Sant' Eulogio di Cordoba è stato un sacerdote e martire spagnolo vissuto nel IX secolo. Egli è particolarmente noto per il suo ruolo durante il periodo di persecuzione dei cristiani sotto il dominio islamico in al-Andalus. Eulogio, nato in una famiglia nobile, si distinse per il suo impegno nell'istruzione religiosa e per il suo talento letterario. Scrisse diversi trattati in difesa dei martiri cristiani, tra cui 'Memoriale dei Santi' e 'Documentum Martyriale'. Fu decapitato il 11 marzo 859 dopo aver difeso una giovane convertita dall'Islam al Cristianesimo, dimostrando un profondo spirito di sacrificio. La sua figura è diventata simbolo di resistenza cristiana e la sua festa liturgica è celebrata l'11 marzo. Sant' Eulogio è venerato per il suo eroismo e la sua eloquenza, che hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia della Chiesa in Spagna.
Alla fine del VII secolo la Chiesa di Spagna stava vivendo un periodo di straordinaria vitalità. Fino ad allora la popolazione romanoispanica aveva assimilato gli svevi e i visigoti e, dopo lunghe controversie, la Spagna si era liberata quasi totalmente dell’arianesimo e di eresie vicine. I vescovi di Siviglia, Saragozza e Toledo, oltre ai numerosissimi concili tenutisi a Toledo, guidavano la Chiesa spagnola e avevano promosso una spiritualità allo stesso tempo cattolica e locale. La presenza dell’eresia aveva contribuito a focalizzare l’attenzione su problemi riguardanti la teologia trinitaria e cristologica, mentre la splendida liturgia favoriva sentimenti di fervente devozione. La vita monastica era ben sviluppata e aveva assorbito quella tendenza al misticismo e all’austerità tipica della Chiesa spagnola.
Ma la situazione presto cambiò perché ondate di invasioni islamiche erano già alle porte dell’impero bizantino e stavano travolgendo le comunità cristiane del Nord Africa; nel 711 i musulmani avevano già conquistato quasi tutta la Spagna. Questo non significò la fine del cristianesimo nel paese, ma i cambiamenti causati dalla presenza degli arabi furono immensi: Cordova divenne la capitale del regno arabo e da qui si diffuse la cultura islamica, portando molti aspetti positivi, ma, con la sua espansione, anche minando il cuore della civiltà cristiana del paese.
La penisola non aveva mai potuto usufruire di così vaste possibilità per il commercio, né aveva mai immaginato l’esistenza dei materiali esotici che adornavano moschee, palazzi e castelli costruiti dagli invasori. Le fontane di marmo e diaspro erano una piccola parte di un ampio sistema per fornire acqua potabile alla città, dove le strade erano ora pavimentate, i giardini deliziavano la vista e i ponti ornavano di archi il Guadalquivir. Furono costruite scuole per i bambini poveri e bagni pubblici e organizzato un servizio di polizia. Nel periodo in cui i musulmani furono al governo il paese fu rafforzato e la corte divenne il centro della vita artistica e intellettuale, anche se ne beneficiavano solo gli occupanti e coloro disposti a uniformarsi.
Gli arabi non erano soliti annientare le popolazioni conquistate, né sopprimerne i costumi e la religione, ma esercitavano comunque un rigido controllo. A lungo andare l’inevitabile convivenza con il potere occupante venne percepita come dannosa per le caratteristiche peculiari della popolazione indigena, provocando non solo il risentimento, ma addirittura la disperazione di vedere cancellati i propri valori. I cristiani assediati vedevano con terrore la prospettiva di una conversione all’islam, per molti aspetti.
La vita quotidiana era dura anche se gli occupanti erano sostanzialmente tolleranti: oltre alle tasse generali necessarie per raccogliere fondi per le nuove costruzioni, vi era l’odiata tassa per tutti i non musulmani. Per poter sopravvivere era necessario saper parlare un po’ di arabo, per prosperare bisognava conoscerlo in maniera fluente, e questo non era possibile senza studiare la letteratura araba, già vastissima (anche se giunse al suo splendore solo nel secolo successivo). Alcuni tuttavia intrapresero gli studi con entusiasmo e intenzioni riconciliatrici e numerosi ebrei e cristiani arrivarono a ricoprire cariche importanti nell’amministrazione, nonostante il divieto formale. I matrimoni misti giunsero a complicare la situazione, soprattutto quando sorgevano problemi per la formazione religiosa dei figli: il figlio di un musulmano doveva essere musulmano e se sceglieva il cristianesimo diveniva apostata e meritevole di morte.
I cristiani si trovarono a vivere sotto il regime di una religione monoteista, e vi era chi si chiedeva quale fosse in fondo la differenza tra i due credo; da un punto di vista morale, poi, i cristiani erano disgustati dai lussi e i piaceri della corte ma anche pii musulmani ne condividevano i sentimenti.
Tuttavia anche se Maometto non avrebbe mai potuto prendere il posto di Gesù nella maggioranza dei cristiani, la scelta di esaltare la propria fede in Cristo avrebbe portato a un ripudio esplicito del Profeta e alla sicura condanna a morte e molti vacillarono. Il clero cristiano, educato nelle proprie strutture e legato alla propria tradizione, aveva chiaro tutto ciò e anche gli arabi da parte loro erano consci che la gerarchia ecclesiastica sarebbe stata il fulcro della resistenza. Un modo per neutralizzarla fu quello di controllare le nomine: nessun vescovo poteva essere eletto senza l’approvazione dell’emiro o senza pagare una tassa ed era possibile acquistare il vescovado pagando. I cristiani più radicali consideravano Recafre - do, metropolita di Siviglia, un burattino dei musulmani (anche se non ci è possibile sapere in quale misura egli fosse effettivamente compromesso), e a un certo momento Eulogio, sacerdote della basilica di S. Zoilo di Cordova, smise di dire Messa per non dar più l’impressione di essere in comunione con lui; a coloro che sottolineavano la tolleranza degli arabi disse: «Si può veramente dire che noi conviviamo pacificamente quando loro distruggono le nostre basiliche, insultano i preti e ci obbligano a pagare una tassa intollerabile ogni mese? Nessuno di noi può stare tranquillo tra di loro o vivere in pace.
Nessuno può attraversare la strada senza essere ricoperto di insulti. Quando siamo obbligati a uscire ed essi vedono che siamo sacerdoti, ci insultano con insolenza, come se fossero fuori di sé, per non parlare dei bambini che ci seguono per le strade tirando pietre».
Eulogio apparteneva a una vecchia famiglia “senatoriale”, e questo può significare che fosse di stirpe romana o anche che alcuni membri di essa fossero stati membri del senato cittadino. Nella nuova situazione la famiglia aveva visto ridurre sensibilmente la sua importanza, ma era rimasta fedele al cristianesimo. Destinato al sacerdozio dalla madre, Eulogio era stato iscritto all’età di sette anni nella scuola della basilica di S. Zoilo, dove si preparò alla carriera ecclesiale. Intelligente e diligente, venne presto nominato “direttore degli insegnanti”.
Cercò ovunque in Cordova insegnanti che l’aiutassero ad approfondire gli studi e fu così che incontrò l’abate Speraindeo, un eremita, studioso dei Padri della Chiesa, amante della fede, che apprezzava la lingua latina e la cultura iberica.
Speraindeo era troppo buono per covare sentimenti di odio, ma non poteva provare altro che repulsione verso i conquistatori arabi e tutto ciò che avevano portato in Spagna. Fu lui a scrivere una biografia, ora perduta, dei primi martiri che patirono nel IX secolo sotto gli arabi (822), i fratelli Adolfo e Giovanni. La sua influenza su Eulogio pare sia stata considerevole. Il Memorials Sanctorum, che Eulogio iniziò nell’851 e che copre il periodo dall’851 all’859, può essere indiscutibilmente considerato una continuazione del lavoro iniziato da Speraindeo. Tra i fedeli dell’abate, Eulogio incontrò un giovane uomo, suo coetaneo, Paolo Alvaro, per cui provò un’immediata simpatia e di cui condivideva i gusti e le aspirazioni, specialmente l’amore per i dibattiti teologici. Fin dal primo momento divenne suo amico e confidente e maturarono insieme le scelte fondamentali: Eulogio venne ordinato prete e Alvaro si sposò.
Eulogio era un uomo di preghiera e penitenza: Alvaro racconta di notti trascorse in preghiera. Visitava spesso i numerosi monasteri sulle colline di Cordova, dove incontrò spiriti affini che incoraggiarono il suo fervore e che egli stesso sostenne, tanto che una di queste comunità chiese a Eulogio di comporre per loro una regola. La sua amicizia con i monaci fu importantissima nella storia dei martiri di Cordova, poiché molti provengono da questi gruppi. Ugualmente importante per lui, che sarebbe diventato, con le parole di Alvaro, Yincitator martyrum et laudator (l’incitatore dei martiri e il loro cantore), fu la sua nomina come capo della scuola di S. Zoilo.
I giovani cristiani vennero infiammati dal suo appassionato attaccamento alla fede e alla cultura che aveva sviluppato nei secoli. Assunse abbastanza spontaneamente la guida dei cristiani radicali, consigliandoli, proteggendoli, accompagnandoli al patibolo e più tardi scrivendo i loro Acta, inserendoli nella folla eroica dei martiri romani. Eulogio fu allo stesso tempo biografo, apologista e propagatore dell’ideale del martirio.
Questo ideale non raccolse il favore di tutta la comunità cristiana, che tendeva piuttosto a mantenersi su livelli meno intransigenti. Perché dover scambiare un accettabile, anche se poco confortevole, modus vivendi con gli arabi con un regime di oppressione? I musulmani stessi erano sconcertati dal disprezzo per la morte dei cristiani e dal loro ridere in faccia alle torture; chiesero quindi non solo l’aiuto del vescovo Recafredo, ma invocarono anche un concilio dei vescovi per fermare il movimento.
Il martirio avrebbe solamente esacerbato gli animi di tutti, cristiani e musulmani. Tuttavia, a sostegno delle loro azioni, alcuni martiri citarono le parole di Cristo, che aveva promesso di ripudiare davanti al Padre coloro che avessero rifiutato di testimoniarlo davanti agli uomini, ed Eulogio fu pronto a ricordare la longevità di coloro che avevano attivamente ricercato il martirio nella loro testimonianza cristiana.
Il primo martire nell’850, Perfetto, fu ucciso quasi per caso. Egli era un sacerdote della basilica di S. Acisclo, centro della cultura cristiana, che conosceva bene l’arabo. Accusato di aver definito Maometto un falso profeta, inizialmente negò l’accusa per paura della morte, ma, una volta imprigionato, ritrovò il coraggio e venne quindi decapitato il 18 aprile 850.
Poche settimane dopo fu la volta di Isacco (3 giu.), un cristiano di nobili origini, che conosceva così bene l’arabo da ricoprire uno dei posti più alti nell’amministrazione. Egli aveva abbandonato tutto ed era entrato nel monastero di Tabanos, ritornando dopo tre anni per affrontare i suoi ex colleghi. Venne condannato per aver proclamato impostore il Profeta e quindi decapitato; il suo corpo, appeso per i piedi, fu esposto per diversi giorni e poi bruciato, le sue ceneri furono gettate nel Guadalquivir, in modo che non rimanesse nemmeno la più piccola reliquia. Eulogio non riporta altri nomi, ma lascia intendere che altri cristiani morirono con Isacco. Viene citato solo un giovane chiamato Sancho, ex prigioniero e poi volontario nell’esercito regale, che venne impalato due giorni dopo.
Il trattamento crudele non oscurò l’esempio di Isacco e il desiderio di donarsi al martirio acquistò nuova forza: il lunedì seguente alla sua esecuzione altre sei persone furono uccise. Pietro, sacerdote, e Wallabonso, diacono, si trovavano a Cordova per proseguire i loro studi, ed entrambi si occupavano delle suore di Cuteclara. Sabinia- no e Wistremondo erano del monastero di S. Zoilo: il primo era un vecchio monaco, l’altro un novizio che «corse verso il martirio», come dice Eulogio. Abentio era un anacoreta del monastero di S. Cristoforo, e viveva una vita di grandi penitenze, Geremia, ormai anziano, era il fondatore del monastero di Tabanos. Tutti dichiararono la loro solidarietà con Isacco e Sancho e ripeterono la denuncia del Profeta. Geremia fu picchiato quasi a morte, e tutti vennero decapitati (8 giu.); i loro corpi furono esposti per alcuni giorni, poi bruciati e le loro ceneri gettate nel Guadalquivir.
Il diacono Sisenando seguì il loro esempio il 16 luglio: il suo corpo fu seppellito nella chiesa di S. Acisclo. Paolo il diacono, giovane caritatevole e di bella presenza, aveva studiato nella scuola di S. Zoilo. Accusò i musulmani di perseguire una saggezza vuota e definì il loro Profeta un pazzo, confessando che Cristo era il vero Dio. Fu incarcerato in una cella con un prete di nome Tiberino, che si trovava lì da vent'anni. Paolo venne martirizzato il 20 luglio, e pochi giorni dopo Tiberino venne liberato. Il corpo di Paolo venne lasciato fuori dalle mura del palazzo, poi, insieme a quello del monaco Teodomiro, martirizzato il 25 luglio, fu seppellito nel santuario di S. Zoilo.
Flora, sua sorella, e suo fratello erano figli di un matrimonio misto: il padre, musulmano, era morto e il ragazzo, musulmano per legge, era diventato capofamiglia. La madre, cristiana, aveva educato Flora e sua sorella nella fede cattolica. Tradite dal fratello, Flora e la sorella fuggirono presso famiglie cristiane fidate. Il fratello diede inizio a una persecuzione contro cristiani sospettati di nasconderle: molti sacerdoti vennero imprigionati e i conventi presi di mira. Flora tornò a casa e dichiarò di essere pronta ad affrontare la morte: il fratello la condusse dal cadi ed ella confessò la sua fede, dichiarando di non essere colpevole di apostasia perché era stata cristiana fin dall'infanzia e aveva poi fatto voto di rimanere vergine per amore di Cristo. Il cadi la fece frustare severamente e ordinò che fosse tenuta rinchiusa nella sua casa natale, da dove riuscì a scappare con la sorella, rimanendo poi nascosta per sei anni, fino a comparire nuovamente davanti al cadi.
Maria, figlia di madre araba convertita e di padre cristiano, il cui fratello Wallabonso era morto martire, era diventata suora nel monastero di Cuteclara. Informata da una sorella che Wallabonso le era apparso e le aveva chiesto di dire alla sorella di smetterla di rattristarsi perché presto si sarebbero ritrovati nella gioia del paradiso, Maria si preparò a consegnarsi al cadi. Si recò in chiesa per chiedere forza e là incontrò Flora, che si stava preparando a compiere il medesimo passo. Il cadi fu allo stesso tempo rattristato e stupito dallo spirito di quelle due donne e le rinchiuse in una cella insieme a delle prostitute.
Se Isacco è considerato il precursore e la guida dei martiri, Flora e Maria sono la loro gloria. Anche Eulogio fu messo in prigione nell’ottobre o nel novembre 851 insieme a Saul, vescovo di Cordova e a diversi preti e abati catturati dopo la fuga di Flora. Dalla prigione Eulogio scrisse una lunga lettera, conosciuta come il Documentimi Martyrii, alle due donne prigioniere, esortandole a rimanere fedeli. E uno scritto nobile e nello stesso tempo appassionato e sobrio, nel quale Eulogio interpreta i testi del Vangelo e delle Lettere di S. Paolo che parlano della fedeltà a Cristo; può essere paragonata alla Exortatio ad martyres di S. Cipriano.
Essendovi la possibilità che qualcuno abusasse delle due donne, Eulogio riportò per loro la frase di S. Agostino che la verginità è una caratteristica dell’anima che non può mai venire distrutta se non vi è un consenso interiore alla sua violazione. La lettera ci rivela lo zelo appassionato di questo apostolo del martirio, frammisto alla tenera ammirazione che provava per Flora. Le donne furono portate nuovamente davanti al cadi ma, poiché non erano disposte a cambiare idea, furono condannate a morte. Il corpo di Maria fu portato a Cuteclara, quello di Flora non fu mai ritrovato, anche se entrambe le teste sono conservate nella basilica di S. Acisclo.
Nel gennaio 852 Gumersindo, prete, e Servus Dei, monaco eremita, confessarono la loro fede e furono martirizzati il giorno 13.
Aurelio, figlio di padre musulmano e di madre cristiana, era rimasto un fedele cristiano. Sposò Sabigotho, figlia di un parente musulmano diventato cristiano quando la madre, rimasta vedova, aveva sposato un cristiano. I due professavano la fede in segreto per evitare l’accusa di apostasia. Un parente di Aurelio, di nome Felice, che aveva ceduto ai musulmani ma poi si era pentito, sposò Liliosa, figlia di cristiani. Il matrimonio fu molto felice, e anche loro praticavano la fede segretamente.
Un giorno Aurelio si trovava in piazza quando il mercante Giovanni venne esposto pubblicamente: egli era stato arrestato per aver giurato su Maometto, un espediente che pensava utile per il commercio con gli arabi. Poiché il reato di ingiuria non era sufficiente per una condanna a morte, fu battuto a sangue e umiliato pubblicamente. Aurelio fu colpito dal coraggio di quell’uomo e decise di convertirsi. Da quel momento lui e Sabigotho si dimostrarono apertamente cristiani e si prepararono al martirio.
raccogliere fondi per il convento, arrivò in Spagna, al monastero di Tabanos, dove incontrò Sabigotho che lo accolse esclamando: «Questo monaco è destinato a condividere il nostro stesso destino!». Alcune donne attirarono deliberatamente l’attenzione recandosi in chiesa senza velo, e un informatore fece rapporto al cadi\ furono mandati soldati a casa di Aurelio, dove la comunità era riunita e ordinarono ai cristiani di farsi avanti.
Giorgio non venne subito catturato, ma affrontò i soldati e venne colpito duramente. Anche se ferito seguì gli altri in tribunale, dove tutti e quattro rifiutarono di rinnegare Cristo. Fu loro offerto del denaro in cambio della conversione, ma essi continuarono a rifiutare e furono condannati a morte. Giorgio temette di essere nuovamente escluso, infatti non era stato udito dire parole di disprezzo per Maometto in prima persona, così rimediò alla mancanza e potè unirsi agli altri. Tutti e cinque morirono il 27 agosto 852.
Il monaco Cristoforo era un discepolo di Eulogio entrato nel monastero di S. Martino. Infiammato dal coraggio dei martiri che lo avevano preceduto, annunciò davanti a un cadi la buona novella di Cristo, minacciando per i musulmani le pene dell’inferno se non si fossero convertiti. Il cadi ordinò che venisse preso e messo in catene. Un altro monaco, Leovigildo, del monastero dei SS. Giusto e Pastore, si recò a Cordova per offrire la sua vita. Subito andò a chiedere a Eulogio che pregasse per lui, poi si presentò al cospetto del cadi, che lo fece battere, mettere in catene e portare in cella, dove incontrò Cristoforo. Furono entrambi decapitati 1’11 settembre 852; i resti dei loro corpi dati alle fiamme sono conservati nella basilica di S. Zoilo.
Emilia e Geremia erano due fratelli che avevano frequentato la scuola della basilica di S. Cipriano. Uno era diacono, l’altra una semplice fedele, ed entrambi parlavano arabo. Quando furono al cospetto del cadi, Emilia parlò a lungo contro il Profeta, fatto che scatenò ancora di più la rabbia dei loro avversari.
I due vennero decapitati il 15 settembre 852 e i loro corpi vennero esposti sulla riva del fiume. Mentre erano ancora in prigione, furono raggiunti da Roglelio, un vecchio monaco, e Servio Deo, un orientale che si era stabilito a Cordova. I due si erano promessi di non abbandonarsi mai, fino a che non avessero offerto i loro corpi al martirio. Mischiati tra la folla, erano entrati in una moschea e avevano iniziato a predicare il Vangelo provocando dure reazioni tra la folla che li avrebbe lapidati se il cadi, che era presente, non fosse intervenuto ordinando di incatenarli e di portarli in prigione. Furono condannati in un primo tempo allo squartamento, poi alla decapitazione, che avvenne il 16 settembre 852.
La ricerca volontaria della morte messa in atto da una minoranza, secondo alcuni di entrambe le parti, fanatica, isterica e suicida lasciò contrariati cristiani e musulmani. La risposta degli arabi fu di aumentare le pene e di fare pressione sui vescovi, che il re aveva convocato in concilio, perché condannassero i martiri e proibissero di ricercare la morte denunciando il Profeta. Eulogio si trovò nel centro della controversia, dal momento che era considerato il primo responsabile del movimento. I vescovi scrissero una formula per soddisfare le richieste del governo, anche se non condannarono apertamente il movimento. In seguito il re Abd al-Rahman II morì e, nel settembre o ottobre 852, gli succedette il più severo Muhammed I. Subito licenziò tutti i cristiani che detenevano cariche amministrative a corte e mise in atto una serie di decreti con lo scopo di piegarne la volontà. Le chiese che erano state costruite o restaurate durante i trecento anni precedenti furono distrutte (e nel frattempo si procedette con l’ampliamento della moschea di Cordova), le tasse sulla popolazione cristiana vennero aumentate e le pensioni militari vennero sospese. Come conseguenza alcuni cristiani abiurarono.
Fandila, studente di Cordova che era entrato nel monastero di Ta- banos, si presentò spontaneamente al cadi, annunciando il Vangelo e denunciando il Profeta. Venne decapitato il 13 giugno 853. Il giorno seguente anche il prete Anastasio e il monaco Felice vennero uccisi. Erano appena morti quando Digna, suora di Tabanos, comparve davanti al cadi per chiedere ragione dell’uccisione brutale del fratello. «E forse», chiese, «perché adoriamo Dio e serviamo con fede la Trinità, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo e non accettiamo nulla di contrario a questa dottrina?» Il cadi si infuriò talmente che non le concesse nemmeno il normale periodo di riflessione in cella: venne decapitata immediatamente. Benilde, una donna di mezza età, fu uccisa il giorno seguente.
Colomba, anch’essa suora a Tabanos, a cui era stato dato il permesso di condurre una vita da eremita, continuata anche al mona stero di S. Cipriano dopo la distruzione di Tabanos da parte degli arabi, uscì dalla sua cella e chiese dove si trovasse la casa del cadi. Egli la ricevette con grande calma e con uguale calma ella gli espose la sua fede, tanto che il cadi fu conquistato dalla sua gentilezza e non riuscì a risolversi a condannarla.
La fece invece portare a palazzo dove fu ascoltata da un consiglio di satrapi che la condannarono a morte. Eesecuzione avvenne il 17 settembre 853. Il suo corpo fu ritrovato e posto nella chiesa di S. Eulalia. La notizia del suo martirio arrivò a una suora di nome Pomposa, che pure aspirava al martirio. I suoi genitori, venutolo a sapere, si preoccuparono di tenerla sempre sotto controllo, ma quella notte il fratello dimenticò il portone principale aperto ed essa fuggì. All’alba entrò in città e si recò dal cadi per confessare la sua fede e ripudiare il Profeta. Venne decapitata il 19 settembre; il suo corpo, ritrovato venti giorni dopo circa, venne seppellito ai piedi di Colomba.
Dieci mesi più tardi Abbondio, prete, fu arrestato. Interpretando il fatto come una chiamata al martirio, soffrì con coraggio e il suo martirio, avvenuto nel luglio dell’854, fu seguito da quello di Amatore, Pietro, Luigi e, probabilmente nell’855, da quello dell’anziano Witesindo (15 mag.), un apostata pentito. Un altro prete anziano, Elia del Portogallo, patì con due altri giovani monaci, Paolo e Isidoro, il 17 aprile 856. Argimiro, ufficiale nell’amministrazione musulmana che si era ritirato in un monastero, fu convocato per rispondere a un’accusa di mancanza di rispetto al Profeta, mossagli probabilmente da qualcuno che covava rancore nei suoi confronti. Morì il 28 giugno 856.
Aurea, di famiglia musulmana e con amicizie troppo altolocate per poter essere perseguitata, era suora a Cuteclara da oltre trent’anni quando dei membri della sua famiglia di Siviglia la denunciarono al cadi, con cui era imparentata. Egli le promise grandi onori se avesse ripudiato la sua fede ma, in caso contrario, la tortura e la morte. Aurea abiurò e fu lasciata libera, tornò al convento e, ben lontana dal praticare l’abiura, si rafforzò nella fede rimpiangendo la sua debolezza. Ancora una volta venne denunciata al cadi, che esplose di rabbia per il tradimento e la fece rinchiudere e decapitare per decreto dell’emiro il 19 luglio 856. Il suo corpo venne esposto e gettato nel fiume, da dove non venne mai recuperato.
Vi erano tre fratelli che vivevano nella provincia di Cabra; uno era cristiano, uno musulmano e il terzo si chiamava Roderico ed era sacerdote cristiano. Una notte i primi due iniziarono a litigare a causa delle rispettive religioni, Roderico intervenne, ma fu colpito e perse i sensi. Il fratello musulmano lo caricò su una barella e lo trasportò per le strade, dichiarando che il fratello prete desiderava che tutti sapessero che prima di morire aveva rinunciato alla sua fede e si era convertito all’islam. Roderico riprese i sensi e si infuriò quando venne a sapere quello che era accaduto.
Si ritirò sulle colline fuori Cordova e visse là per cinque anni. All’inizio dell’857 ritornò nella città indossando la tonaca da prete e fu subito riconosciuto dal fratello musulmano che lo condusse dal cadi. Messo in prigione, fece amicizia con Salomone, un apostata pentito. Venuto a sapere della loro amicizia, il cadi ordinò che fossero separati e in seguito cercò di persuaderli ad abiurare promettendo loro dei privilegi, ma non vi riuscì e li condannò a morte il 13 marzo 857.
Come al solito venne fatto tutto il possibile per non lasciare alcuna traccia dei corpi, ma questi furono ritrovati e seppelliti con grande gioia della comunità cristiana.
L’emiro Muhammed, nonostante le numerose minacce esterne verso il suo impero, non cessò mai di combattere i cristiani. Nell’858, però, tutto era tranquillo: Eulogio e Alvaro avevano accettato di non incoraggiare il martirio volontario ed Eulogio era stato eletto vescovo di Toledo (ma non avrebbe mai occupato il posto). Gli Acta di Roderico furono gli ultimi che scrisse e vennero incorporati nell’ultima sua opera apologetica, Liber apologeticiìs martyrum. Alvaro completò la storia dei martiri di Cordova con i racconti del martirio di Eulogio e di Lucrezia.
Lucrezia era la figlia di musulmani di nobile e ricca famiglia. Aveva una parente cristiana, che l’aveva istruita nella fede e battezzata. La sua famiglia tentò in tutti i modi di riportarla alle origini islamiche. Non potendo fuggire da casa, mandò un messaggio a Eulogio descrivendogli le sue sofferenze ed egli le consigliò di cercare un’occasione per fuggire, occasione che le si presentò durante un matrimonio di un parente a cui partecipò: quando i genitori videro che non tornava, iniziarono a cercarla dappertutto.
Eulogio la fece fuggire di notte aiutandola a passare da un nascondiglio all’altro. Una notte Lucrezia tornò a casa per parlare con la sorella Anulona. Trascorse la notte in preghiera e aspettò al mattino che Eulogio venisse a riprenderla. Egli arrivò troppo tardi per poter attraversare la città e decisero che lei rimanesse nascosta nella casa fino a sera. Poco dopo, però, l’abitazione fu circondata dalla polizia e i due catturati.
Il cadi chiese a Eulogio il motivo per cui aveva dato alloggio alla ragazza, ed egli rispose che era suo compito aiutare chiunque richiedesse di venire istruito nella fede, e che era pronto a farlo anche per il cadi stesso, se lo avesse desiderato. Fu dato ordine che venisse frustato ma egli si rifiutò di accettare una punizione così degradante: «Pensi di poter straziare il mio corpo con la frusta? Se hai intenzione di farmi rendere l’anima a Dio, faresti meglio ad affilare la spada. Sono cristiano, e lo sono sempre stato. Credo che Cristo, figlio di Maria è il vero figlio di Dio». Eulogio fu mandato a palazzo, dove fu organizzato in fretta un tribunale di ufficiali di corte. Uno di questi, costernato nel vedere un uomo così buono e importante in pericolo di vita, tentò di persuaderlo ad abiurare, promettendogli che lo avrebbe tratto in salvo. Eulogio ringraziando respinse l’offerta: «Se solo tu sapessi che cosa mi attende!». Fece un’ulteriore confessione di fede prima di essere condannato a morte. Mentre lo portavano via uno degli eunuchi lo colpì sulla guancia, Eulogio gli offrì anche l’altra, ma fu spinto fuori dalle guardie. Arrivato al luogo dell’esecuzione egli si inginocchiò, aprì le braccia, si fece un ampio segno di croce, pregò in silenzio e offrì il collo alla spada. Era 1’11 marzo 859.
Quattro giorni dopo, rifiutando le allettanti proposte che le erano state fatte in cambio dell’abiura, Lucrezia, salda nella fede, fu decapitata e il suo corpo gettato nel Guadalquivir, dove non andò a fondo ma rimase ben visibile. I cristiani seppellirono S. Eulogio nella basilica di S. Zoilo e Lucrezia in quella di S. Genesio. Nel 1305 i loro resti furono traslati nella cattedrale di Oviedo.
Sant' Eulogio di Cordoba nacque il 822
Sant' Eulogio di Cordoba nacque a Cordova, Spagna
Sant' Eulogio di Cordoba morì il 11/03/0859
Sant' Eulogio di Cordoba si festeggia il 11 marzo