Nome
San Luigi Orione
Nome di battesimo
Luigi Orione
Titolo
Sacerdote e fondatore
Nascita
23/06/1872 - Pontecurone
Morte
12/03/1940 - Sanremo
Ricorrenza
Radio Rai
In breve

San Luigi Orione, nato a Pontecurone, Alessandria, il 23 giugno 1872 e morto il 12 marzo 1940, è stato un sacerdote cattolico italiano, fondatore della congregazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza. La sua opera è stata caratterizzata da un forte impegno sociale, volto ad aiutare i poveri e gli emarginati. Un aspetto interessante della sua vita è stato il ruolo che ha giocato durante il terremoto di Messina del 1908. Orione organizzò un soccorso immediato per le vittime della catastrofe, non solo offrendo assistenza materiale ma anche conforto spirituale. Questo evento è stato uno dei tanti in cui il suo impegno per l'assistenza ai bisognosi si è concretizzato in azioni dirette. San Luigi Orione è stato canonizzato da Papa Giovanni Paolo II il 16 maggio 2004. La sua festa liturgica si celebra il 12 marzo, giorno della sua morte.

Il fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza per l’educazionel’assistenza dei ragazzi poveri disse un giorno a un ragazzo che si chiamava Ignazio Silone che voleva vivere «come un autentico asino di Dio»

Luigi Orione è l’ultimo in ordine di tempo fra i santi e beati piemontesi che da don Bosco al Cafasso, da Faà di Bruno al Murialdo seppero testimoniare la carità cristiana nella nuova società industriale. Ma mentre i suoi predecessori operarono prevalentemente nella loro regione, don Orione giunse fin nell’America del Sud.

Era nato il 23 giugno 1872 a Pontecurone, un paesino piemontese nei pressi di Tortona e a pochi passi dalla Lombardia. I suoi genitori erano custodi della principesca villa del ministro Urbano Rattazzi che li alloggiava in una casetta. Il padre era spesso in giro per il circondario dove faceva il selciatore di strade. La madre si occupava della casa e dei quattro figli, ma quando aveva un po’ di tempo libero si recava nei campi a raccogliere legna da ardere e fascetti di erbe lungo i fossi che poi rivendeva a sera ai contadini che ne avevano bisogno per le bestie.

A scuola Luigi non rimase a lungo; al secondo anno delle elementari, lasciò lo studio per andare a lavorare con il padre: aveva dieci anni, e due braccia in più in famiglia erano preziose per tirare avanti. Quel lavoro di selciatore durò tre anni. Nel frattempo il ragazzino cominciava a sentirsi attirato da un’altra vita: si confidò con don Francesco Milanese, viceparroco di Pontecurone, che riuscì a farlo accogliere tra i Francescani Riformati di Voghera come terziario: era il 4 aprile 1885. Ma l’anno seguente, quando ormai mancavano pochi giorni per ricevere l’abito dei probandi, si ammalò gravemente di polmonite. Si salvò per miracolo, ma il medico non gli pronosticava più di un anno di vita; sicché i Francescani preferirono congedarlo non ritenendolo sufficientemente robusto per sopportare i rigori della loro Regola.

Fu una terribile delusione per Luigi; che tuttavia non si scoraggiò e qualche mese dopo, il 4 ottobre 1886, riuscì ad entrare nell’Oratorio salesiano di Valdocco, a Torino, dove ebbe la fortuna di conoscere don Bosco. «Se non ci fosse stato per me don Bosco,» disse più tardi «né io sarei quel che sono né voi, figli miei, sareste qui.» Imparò a conoscere la sua pedagogia, quello straordinario prodigarsi per i giovani che diventerà l’impegno più rilevante della sua missione. Un altro punto di riferimento divenne la Piccola Casa del Cottolengo che si trovava nello stesso quartiere di Valdocco. Maturava così la vocazione di Luigi che qualche anno più tardi avrebbe riassunto in questo proposito: «Cercherò di impastarmi di carità di dentro e di fuori e di annichilirmi per la salute dei fratelli e per tirare all’amore di Dio e della Chiesa le anime e il popolo».

Ma quel programma non l’avrebbe attuato fra i Salesiani. Dopo tre anni di studi ginnasiali, invece di chiedere, come tutti si aspettavano, di entrare nel noviziato, decise di lasciare l’Oratorio: era il 16 agosto 1889. Sentiva che la sua strada sarebbe stata un’altra: quale, gliela avrebbe indicata la Provvidenza.

Il padre era perplesso. Ormai Luigi aveva diciassette anni e doveva decidersi a imboccare una strada precisa. Si mettesse allora a lavorare... Fortunatamente il periodo di crisi durò soltanto pochi mesi: il 16 ottobre il giovane entrava nel seminario di Tortona.

Terminato il primo anno, Luigi chiese al rettore di restarvi anche nei mesi estivi durante i quali dava una mano al sacrestano del Duomo, sostituendo gli inservienti che erano in vacanza. Ma non si limitava a quel servizio: visitava ospedali e carceri. «Allora volli imparare a suonare il mandolino» raccontò «e mi recavo sotto le finestre delle carceri a suonare, affinché i poveri condannati si rallegrassero e fossero distolti dai cattivi pensieri che poteva suggerire loro la penosa solitudine. Fui trattato per questo da matto e accusato al vescovo, il quale mi chiamò a sé, ma non mi proibì di andare a suonare.»

Terminato il secondo anno, Luigi si trovò in difficoltà perché il padre, che si era ammalato, non era più in grado di pagargli la retta, pur modesta, del seminario. Ma il rettore, che lo stimava molto, riuscì a farlo nominare terzo «custode in Duomo», cioè uno dei seminaristi che per spirito di pietà, applicazione agli studi e attitudini al servizio, potevano aiutare in cattedrale e seguire nello stesso tempo, come esterni, le lezioni in seminario. Sicché Luigi andò ad abitare in una cameretta che si trovava sul voltone del Duomo. Ma non si accontentava dello studio e del servizio in chiesa. «Coraggio: la carità!» scriveva in una paginetta. «Tutto, senza che una mano sappia quello che fa l’altra. Va’ nei Paolotti; da’ ogni modo per appartenervi. Abbraccia e bacia e servi gli ammalati... Fa’ di allevare tre o quattro giovani che sai, e conducili sempre con te, e falli santi. Fa’ su giovani; da’ loro qualche cosa di buono, non sgridarli mai; sempre ridente con essi, attraili, affascinali; da’ loro qualche libro...»

Un giorno trovò in Duomo un ragazzo piangente: era fuggito dalla lezione di catechismo perché era stato maltrattato dal chierico; e non voleva più andare a lezione. Fu quello il primo di una serie di ragazzi che Luigi cominciò a catechizzare nella sua cameretta. Li portava anche a far qualche passeggiata fino al Castello: e spesso si fermavano a pregare alla chiesetta del Santo Crocefisso che si trovava sulla strada. In poco tempo diventarono alcune centinaia creando problemi di convivenza con i canonici del Duomo. Il vescovo Igino Bandi, che stimava molto quel chierico tanto attivo, diede loro la chiesa del Crocefisso perché potessero radunarsi tranquillamente e mise addirittura a loro disposizione il giardino dell’episcopio per giocare. Era il 3 luglio 1892: nasceva l’Oratorio festivo di San Luigi Gonzaga grazie a un chierico che aveva appena compiuto vent’anni.

L’intraprendenza di Orione non piaceva ai massoni locali che, esercitando discrete ma energiche pressioni, ottennero dal vescovo la chiusura dell’Oratorio. Fu un grave colpo per Luigi che alla sera, rientrando in camera, si sfogò con un lettera alla Madonna, poi si affacciò alla finestrella che guardava la statua della Vergine nel cortile. A poco a poco si assopì: e mentre dormiva vide un manto celeste che si stendeva su una moltitudine di fanciulli e sull’Oratorio chiuso. Era il manto della Vergine che da un albero altissimo proteggeva, con il Bimbo in braccio, tutti quei ragazzi. Poi il manto cominciò ad allargarsi mentre sparivano la Madonna e l’albero. «Ed ecco apparire chiare, sotto il manto, tante, tante teste, tutte di ragazzi, che giocavano e si divertivano. Erano ragazzi di diversi colori: di color bianco, di color nero, di colore come il rame, che andavano perdendosi nell’immenso della pianura, e il loro numero s’andava straordinariamente moltiplicando... E fra essi vidi molti dell’Oratorio e altri in numero incalcolabile, che io non conoscevo; e si moltiplicavano; fino a sembrare tutto un formicolare: ragazzi, chierici, sacerdoti, suore...» Luigi, svegliandosi, capì che nulla era perduto.

Pochi mesi dopo, nell’ottobre del 1893, il vescovo aveva fondato un bel seminario minore. Le domande di iscrizione si erano moltiplicate, ma non tutti i candidati potevano pagare la retta mensile. Luigi Orione, trovata una casetta e i primi denari per affittarla, ottenne dal vescovo il permesso di aprire un collegio per i ragazzi poveri. I più piccoli andavano alle scuole pubbliche elementari, gli altri, riuniti in una classe unica, ricevevano lezione in casa dagli stessi seminaristi assistenti.

Orione insegnava italiano, storia e geografia. Quando, durante le lezioni, parlava dell’Italia s’infiammava. Pur fedele al papa e polemico con massoni e laicisti, sentiva profondamente i suoi legami con la patria, tant’è vero che più tardi scrisse a proposito della sua Congregazione: «Non vuole essere seconda a nessuna nel consumarsi di amore a servigio della Chiesa, della patria e del popolo». E raccontava: «La prima volta che mi presentai all’onorevole Parini dissi franco che sono “papista” dalle unghie dei piedi fino alla punta dei capelli; ma che nello stesso tempo sentivo di avere il sangue italiano al cento per cento. E dissi: sono figlio di padre che si batté nelle guerre di indipendenza; non sono diventato patriota da che Mussolini è al potere, ma lo ero prima che egli nascesse». Alle materie essenziali volle aggiunta la musica insegnata dal maestro Giuseppe Perosi, padre del celebre don Lorenzo, che venne pure lui a dare una mano. Era la prima di una serie di case che arrivarono, in Italia, fino a Noto in Sicilia, dove i Figli della Divina Provvidenza – così ormai si facevano chiamare prima di diventare Congregazione – vennero invitati nel 1898 dal vescovo per aprire un convitto.

Ma Orione, che fin dal 1895 era stato consacrato sacerdote, già aveva creato le prime colonie agricole per indirizzare i giovani non portati allo studio verso la coltivazione dei campi: era un metodo pedagogico che favoriva il recupero di ragazzi difficili. Da quegli anni moltiplicò nuove iniziative secondo le circostanze e le sollecitazioni, ma dedicando molti istituti alla educazione dei più poveri e derelitti. In Sicilia la visita agli eremiti del santuario di San Corrado, nella Val di Noto, gli suggerì la creazione di comunità di eremiti, di cui la prima fu costituita nel 1900 nell’antica abbazia di Sant’Alberto di Butrio, in provincia di Pavia.

Dopo aver finalmente ottenuto dal suo vescovo, nel 1903, l’approvazione canonica dell’Opera della Divina Provvidenza, che diventava così Congregazione, don Orione si trasferì a Roma per un anno, nella colonia agricola di Santa Maria a Monte Mario. Era salito al soglio pontificio san Pio X che don Orione aveva già conosciuto a Venezia, quando papa Sarto ne era patriarca. Fu proprio in quel periodo che nacque il profondo legame fra il prete piemontese e Pio X: il quale gli suggerì di aggiungere al titolo della sua famiglia religiosa l’aggettivo «piccola»; e dopo avere affidato agli Orionini l’ufficiatura di Sant’Anna dei Palafrenieri, la parrocchia del Vaticano, gli chiese nel 1906 di andare a evangelizzare quella che chiamava la «Patagonia», il quartiere fuori di porta San Giovanni, allora un suburbio di osterie e di casupole. Oggi in quel luogo vi è, oltre alla direzione generale della Congregazione, l’istituto San Filippo Neri per le scuole elementari, medie e superiori, una grande sala teatrale e la parrocchia di Ognissanti, mentre nel largo Don Orione campeggia una grande statua bronzea dello scultore Giaroli, inaugurata nel 1989: vi appare il santo che con una mano sul cuore e il cappello nell’altra sembra affrettarsi verso uno dei tanti suoi impegni. Ma la statua che meglio esprime la sua vocazione è sulla piazza principale del suo paese, a Pontecurone: vestito da sacerdote, abbraccia due ragazzi che gli chiedono aiuto, in un atteggiamento che esprime figurativamente il suo metodo educativo che sin da allora veniva chiamato «cristiano paterno», fatto di amorevolezza, di vicinanza cordiale tra educatori e allievi, di sincerità, di condivisione totale, sulla scia della pedagogia salesiana di don Bosco.

Sulla figura di don Orione Ignazio Silone ci ha lasciato una testimonianza in Uscita di sicurezza,dedicandogli un capitolo, «Incontro con uno strano prete», che è forse il più bell’omaggio letterario scritto finora su di lui. Silone lo aveva intravisto la prima volta dopo il terremoto di Avezzano del 13 gennaio 1915 che rase al suolo la Marsica e la Piana del Fucino. Non era la prima volta che il prete piemontese si recava a soccorrere i terremotati: già l’aveva fatto a Messina nel 1908, trasportando a spalle morti e feriti, distribuendo viveri e soccorsi, ma soprattutto raccogliendo gli orfani e sistemandoli poi in vari istituti, fra cui quelli della sua Congregazione. E a Messina, per volontà del papa, era rimasto come vicario generale della diocesi subendo angherie e maldicenze di laici e religiosi fino a quando, nel 1912, aveva chiesto il permesso di rassegnare le dimissioni.

Una mattina del 1915 Ignazio Silone vide un piccolo prete sporco e malandato e con la barba di una decina di giorni aggirarsi tra le macerie, attorniato da una schiera di bambini rimasti senza genitori. Cercava disperatamente un mezzo di trasporto per trasferirli a Roma. In quel momento arrivò il re col suo seguito. Appena gli illustri personaggi furono scesi dalle automobili, don Orione cominciò a caricare i bambini su una di esse. Com’era prevedibile, i carabinieri vi si opposero e, poiché il prete insisteva, ne nacque una colluttazione che attirò l’attenzione del re. Allora il prete si fece avanti e col cappello in mano chiese a Vittorio Emanuele di lasciargli per qualche ora una macchina per quei piccoli. E la ottenne.

L’anno seguente Ignazio Silone, che aveva perduto i genitori durante il terremoto, fu cacciato da un collegio religioso di Roma, dove stava finendo gli studi ginnasiali, perché aveva tentato la fuga. La nonna, sua tutrice, riuscì a farlo accogliere in un istituto orionino di San Remo, dove lo avrebbe condotto don Luigi in persona. Lo scrittore abruzzese ha raccontato quel memorabile viaggio che era cominciato con una sua provocazione. Alla stazione aveva incontrato un pretino che non assomigliava a quell’Orione barbuto che aveva visto in Abruzzo, sicché aveva immaginato che lo avesse sostituito. «Ne rimasi un poco deluso e al malcapitato sostituto manifestai subito il mio dispetto lasciando che si caricasse le mie valigie e fagotti, senza muovere un dito per aiutarlo.» Prima che il treno partisse, il prete gli domandò se avesse qualcosa da leggere e alla risposta negativa si offrì di comprargli un giornale. «“L’Avanti!” gli risposi in tono secco e palesemente provocatorio. Devo dire che allora conoscevo quel giornale solo di fama, come un foglio nemico della Chiesa, della tradizione e dell’ordine. Era dunque difficile immaginare una richiesta più impertinente da parte di un collegiale. Senza scomporsi, il prete scese dal treno e poco dopo riapparve, e mi porse il giornale. Ne fui stupito e anche un po’ mortificato perché m’accorsi che, malgrado l’apparenza, egli non era affatto banale e meritava maggior rispetto. “Perché” gli chiesi “don Orione non è venuto?” La mia osservazione lo sorprese. “Sono io don Orione” egli mi disse. “Scusami se non mi sono presentato.”»

Silone, quasi balbettando, gli chiese scusa per avergli lasciato portare le valigie e anche per la presunzione. Don Orione sorrise e gli confidò la felicità di portare qualche volta le valigie per ragazzi impertinenti come lui. «“Portare le valigie come un asinello” disse esattamente. E mi confessò: “La mia vera vocazione è un segreto che voglio rivelarti, sarebbe poter vivere come un autentico asino di Dio, come un autentico asino della Provvidenza.” Allora gli confidai che l’asino era la bestia che di gran lunga preferivo. “Non i ridicoli asinelli dei giardini.pubblici” gli spiegai “ma i veri asini, quelli dei cafoni. Fra l’altro” aggiunsi “li trovo molto intelligenti. Sembrano apatici perché sono antichissimi, ma sanno tutto.”»

Fu una notte di discussioni, come fra vecchi amici. «Ciò che di lui, nel ricordo, mi è rimasto impresso» scrive in Uscita di sicurezza «era la pacata tenerezza dello sguardo. La luce dei suoi occhi aveva la bontà e la chiaroveggenza che si ritrova talvolta in certe vecchie contadine, in certe nonne, che nella vita hanno pazientemente sofferto ogni sorta di triboli e perciò sanno o indovinano le pene più segrete. In certi momenti avevo proprio l’impressione ch’egli vedesse in me più distintamente di me; ma non era un’impressione sgradevole... “Ricordati di questo,” mi disse a un certo momento “Dio non è solo in Chiesa. Nell’avvenire non ti mancheranno momenti di disperazione. Anche se ti crederai solo e abbandonato, non lo sarai. Non dimenticarlo.”»

La vitalità e l’intraprendenza di don Orione erano prodigiose, ed egli stesso doveva esserne consapevole se un giorno spiegò ai confratelli che il carattere distintivo della sua Congregazione era la «dinamite della carità». Fondava nel 1915 il ramo femminile della Congregazione, le Piccole Missionarie della Carità e nel 1927 le Figlie della Madonna della Guardia, destinate alla cura dei santuari e alle opere di culto, e le Suore Sacramentine Cieche, destinate alla adorazione eucaristica.

Nel 1915 la contessa Teresa Agazzini gli lasciava morendo la sua casa nel Novarese perché la trasformasse in un asilo di carità per poveri anziani. «Fu appunto quella casa che diede modo al povero prete, già tanto portato verso san Giuseppe Cottolengo,» testimonia lo stesso don Orione scrivendo in terza persona della sua esperienza «di aprire a sé e ai suoi sacerdoti e suore un nuovo campo di apostolato... Avvenne, dunque, che quando meno ci si pensava, quasi senza accorgercene, si aprissero silenziosamente in Domino, una dopo l’altra, le nostre prime, piccole case di carità per quei poveri più infelici, inabili al lavoro, vecchi o malati d’ogni genere, d’ogni sesso, d’ogni credo, e anche senza un credo, che non trovano pane né tetto, ma che sono il rifiuto di tutti, e che il mondo considera come i rottami della società. Dette case non sono nostre, ma di Gesù Cristo: la carità di Gesù Cristo non fa eccezione di persone e non serra porte; alla porta del Piccolo Cottolengo non si domanda a chi viene se sia italiano o straniero, se abbia una fede o se abbia un nome, ma se abbia un dolore!»

Quelle case, che la voce popolare aveva chiamato subito «Piccolo Cottolengo», si sono moltiplicate non soltanto in Italia, da Genova a Milano, da Roma a Seregno a San Remo, ma anche in Polonia e in America. «I nostri Piccoli Cottolengo» scrisse più tardi don Orione «affidati alla Divina Provvidenza e alla carità dei cuori cristiani e generosi, sono sorti dal nulla e vivono di quella fede che è un complesso di prodigi dell’amore divino verso di noi... sono come un umile soffio vivificante di quella carità del Signore che è umile, soave e dolce: che è sempre pronta ad accorrere a tutti i bisogni umani: quella carità che esclude ogni egoismo: che è universale e abbraccia tutti i popoli: che è onnipresente e trionfatrice di tutte le cose: carità che tutto ristora, tutto edifica, tutto unifica in Cristo e nella sua Chiesa.»

La Piccola Opera si estenderà anche nell’America Latina a partire dal 1914 con la fondazione della prima casa in Brasile dove si recherà lo stesso don Orione nel 1921-1922, spostandosi poi in Argentina. Un secondo viaggio lo farà nel 1934 in occasione del Congresso Eucaristico Internazionale di Buenos Aires, restando in quei Paesi per tre anni e organizzando orfanatrofi, Piccoli Cottolengo, colonie agricole, scuole, parrocchie e suscitando conversioni e vocazioni.

Tornato in Italia nel 1937, trascorse gli ultimi tre anni nella casa madre di Tortona in un continuo ribollire di iniziative che lo portavano spesso a Genova e a Milano nonostante che fosse malato di diabete e soggetto a malattie di petto che si intensificarono facendolo soffrire molto. Ma don Orione non perdeva il suo disarmante sorriso di «paziente asinello del Signore». Soleva dire: «Amare tutti in Cristo; servire a Cristo nei poveri; rinnovare in noi Cristo e tutto restaurare in Cristo; salvare sempre, salvare tutti, salvare a costo di ogni sacrificio con passione redentrice e con olocausto redentore». Spiegava che i suoi religiosi dovevano essere i «Gesuiti del popolo», e come i Gesuiti voleva che una parte di loro facesse un voto di speciale obbedienza al papa. Nell’ultimo capitolo generale del 1981 la Congregazione, per rispettare la sua volontà, ha addirittura deciso che da quel momento i Figli di don Orione avrebbero emesso, unitamente agli altri tre, un quarto voto di speciale fedeltà al papa. Don Luigi sentiva questa esigenza in un periodo di accesa propaganda anticristiana fomentata dalla massoneria che aveva ispirato nei decenni precedenti quella persecuzione contro la Chiesa che culminò nelle espropriazioni di conventi e nello scioglimento di molti ordini e congregazioni. Ma nello stesso tempo dimostrava il suo profondo amor di patria. «La nostra Congregazione deve essere preparata» scriveva «ai più ardui cimenti; alla difesa della fede e alla difesa della Chiesa, del papa e anche alla difesa dell’Italia; noi non dobbiamo mai disgiungere i sacri amori della fede e della patria.»

Negli ultimi mesi le sue malattie si accentuarono. Rischiò anche di morire per un attacco cardiaco mentre era in viaggio tra Alessandria e Tortona; un’altra crisi lo colse nel febbraio del 1940. I medici gli consigliarono di trasferirsi in Riviera, a Villa Santa Clotilde di San Remo. E soltanto dopo molte insistenze e rinvii don Orione partì il 9 marzo. Ma era ormai stremato: pochi giorni dopo, alle 22.45 del 12 marzo, che è il giorno della sua festa, moriva.

Oggi il suo corpo è venerato nel santuario della Madonna della Guardia di Tortona, che volle egli stesso costruire in onore della Vergine, di colei che gli aveva predetto in sogno la nascita e lo sviluppo della Piccola Opera. Su don Orione, beatificato il 26 ottobre 1980, ha scritto don Giuseppe De Luca nella «Nuova Antologia» dell’agosto 1940: «... sul suo volto d’umile, nessuna “importanza”, nessuna “maschera” appariva: in più della natura, era una luce, una trasparenza, una forza, una dolcezza, una “grazia” che gli veniva da una vita interiore segretissima, sua, ardente e sovrumana... Anche soltanto a parlarci traluceva da lui una miracolosa vita. Un amore, dentro, lo avvampava, che non doveva dargli sosta un attimo, se talvolta gli dava il tremito insostenibile dell’estasi, la leggerezza sovrana di un tutto-anima, di un tutto-Dio... Questo povero italiano, grezzo, tozzo, rozzo, è stato, in Italia, una delle spere più affocate e splendenti del divino. Molti innamorati di Dio conta l’Italia, dolorosi e fortissimi, amorosi fino alla follia e casti, tempestosi e sereni, spesso poeti e sempre creatori: don Orione è di costoro».