Nome
Sant' Emidio di Ascoli Piceno
Titolo
Vescovo e martire
Nascita
273 - Treviri
Morte
05/08/0309 - Ascoli Piceno
Ricorrenza
Patrono di
Protettore
In breve

Sant' Emidio di Ascoli Piceno, vescovo e martire del IV secolo, è noto come il protettore contro i terremoti. Secondo la tradizione, Emidio nacque in una famiglia pagana di Trebbiano e si convertì al Cristianesimo dopo un pellegrinaggio a Roma. Convertitosi, fu poi ordinato vescovo da Papa Marcello I. Secondo la leggenda, durante un terremoto, Emidio pregò Dio per la cessazione del sisma e, miracolosamente, questo terminò. Per tale motivo è invocato come protettore contro i sismi. Il suo martirio avvenne sotto l'imperatore Diocleziano, noto per la sua politica di persecuzione nei confronti dei cristiani. Emidio fu decapitato e la sua città, Ascoli Piceno, lo venera come santo patrono. Ogni anno, il 5 agosto, si celebra la festa di Sant' Emidio, momento di grande devozione popolare che attira numerosi fedeli nella città marchigiana.

Ogni anno si svolge ad Ascoli Piceno il torneo della Quintana in onore del patrono che, dopo la decapitazione, ebbe la virtù di afferrare il suo capo e di andare a morire in un luogo distante qualche centinaio di metri

Il torneo della Quintana, ad Ascoli Piceno, è l’unica fra le manifestazioni medievali in onore del patrono cittadino, sant’Emidio, che è sopravvissuta, mentre altre, come la corsa dell’agnello o le serenate che si cantavano alla vigilia della festa liturgica, il 5 agosto, sono scomparse. La Quintana è un torneo che consiste nel centrare con una lancia lo scudo imbracciato da un fantoccio che ha le sembianze di un saraceno: mobile su un asse verticale, può colpire il cavaliere con la mazza impugnata dall’altro braccio proteso fuori. Vince fra i cavalieri chi ha accumulato il maggior numero di punti colpendo più degli altri al centro dello scudo.

La Quintana, preceduta da un grandioso corteo storico, non si svolge più il giorno dopo la festa liturgica: è stata spostata alla prima domenica di agosto per evitare che cada in un giorno feriale.

Di sant’Emidio tutto quel che sappiamo risale alla Passio composta intorno all’XI-XII secolo dopo il ritrovamento delle ossa di un santo chiamato Emindius, mai citato nei martirologi storici e il cui nome varia nei documenti medievali da Emigdius a Migdius e a Mindius. Ma la Passio, come è stato dimostrato dal Lanzoni e dal Delehaye, è opera di un falsario che prese il nome di uno dei compagni del santo, Valentino. In realtà l’autore doveva essere un monaco dell’ambiente monastico farfense nel territorio ascolano; e probabilmente un monaco di stirpe gallofranca perché ne conosceva bene la letteratura agiografica e ad essa si richiamava. «Egli avrebbe elaborato e accomodato» scrive Serafino Prete ne La passione di sant’Emidio di Ascoli (Ancona 1972) «alcuni pochi dati fornitigli dalla storia del santo, quando essa nasceva sopra le incipienti manifestazioni di culto, e cucito con le indicazioni topografiche ascolane.» Un’opera piena di incongruenze storiche e gravi stonature che la rendono poco credibile.

La prima redazione della Passio venne poi manipolata da una seconda, opera probabilmente di sacerdoti di Ascoli Piceno, che inserirono nuove «notizie», come ad esempio la nascita a Treviri, perché volevano collegare in qualche modo il santo all’antica città imperiale. E l’ipotesi non sarebbe del tutto infondata se alla rielaborazione del testo non fosse del tutto estraneo, come ipotizza Serafino Prete, l’arcidiacono ascolano Berardo che fu medico e cappellano di Enrico VI nella corte sicula e poi consigliere di Federico II.

Grazie alle successive redazioni della tardiva Passio la figura di sant’ Emidio divenne familiare a tutti i marchigiani. Si narrava che il santo, nato a Treviri in una famiglia pagana, si era istruito nelle arti liberali. A ventitré anni i genitori gli suggerirono di intraprendere la carriera militare e di sposarsi. Ma il giovane imboccò un’altra strada: dopo una discussione con alcuni cristiani decise di abbandonare le dottrine dei filosofi e di diventare catecumeno.

Dopo aver appreso bene la dottrina cristiana Emidio fu battezzato. Continuò a leggere e annotare le Sacre Scritture finché acquisì una tale sapienza da diventare uno dei predicatori più seguiti dalla popolazione.

Un giorno i pagani, irritati per le tante conversioni che stava ottenendo, lo sequestrarono portandolo al tempio di Giove dove egli fece una solenne professione di fede provocando un improvviso terremoto che frantumò l’ara fra lo stupore dei presenti. Tornato nella casa dove viveva con tre compagni, Euplo, Germano e Valentino, sentì in sogno una voce che lo invitava a lasciare la patria per recarsi in Italia.

Con i tre compagni si mise in viaggio e, dopo aver attraversato le Alpi, giunse a Milano dove rimase per tre anni all’oratorio di San Nazario predicando con successo. Poi la persecuzione di Diocleziano lo costrinse a fuggire a Roma dove fu ospitato da un certo Graziano miles, che aveva una figlia paralitica e sofferente da cinque anni di perdite di sangue. Quando Graziano venne a sapere che Emidio e i suoi compagni praticavano anche la medicina, chiese loro aiuto. E il santo promise di guarire la figlia se lei si fosse battezzata. Non soltanto la fanciulla ma tutta la famiglia volle il sacramento ottenendo la sospirata guarigione.

Il mattino seguente il miracolo si ripete per un cieco che alla presenza di una grande folla gli ha chiesto di ridargli la vista. È il trionfo per Emidio al quale si rivolgono addirittura 650 persone per essere battezzate.

I pagani, stupefatti, cominciarono a sospettare che egli fosse il dio Esculapio, anzi una sua incarnazione. Lo pregarono di recarsi al tempio del dio, nell’Isola Tiberina, dove il santo non soltanto guarì 1030 infermi e ossessi ma, spezzata l’ara pagana, gettò il simulacro della divinità nel Tevere.

I sacerdoti pagani, indignati, andarono a protestare dal prefetto il quale li riprese aspramente perché avevano incautamente favorito l’opera di proselitismo di quel cristiano invitandolo nel tempio; e, infuriato, li minacciò addirittura di morte. Allora i sacerdoti, con un improvviso e inaspettato voltafaccia, si rifugiarono presso il santo portando l’acqua per il battesimo perché volevano ricevere subito il sacramento che Emidio fu ben felice di amministrare loro.

La storia ambientata nel tempio di Esculapio nasceva probabilmente da un avvenimento recente, la dedicazione nell’XI secolo della chiesa dell’Isola Tiberina – costruita sull’antico tempio romano di Esculapio – all’apostolo Bartolomeo che, come il dio pagano, aveva il potere di guarire da tanti malanni, tant’è vero che era patrono degli indemoniati, degli ammalati di convulsioni, di emicrania, di paralisi, di varici e di malattie nervose. Sicché l’anonimo scrittore della Passio pensò bene di associare a san Bartolomeo e all’Isola Tiberina il «suo» sant’Emidio considerato un taumaturgo.

La distruzione dell’idolo fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il prefetto ordinò la persecuzione contro i cristiani mentre il santo, convocati i discepoli, li esortava a sostenere coraggiosamente la prova. Successivamente gli apparve un angelo invitandolo a recarsi da papa Marcello: il quale, accolti affettuosamente il coraggioso giovane e i suoi compagni, li invitò a rimanere nella sua casa, dove erano temporaneamente al sicuro. Poi, il mattino seguente, ordinato Emidio vescovo di Ascoli ed Euplo diacono, li inviò nella città dei Piceni.

Durante il viaggio il vescovo giunse «in civitatem Pictavis», che non è mai stata identificata ed è frutto probabilmente di un errore del falsario: al suo arrivo la cittadina fu scossa da un terribile terremoto mentre le statue degli dei gridavano contro Emidio; il quale, dopo aver predicato col permesso delle autorità, riuscì a battezzare in massa tutta la popolazione che, invasa da sacro furore, demolì i templi bruciandone i simulacri.

Finalmente il vescovo entrò ad Ascoli che era ancora pagana. La sua presenza non passò inosservata al governatore Polimio che lo convocò al suo tribunale invitandolo a sacrificare: un invito che non sortì alcun effetto. Emidio poteva essere arrestato ma Polimio, considerando la sua nobiltà e la giovane età, preferì concedergli quattro o cinque giorni per riflettere. Il santo ne approfittò per predicare a un’enorme folla che aumentò straordinariamente quando egli guarì un paralitico col segno della croce, provocando tante conversioni. In quel periodo si radunava con la comunità dei fedeli in una chiesetta fuori della città, sul fianco roccioso di una collina tufacea. Sotto la chiesetta si apriva una spelonca formata da tre caverne, dove sarebbe poi stato sepolto.

Dopo un breve soggiorno in un’altra città picena, nella quale predicò e demolì alcune are, il vescovo tornò ad Ascoli dove lo aspettava Polimio che lo invitò nuovamente a sacrificare promettendogli il favore degli imperatori e addirittura la propria figlia Polisia in moglie. Introdotto negli appartamenti della giovane, che era bella, cortese e colta, Emidio negò di essere Esculapio o un altro dio che avesse preso sembianze umane, come lei immaginava, ma semplicemente un inviato del papa nel Piceno per predicarvi la fede nel Dio unico e vero, creatore e signore dell’universo.

Folgorata dalla rivelazione, Polisia chiese di istruirsi nella fede cristiana e dopo pochi giorni fu battezzata, insieme con altri catecumeni, nelle acque del Tronto. Poi il vescovo, redivivo Mosè, ottenne dal Signore di far scaturire l’acqua da una roccia: miracolosamente sgorgarono acque limpide e abbondanti dove egli battezzò 1060 ascolani. Fonte di sant’Emidio si chiamava nel medioevo quella sorgente, nel borgo Solestà, che fu poi trasformata nel Cinquecento in un lavatoio.

A questo punto il nostro paziente lettore ci perdonerà una digressione che, come constaterà, merita un poco di spazio. Non la Passio, che abbandoneremo per qualche minuto, ma una leggenda locale narra che Polimio, incollerito dal «tradimento» inaspettato della figlia, ordinò di arrestarla. Quando Polisia, che si era rifugiata tra i boschi del monte dell’Ascensione, si accorse che gli sbirri stavano per afferrarla, si salvò con la sua amica Lusia Glafira, che l’aveva seguita, lanciandosi in un burrone; ed entrambe misteriosamente scomparvero. Si dice che da quel giorno le due donne vivano eternamente nelle viscere del monte tessendo. Se un devoto di sant’Emidio sale fino alla cima e getta un sasso nella valle, sentirà il rumore del telaio di Polisia e ripeterà un canto tradizionale:

Entro a ’sto monte sta Polisia bella 
insieme alla sua giovane donzella, 
stanno tessendo su un telaio d’oro, 
chioccia e pulcini d’oro intorno a loro: 
il sole sorge e giù Polisia canta: 
gitta la pietra e cogli l’erba santa.

La quale «erba santa» si riferisce a un’altra leggenda che narreremo dopo aver concluso il racconto della Passio. Ed eccoci al finale: Polimio, infuriato, ordinò la decapitazione di Emidio nello stesso luogo dove aveva compiuto l’ultimo miracolo. Su quel luogo fu eretta un’edicola detta «la cona de santo Migno» intorno alla quale, durante il rinascimento, si svolgeva il mercato del bestiame. Nel 1623 il vescovo Sigismondo Donati fece erigere sulla «cona» il tempietto di Sant’Emidio Rosso dove sotto l’altare si conserva la pietra su cui sarebbe stato decapitato: secondo un’antica tradizione si tingerebbe di rosso nei momenti di crisi della città.

Ma i miracoli non erano ancora finiti. Il santo non crollò a terra, come tutti si sarebbero aspettati: preso il capo nel lembo del suo abito, camminò per un terzo di miglio, fino al monte dove aveva costruito l’oratorio, e qui finalmente morì.

Questo episodio è un indizio importante per capire l’origine della leggenda perché in un centinaio di Passiones, dette dei martiri cefalofori, cioè «portatori della testa», il martirio si conclude allo stesso modo. Un gruppo nutrito di queste narrazioni è non casualmente gallo-franco perché il toposagiografico nacque in Francia: dove, prima dell’evangelizzazione cristiana, gli antichi Celti avevano un particolare rispetto per i teschi che accatastavano nei cimiteri perché pensavano che il morto appartenesse per un certo tempo a entrambi i regni. Quanto durasse quel tempo non lo sappiamo. Si concepiva il morto come mai del tutto defunto, quasi un morituro capace di comunicare col suo mondo. Il che gli consentiva, e consentiva soprattutto al suo cranio, come ha osservato Margarethe Riemschneider, di profetare a beneficio dei vivi. Egli poteva inoltre, se riverito, irradiare su di loro certe forze paradisiache. La vicinanza dei teschi, osservava a sua volta Yeats, era tale che la loro ombra dall’aldilà cadeva sui vivi. Durante la veglia funebre che precedeva l’inizio dell’anno celtico si dipingevano i teschi custoditi nell’ossario e si trascorreva la notte bevendo, suonando e cantando in compagnia dei morti.

Che vi sia un rapporto diretto fra queste usanze e le Passiones dei martiri cefalofori è da escludere: si tratta di echi confusi, di inconsce reminiscenze che affioravano in quei discendenti dei Celti che erano molti monaci farfensi, come l’autore della prima Passio. D’altronde tutto il territorio marchigiano era stato colonizzato dai Celti, sicché la presenza di un santo cefaloforo proprio ad Ascoli potrebbe non essere del tutto fortuita.

Ma ritorniamo all’epilogo della storia. I fedeli seppellirono Emidio nella grotta sottostante e poi, tornati in città, assalirono il palazzo di Polimio, ricco di marmi e di 150 porte, abbattendolo. Era il 5 agosto ed Emidio era morto all’età di trent’anni. Per questo motivo è raffigurato generalmente come un giovane vescovo, con mitra e pastorale. Talvolta tiene in mano un modello della città, come nell’Annunciazione del quattrocentesco Carlo Crivelli, ora alla National Gallery di Londra, dove egli conversa con l’angelo. Altre volte, come nella statua argentea di Pietro Vannini, del 1487, custodita nel Tesoro del Duomo di Ascoli, tiene nelle mani il capo reciso. Nell’iconografia popolare è frequente anche la rappresentazione del vescovo martire che sostiene con le mani un muro che crolla, come nella tela di P. Tedeschi nella chiesa di Santa Francesca Romana a Roma: allude al suo patronato contro i terremoti che risale al 1703 quando durante uno spaventoso terremoto, che sconvolse le Marche, Ascoli rimase illesa. Fu allora che si decise di costruire una chiesa nella grotta dove era stato sepolto. È l’attuale chiesa di sant’Emidio alle Grotte che, addossata alla parete di tufo della collina, fu eretta nel 1717-1721 su disegno di Giuseppe Giosafatti: l’interno è costituito da una piccola grotta naturale dove, secondo la leggenda, si ritrovò il sepolcro del santo sul quale era cresciuta una pianta di basilico, l’erba santa di cui parla il canto di Polisia. In memoria di quell’avvenimento il 5 agosto sul sagrato del Duomo si vende in ceste di vimini il basilico di cui una volta tutti gli ascolani si adornavano.

In quale periodo sia avvenuta l’inventio non si sa con precisione: si pensa risalga a un’epoca anteriore al 1059-1069, quando fu costruita la cripta del Duomo che accolse le reliquie di sant’Emidio in un sarcofago romano dove tuttora sono conservate. Fu in quel periodo infatti che la chiesa fu dedicata, oltre che alla Beata Madre di Dio Maria, anche al patrono della città.