Nome
San Felice da Cantalice
Nome di battesimo
Felice Porri
Titolo
Cappuccino
Nascita
1513 circa - Cantalice, Rieti
Morte
18/05/1587 - Roma
Ricorrenza
Radio Vaticana
Patrono di
In breve

San Felice da Cantalice è stato il primo membro dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini a essere canonizzato. Nato nel 1515 a Cantalice, in Italia, Felice visse una vita di estrema umiltà e dedizione ai poveri. Prima di entrare nell'ordine, lavorò come pastore e fu notato per la sua profonda vita di preghiera. Dopo aver preso i voti, Felice svolse il ruolo di questuante per oltre quaranta anni, raccogliendo donazioni per i suoi confratelli e per i bisognosi. La sua fama di santità si diffuse rapidamente, tanto che veniva spesso cercato per consigli spirituali e intercessioni. Morì nel 1587 e fu canonizzato da Papa Clemente XI nel 1712. Il suo culto è particolarmente vivo a Cantalice e a Roma, dove visse gran parte della sua vita religiosa. Una delle storie più note su di lui narra che, mentre era in estasi, fu visto sollevarsi da terra. Questo episodio contribuì a consolidare la sua fama di santità già diffusa tra la gente comune.

Patrono di Cantalice e secondo patrono della diocesi di Rieti dopo santa Barbara, il frate cappuccino è stato il primo santo del nuovo Ordine nato nel XVI secolo e uno dei personaggi più popolari nella Romadella Controriforma per la sua semplicità e arguzia

Lo avevano soprannominato «l’asino dei frati» per l’umiltà e la pazienza con cui girava ogni giorno a piedi per tutta Roma a raccogliere le offerte di pane e vino. Si chiamava Felice Porri; era rimasto un frate laico analfabeta, tant’è vero che soleva dire: «Io conosco soltanto sei lettere dell’alfabeto: cinque rosse ed una bianca: le rosse sono le piaghe del Crocifisso, la bianca la santissima Vergine».

Era nato a Cantalice, in Sabina, intorno al 1515. Suo padre, Sante de Porri, e la madre Santa de Nobili, lavoravano la terra. A sei anni per aiutare la famiglia era già pastorello. A dodici anni fu mandato a Cittaducale, al servizio della famiglia Picchi per custodire il gregge e poi, quando fu abbastanza robusto, a coltivare i campi. Sembrava avviato a una vita non diversa da quella del padre, ma già in lui si stava manifestando la vocazione religiosa: una notte incise una croce sul tronco di un albero, come un innamorato che avesse scritto il nome dell’amata.

La vocazione maturò lentamente finché egli capì che il suo Ordine non poteva essere se non il cappuccino, sorto da poco dal tronco dei Frati Minori dell’Osservanza. A un cugino agostiniano che si era offerto di presentarlo ai suoi superiori, aveva detto: o cappuccino o niente.

Fu un incidente sul lavoro a spingerlo alla scelta definitiva: un giorno era rimasto miracolosamente illeso nonostante fosse stato colpito dal vomere trascinato dai giovenchi imbizzarriti, che gli aveva lacerato calzoni, giubbone e camicia. Dieci giorni dopo indossava il saio nel conventino di Cittaducale dove i Cappuccini si erano insediati fin dal 1533.

Fu inviato per l’anno di noviziato a Fiuggi dove entrò nel convento col proposito di imitare la vita penitente dei Padri del Deserto dei quali, fin dalla fanciullezza, aveva ascoltato leggere le vite e i detti. Esagerò nelle penitenze tanto da cadere gravemente malato. Per farlo ristabilire i frati lo mandarono nel conventino campano di Monte San Giovanni dove il 18 maggio 1545 emise la professione dei voti religiosi. Successivamente, per circa due anni, dimorò nei conventi di Tivoli e della Palanzana a Viterbo.

Verso la fine del 1547 o l’inizio del 1548 venne trasferito a Roma, nel convento di Montecavallo, dove i Cappuccini si erano trasferiti nel 1536 dal monastero di Sant’Eufemia sull’Esquilino. Costruito su un lembo del giardino dei Colonna, che si erano assunti il patronato di questa nuova famiglia di Frati Minori, e confinante con una chiesetta edificata sullo scorcio del XII secolo presso l’antico Foro Suario e denominata per questo motivo San Niccolò de’ Porci, era composto di piccole celle messe insieme con canne e calce e lunghe appena quanto era necessario perché un uomo di media statura potesse distendersi. I Cappuccini cominciavano allora a respirare dopo un periodo difficilissimo durante il quale il loro fondatore, Matteo di Bascio, si era ritirato, il suo braccio destro, Ludovico da Fossombrone, era stato espulso e il loro padre generale, Bernardino Ochino, aveva addirittura abiurato passando al protestantesimo.

Felice fu destinato alla cerca. Dalle prime ore del mattino girava per le strade di Roma riempiendo la sua bisaccia, che chiamava «l’alabarda», di pane, olio, castagne, noci e di «zucche» di vino: «come un asino».«Io mi godo questo mondo» diceva «e non cambiaria questa saccoccia al papato et al re Filippo insieme.»

A chi gli dava qualcosa diceva: «Deo gratias»; e anche a chi non gli dava nulla diceva: «Deo gratias». Sicché presto venne soprannominato Frate Deo Gratias.

Allegro e burbero, entrava nei forni e nelle osterie, scherzava candidamente con le donne. Le pagine dei processi di canonizzazione documentano un amore particolare per i bambini; e infatti la maggior parte dei suoi miracoli li operò per loro. Quando un bimbo cadeva malato si ricorreva a san Felice. Il quale arrivava con la sua aria giocosa, recitava con tutta la famiglia il Pater e l’Ave Maria e poi riprendeva la via del convento. La guarigione era certa, ma avveniva a poco a poco, quasi per mascherare la sua natura miracolosa. Quello era d’altronde lo stile di san Felice che circondava ogni suo atto di riserbo, di discrezione per evitare il clamore. Ma dei suoi tanti miracoli, come il prodigio dei bachi da seta o l’episodio della sorgente miracolosa in tempo di siccità o il fiorire delle fave nell’orto durante l’inverno, si parlava ormai dappertutto. La sua bisaccia si riempiva e si svuotava più volte al giorno perché spesso egli donava tutto quel che aveva ai poveri, soprattutto a quelli che si vergognavano di chiedere aiuto e che lui conosceva grazie ai tanti informatori che aveva in ogni quartiere. Ma non dimenticava i malati negli ospedali e i pellegrini che si trovavano in difficoltà.

Gli ecclesiastici, i patrizi e i popolani l’accoglievano come una persona di famiglia; e qualcuno lo invitava per guadagnarsi il pane a intonare qualche canzoncina di sua invenzione, nonostante che fosse analfabeta. A proposito dell’amor di Dio, a suo dire grande come il mare, cantava:

Si potrebbe domandare 
a chi giace in mezzo al mare 
se dell’acqua ha quanto vuole 
in quel mare smisurato 
dove ogni santo è annegato.

Molte canzonette erano sul Natale. Ecco la più breve:

Giesù è nato, 
dalla Vergine incarnato; 
incarnato factum est, 
Verbum caro factum est.

Aveva una cultura che non era soltanto quella del contadino che conosce i cicli delle stagioni, il tempo delle semine e dei lavori nei campi o il modo di sottomettere e abituare al giogo i giovenchi. Aveva una cultura conveniente al suo stato religioso: aveva imparato a memoria molte preghiere, antifone, salmi, versetti, inni liturgici e brani del Vangelo.

Dormiva non più di tre ore su tavole nude, si disciplinava con cilizi, digiunava sette quaresime all’anno e dal Giovedì Santo alla Pasqua non toccava cibo. «Occhi a terra, cuore in cielo, corona in mano» soleva dire. E di notte si raccoglieva in chiesa a pregare e contemplare. A volte i frati lo videro in estasi o addirittura mentre levitava.

Nelle ore libere lavorava nell’orto cospargendosi i capelli e la barba ispida di briciole di pane che gli uccelli andavano a becchettare, certi che egli li avrebbe rispettati.

Grazie alla sua autorità morale esercitava un’influenza anche sui papi. Nel 1580 corse a Frascati per impetrare da Gregorio XIII che sciogliesse i fedeli di Cittaducale dalla scomunica e dall’interdetto in cui erano incorsi per i maltrattamenti fatti al loro vescovo Pompilio Pirotti; e fu ascoltato.

In quegli anni viveva a Roma un altro santo bizzarro e gioioso, Filippo Neri, la cui vita il lettore leggerà in un capitolo successivo. Filippo e frate Felice erano fatti per intendersi. Il cappuccino durante le sue lunghe cerche capitava spesso a San Girolamo della Carità e poi alla Chiesa Nuova dove trovava l’oratoriano. Scherzavano, ridevano, cantavano insieme. Un giorno, come racconta un compagno del cappuccino, s’incontrarono in via del Pellegrino. Felice, che portava una fiasca di vino, domandò a Filippo se avesse sete, soggiungendo provocatoriamente: «Adesso vedrò se tu sei mortificato»; e gli porse la fiasca. Filippo stette allo scherzo e cominciò a bere tra gli schiamazzi della gente che assisteva alla scena. Ma a sua volta disse a Felice: «Adesso vedrò se sei mortificato tu»; e levandosi il cappello di testa lo ficcò su quella di Felice dicendo di tenerselo. Ma, come ha osservato Rita Delcroix in Filippo Neri, il santo dell’allegria (Roma 1989), «più degli scherzi li legava un’intesa silenziosa come una profonda conoscenza che ognuno dei due aveva del Paradiso che l’altro si portava dentro. Un giorno a San Girolamo frate Felice s’inginocchiò davanti a Filippo per riceverne la benedizione, ma egli per umiltà non volle dargliela, si inginocchiò anche lui e insieme pregarono vicini. E quando, un pomeriggio di sole, Filippo risaliva Monte Cavallo, si vide correre incontro ridendo frate Felice che gli si prostrò baciandogli le mani, egli lo rialzò e l’abbracciò “e stettero un poco così e, senza dir parola, si divisero”».

Come un asino il cappuccino trotterellò gioiosamente sui selci di Roma col suo ruvido cappuccio di orbace e gli zoccoli che rattoppava con lo spago. Alla fine anche lui, come un vecchio e stanco ronzino, si azzoppò: era il 30 aprile 1587. Dovette rassegnarsi a vivere tra la celletta e l’infermeria. Prima di morire raccomandò ai confratelli di seppellirlo in un sarcofago che gli aveva regalato un amico: un sarcofago pagano che era poi servito anche a un cristiano. Fu l’unica sua debolezza. Ma soltanto a nove mesi dalla morte, avvenuta il 18 maggio, sua festa liturgica, i frati si ricordarono del sarcofago inviatogli dall’umanista Alessandro Poggio.

Nel 1631 i Cappuccini abbandonarono il vecchio convento, che nel frattempo aveva assunto il nome di San Bonaventura, trasferendosi nel nuovo, nei pressi dell’attuale piazza Barberini, dove trasportarono su trecento carrette tutte le ossa dei loro confratelli che sistemarono nelle cappelle sotterranee della chiesa di Santa Maria della Concezione. Il corpo di Felice da Cantalice fu invece sepolto nella seconda cappella a sinistra, dove si trova tuttora e dove è custodito anche un quadro di Alessandro Turchi, San Felice da Cantalice cui la Vergine porge il Bambino, in ricordo di una visione che aveva avuto. Non in Italia, ma nel Museo Provinciale di Siviglia si trova un quadro di Murillo che evoca la medesima scena e dove il santo appare, secondo il modello iconografico tradizionale, coll’abito di cappuccino, vecchio, ridente e barbato. Ma la sua immagine più fedele è un disegno, firmato da «Giuseppe de Cesari detto darpino» il quale lo aveva schizzato su richiesta di san Filippo Neri mentre il frate cappuccino se ne stava seduto su una sedia aspettando di essere ricevuto dall’oratoriano: un disegno fatto in pochi minuti senza che egli se ne accorgesse. Felice ha l’aspetto di un contadinotto abruzzese dai lineamenti grossolani, dal volto pingue e la barba arruffata. Il disegno appartiene oggi a una collezione privata di Roma.

Sisto V, anch’egli della famiglia di san Francesco, volle il processo canonico nello stesso anno della morte. Ma non fece in tempo a canonizzarlo perché mancò nel 1590. Felice fu poi beatificato nel 1625 e proclamato santo nel 1712. La fonte biografica fondamentale per conoscerne la vita è il Processus sixtinus, raccolto in Monumenta Historica Ord. F.Min. Capuccinorum, X, Roma 1964.