Nome
San Crispino (Pietro Fioretti) da Viterbo
Nome di battesimo
Pietro Fioretti
Titolo
Religioso Cappuccino
Nascita
13/11/1668 - Viterbo
Morte
19/05/1750 - Roma
Ricorrenza
In breve

San Crispino da Viterbo, al secolo Pietro Fioretti, è stato un frate cappuccino vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, noto per la sua profonda umiltà e carità. Nato a Viterbo nel 1668, si distinse per la sua semplicità di vita e per il suo impegno a favore dei poveri e degli ammalati. Dotato di una grande capacità di ascolto e di consiglio, divenne presto un punto di riferimento spirituale per la comunità. Si racconta che fosse capace di operare guarigioni e che avesse il dono della profezia, oltre a essere spesso in estasi mistica. Morì nel 1750 e la sua fama di santità si diffuse rapidamente. Fu beatificato nel 1806 e canonizzato nel 1982 da Papa Giovanni Paolo II. La sua festa si celebra il 19 maggio. La vita di San Crispino è un esempio di totale dedizione a Dio e al prossimo, incarnando l'ideale francescano di povertà e di amore verso ogni creatura.

La vita e i detti paradossali del cappuccino vissuto fra il XVII e il XVIII secolo con due doverose digressioni sui santi Crispino e Crispiniano, martiri a Soissons, in Francia, e patroni dei calzolai e dei ciabattini, e su san Giuseppe da Leonessa 

Fino al 1983 fra Crispino da Viterbo, morto a Roma il 19 maggio 1750, ma festeggiato il 23 dello stesso mese, era sepolto nella capitale, nel convento dei Cappuccini della Santissima Concezione. Ma dopo la sua canonizzazione il 20 giugno 1982, che fu la prima di Giovanni Paolo II dopo quattro anni di pontificato, si decise di traslarlo nella sua città natale: sicché dal 1983 la sua urna è conservata nella chiesa del convento dei Cappuccini di Viterbo.

Prima di entrare nell’Ordine si chiamava Pietro Fioretti. Era nato il 13 novembre del 1668 nella parrocchia di San Giacomo, nel centro della città. La sua era una famiglia di condizioni modeste ma molto religiosa.

Imparò a leggere e scrivere grazie a un carmelitano di San Giovanni Battista. Doveva essere un ragazzino intelligente se, grazie all’interessamento del padrino Angelo Martinelli, cominciò a frequentare le scuole pubbliche gestite dai Padri Gesuiti nel collegio annesso alla chiesa del Gesù, dove studiò grammatica. Grazie a quegli anni di studio, equivalenti alle nostre scuole medie, Crispino ebbe una buona istruzione che gli consentiva di leggere correntemente passi latini della Bibbia e di recitare versi di classici.

Con una tale preparazione letteraria avrebbe potuto entrare in seminario, ma la sua famiglia era molto povera e con poche risorse, perché il padre era morto quando Crispino era ancora fanciullo; sicché fu costretto ad apprendere un mestiere. D’altronde era così gracile che pareva inadatto a sopportare i disagi e le privazioni della vita religiosa.

Cominciò a lavorare nella bottega dello zio Francesco che faceva il calzolaio. Vi restò fino ai venticinque anni quando dopo una lunga riflessione decise di entrare fra i Cappuccini, seguendo l’esempio di quello che fu sempre un suo modello di vita spirituale, san Felice da Cantalice, al quale ho dedicato un capitolo successivo.

Il 2 luglio 1693 si presentò al ministro provinciale, Angelo da Rieti, in visita canonica ai frati del convento viterbese di San Paolo, ottenendo immediatamente le lettere obbedenziali per entrare nel vicino noviziato della Palanzana che oggi, dopo la partenza dei Cappuccini nel 1961, è diventato un centro di formazione per laici al raccoglimento, alla preghiera, ma anche alla carità, che fa capo all’istituto Familia Christi.

Non venne immediatamente accettato perché il maestro dei novizi, vedendolo tanto magro e gracile, lo giudicò incapace di sopportare i rigori della vita cappuccina. Gli permise tuttavia di pernottare nel convento e la mattina seguente, vinto dalle sue preghiere, di rimanere sulla Palanzana fino a quando il padre provinciale, al quale venne sottoposto il caso, non avesse dato una risposta definitiva: che giunse qualche giorno dopo, ordinando al maestro dei novizi di accettarlo.

Il 22 luglio 1693 Pietro Fioretti vestì l’abito di novizio scegliendo il nome di fra Crispino in onore del patrono dei calzolai, di cui egli aveva fatto parte. Sul patrono dei calzolai, festeggiato il 25 ottobre insieme con Crispiniano, patrono dei ciabattini, il nostro curioso lettore vorrà qualche notizia.

Una Passio tardiva del VII secolo, infarcita dei soliti luoghi comuni, narra che i due santi, di origine romana, si recarono in Gallia al tempo di Diocleziano, stabilendosi a Soissons dove si dedicarono al mestiere di calzolai a favore dei poveri. Siccome non esitavano a diffondere la fede cristiana, l’imperatore Massimiano li fece arrestare dal suo ministro Riziovaro che dopo aver tentato con ogni mezzo di farli abiurare, si uccise, esasperato dalla loro ostinazione, gettandosi nel fuoco. Per vendicare il suo ministro Massimiano li condannò alla pena capitale. I loro corpi, dopo essere stati nascosti per qualche anno da due anziani, furono seppelliti in due sepolcri sui quali sorse poi una basilica. Di là dalla leggenda si congettura che Crispino e Crispiniano fossero due martiri romani, periti nella persecuzione militare del III secolo a Soissons, dove furono creduti santi locali. Poi alcune loro reliquie furono portate a Roma, nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo sul Celio.

Il padre guardiano, poco convinto della decisione del provinciale, volle mettere alla prova Crispino mandandolo nell’orto a vangare; poi lo spedì, come aiuto del frate questuante, a raccogliere l’elemosina per i paesi vicini di Bagnaia, Soriano, Vallerano e Canepina. Voleva saggiarne sia la resistenza fisica che quella psicologica.

Crispino si rivelò non soltanto robusto e resistente alla fatica, ma non perdette il suo buonumore nonostante le fatiche che doveva sopportare nel pieno del solleone. In poco tempo il giovane viterbese divenne il modello dei novizi tant’è vero che per stimolarli si diceva loro: «Fate come fra Crispino».

Il 22 luglio 1694 emise la professione religiosa. Il giorno dopo, obbedendo agli ordini del padre provinciale, partì di buon’ora per il convento della Tolfa dove fu destinato all’ufficio di cuoco. E fu un cuoco modello. In cucina costruì un altarino sopra il quale sistemò un’immagine della Madonna che adornava di fiori e corone di mortella.

Un giorno una certa Galliana che, come molti tolfetani, era solita frequentare la chiesa dei Cappuccini, fu colpita da un’influenza contagiosa che aveva già provocato alcune morti. Siccome ammirava da tempo quel frate che serviva all’altare con tanta partecipazione, chiese insistentemente al padre guardiano di mandarlo da lei. Crispino, obbediente, si recò a casa sua e alla fine della visita la segnò con la medaglia dell’Immacolata Concezione che pendeva dalla sua corona: la guarigione fu immediata.

La notizia si diffuse in tutto il paese sicché molti tolfetani si rivolsero al frate taumaturgo che alla benedizione della medaglia aggiunse anche un altro «rimedio». Prima di uscire dal convento riempiva una sporta di castagne, olive conce e altri frutti pregando la Madonna che regnava sulla sua cucina di benedirle. Poi li distribuiva a chi ne aveva bisogno. Presto si disse in paese: «Ma che medico, che medicina? Valgon più le olive e la frutta di fra Crispino che tutte le ricette del medico».

La fama di taumaturgo di cui ormai godeva nella zona poteva mettere in pericolo la sua umiltà, sicché il padre provinciale, Serafino da Todi, decise di trasferirlo a Roma dove egli giunse in compagnia di due confratelli alla fine di aprile del 1697. Fu destinato subito alla cura degli infermi forse perché lo si giudicava adatto a diventare un ottimo infermiere dopo le tante guarigioni ottenute a Tolfa durante l’epidemia di influenza. Ma inspiegabilmente fra Crispino diventò melanconico e cadde persino malato: una notte ebbe uno sbocco di sangue.

Preoccupati, i superiori lo inviarono in vari conventi dei Castelli per respirare un’aria più salubre di quella romana che era umida e malsana, sebbene non giungesse al grado di pericolosità di oggi.

Quando fu ristabilito, tornò al convento della Concezione dove venne destinato alla lavorazione della stoffa per le tuniche dei frati. Ma quel lavoro lo giudicava troppo leggero. Lo mandarono allora ad Albano dove ritornò tra i fornelli. «I superiori» commentò «han veduto che io non sono bestia da stare all’ombra: poiché sono freddo nell’amore di Dio e nella carità verso il prossimo, ho bisogno del caldo o del fuoco o del sole, o alla cucina o all’orto.»

Siccome il convento era vicino alla villa di Castel Gandolfo, vi giungevano cardinali e principi, officiali di Curia, poeti e oziosi i quali fecero amicizia con quel cuoco bizzarro che citava i Padri del Deserto e sapeva recitare ottave e ottave della Gerusalemme liberata, prendendo lo spunto dai versi per una riflessione religiosa.

Del suo metodo di apostolato giullaresco era poco convinto un confratello, Giuseppe da Vetralla, che era venuto a insegnare teologia nel convento di Albano. Lo trovava disdicevole per un cappuccino. Crispino decise di affrontarlo con la sua abituale schiettezza: «Padre lettore mio,» gli disse secondo il suo primo biografo, Alessandro da Bassano «il pesce non va all’amo se non vi vede qualche cibo di suo gusto. Le nostre astinenze, cilici e penitenze son cose che i secolari, e più ancora i villeggianti, non comprendono ed aborriscono. Invece queste ottave del Tasso e altre poesie, se vi si fa seguire qualche discorso spirituale, possono far del bene a chi ascolta».

Anche papa Clemente XI, mentre soggiornava d’estate a Castel Gandolfo, volle conoscerlo; e, colpito dalla sua spiritualità, andò spesso a trovarlo. Crispino, di cui la Curia provinciale di Roma dei Cappuccini custodisce un bel ritratto, dove il frate appare col volto tozzo di contadino e con uno sguardo teneramente arguto tra la folta barba, cominciò a preoccuparsi per quell’accorrere di gente; e un giorno chiese al generale di passaggio ad Albano di allontanarlo: «Padre generale,» gli disse «per fuggire la vanità e la superbia sant’Ilarione volle mutar convento. Egli agisce secondo Dio e io ne prendo buon esempio».

Fu mandato a Monterotondo dove restò per sei anni facendo l’ortolano. Questa volta la sua Madonna la sistemò in una capannuccia che costruì con frasche, paglia e vecchie stuoie. Qualche confratello gli fece osservare che la capanna improvvisata non avrebbe retto al primo temporale. Ma egli rispose che sarebbe franato prima il monte Soratte che la sua costruzione. E i fatti gli diedero ragione perché al primo nubifragio i venti sradicarono molti alberi di un bosco attiguo ma risparmiarono la capannuccia davanti alla quale Crispino aveva piantato fiori spargendovi briciole di pane perché gli uccelli venissero a cantare per la Vergine.

Nel mese di novembre del 1709 venne trasferito a Orvieto: aveva quarantun anni. Da quel momento la sua vita, tranne qualche breve periodo e gli ultimi due anni a Roma, si svolse fra il convento che si trovava su una collina a tre miglia dalla città e un piccolo ospizio nel centro, vicino al monastero del Buon Gesù, dove finì per restare quasi sempre. Ora il suo compito era di questuare quotidianamente. Ma la raccolta di cibo non esauriva tutta la sua giornata. Visitava e curava malati e carcerati, aiutava i poveri, soprattutto quelli che si vergognavano di chiedere aiuto. E quando era all’ospizio, diventato un porto di mare, accoglieva chiunque gli chiedesse aiuto, sanando prodigiosamente molte persone. La mattina ascoltava cinque o sei messe pregando a lungo, la sera leggeva per due ore. I suoi libri preferiti erano l’Imitazione di Cristo, l’Esercizio di perfezione e di virtù cristiane del Rodriguez, Le vite dei Padri del Deserto, La tranquillità dell’anima del domenicano Ignazio del Nente, le vite dei cappuccini Felice di Cantalice, Giuseppe da Leonessa e Fedele da Sigmaringen oltre a quella di un altro santo ilare, Filippo Neri.

Gli era particolarmente caro, insieme al suo modello, Felice da Cantalice, Giuseppe da Leonessa, nato nel 1556 nella cittadina umbra che oggi fa parte della provincia laziale di Rieti. Giuseppe, che apparteneva a una famiglia ricca, aveva perduto da bambino entrambi i genitori ed era stato accolto dallo zio paterno, Battista, che insegnava a Viterbo. Sotto la sua guida aveva ricevuto una non comune istruzione oltre a una rigorosa educazione religiosa. Sembrava destinato a una brillante carriera. Ma dopo una grave malattia cominciò a frequentare il convento dei Cappuccini di Leonessa, dov’era ritornato, finché chiese ed ottenne di vestire l’abito mutando il suo nome di battesimo, Eufranio, in quello di Giuseppe.

Ordinato sacerdote e nominato predicatore, si dedicò con entusiasmo al suo ministero, ma aveva in animo un progetto ambizioso, l’evangelizzazione dei musulmani. Già nel 1551 due cappuccini, seguiti poi da alcuni gesuiti, erano riusciti a penetrare in Costantinopoli. Nel 1587 l’Ordine dei Cappuccini decise una vera e propria spedizione con un incarico specifico della Santa Sede. Giuseppe, che pure aveva presentato da anni domanda, non venne prescelto. Ma all’ultimo momento fu aggregato alla missione perché un suo confratello aveva dovuto rinunciarvi.

A Costantinopoli i Cappuccini, restaurata una chiesa cadente nel quartiere di Pera, si dedicarono agli occidentali che vi risiedevano. A Giuseppe venne affidata la cura dei prigionieri detenuti dai Turchi. Ma quella missione non gli bastava. Un giorno decise di convertire il sultano in persona, Murad III. Con vari stratagemmi cercò più volte di penetrare nel palazzo finché venne arrestato e imprigionato e condannato alla pena del gancio: per tre giorni rimase sospeso con un uncino alla mano destra e uno al piede, a una trave alta su un fuoco acceso, sopportando anche i dileggi e gli insulti della folla. Sopravvissuto miracolosamente a quel supplizio, fu poi liberato ed espulso. Per questo motivo è rappresentato sospeso sul patibolo ma anche nell’atto di predicare o di confortare i prigionieri.

Rientrato in Italia, riprese la sua attività missionaria, dedicandosi ai villaggi e alle cittadine della sua regione, l’Umbria, dove istituì Monti di Pietà e Monti frumentari, e favorì la costruzione e il restauro di ospedali.

Si nutriva parcamente di legumi e di un poco di pane macerato nell’acqua; dormiva su due sassi e un sacco di paglia. Aveva il dono di leggere nei cuori e di operare miracoli, come risulta dagli atti del processo di beatificazione.

A cinquantacinque anni fu colpito da un tumore maligno. Trasferito nel convento di Amatrice, venne inutilmente operato. Morì il 4 febbraio 1612, data della sua festa liturgica.

Presto la fama della sua santità si diffuse in tutta la regione. I cittadini di Leonessa, invidiosi di Amatrice che ne possedeva il corpo, decisero nel 1639 di rubarlo. In quell’anno Amatrice era stata colpita da un terribile terremoto per quasi tutto il mese di settembre. Gli abitanti erano fuggiti in campagna per non essere seppelliti dalle rovine. Anche i Padri Cappuccini, nel cui convento era sepolto Giuseppe da Leonessa, si erano allontanati. I leonessiani, approfittando della circostanza, decisero una spedizione. Al calar del sole cinquanta giovani, robusti e armati, si avviarono verso Amatrice dove giunsero, intorno alla mezzanotte, sotto le mura del convento disabitato. Il gruppo si divise in tre drappelli: il primo a custodire la porta delle chiesa e quella del convento; il secondo a osservare verso la campagna se vi fosse qualche movimento sospetto; il terzo diede la scalata al convento.

Rotta la porta interna della chiesa, entrarono, pregarono il santo, spezzarono la lapide del sepolcro e ne estrassero la cassa. Poi i due giovani più robusti se la caricarono sulle spalle. A mano a mano che si allontanavano da Amatrice quel carico pesantissimo diventava più leggero, fino a sembrare una piuma. Evidentemente il santo approvava quella traslazione forzata...

Oggi san Giuseppe da Leonessa è sepolto nell’altar maggiore della chiesa che, eretta nel 1746, gli è dedicata. Fu beatificato nel 1737 e canonizzato nel 1746.

Generalmente Crispino faceva uno solo pasto a mezzogiorno mangiando come un cardellino: una dieta che gli giovò se visse fino a ottantadue anni. Aveva una fiducia illimitata nella Provvidenza e nello stesso tempo credeva che la vera povertà consistesse nell’incertezza delle elemosine che raccoglieva quotidianamente rifiutando tutto quel che non era necessario per quel giorno. Era così amato per la sua arguzia e bontà che persino gli ebrei, con i quali si tratteneva affettuosamente, gli offrivano tele, veli e altro per la sacrestia. Subì anche, come ogni uomo buono, insulti, calunnie e tentativi di seduzione da parte di donnine allegre che, indispettite dalla sua vita o istigate da qualcuno, cercarono ripetutamente e inutilmente di fargli infrangere il voto di castità.

Dovette subire anche un esilio di tre mesi a Bassano di Sutri quando nell’ottobre del 1715 fu eletto guardiano del convento di Orvieto Francesco Antonio da Port’Ercole che gli ordinò di questuare denaro. Crispino si rifiutò di farlo perché era un comportamento illecito. Dovette così subire l’ingiusta punizione che venne presto annullata perché gli orvietani decisero di tagliare i viveri ai Cappuccini fino a quando non fosse tornato il loro amato frate.

Una notte, mentre si trovava al convento, udì una scampanellata. Scese per primo trovando davanti alla porta un neonato. Lo nutrì con olio e zucchero, poi al mattino lo portò all’ospedale di Santa Maria della Stella. Lo chiamarono Crispino, come il suo salvatore che continuò ad interessarsi di lui fino a quando lo collocò come garzone di bottega presso un calzolaio. Il trovatello lo andava a visitare spesso in convento dove chiedeva al portinaio di poter parlare con suo «padre». E Crispino, quando lo incontrava per la via «l’accarezzava con porgli la mano sul capo e dirgli “Questo è il mio Crispinello”».

Non fu la sola volta che Crispino salvò e aiutò dei neonati abbandonati. Una volta mentre stava portando in ospedale uno di questi nascondendolo sotto il mantello, il bimbo si mise a strillare alla presenza dei passanti. E Crispino ridendo esclamò: «Ecco che fra Crispino, questa notte, ha partorito: ecco il figlio di fra Crispino».

Con la saggezza di un contemplativo sapeva calmare le angosce di chi era lacerato dalle discussioni sulla predestinazione che dividevano i cattolici da molti riformati, soprattutto dai calvinisti. Un giorno disse a una donna che lo interrogava sull’argomento: «Che predestinazione o non predestinazione? Vivi, vivi bene ché ti salverai. E quantunque tu credessi di dover andare all’inferno, ad ogni modo devi amare Iddio mentre chi ama Dio non perisce mai».

Spesso la figura di fra Crispino è stata presentata in una cornice edulcorata. Se sapeva ridere e scherzare, era anche capace di severe ammonizioni, soprattutto nei confronti dei mercanti, che esortava a «dare a tutti il giusto», e nei confronti di chi defraudava i propri sottoposti dei loro compensi. «Oh che grave peccato è questo» esclamò un giorno «un gran peccato che grida vendetta al cielo.» E un’altra volta ammonì il ministro di un principe: «Avverti bene che se per causa tua questa gente patisce, tu più di ogni altro ne avrai da rendere conto a Dio e soffrirne pena».

Con la sua garbata ironia riprendeva anche vescovi e cardinali. Al cardinal vescovo di Orvieto, Ferdinando Nuzzi, che si lamentava della sua infermità contro la quale a nulla giovava la porpora, disse: «Signor cardinale, datevi pace perché gli uomini di questo mondo sono come tanti fusi di legno... e un fuso rimane sempre e solo fuso nonostante che vi si avvolga intorno filo bianco o rosso o nero».

Nel 1744 lo mandarono a curarsi a Roma perché era stato colpito da una grave forma di reumatismo articolare acuto. Restò nella capitale pochi mesi, da maggio a ottobre; e appena si sentì meglio, volle tornare a Orvieto dove lo stavano aspettando.

Ormai cominciava a declinare. Due anni dopo, nel 1746, ebbe il primo grave attacco di podagra, da cui riuscì a riprendersi tant’è vero che riprese a questuare. Ma il 3 agosto 1747, mentre stava scendendo dal convento per poi risalire verso Orvieto, esclamò rivolto al frate che l’accompagnava: 

Fu mandato a Monterotondo dove restò per sei anni facendo l’ortolano. Questa volta la sua Madonna la sistemò in una capannuccia che costruì con frasche, paglia e vecchie stuoie. Qualche confratello gli fece osservare che la capanna improvvisata non avrebbe retto al primo temporale. Ma egli rispose che sarebbe franato prima il monte Soratte che la sua costruzione. E i fatti gli diedero ragione perché al primo nubifragio i venti sradicarono molti alberi di un bosco attiguo ma risparmiarono la capannuccia davanti alla quale Crispino aveva piantato fiori spargendovi briciole di pane perché gli uccelli venissero a cantare per la Vergine.

Nel mese di novembre del 1709 venne trasferito a Orvieto: aveva quarantun anni. Da quel momento la sua vita, tranne qualche breve periodo e gli ultimi due anni a Roma, si svolse fra il convento che si trovava su una collina a tre miglia dalla città e un piccolo ospizio nel centro, vicino al monastero del Buon Gesù, dove finì per restare quasi sempre. Ora il suo compito era di questuare quotidianamente. Ma la raccolta di cibo non esauriva tutta la sua giornata. Visitava e curava malati e carcerati, aiutava i poveri, soprattutto quelli che si vergognavano di chiedere aiuto. E quando era all’ospizio, diventato un porto di mare, accoglieva chiunque gli chiedesse aiuto, sanando prodigiosamente molte persone. La mattina ascoltava cinque o sei messe pregando a lungo, la sera leggeva per due ore. I suoi libri preferiti erano l’Imitazione di Cristo, l’Esercizio di perfezione e di virtù cristiane del Rodriguez, Le vite dei Padri del Deserto, La tranquillità dell’anima del domenicano Ignazio del Nente, le vite dei cappuccini Felice di Cantalice, Giuseppe da Leonessa e Fedele da Sigmaringen oltre a quella di un altro santo ilare, Filippo Neri.

Gli era particolarmente caro, insieme al suo modello, Felice da Cantalice, Giuseppe da Leonessa, nato nel 1556 nella cittadina umbra che oggi fa parte della provincia laziale di Rieti. Giuseppe, che apparteneva a una famiglia ricca, aveva perduto da bambino entrambi i genitori ed era stato accolto dallo zio paterno, Battista, che insegnava a Viterbo. Sotto la sua guida aveva ricevuto una non comune istruzione oltre a una rigorosa educazione religiosa. Sembrava destinato a una brillante carriera. Ma dopo una grave malattia cominciò a frequentare il convento dei Cappuccini di Leonessa, dov’era ritornato, finché chiese ed ottenne di vestire l’abito mutando il suo nome di battesimo, Eufranio, in quello di Giuseppe.

Ordinato sacerdote e nominato predicatore, si dedicò con entusiasmo al suo ministero, ma aveva in animo un progetto ambizioso, l’evangelizzazione dei musulmani. Già nel 1551 due cappuccini, seguiti poi da alcuni gesuiti, erano riusciti a penetrare in Costantinopoli. Nel 1587 l’Ordine dei Cappuccini decise una vera e propria spedizione con un incarico specifico della Santa Sede. Giuseppe, che pure aveva presentato da anni domanda, non venne prescelto. Ma all’ultimo momento fu aggregato alla missione perché un suo confratello aveva dovuto rinunciarvi.

A Costantinopoli i Cappuccini, restaurata una chiesa cadente nel quartiere di Pera, si dedicarono agli occidentali che vi risiedevano. A Giuseppe venne affidata la cura dei prigionieri detenuti dai Turchi. Ma quella missione non gli bastava. Un giorno decise di convertire il sultano in persona, Murad III. Con vari stratagemmi cercò più volte di penetrare nel palazzo finché venne arrestato e imprigionato e condannato alla pena del gancio: per tre giorni rimase sospeso con un uncino alla mano destra e uno al piede, a una trave alta su un fuoco acceso, sopportando anche i dileggi e gli insulti della folla. Sopravvissuto miracolosamente a quel supplizio, fu poi liberato ed espulso. Per questo motivo è rappresentato sospeso sul patibolo ma anche nell’atto di predicare o di confortare i prigionieri.

Rientrato in Italia, riprese la sua attività missionaria, dedicandosi ai villaggi e alle cittadine della sua regione, l’Umbria, dove istituì Monti di Pietà e Monti frumentari, e favorì la costruzione e il restauro di ospedali.

Si nutriva parcamente di legumi e di un poco di pane macerato nell’acqua; dormiva su due sassi e un sacco di paglia. Aveva il dono di leggere nei cuori e di operare miracoli, come risulta dagli atti del processo di beatificazione.

A cinquantacinque anni fu colpito da un tumore maligno. Trasferito nel convento di Amatrice, venne inutilmente operato. Morì il 4 febbraio 1612, data della sua festa liturgica.

Presto la fama della sua santità si diffuse in tutta la regione. I cittadini di Leonessa, invidiosi di Amatrice che ne possedeva il corpo, decisero nel 1639 di rubarlo. In quell’anno Amatrice era stata colpita da un terribile terremoto per quasi tutto il mese di settembre. Gli abitanti erano fuggiti in campagna per non essere seppelliti dalle rovine. Anche i Padri Cappuccini, nel cui convento era sepolto Giuseppe da Leonessa, si erano allontanati. I leonessiani, approfittando della circostanza, decisero una spedizione. Al calar del sole cinquanta giovani, robusti e armati, si avviarono verso Amatrice dove giunsero, intorno alla mezzanotte, sotto le mura del convento disabitato. Il gruppo si divise in tre drappelli: il primo a custodire la porta delle chiesa e quella del convento; il secondo a osservare verso la campagna se vi fosse qualche movimento sospetto; il terzo diede la scalata al convento.

Rotta la porta interna della chiesa, entrarono, pregarono il santo, spezzarono la lapide del sepolcro e ne estrassero la cassa. Poi i due giovani più robusti se la caricarono sulle spalle. A mano a mano che si allontanavano da Amatrice quel carico pesantissimo diventava più leggero, fino a sembrare una piuma. Evidentemente il santo approvava quella traslazione forzata...

Oggi san Giuseppe da Leonessa è sepolto nell’altar maggiore della chiesa che, eretta nel 1746, gli è dedicata. Fu beatificato nel 1737 e canonizzato nel 1746.

Generalmente Crispino faceva uno solo pasto a mezzogiorno mangiando come un cardellino: una dieta che gli giovò se visse fino a ottantadue anni. Aveva una fiducia illimitata nella Provvidenza e nello stesso tempo credeva che la vera povertà consistesse nell’incertezza delle elemosine che raccoglieva quotidianamente rifiutando tutto quel che non era necessario per quel giorno. Era così amato per la sua arguzia e bontà che persino gli ebrei, con i quali si tratteneva affettuosamente, gli offrivano tele, veli e altro per la sacrestia. Subì anche, come ogni uomo buono, insulti, calunnie e tentativi di seduzione da parte di donnine allegre che, indispettite dalla sua vita o istigate da qualcuno, cercarono ripetutamente e inutilmente di fargli infrangere il voto di castità.

Dovette subire anche un esilio di tre mesi a Bassano di Sutri quando nell’ottobre del 1715 fu eletto guardiano del convento di Orvieto Francesco Antonio da Port’Ercole che gli ordinò di questuare denaro. Crispino si rifiutò di farlo perché era un comportamento illecito. Dovette così subire l’ingiusta punizione che venne presto annullata perché gli orvietani decisero di tagliare i viveri ai Cappuccini fino a quando non fosse tornato il loro amato frate.

Una notte, mentre si trovava al convento, udì una scampanellata. Scese per primo trovando davanti alla porta un neonato. Lo nutrì con olio e zucchero, poi al mattino lo portò all’ospedale di Santa Maria della Stella. Lo chiamarono Crispino, come il suo salvatore che continuò ad interessarsi di lui fino a quando lo collocò come garzone di bottega presso un calzolaio. Il trovatello lo andava a visitare spesso in convento dove chiedeva al portinaio di poter parlare con suo «padre». E Crispino, quando lo incontrava per la via «l’accarezzava con porgli la mano sul capo e dirgli “Questo è il mio Crispinello”».

Non fu la sola volta che Crispino salvò e aiutò dei neonati abbandonati. Una volta mentre stava portando in ospedale uno di questi nascondendolo sotto il mantello, il bimbo si mise a strillare alla presenza dei passanti. E Crispino ridendo esclamò: «Ecco che fra Crispino, questa notte, ha partorito: ecco il figlio di fra Crispino».

Con la saggezza di un contemplativo sapeva calmare le angosce di chi era lacerato dalle discussioni sulla predestinazione che dividevano i cattolici da molti riformati, soprattutto dai calvinisti. Un giorno disse a una donna che lo interrogava sull’argomento: «Che predestinazione o non predestinazione? Vivi, vivi bene ché ti salverai. E quantunque tu credessi di dover andare all’inferno, ad ogni modo devi amare Iddio mentre chi ama Dio non perisce mai».

Spesso la figura di fra Crispino è stata presentata in una cornice edulcorata. Se sapeva ridere e scherzare, era anche capace di severe ammonizioni, soprattutto nei confronti dei mercanti, che esortava a «dare a tutti il giusto», e nei confronti di chi defraudava i propri sottoposti dei loro compensi. «Oh che grave peccato è questo» esclamò un giorno «un gran peccato che grida vendetta al cielo.» E un’altra volta ammonì il ministro di un principe: «Avverti bene che se per causa tua questa gente patisce, tu più di ogni altro ne avrai da rendere conto a Dio e soffrirne pena».

Con la sua garbata ironia riprendeva anche vescovi e cardinali. Al cardinal vescovo di Orvieto, Ferdinando Nuzzi, che si lamentava della sua infermità contro la quale a nulla giovava la porpora, disse: «Signor cardinale, datevi pace perché gli uomini di questo mondo sono come tanti fusi di legno... e un fuso rimane sempre e solo fuso nonostante che vi si avvolga intorno filo bianco o rosso o nero».

Nel 1744 lo mandarono a curarsi a Roma perché era stato colpito da una grave forma di reumatismo articolare acuto. Restò nella capitale pochi mesi, da maggio a ottobre; e appena si sentì meglio, volle tornare a Orvieto dove lo stavano aspettando.

Ormai cominciava a declinare. Due anni dopo, nel 1746, ebbe il primo grave attacco di podagra, da cui riuscì a riprendersi tant’è vero che riprese a questuare. Ma il 3 agosto 1747, mentre stava scendendo dal convento per poi risalire verso Orvieto, esclamò rivolto al frate che l’accompagnava: «Addio convento, io non ci ritorno più». Qualche giorno dopo, il 19 agosto, fu costretto a coricarsi in condizioni pietose, colpito da podagra, chiragra e reumatismi dolorosissimi. A un certo momento Crispino, che giaceva nel letto e doveva esser vestito e imboccato, pregò di portarlo a Roma per non creare troppi problemi al convento orvietano: nella capitale avrebbero potuto curarlo e assisterlo più facilmente.

Visse ancora due anni dal 1748 al 1750. Libero da ogni occupazione dedicava tutto il suo tempo alla preghiera e alla contemplazione. Con le ultime energie che aveva in corpo riusciva a scendere in chiesa «col suo bastoncello e corona in mano, e porsi con gran compostezza e devozione innanzi al Santissimo Sacramento». Riceveva tutti coloro che gli chiedevano consiglio o aiuto. Giunse al punto di uscire in quelle condizioni dal convento per visitare malati negli ospedali e nelle case che avevano chiesto di lui. Si metteva in cammino «tutto storpio, curvo ed attratto» da far compassione. Qualche bottegaio, vedendolo arrivare, tirava fuori una panca perché potesse riposarsi. E lui esclamava: «Il patire è breve, ma il godere è eterno»; oppure: «La morte è una scuola da far mettere giudizio a quanti matti s’attaccano al mondo».

La notte tra il 10 e l’11 maggio Crispino sentì un forte dolore al lato destro del petto: gli fu diagnosticato una «male di puntura», ossia una polmonite. Morì qualche giorno dopo, il 19 maggio, lucido fino all’ultimo momento. Fu seppellito il 24 maggio nella chiesa del convento sopra il pavimento della cappella segreta, dirimpetto al cornu evangelii dell’altare. Il corpo rimase in quel luogo fino al 1806, quando fu beatificato. Qualche settimana dopo la proclamazione da parte di Pio VII fu trasportato processionalmente in chiesa e posto sotto l’altare della cappella intitolata a San Francesco. Nel 1926 fu esposto alla vista dei fedeli in un’urna di bronzo dorato dell’argentiere romano Romolo De Persiis che ora, come raccontavo all’inizio di questo medaglione, si trova a Viterbo.

Su di lui scrisse una Vita il cappuccino Alessandro da Bassano che lo aveva frequentato in varie occasioni e poteva offrire una testimonianza credibile.