Nome
San Bernardino da Siena
Nome di battesimo
Bernardino degli Albizzeschi
Titolo
Sacerdote
Nascita
08/09/1380 - Massa Marittima
Morte
20/05/1444 - L'Aquila
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Patrono di
In breve

San Bernardino da Siena fu un importante predicatore italiano e una figura chiave della riforma cattolica nel XV secolo. Nato nel 1380 a Massa Marittima, divenne noto per la sua eloquenza e la capacità di attrarre folle enormi durante le sue predicazioni, che spesso si concentravano sulla devozione a Gesù Cristo e sulla riforma morale della società. Bernardino è anche celebre per avere promosso l'uso della lettera 'IHS', un monogramma di Cristo, che contribuì a diffondere nella cristianità occidentale. Questa abbreviazione del nome di Gesù in greco divenne un simbolo comune nella devozione cattolica grazie al suo incoraggiamento a dipingerlo su porte e muri delle città in cui predicava. Fu canonizzato nel 1450, solo sei anni dopo la sua morte, a testimonianza dell'impatto profondo che ebbe sulla Chiesa e sulla società del suo tempo.

Celebre per aver diffuso in tutta l’Italia il trigramma del Cristo, fu uno dei principali esponenti dell’Osservanza francescana e straordinario oratore in volgare tanto da essere considerato uno dei maestri della prosa italiana del XV secolo 

Sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia il celebre emblema di san Bernardino, opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro. Ma lo si ritrova dovunque il santo e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato. Qualche volta il trigramma figura sugli stendardi che precedevano Bernardino quando entrava in una nuova città per predicare oppure sulle tavolette di legno che il santo metteva sull’altarino dove diceva la messa prima dell’omelia. Quando finiva di parlare alzava la tavoletta mentre benediceva i fedeli. Lo aveva disegnato egli stesso: tre lettere, IHS, le prime tre del nome di Gesù in greco, poste su un sole in campo azzurro. Il sole ha dodici raggi principali, simili a fiammelle di fuoco, che simboleggiano i dodici apostoli, e numerosi raggi più sottili a mo’ di canne d’organo. Il tutto è circondato da una cerchia esterna con le parole tratte dalla Lettera ai Filippesi di Paolo: «In Nomine Jesu omne genu flectatur, coelestium, terrestrium et infernorum», ovvero: nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti che dei terrestri e degli inferi. Anche il sole ha una funzione: «Il luogo dove sia tal Nome» scriveva Bernardino «sia uno sole... però che cel dice la ragione di ponarlo nel più bello luogo che potiamo». Il quale luogo fin dai primi secoli era anche un simbolo: il monogramma formato da una I sovrapposta a una X (Iesus Christus) e inserito in un cerchio rappresentava una ruota a sei raggi, analoga emblematicamente al sole. D’altronde nel mosaico del IV secolo nelle Grotte Vaticane il Cristo è rappresentato, come Helios, con una ghirlanda di raggi e il carro solare a simboleggiare la Pasqua come aurora del nuovo giorno della creazione. La Chiesa aveva utilizzato un simbolismo diffuso in molti popoli, dove il sole, sorgente di calore, luce e vita, era manifestazione, rivelazione della divinità; ed era considerato immortale perché ogni mattino si levava e ogni sera sprofondava nel regno dei morti. Infine i suoi raggi rendevano riconoscibili le cose: perciò nell’Antico Testamento il Messia venne chiamato «Sole di giustizia» (Ml 3,20). Né si dimentichi che la festa del Natale, istituita probabilmente sul finire del III secolo a Roma, si era sovrapposta a quella pagana del 25 dicembre, dedicata al natale del Sole Invitto, come ho spiegato diffusamente nel Calendario.

Il trigramma bernardiniano ebbe una gran fortuna diffondendosi in tutta l’Europa, tant’è vero che Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi lo adottarono anche i Gesuiti. «Questa è mia intenzione» diceva «di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva chiesa.» Spiegava che, mentre la croce evocava la Passione del Cristo, il suo nome rammentava ogni aspetto della sua vita: la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione. «Che ti dimostra questo nome Iesu? Dimostrati la deità in umanità.»

Non diceva nulla di nuovo perché quella devozione si trovava già in san Paolo e durante il medioevo in alcuni «dottori», da Duns Scoto al beato Susone a san Bernardo di Chiaravalle e a san Francesco d’Assisi. E pochi decenni prima la praticavano in tutto il Senese Giovanni Colombini e i suoi Gesuati. L’unica novità di Bernardino era di offrire come oggetto di devozione il nome scritto di Gesù, o per meglio dire le sue iniziali secondo il gusto dell’epoca che amava simboli, stemmi, armi.

Il trigramma, che non pareva censurabile, suscitò accuse di eresia e idolatria fra Agostiniani e Domenicani: domenicano era anche l’arcivescovo di Firenze, sant’Antonino Pierozzi, che non esitò a dichiarare che la dottrina del frate era «superstiziosa, pericolosa e atta a dare scandalo». Nella primavera del 1426, mentre Bernardino si trovava a Viterbo per predicare il corso quaresimale, venne convocato a Roma da papa Martino V che gli ordinò di astenersi dalla predicazione, di non esibire più la tavoletta col trigramma e di rimanere nel suo convento all’Aracoeli a disposizione della Curia, alla quale doveva consegnare i testi delle prediche. Fortunatamente il processo si concluse con l’assoluzione del papa dopo che Bernardino ebbe spiegato come oggetto di devozione non fosse la forma o il colore, elementi accessori, ma le lettere del nome di Gesù e il loro significato. Tuttavia le accuse contro di lui seguitarono fino a quando nel 1431 fu convocato dal promotore della fede a Roma a insaputa del nuovo papa, Eugenio IV, che quando scoprì quel che stava accadendo, s’indignò a tal punto da promulgare nel 1432 addirittura una bolla dove dichiarava che il processo era stato promosso senza che egli ne fosse informato e approvava il trigramma definendo il suo autore «il più illustre predicatore e il più irreprensibile maestro fra tutti quelli che al presente evangelizzano i popoli in Italia e fuori». Ma la decisione del papa non gli evitò nel 1438 un terzo e ultimo processo al concilio di Basilea che si concluse nuovamente con l’assoluzione.

Bernardino era nato l’8 settembre del 1380 da Nera degli Avveduti e del nobile senese Tollo degli Albizzeschi, governatore della città fortificata di Massa Marittima, sulle colline della Maremma. A sei anni aveva già perso i genitori: da quel momento venne allevato da parenti, prima dalla zia materna che lo tenne con sé fino a undici anni, poi a Siena dallo zio paterno. Fino all’età adulta furono soprattutto le donne della famiglia a educarlo: donne religiose, come la cugina Tobia che apparteneva al Terz’Ordine francescano, o la zia Bartolommea, terziaria domenicana. Per questo motivo nelle sue prediche dimostrò sempre una profonda conoscenza e comprensione dei problemi femminili, pur condannando la frivolezza e la vanità eccessiva di molte «madonne» senesi. «Così dico a te, marito,» diceva ad esempio in una predica «non dare busse a la donna, però che mai busse fecero buona la donna; farà meglio co’ le buone parole, mostrandole il suo errore.» E ne esaltava l’importanza: «Saprestimi tu dire qual è la cosa più bella e la più utile cosa che sia in una casa? È d’avere di molti famegli e ubbidienti e bene ornati? Non è essa. Sarebbe dell’avere ornamenti, come so’ argentiere o drappi o velluti? Non è essa. Sarebbe avere de’ figliuoli ubbidienti, savi e piacevoli? Non è essa. O quale è? qual è? È avere una bella donna, grande, buona, savia, onesta, temperata... Se ella è piena di carità, di fede, d’umiltà, di dirittura, di sofferenza... e oltre a questo atta ad aver figliuoli; oh! quanto debba essere grande tale amicizia... E però la prima cosa che cerchisi sia la bontà, e poi l’altre cose; ma prima la bontà». Le pagine sulle donne sono fra le più gustose delle sue prediche che sono preziose per conoscere i costumi dell’epoca. Ci racconta ad esempio che per rendere più bianca la pelle le donne ricorrevano non solo al latte d’asina, ma a lozioni a base di zolfo e di sublimato che lasciavano un odore spiacevole: «A chi puzza la boca per lo lisciare; chi s’insolfa; chi s’imbratta con una cosa e chi con un’altra; e date tanta puza a’ vostri mariti che voi gli fate diventare sodomiti».

Studiò grammatica e retorica con maestri illustri come Onofrio di Loro e Giovanni da Spoleto, poi diritto canonico all’università. Non era certo propenso alla vita religiosa, tant’è vero che alle letture bibliche preferiva la poesia profana. Ma verso i diciott’anni, pur seguitando a vivere come molti suoi coetanei, entrò nella Confraternita dei Disciplinati di Santa Maria della Scala, una compagnia di giovani flagellanti che si riuniva a mezzanotte nei sotterranei del grande ospedale in piazza del Duomo.

L’avvenimento che lo spinse a cambiar totalmente vita fu la peste del 1400 durante la quale il priore dell’ospedale, privato di molti medici e serventi, morti per il contagio, chiese pubblicamente aiuto; e Bernardino con i suoi amici della Confraternita si offrì volontario. Per quattro mesi, fino al principio dell’inverno, quando il male non cominciò a scemare, imparò quel che nessun libro poteva insegnargli.

Dopo altri quattro mesi trascorsi tra la vita e la morte, perché era stato contagiato, e dopo un altro anno ad assistere sino alla fine la zia Bartolommea diventata cieca e sorda, Bernardino cominciò a pensare seriamente alla vita religiosa. Si era stabilito in una sua casetta circondata da orticelli, vicino a una porta della città: un luogo abbastanza solitario che gli suggeriva la vita eremitica. Ma non era quella la sua vera vocazione. Una notte, mentre si era addormentato nel suo piccolo oratorio, vide fuori delle mura, a Fonte Nuova, una grande casa dalle cui finestre uscivano fumo e fiamme. Una sola non era ancora stata raggiunta dall’incendio: vi si affacciava un frate a braccia protese che invocava san Francesco. Miracolosamente il fuoco distrusse tutta la casa tranne quella stanza. Bernardino interpretò il sogno come un ammonimento: che soltanto l’Ordine francescano l’avrebbe salvato dal fuoco dell’inferno. Si liberò di tutto quel che possedeva e l’8 settembre 1402 fu vestito come novizio col saio in forma di croce.

Lo mandarono sulle pendici meridionali del monte Amiata, in un convento sopra Seggiano: al Colombaio, poche capanne intorno a una chiesetta di cui oggi restano soltanto ruderi. Apparteneva alla Regola dell’Osservanza, nata trentatré anni prima grazie a una comunità di francescani che, col permesso dell’Ordine, erano andati ad abitare in un romitaggio sopra la loro cittadina di San Bartolomeo da Brogliano, dove conducevano una vita di severissima austerità conformandosi ai precetti di assoluta povertà del loro fondatore. Era così cominciato quel moto di riforma dei Frati Minori che a poco a poco si estese a molti conventi in tutta l’Italia. Caratteristica dell’Osservanza fu la moderazione, virtù mancata agli Spirituali che nei decenni precedenti si erano opposti al lassismo dei Conventuali. Si trattava infatti non di guerreggiare all’interno dell’Ordine ma di convincere pacificamente; tant’è vero che i frati che avevano trascorso qualche mese a Brogliano tornavano alle loro comunità introducendovi il rinnovamento necessario senza proclami di principii né fogge d’abito diverse da quella dei Conventuali.

Al Colombaio Bernardino visse per tre anni professandovi nel 1403 i voti solenni e diventando sacerdote nel 1404. Nella vicina Seggiano disse la prima messa cominciando timidamente a predicare; e come gli altri frati faceva la questua per le campagne, ma preferiva camminare scalzo: «A volere andare a vita eterna» soleva dire «scalza i piedi, cioè scalzati dagli affetti; ... le scarpe... sono di bestia morta: so’ di cuoio... Scalzateli, scalzateli!».

Nel 1405 fu nominato ufficialmente predicatore dal nuovo vicario dell’Ordine e poi trasferito a Siena dove rimase per poco perché andò presto ad abitare con qualche compagno nel piccolo romitorio di Sant’Onofrio che si trovava sul colle della Capriola di fronte alla città. Siccome il romitorio apparteneva all’ospedale della Scala, riuscì ad ottenerlo in dono impegnandosi a versare una libbra di cera all’anno perché formalmente i Minori non potevano accettare una donazione. Insieme con i suoi frati cominciò a costruire il nuovo convento della Capriola che a Siena chiamano da tempo immemorabile dell’Osservanza. Vi dimorò per molti anni e vi tornava spesso dopo i lunghi viaggi di predicazione per raccogliersi in meditazione e scrivere i suoi Sermoni latini. In questo luogo, allora boscoso, oggi ricco di ulivi e vigneti, formava anche molti discepoli.

Poco sappiamo della sua vita nel periodo fra il 1405 e il 1417. Lo si può immaginare intento agli studi, alla preghiera e alla predicazione nelle cittadine toscane dei dintorni. A contatto con contadini e artigiani aveva imparato a predicare con immagini vivaci e con aneddoti che colpissero l’attenzione. Per divertire l’uditorio imitava addirittura certi rumori familiari e inventava soprannomi: la massaia disordinata era «madama Arrufola», la giovane che stava sempre affacciata lanciando occhiate languide ai suoi pretendenti era «monna Finestraiuola» che «balestrava» con gli occhi i giovani galletti «pieni di chicchirichì».

Per qualche anno aveva sofferto di una malattia alle corde vocali che aveva reso fioca la sua voce tanto che stava per chieder l’esonero dalla predicazione. Inaspettatamente un bel giorno la sua voce divenne non soltanto limpida, ma musicale e penetrante e ricca di modulazioni.

Nel 1417 venne trasferito a Fiesole come guardiano del primo convento dell’Osservanza dove conobbe due frati destinati a diventare suoi discepoli e collaboratori, san Giovanni da Capestrano e san Giacomo della Marca; e dove un novizio gli rivelò la sua vocazione. Una notte, mentre Bernardino si trovava a Firenze, il giovane si alzò dal pagliericcio e si mise a correre per i corridoi svegliando i confratelli: «Bernardino, Bernardino!» gridava. «Non tenere nascosti più a lungo i talenti che il Signore ti ha dato: va’ e predica nella Lombardia!». La scena si ripeté per tre notti mentre il novizio confidava ai frati di essere stato costretto a parlare da un impulso incontrollabile.

Bernardino capì che era giunto il momento di dedicarsi interamente alla predicazione. Preso con sé un compagno, s’incamminò con un asinello verso il Settentrione. Da Genova a Milano, dove espose per la prima volta alla venerazione dei fedeli la tavoletta con il trigramma, da Venezia a Belluno a Ferrara percorse tutta l’Alta Italia senza dimenticare le sue terre toscane dove ogni tanto compariva non soltanto per riposarsi o scrivere alla Capriola, ma per tenere cicli di prediche, come quelle del 1427 a Siena, che ci sono pervenute grazie alla fedele trascrizione di un ascoltatore che stenografava a modo suo senza perdere nemmeno una parola. Esse ci permettono di capire il motivo dello straordinario entusiasmo che otteneva Bernardino. Sceglieva argomenti che potevano interessare i fedeli di una città ed evitava le formulazioni astruse o troppo elaborate, tipiche dei predicatori scolastici dell’epoca. «Dirlo chiarozo, chiarozo» esortava «acciò che chi ode ne vada contento e illuminato, e none imbarbugliato.» Ma il «dire chiaro e il dire brieve» non andavano disgiunti dal «dire bello», come spiegava con una metafora contadina: «Piuttosto ti diletterai di bere il buon vino con una tazza chiara e bella che con una scodella brutta e nera». Sapeva pure che per conquistare l’uditorio si doveva scendere dall’empireo delle dissertazioni astratte con parabole, aneddoti e racconti. D’altronde non faceva altro che imitare la predicazione del Cristo. Qualche volta ricorreva a dialoghi immaginari teatralizzando il racconto. Insegnava senza untuosità o pedanterie canzonando superstizioni, mode, vizi. Se sapeva comprendere le debolezze umane, era invece intransigente nei confronti degli usurai che considerava le creature più abbiette della terra. «Imparata l’arte del suo cattivo padre,» diceva «non sapendo fare altr’arte, quella fa e in quella si muore, e vanne dannato... È fatta la morte dell’usuraio come la morte del porco, ché a sua vita el porco non fa altro che danno... ma quando è morto ognuno ne gode.»

La condanna dell’usura non era se non un tassello della sua dottrina economica che, sulla scia della Scolastica, sottolineava la strumentalità e la socialità delle ricchezze secondo una visione di cui è stato permeato il pensiero cristiano fino al nostro secolo.

Altrettanto intollerante era nei confronti di quelle che venivano considerate streghe: nel 1427 contribuì a far condannare al rogo due romane che avevano «confessato» sotto tortura di aver ucciso trenta fanciulli succhiando loro il sangue. Era convinto che le streghe avessero stretto un patto col diavolo. E diaboliche gli parevano anche alcune pratiche di origine pagana che erano sopravvissute all’evangelizzazione. Celebre a questo riguardo è la storia della Fonte Tecla. Nel 1425, mentre si trovava ad Arezzo, gli fu riferito che nei dintorni, presso una sorgente chiamata Fonte Tecla, c’era un boschetto che gli antichi avevano dedicato ad Apollo. In quelle acque considerate terapeutiche «malefici et incantatores» immergevano i bambini malati. Bernardino cominciò a inveire contro quelle pratiche, ma ottenne soltanto il risultato di irritare gli aretini che lo cacciarono.

Dopo una quindicina d’anni il frate tornò alla carica e, finito un corso di prediche quaresimali, facendosi precedere dalla croce, condusse i suoi fedeli alla Fonte Tecla dove abbatté un albero con le proprie mani e gettò terra e sassi nella fonte. La gente era inizialmente intimorita temendo che i geni del luogo reagissero contro di lui, ma quando s’accorse che nulla succedeva, cominciò ad aiutarlo. Piantarono la croce accanto alla sorgente nei cui pressi venne poi costruita una chiesetta, Santa Maria delle Grazie, che diventò uno dei santuari più popolari della Toscana mentre le guarigioni miracolose seguitavano non più nel nome di Apollo ma della Vergine.

Nel 1438 Bernardino, che fin dal 1421 era vicario degli Osservanti di Toscana e Umbria, venne nominato dal ministro generale dell’Ordine francescano vicario generale di tutti i conventi dell’Osservanza in Italia. Il suo compito era di rinnovare non la lettera della Regola di Francesco, ma di fame rinascere lo spirito adattandola alle esigenze dei nuovi tempi. Sicché la povertà andava intesa non come spoliazione materiale ma come disprezzo o negligenza del denaro; l’uso moderato dei beni terreni che si erano ricevuti in dono non era illecito; e quanto agli abiti, «debbi vestire quelli panni» diceva «che ti so’ bisogno... se se’ in paese frigido debbi avere più panni; se se’ vecchio ancora c’è caso sì che c’è anche discrezione».

L’austerità non andava disgiunta dall’allegria e dalla socievolezza, e Bernardino era il primo a dame l’esempio a tavola, dove allegre risate punteggiavano il pasto durante il quale chi voleva poteva mangiar carne e bere vino «temperato nell’acqua».

Ma la decisione più importante in questa riforma dell’Osservanza fu il decreto che privava tutti i frati analfabeti o poco istruiti del diritto di confessare e assolvere perché, egli spiegava, la sancta rusticitasnon giovava ai fedeli. Contemporaneamente istituiva nel convento di Monteripido, presso Perugia, corsi di teologia scolastica e di diritto canonico inaugurando egli stesso le lezioni con un corso sulle censure ecclesiastiche. E a chi gli obiettava che Francesco stesso aveva preferito che i frati illetterati restassero tali rispose: «Il nostro padre san Francesco, veggendo venire all’Ordine certi uomini fatti e maturi et rozzi d’intelletto, ordinò nella sua Regola che chi non sapesse leggere non cercasse d’imparare perché vedeva che erano piuttosto atti a pericholare che a imparare... Quello intese san Francesco fu per gli uomini che non erano atti ad imparare».

Nel 1442 Bernardino, che si sentiva ormai stanco, riuscì a persuadere papa Eugenio IV ad accettare le sue dimissioni e a sostituirlo con Alberto da Sarteano. Finalmente poteva spogliarsi di ogni carica che aveva accettato soltanto per spirito di servizio tant’è vero che nel 1427, quando i senesi l’avevano acclamato arcivescovo, rifiutò dicendo a un amico che cercava di persuaderlo: «Se voi mi vedete mai altro abito che questo di sancto Francesco in dosso, dite che io non sia frate Bernardino».

Era ormai sfinito e sembrava più vecchio dei suoi sessantadue anni perché da tanto tempo aveva perduto tutti i denti tranne uno, sicché le gote gli si erano incavate. Da anni soffriva di renella, infiammazione ai reni, emorroidi e dissenteria, ma tutto sopportava senza lamentarsi. Quel suo aspetto emaciato lo aveva già a quarantasei anni, come testimonia una tavola di Pietro di Giovanni d’Ambrogio, ora alla Pinacoteca di Siena, che lo dipinse dal vivo. Il suo ritratto, insieme con un busto ligneo di un contemporaneo anonimo nella chiesa di Fontegiusta e con i quadri di Sano di Pietro a Palazzo Pubblico e del Vecchietta nella stessa Pinacoteca, è il modello cui si ispirò tutta l’iconografia del santo.

Nonostante le sue pessime condizioni fisiche lasciò il convento della Capriola per Milano dove i senesi gli avevano chiesto di recarsi per rinsaldare l’alleanza con il duca Filippo Maria Visconti contro i fiorentini; e da Milano proseguì poi per il Veneto, predicando a Padova, Vicenza, Venezia, Verona, e poi scendendo verso il Sud, a Bologna e Firenze.

Tornato a Siena, si trattenne per poco, il tempo di rivedere i sermoni che voleva lasciare ai confratelli, perché voleva ancora compiere una missione: predicare nel Regno di Napoli dove non si era mai recato se non per una breve visita all’Aquila. Accompagnato da alcuni frati senesi, partì per l’ultimo viaggio: il Trasimeno, Perugia, Assisi, Foligno, Spoleto, Rieti... Era stremato ma si faceva forza perché, come diceva ai suoi compagni, voleva che le sue vecchie ossa riposassero all’Aquila. La sera del 19 maggio dovette fermarsi a poche miglia dalla città abruzzese, nel paesino di San Silvestro; e la mattina seguente ripartì in lettiga. Fu sistemato in una cella del convento di San Francesco dove morì il 20 maggio 1444, data in cui si celebra la sua festa. Quando sentì che si avvicinava la fine fece capire con i gesti, essendo mezzo paralizzato, che voleva morire sulla nuda terra, come Francesco: «Et fo nella vigilia de la Ascensione de Cristo,» scrisse fra Giuliano da Milano in una lettera ai confratelli lombardi «nell’ora del Vespero, quando se cantava in coro quella antiphona che dice: “Io ho manifestato el tuo nome alli homini”».

I suoi compagni cercarono di trafugare la salma nottetempo per riportarla a Siena; ma la notizia trapelò e gli aquilani, accorsi in massa, costrinsero i frati a consegnare la bara che sistemarono nella chiesa di San Francesco dove vi fu un’esplosione taumaturgica. I confratelli senesi ottennero soltanto gli indumenti indossati dal frate oltre agli oggetti trovati nella sua cella, che ora sono conservati per la maggior parte nel convento della Capriola.

Sei anni dopo, il 24 maggio del 1450, festa di Pentecoste, Niccolò V canonizzò a Roma Bernardino. Dopo le celebrazioni romane ve ne furono altre in quasi tutte le città dov’era vissuto: particolarmente solenni furono quelle di Siena, Perugia e l’Aquila. A Perugia si decise di costruire accanto al convento di San Francesco, dove egli alloggiava, un tempio in suo onore, il celebre oratorio di Agostino di Duccio che, pro veniente da Rimini dove aveva decorato il Tempio Malatestiano, si ispirò allo stile di Leon Battista Alberti. L’Aquila a sua volta volle dedicargli una chiesa che fu completata nel 1471: dove il santo riposa in un’urna lignea argentata e dorata, sistemata all’interno del monumentale mausoleo di San Bernardino, un’arca marmorea rinascimentale di Silvestro dell’Aquila e dei suoi aiuti.