicando i templi pagani e distruggendo gli idoli. Notizia che è certamente fondata perché in quel periodo il cristianesimo non si era ancora diffuso capillarmente, specie nelle campagne. Dovette anche combattere molte eresie, soprattutto l’arianesimo, che erano giunte dall’Oriente. E nell’ultimo periodo dell’episcopato si aggiunse un’altra preoccupazione, quella di aiutare una popolazione stremata dalle guerre fra imperatori e usurpatori, da imposte onerose e dal continuo spopolamento delle campagne provocato dall’impaludamento delle terre più basse. Alla morte di Teodosio, nel 395, molte città dell’Emilia non erano più che l’ombra di se stesse. In tempi tanto difficili pastori come Geminiano, dotati di una fortezza eroica e capaci di aiutare e animare i fedeli colpiti da sventure, diventarono punti di riferimento per tutta la popolazione e la loro figura venne tramandata nella devozione popolare.

Geminiano fece anche alcuni viaggi: è possibile che, ancora chierico o diacono, abbia accompagnato il vescovo Antonino al concilio di Sardica del 343 e poi a quello di Milano del 355 dove l’imperatore Costanzo II si schierò a favore degli ariani perseguitando alcuni vescovi cristiani. Nella Vita di san Mercuriale si narra che egli abbia partecipato insieme con il vescovo di Forlì, san Leo di Montefeltro, san Rufillo di Forlimpopoli e san Gaudenzio di Rimini al concilio di Rimini per condannare il giudice Tauro, pagano e spregiatore dell’Eucarestia. Ma si tratta di notizie leggendarie, prive di riscontri: come la leggenda pontremolese secondo la quale egli sarebbe passato dalla Lunigiana quando andò in Oriente dall’imperatore Gioviano e, attraversando il paesino di Alebbio, avrebbe fatto scaturire la prodigiosa fontana.

Partecipò invece certamente al concilio di Milano del 390 dove venne condannata l’eresia di Gioviniano, un monaco romano che sosteneva tesi non condivise dalla Chiesa: per esempio, che la Madonna avesse concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo ma avesse perduto la verginità nel darlo alla luce. Secondo Gioviniano la verginità e il matrimonio erano egualmente meritori per la salvezza; il battesimo, ricevuto con piena fede, conferiva automaticamente l’impeccabilità; un buon pasto consumato per ringraziare il Signore era perfetto quanto il digiuno; infine la gloria di ognuno in Paradiso era proporzionata alla fedeltà alla grazia del battesimo.

Condannato a Roma, Gioviniano salì a Milano, accolto in un monastero fuori delle mura. Papa Siricio, preoccupato, inviò una lettera alla Chiesa milanese segnalando il pericolo che correva; e sant’Ambrogio nel 390 convocò i vescovi della sua provincia per condannare quelle tesi. Nonostante fosse molto vecchio e quasi cieco, Geminiano si recò fino a Milano per sottoscrivere la condanna.

Le biografie del santo narrano anche un episodio palesemente falso, quello di Attila, perché il re degli Unni venne in Italia mezzo secolo dopo la morte di Geminiano. Ma, avendo ispirato l’iconografia, non è possibile ignorarlo. Attila, si narra, aveva cinto d’assedio Modena. Un giorno Geminiano «esortando e confortando il gregge di Cristo a lui affidato, percorreva le mura all’intorno quando l’empio Attila da lontano gli si accostò e fissandolo con volto truce indagava chi fosse il santo e quale ufficio esercitasse». Geminiano dichiarò di essere servo di Dio onnipotente. E Attila: «Se tu sei un servo di Dio, io di Dio sono il flagello, e col flagello sono a ragione sferzati e flagellati i servi disobbedienti e che disprezzano i comandi del loro signore». Intese queste parole, il vescovo rispose: «Ogni potere è in mano di Dio, e siccome ti dichiari il flagello di Dio, non resisto né mi oppongo al flagello di chi sono servo. Si aprano per te le porte della città: entra; noi siamo umilmente disposti ad accettare tutto ciò che Iddio ti permetterà di fare». Miracolosamente l’esercito di Attila attraversò Modena senza offendere nessuno né impossessarsi di oggetti o denari.

Si potrebbe pensare che il biografo si sia ispirato alla Vita di san Leone Magno dove si narra che riuscì ad arrestare il re degli Unni nel Mantovano. È probabile invece che il pontefice, recandosi da Attila, abbia preso con sé il vescovo di Modena, che era in quel periodo Geminiano II, nominato ripetutamente nelle lettere di Leone. Sicché forse si diffuse la voce che Modena si era salvata anche grazie a Geminiano II: «Nessuna meraviglia» commenta Giuseppe Pistoni in San Geminiano (Modena 1988) «che allora o in seguito la liberazione sia stata attribuita all’intercessione di san Geminiano, cui certamente i modenesi si rivolsero in quei giorni di agonia, come nessuna meraviglia che si sia parlato di lui come vivente al tempo di Attila, quando era vescovo un suo omonimo, come non sorprende che il secondo Geminiano (e nessuno vuole escludere i meriti di lui) sia stato esso pure chiamato santo, confondendolo col primo alla cui intercessione era attribuita la salvezza di Modena».

Nella storia leggendaria di Geminiano vi sono anche analogie con quella di san Zeno di Verona, che il lettore potrà leggere nel penultimo capitolo di questo mio scritto. La prima è la guarigione della figlia di un imperatore, la seconda è un miracolo avvenuto dopo la sua morte che, secondo la tradizione, avvenne il 31 gennaio 397, poi proclamato giorno liturgico della sua festa. Tanti, tanti anni dopo, il clero e il popolo stavano festeggiandolo nel suo giorno natalizio quando il fiume, improvvisamente gonfiatosi, superò gli argini e circondò la basilica salendo sino alle finestre della chiesa. «I presenti... supplicavano la divina misericordia di poter uscire per intercessione di san Geminiano. Cosa prodigiosa e mai udita fu vista allora e degna di ammirazione e di essere narrata ai posteri che ascolteranno: le porte sono aperte, la basilica è circondata dalle acque in modo che nessuno possa entrare ed uscire.» Poi l’acqua lentamente defluì liberando i fedeli.

La Vita di san Zeno fu scritta due secoli prima di quella di Geminiano, sicché si potrebbe congetturare che i due episodi siano stati ispirati dalla prima. Ma si tratta di topoi agiografici di cui non possiamo stabilire la prima fonte.

Tutti questi episodi leggendari hanno ispirato tanti artisti medievali, primi fra tutti gli scultori della scuola di Wiligelmo che nel XII secolo rappresentarono sull’architrave della Porta dei Principi nella cattedrale di Modena il suo viaggio in Oriente con la liberazione della figlia di Gioviano dal demonio, e infine il suo funerale. Questi episodi, insieme con altri, fra cui l’incontro con Attila, sono narrati figurativamente nel dossale di Taddeo di Bartolo (XI secolo), ora nel Museo Civico di San Gimignano, dove il vescovo modenese in abiti episcopali benedice la città ai suoi piedi.

Geminiano, il cui nome latino Geminianus derivava da Geminus e significava «gemello», ha avuto una corona di eccellenti pittori, da Dosso Dossi al Correggio, dal Crivelli al Pollaiolo a Benozzo Gozzoli. Generalmente è raffigurato in vesti episcopali e con il modellino della città di Modena; talvolta con uno specchio riflettente l’immagine della Vergine che egli portava nel cuore.

Dopo la morte Geminiano venne seppellito in un sarcofago di tufo nella Modena cimiteriale, cioè ad ovest della città romana, a una cinquantina di metri a sud della via Claudia, l’attuale via Emilia, e a poca distanza dal canal Chiaro.

Il suo successore, Teodulo, costruì la prima basilica ad corpus che occupava la parte dell’attuale Duomo verso la facciata: aveva la fronte pressappoco dove oggi termina il sagrato mentre l’abside, a oriente, si trovava al centro della navata maggiore.

Successivamente le invasioni barbariche e le alluvioni danneggiarono la basilica che venne ricostruita verso la fine del VII secolo. Infine sorse la terza e definitiva basilica, sempre nello stesso luogo, tra il 1099 e il 1106: in quell’anno, il 30 aprile, furono traslate nella nuova cattedrale le reliquie di san Geminiano; e in ricordo dell’evento per tanti secoli si celebrò a quella data una festa che assunse particolare importanza fra il XV e il XVIII secolo forse anche perché le giornate più lunghe e miti permettevano una maggiore partecipazione.