- Civitavecchia (Lazio),
- Amelia (Umbria)
Santa Firmina, conosciuta anche come Santa Fermina, è venerata come vergine e martire nella città di Amelia, in Umbria. La tradizione racconta che Firmina fosse una principessa romana, convertitasi al cristianesimo grazie all'opera evangelizzatrice di San Felice, Vescovo di Nola. Il suo rifiuto di abiurare la fede cristiana la portò a subire il martirio durante la persecuzione dell'imperatore Diocleziano. Secondo alcune versioni, Firmina fu imprigionata e, in seguito, decapitata; in altre, avrebbe subito tormenti che la condussero alla morte. Il suo culto è particolarmente sentito ad Amelia, dove le reliquie della santa sono conservate e onorate. La figura di Santa Firmina simboleggia la forza della fede e il sacrificio in nome di essa, diventando un esempio di coraggio e di devozione cristiana. La sua festa liturgica si celebra il 24 novembre.
La martire, patrona di Amelia e di Civitavecchia, dov’è chiamata anche Ferma o Fermina, è stata la protettrice della flotta pontificia e oggi lo è dei naviganti laziali che ne celebrano la festa con una processione a mare
Il 24 novembre i comuni di Amelia, Penna, Giove, Attigliano, Lugnano, Alviano e Guadea offrono a santa Firmina un grosso cero del peso di tante once quanti sono i focolari di ogni cittadina. È un’antica tradizione medievale ripresa a partire dal 1975. I sindaci si recano con una delegazione fino alla chiesa di Santa Firmina sulla cima del colle di Amelia, dove sono conservate le reliquie della patrona. L’offerta dei ceri si svolge nella cattedrale dove giunge il corteo storico del comune di Amelia, aprendo la cerimonia. Da qualche anno anche Civitavecchia, che venera la stessa patrona, vi partecipa: una staffetta podistica parte dal mare e risale fino alla cittadina umbra portando un cero come dono, mentre una delegazione di marinai e una bambina con una navicella in una mano e un ramo di palma nell’altra, immagine della santa, sottolineano i legami con la martire.
Una Passio che risale perlomeno al VI secolo narra che al tempo dell’imperatore Diocleziano Firmina era la figlia del prefetto dell’Urbe Calpurnio. Dopo la morte dei genitori, decise di ritirarsi in una villa di famiglia nella località di Agulianus, nel villaggio di Erubrum, a otto miglia da Ameria. Il nome della località si è poi trasformato nel medioevo per sincopi e metatesi in Luchiano: così si chiama ancora oggi un sito a 6-7 chilometri da Amelia, situato alla destra della via Amerina.
La giovane donna, che aveva rinunciato alle sue ricchezze consacrando al Signore la verginità, s’imbarcò secondo un’altra leggenda posteriore alla Passio, per Centumcellae, l’attuale Civitavecchia, forse per abbreviare il viaggio. Durante la navigazione si scatenò una furiosa tempesta. Ma grazie a Firmina, che raccoltasi in preghiera aveva invocato la protezione del Signore, la tempesta si placò permettendo alla nave di approdare a Civitavecchia. Per questo e altri miracoli compiuti dopo la morte a favore di naviganti, diventò patrona della città, dei marinai e infine della flotta pontificia. In onore della patrona, chiamata anche santa Ferma o Fermina, si svolge il 28 aprile, quando viene festeggiata a Civitavecchia, una solenne processione con la sua statua preceduta dà una bimba che la impersona portando gli attributi della navicella e della palma. La processione giunge sino al porto dove il simulacro viene imbarcato su un battello per proseguire sul mare fra le sirene di tutte le navi e il rimbombo di colpi di cannone, mentre un corteo di imbarcazioni segue quella su cui la santa campeggia.
A Civitavecchia Firmina andò ad abitare in una grotticella quasi sulla riva del mare, che si può vedere ancora oggi incorporata alle mura del forte Michelangelo insieme col sasso sul quale, secondo la tradizione popolare, lei appoggiava il capo per riposare. Una volta si diceva che la terra della grotta fosse così miracolosa che, cosparsa sulle parti malate degli infermi, operava guarigioni prodigiose.
Ma un bel giorno Firmina decise di proseguire il viaggio verso la sua casa di Agulianus, lasciando Civitavecchia fra il dolore dei suoi amici cristiani. Qui finisce l’episodio leggendario non inserito nella Passio.
Quando si scatenò la persecuzione di Diocleziano e Massimiano, Olimpiade, che era il consolare di Amelia, venne a sapere che nelle vicinanze della cittadina viveva la figlia dell’ex prefetto di Roma pregando e digiunando. Ordinò ai soldati di portarla da lui con tutti gli onori perché era figlia di Calpurnio. Doveva essere molto bella se il consolare, vedendola, non si limitò a ordinarle di sacrificare agli dei ma le chiese di sposarlo. Possiamo immaginare la risposta della vergine che si ritirò in una stanza messa a sua disposizione dall’ospite. Il quale, dopo un lauto banchetto, obnubilato dal vino tornò da Firmina con l’intenzione di abbracciarla. Non l’avesse mai fatto: le mani gli si irrigidirono improvvisamente mentre tutto il corpo era straziato da dolori atroci.
Impietosita, Firmina pregò il Signore di risanarlo, poi rivolgendosi al suo persecutore gli disse: «Ascoltami: credi nel Signore Gesù Cristo, fatti battezzare in nome della Trinità e sarai salvo». Contemporaneamente chiamò un prete di nome Felice perché gli amministrasse il sacramento. E il consolare guarì.
Quando l’imperatore Diocleziano seppe che Olimpiade si era convertito al cristianesimo, mandò ad Ameria un nuovo consolare, Megezio, con l’ordine di ricondurlo alla ragione e, se non vi fosse riuscito, di confiscargli tutti i beni e giustiziarlo. Denudato e legato all’eculeo, il consolare morì straziato dal fuoco.
Quando Firmina venne a sapere della sua morte, si precipitò ad Amelia impossessandosi del corpo e seppellendolo nel suo podere: era il 1° dicembre del 303, e quella data divenne poi la festa del compatrono minore della cittadina umbra.
La sua impresa non passò inosservata e qualcuno pensò bene di riferirla a Megezio che, preoccupato, ordinò di tenerla prigioniera nella sua casa, proibendole anche di amministrare i suoi beni. Qualche giorno dopo il consolare, che era venuto nel villaggio di Erubrum, nelle vicinanze della casa di Firmina, volle incontrarla. Quando fu condotta alla sua presenza, la invitò a sacrificare agli dei, poi, di fronte al suo rifiuto, ordinò di denudarla e flagellarla. Il carnefice Orsicino aveva appena sollevato la mano con il flagello che il braccio s’irrigidì. Spaventato chiese aiuto a Firmina che riuscì a ottenerne la guarigione dal Signore. «È veramente Dio colui che la beata Firmina predica» esclamò il carnefice ormai convertito. «Io ho infatti visto un uomo che indossava vesti dorate sciogliere la mia mano.»
Megezio, infuriato, fece imprigionare Orsicino, poi tentò per l’ultima volta di convincere quella che pensava fosse una maga. Di fronte al suo ennesimo rifiuto ordinò nuovamente di flagellarla. S’illudeva che la tortura avrebbe fatto cadere le ultime resistenze. Ma dopo qualche minuto, forse intenerito dalla sua disarmante bellezza, fece sospendere la flagellazione e portare un tripode con l’immagine di Giove. «Convertiti e sacrifica agli dei!» la esortò. E lei gli rispose soffiando sull’immagine di Giove che immediatamente si sciolse come melma.
Siamo all’ultimo atto: Firmina viene di nuovo flagellata, poi appesa per i capelli e ustionata da torce; e così finalmente muore.
Il corpo, trascinato per il villaggio di Erubrum perché la sua sorte fosse un ammonimento per i cristiani, venne sepolto da un certo Onorio accanto a quello di Olimpiade il 24 novembre 304, che divenne poi la sua festa liturgica. Quanto al carnefice Orsicino, che aveva chiesto e ottenuto il battesimo in carcere, fu condotto a Ravenna dove venne giustiziato il 13 dicembre.
Nell’anno 868 o 869 Pasquale, vescovo di Amelia, narra un’altra leggenda, si domandava dove fossero mai stati seppelliti i corpi dei due martiri. Una notte Firmina gli apparve in sogno e gli rivelò il luogo della sepoltura. Dopo tre giorni di digiuno e di preghiera il vescovo si recò nel sito indicato dove apparve una croce luminosa. Rimossa la terra e le pietre, affiorarono i due corpi che vennero traslati sulla sommità del colle di Amelia. In quel punto sorse la seconda cattedrale dedicata non alla santa ma a Giovanni Battista mentre la prima, San Lorenzo, si trovava sull’odierna piazza Guglielmo Marconi. Le reliquie vi restarono fino al 28 marzo 1642 quando il vescovo Torquato Perotti volle farne una solenne ricognizione prima di deporle sotto l’altare della terza cattedrale costruita sulle rovine della precedente che era stata distrutta da un incendio. Nella nuova chiesa, che fu poi dedicata a santa Firmina, si conserva la supposta piccola colonna alla quale, secondo la leggenda, fu legata la martire mentre quadri e sculture narrano gli episodi principali della sua vita: le più pregevoli sono due tele del Pomarancio dedicate rispettivamente al suo martirio e a quello di Olimpiade. Nelle altre opere Firmina – il cui nome deriva dall’aggettivo firmus, «fermo, costante, perseverante» – appare come una giovane con la palma del martirio e talvolta con il modellino della città di Amelia, segno del suo patronato.
Di là dalla fantasiosa Passio, che ricalca molti topoi agiografici, vi è chi congettura che il culto di santa Firmina sia stato importato da Roma e Civitavecchia insieme con le sue reliquie, come è avvenuto con altri martiri: reliquie che apparterrebbero a una santa Firmina, martire africana festeggiata il 9 ottobre. E vi è chi, come il Lanzoni, sostiene che le tre martiri umbre, Firmina, Felicissima e Illuminata, le cui vite sono simili, non siano se non nomi simbolici di una stessa persona su cui non abbiamo notizie storicamente fondate. Difficile orientarsi in questo ginepraio di ipotesi. Certo, il Calpurnio padre della santa non fu mai prefetto dell’Urbe sotto Diocleziano e molti episodi della Vita sembrano frutto della penna dell’agiografo. Ma queste sono ombre che non inficiano la sostanza della Passio, cioè l’esistenza di una giovane martire, figlia di un Calpurnio che esercitò qualche magistratura minore. E qui converrebbe fermarci per non aggiungere altre congetture a tutte quelle che vi abbiamo riferito.
Santa Firmina (o Fermina) di Amelia nacque il III secolo
Santa Firmina (o Fermina) di Amelia nacque a Sconosciuto
Santa Firmina (o Fermina) di Amelia morì il III secolo
- Civitavecchia (Lazio),
- Amelia (Umbria)
Santa Firmina (o Fermina) di Amelia si festeggia il 24 novembre
Oh santa miracolosa cura, guarisci e salva il mio piccolo
Vincenza