Nome
San Francesco d'Assisi
Nome di battesimo
Giovanni di Pietro di Bernardone
Titolo
Patrono d'Italia
Nascita
26/09/1182 - Assisi
Morte
03/10/1226 - Assisi
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Rai
Patrono di
In breve

San Francesco d'Assisi è uno dei santi più amati e venerati nella Chiesa cattolica. Nato nel 1181 o 1182 da una famiglia benestante, Francesco abbandonò la vita agiata per vivere in povertà e dedicarsi al servizio dei più bisognosi. Il suo amore per la natura e le creature è noto in tutto il mondo, tanto che è stato proclamato patrono degli ecologisti. Una delle storie più famose riguarda il suo sermone agli uccelli, dove, secondo le fonti agiografiche, gli animali si fermarono ad ascoltarlo in un momento di profonda comunione con il creato. Francesco ha ricevuto le stigmate, le ferite di Cristo, divenendo il primo santo stigmatizzato della storia cristiana. Morì il 3 ottobre 1226 e fu canonizzato meno di due anni dopo, il 16 luglio 1228, da Papa Gregorio IX. La sua figura ha ispirato generazioni di fedeli e la sua spiritualità continua a influenzare il dialogo interreligioso e il movimento ecologico contemporaneo.

Pochi santi hanno colpito il cuore e l’immaginazione degli italiani come san Francesco d’Assisi, compatrono del nostro Paese, il cui esempio di inerme e gioioso abbandono alla Provvidenza e di comunione con ogni creatura è l’applicazione del Vangelo sine glossa

Di san Francesco d’Assisi non ci è stato tramandato un ritratto autentico e neppure la maschera mortuaria sicché possiamo soltanto immaginarcelo sommariamente sulla scia della descrizione che ci ha lasciato Tommaso da Celano: pare fosse piccolo di statura, molto magro, con i capelli scuri, la barba nera e rada e con le dita lunghe. Proprio così l’ha raffigurato il Cimabue in un affresco della basilica inferiore di Assisi dove egli mostra le stimmate ricevute sul monte della Verna e fissa il visitatore con due occhi che, pur nella sofferenza di un uomo prossimo alla morte, esprimono la beatitudine allusa dai celebri versi del Cantico del frate Sole:

Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, 
da la quale nullo omo vivente po’ scampare... 
Beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati, 
ca la morte seconda no li farrà male.

Nelle due basiliche di Assisi e in quella della Porziuncola sono custodite tante altre raffigurazioni del santo i cui attributi sono le stimmate, il saio grigio, diventato poi nero o marrone, la corda bianca con i tre nodi simboleggianti i voti religiosi di obbedienza, povertà e castità, un libro in mano e la croce. E per le vie della cittadina, come sul monte Subasio e nelle campagne circostanti, si conservano le chiesette, i tuguri, le celle e le grotte dov’è vissuto con i suoi primi compagni sottoponendosi spesso a penitenze sovrumane. Nel centro di Assisi c’è ancora la stalla dove, secondo una pia tradizione alla quale qualche agiografo attribuisce soltanto un valore simbolico, la madre volle partorirlo nel 1182 prefigurando quel che si sarebbe detto di lui: «Sembra potersi affermare» ha scritto a questo proposito Pio XI «non esservi mai stato alcuno in cui brillasse più viva e somigliante l’immagine di Gesù Cristo e la forma evangelica di vita che in Francesco... Giustamente fu salutato quasi un altro Cristo per essersi presentato ai contemporanei e ai secoli futuri quasi Cristo redivivo».

Si raccontava che la madre, mentre il padre era assente, lo aveva battezzato Giovanni in ricordo del Battista. Ma quando Pietro di Bernardone, un ricco mercante di tessuti, fu tornato dal viaggio, volle aggiungergli il soprannome di Francesco – che nel volgare medievale significava «francese» – per amore della Francia dove si recava spesso per il suo lavoro. Si narrava pure che la madre fosse francese, e ciò permetterebbe di spiegare la familiarità che aveva Francesco con la lingua francese. Ma ultimamente si è avanzata anche un’altra ipotesi, che il padre non si fosse mai recato in Francia, limitandosi a comprare «panni franceschi» al porto di Pisa per rivenderli poi in Umbria e nelle Marche. Sicché si è congetturato che siano stati gli amici durante l’adolescenza a soprannominarlo scherzosamente Francesco per i tessuti di quel Paese che il padre commerciava nel fondaco sotto casa e forse per la sua familiarità con la lingua francese imparata dalla madre.

Crescendo, sembrava destinato a seguire le orme del padre. Estroso ed elegante, primeggiava fra i giovani tanto da essere spesso acclamato, fors’anche per la sua generosità, «rex iuvenum», una carica che comportava la direzione delle feste. Ma un’altra strada lo attendeva: a interrompere la sua vita brillante fu la guerra del 1202-1203 fra assisani e perugini durante la quale cadde prigioniero. Dopo un anno di cattività e una lunga malattia, forse entusiasmato dalle letture dei romanzi cavallereschi, decise di partire per la Puglia dove voleva farsi armare cavaliere nell’esercito di Gualtieri di Brienne che combatteva per la tutela dei diritti di Federico II, allora minorenne.

Era il 1204-1205. Ma pochi giorni dopo la famiglia e gli amici lo videro tornare da Spoleto, dove aveva interrotto il viaggio senza motivo. Non lo riconoscevano più: si accompagnava ai miseri donando loro il denaro che prima scialava nei divertimenti, curava i lebbrosi che vivevano fuori le mura. Il padre, deluso nelle ambizioni che nutriva per il figlio, era furibondo anche perché lo vedeva spendere somme ingenti per aiutare i poveri. Sarebbe giunto persino a legarlo in casa: così per lo meno si racconta.

Un giorno Francesco capitò in una chiesetta campestre in cattivo stato, San Damiano: inginocchiato davanti a un grande crocifisso ligneo, che ora è nella chiesa di Santa Chiara, vide ad un tratto l’immagine muovere le labbra dicendogli: «Francesco, va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta una rovina».

Erano anni difficili per la Chiesa: spesso il clero non dava uno spettacolo edificante mentre tanti movimenti spirituali che predicavano una maggiore fedeltà all’insegnamento evangelico cadevano nella ribellione e nell’eresia, come i valdesi e i catari. Francesco capì a poco a poco il senso profondo di quell’ordine che all’inizio dovette interpretare letteralmente. Dopo aver rinunciato ai beni e all’eredità – celebre è la scena in cui restituisce tutti gli abiti al padre restando nella cattedrale quasi nudo, col solo cilicio, mentre il vescovo lo accoglie sotto il mantello a significare la sua protezione – Francesco veste i panni del penitente. Per due anni farà vita errabonda restaurando non soltanto la chiesetta di San Damiano, dove si stabiliranno più tardi Chiara e le sue compagne, ma anche quella di San Pietro della Spina, oggi scomparsa, e Santa Maria degli Angeli, alla Porziuncola, nella pianura, che sarà poi inglobata nella monumentale ma algida chiesa rinascimentale.

Un altro giorno, dopo aver ascoltato in quella chiesa il vangelo della missione degli apostoli, chiese al sacerdote di commentarglielo punto per punto: «Francesco» narra il Celano «udendo che i discepoli del Cristo non devono possedere né oro né argento né denaro, né portare bisaccia né pane né bastone per via né avere calzari né due tonache, ma soltanto predicare il Regno di Dio e la penitenza, subito, esultante di Spirito Santo, esclamò: “Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!”». Si sfila i calzoni dai piedi, abbandona il bastone, sostituisce la cintura con una corda, si fa un’unica ruvida veste che riproduce l’immagine della croce e vi aggiunge un cappuccio da contadino umbro. Questo è il racconto del Celano nella prima Vita; nella seconda invece narra l’episodio in altro modo. Quando Francesco era ancora solo, si recò da lui un ricco e autorevole assisano, Bernardo di Quintavalle, che gli chiese un consiglio perché voleva cambiar vita. Francesco, che esitava a presentarsi come modello, gli propose una pratica devota, le Sortes apostolorum, che consisteva nell’aprire a caso le Scritture, leggere il primo versetto che capitava sotto gli occhi e trame consiglio. Fu così che lessero il brano del Vangelo che cominciava col versetto: «Se vuoi essere perfetto...». Probabilmente la prima versione era quella falsa, creata dal Celano per mostrare la filiazione ecclesiale della decisione di Francesco. Caduta quella preoccupazione, il biografo poté raccontare la vera storia.

Presto si formò un gruppo di dodici compagni, una specie di fraternitas di chierici e laici che vivevano alla luce di un semplice propositum di ispirazione evangelica, simili esteriormente ai già condannati valdesi; ma la loro disciplina nei confronti della gerarchia rassicurava il vescovo Guido di Assisi che li proteggeva seguendoli con interesse e permettendo loro di predicare. Il loro vivere alla lettera il Vangelo senza preoccupazioni teologiche e senza ambizioni riformatrici o contestazioni moralizzatrici indicava una via nuova a chi voleva vivere in povertà e in carità all’interno della Chiesa.

Verso il 1209 il gruppo si riuniva alla chiesetta della Porziuncola o in un tugurio presso Rivotorto alternando la preghiera all’assistenza ai lebbrosi, la questua alla riparazione di chiese danneggiate e alle missioni, le quali tuttavia cominciavano a impensierire il vescovo perché talvolta sconfinavano fuori della diocesi e potevano creare problemi. Per risolvere la questione una volta per tutte, Francesco si recò con i suoi compagni dal papa con la presentazione del vescovo e riuscì, pur fra tante difficoltà, a ottenere un’approvazione, sia pure verbale, di Innocenzo III a un testo che non possediamo più ma che probabilmente comprendeva quel brano evangelico delle Sortes apostolorum. Ad essa succedette poi la Regola «non bullata» del 1221 che prescriveva l’obbedienza, la castità e la rinunzia a qualunque possesso con l’obbligo di lavorare e col divieto di ricever denaro. Regola che il papa approvò soltanto a voce perché la sua durezza non lo convinceva, come non convinceva altri frati: sicché dopo molte discussioni ed elaborazioni Francesco dovette stilarne una nuova che tenesse conto delle osservazioni di tutti e che il papa Onorio III approvò nel 1223. Vi era attenuato il divieto di chiedere denaro e l’obbligo del lavoro; e quanto all’altro divieto di avere case in proprietà era ribadito, è vero, ma in un contesto che lo stemperava. Certo, l’essenziale delle regole precedenti era rimasto: «La Regola e la vita dei Frati Minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio, in castità... E tutti i fratelli si vestano di abiti vili e possano rattopparli con sacco e altre pezze con la benedizione di Dio. Li ammonisco però a non giudicar gli uomini che vedono vestiti di abiti molli e colorati ed usare cibi e bevande delicate, ma piuttosto ciascuno giudichi e disprezzi se stesso». Tuttavia proprio le ambiguità di quel testo, che Francesco dovette elaborare con amarezza secondo la volontà del papa e di molti confratelli, avrebbero favorito le successive crisi dell’Ordine.

Il suo insegnamento era ormai diventato un modello ed esempio per tutta la Chiesa incanalando nell’alveo dell’obbedienza e dell’ortodossia le istanze di povertà e di purezza evangelica che avevano ispirato anche i movimenti spirituali eterodossi dell’epoca. Fino alla morte egli applicò alla lettera il brano evangelico sulla perfezione rinunziando persino all’ordinazione sacerdotale per rimanere un minor («E siano minori e soggetti a tutti» aveva definito i suoi compagni). Minor come condizione di umiltà assoluta da esercitarsi sempre e dappertutto: umiltà che si esprimeva anche nel rifiuto di criticare o biasimare perché egli si limitava a suggerire con il suo esempio una via di conversione e di perfezionamento personale. «E ama coloro che agiscono con te in questo modo» scriveva a un provinciale dell’Ordine «e non esigere da loro altro se non quello che il Signore darà a te. E in questo amali; e non pretendere che diventino cristiani migliori.»

Ciò non significava certo rinunciare alla predicazione, tant’è vero che la missione era al centro dell’espansione dei minores; ed egli stesso volle a un certo momento predicare addirittura ai musulmani. Vi riuscì, sia pure per poco tempo, incontrando nel 1219 sul delta del Nilo il sultano d’Egitto che lo ascoltò con rispetto.

Tanti sono gli episodi, veri o favolosi, che si narrano su di lui nelle varie Vite che furono scritte dopo la sua morte e nei Fioretti. Due meritano di essere ricordati perché ci aiutano a capirne la personalità. Il primo illustra il suo gusto per gli atteggiamenti paradossali che ricordano quelli dei sufi musulmani o dei monaci zen. Una notte d’inverno Francesco è colpito da una violenta tentazione carnale: si leva la veste e comincia a flagellarsi con una corda ma senza alcun risultato. Allora – come testimonierà più tardi un frate che aveva assistito per caso alla scena – esce nell’orto, si tuffa nella neve e facendone sette mucchi a forma di manichini, gli uni adulti, gli altri piccini, quasi una famiglia di pietra sotto i raggi della luna, si rivolge al suo corpo: «Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le figlie; gli altri sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa’ presto, occorre vestirli tutti perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente il Signore». Il diavolo, narra il Celano, si allontanò confuso e il santo tornò nella sua cella glorificando Dio.

L’altro episodio, non meno paradossale, ci rivela un aspetto del suo carattere, quello giocoso, da giullare. L’8 maggio 1213, festa dell’apparizione dell’arcangelo Michele sul Gargano, Francesco giunge nella piazza di San Leo nel Montefeltro dove si festeggia la vestizione solenne di un «cavaliere novello». Mentre la festa è al suo culmine, egli salta su un muricciolo e, accennando al motivo di una canzone erotica, forse cantata poco prima da un giullare («Tanto è quel bene ch’io aspetto / che ogni pena m’è diletto»), la interpreta in chiave cristiana, spiegando che tanto è quel bene che attende dall’amore divino che qualunque pena gli sembra lieve, anzi si converte in piacere. Un nobile signore del Casentino, Orlando da Chiusi, ne rimase talmente colpito che gli donò il monte della Verna; dove la mattina del 14 settembre 1224, festa dell’Esaltazione della Croce, mentre Francesco stava pregando e digiunando per la quaresima di san Michele arcangelo, gli apparve il Cristo nelle sembianze di un alato serafino a imprimergli l’ultimo sigillo: le stimmate, impresse a caratteri di sangue vivo nei fori delle mani e dei piedi, visibili in forma di chiodi di carne col capo rotondo e nerastro sul palmo e di lunghe punte ricurve sul dorso e nella ferita sanguinolenta sul costato; le prime nella storia della cristianità.

Disceso dal monte, dolorante e stremato per le varie malattie che lo avevano colpito negli ultimi anni, cominciò la sua lunga agonia. Si stava ormai lentamente spegnendo mentre il suo esempio suscitava vocazioni in tutta l’Europa e le sue parole risuonavano dal Portogallo a Parigi: «La pura e santa semplicità confonde ogni sapienza di questo mondo e la sapienza della carne. La santa povertà confonde ogni cupidigia ed avarizia e le preoccupazioni di questo mondo. La santa umiltà confonde la superbia e tutti gli uomini di questo mondo e tutte le cose di questo mondo. La santa carità confonde tutte le diaboliche e mondane tentazioni e tutti i timori umani».

E già si stava diffondendo quella commovente celebrazione del Natale che egli aveva ideato nel 1223 a Greccio. San Bonaventura narra nella Legenda maior che egli aveva ordinato di portare in una grotta del fieno insieme con un bue e un asino. La notte della vigilia tutta la popolazione accorse alla caverna insieme con i frati mentre il bosco risuonava di voci e tanti lumini tremolavano nel buio. Nella grotta figure umane rappresentavano la scena evangelica mentre risuonavano laudi e preghiere. «L’uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia.» Francesco si era ispirato a una tradizione liturgica che risaliva addirittura al IX secolo, quando in molti Paesi europei, dalla Francia alla Germania all’Italia, si erano formati dall’ufficio quotidiano delle Ore i cosiddetti Uffici drammatici che rievocavano le principali scene evangeliche con brevi dialoghi. Successivamente quei primi esperimenti drammatici si erano ampliati in strutture complesse; sicché il tema della Natività, che inizialmente era rappresentato nell’Officium pastorum o Officium stellae, dove si sceneggiavano l’adorazione dei pastori e quella dei Magi, ispirò nel monastero di Benedikbueren un vero e proprio dramma della Natività con decine di personaggi e varie scene al cui centro campeggiava quella del presepe che nel latino praesaepe significa greppia o stalla.

Dopo le ultime prediche all’inizio del 1225 Francesco, ormai dolorante non soltanto per le piaghe alle mani e ai piedi ma anche per il tracoma che l’aveva quasi accecato, si rifugiò a San Damiano, nel convento annesso alla chiesetta che aveva riparato tanti anni prima e dove viveva Chiara con le sue compagne. Fu in quel luogo che compose il Cantico. Poi si spostò a Rieti, dove vi era un medico che secondo il cardinal Ugolino, il protettore dell’Ordine e futuro papa Gregorio IX, poteva curargli la vista. Da Rieti, sempre alla ricerca di nuovi medici, si recò a Fabriano e a Siena e a Cortona. Nell’estate del 1226 non soltanto non era migliorato ma si stavano facendo evidenti i segni di un’altra malattia, l’idropisia. Venne condotto a Bagnara, sulle montagne vicino a Nocera Umbra, perché avesse un poco di refrigerio. Invano. Quando le sue condizioni cominciarono ad aggravarsi i frati decisero di riportarlo ad Assisi dove venne ospitato nel palazzo del vescovo.

Gli ultimi giorni di settembre Francesco, sentendo approssimarsi la fine, chiese che lo trasferissero alla Porziuncola dove morì all’ora prima del 4 ottobre che corrisponde nel nostro calendario alle sette di sera del 3 ottobre. Narra san Bonaventura: «Volle, di certo, essere conforme in tutto a Cristo crocifisso che, povero e dolente e nudo, rimase appeso alla croce. Per questo motivo, all’inizio della sua conversione, rimase nudo davanti al vescovo; per questo motivo, alla fine della vita volle uscire nudo dal mondo, e ai frati che gli stavano intorno ingiunse per obbedienza e carità che, dopo morto, lo lasciassero nudo, là sulla terra, per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio».

Poco prima della fine aveva chiesto che gli leggessero la Passione del Signore dal Vangelo di Giovanni. Poi, sentendosi mancare, aveva cominciato a recitare il salmo: «Con la mia voce, Signore, grido aiuto, con la mia voce supplico il Signore» giungendo faticosamente fino al versetto finale: «I giusti mi faranno corona quando tu mi concederai la tua grazia».

Le allodole, che sono amiche della luce e temono il buio della notte, vennero a roteare sul tetto dell’infermeria nonostante che ormai fosse crepuscolo inoltrato, rendendo testimonianza di gioia al santo che un giorno aveva invitato gli uccelli a lodare il Signore. Era successo tra Cannara e Bevagna – e non abbiamo motivo di dubitarne, così come di altri episodi analoghi con gli animali perché sappiamo che certi esseri hanno ricevuto il dono di vivere quasi in una dimensione edenica – durante un viaggio da Assisi a Montefalco. Giunto in un campo dove s’erano radunati molti uccelli, li salutò con il celebre augurio: «Il Signore vi dia pace». Ma gli uccelli continuavano a fissarlo immobili, quasi che si attendessero qualcosa da lui. Allora, commosso, li esortò ad ascoltare la parola di Dio: «Fratelli, miei uccelli» diceva «dovete lodare molto e sempre il vostro Creatore perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell’aria limpida: voi non seminate e non mietete, eppure Egli vi soccorre e vi guida dispensandovi da ogni preoccupazione». A quelle parole gli uccelli manifestarono la loro gioia allungando il collo, spiegando le ali, aprendo il becco e guardando amorosamente Francesco che andava e veniva sfiorandoli con la tonaca. Ripreso il cammino, il santo cominciò ad accusarsi di negligenza per non aver predicato prima di allora agli uccelli che ascoltavano tanto devotamente la parola di Dio; e da quel giorno cominciò a invitare non soltanto i volatili, ma tutti gli animali e persino le creature inanimate a lodare e amare il Creatore. Commentava san Bonaventura: «Considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, col nome di fratello e sorella: sapeva bene che tutte provenivano, come lui, da un unico Principio».

La mattina dopo la morte Francesco fu traslato con un’imponente processione dalla Porziuncola nella chiesa parrocchiale di San Giorgio, ad Assisi, dove era stato battezzato e aveva cominciato nel 1208 la predicazione. Ma prima di giungere nella cittadina, la processione si fermò a San Damiano dove la cassa venne aperta perché santa Chiara e le sue «povere dame» potessero baciargli le stimmate.

Nella chiesa di San Giorgio, che ora è in parte conservata nella basilica di Santa Chiara, rimase fino al maggio del 1230, quando venne portato nella basilica inferiore costruita da frate Elia, nuovo generale dell’Ordine. Nel frattempo Gregorio IX lo aveva canonizzato nel 1228 fissandone la festa al 4 ottobre, suo dies natalis.