Nome
Santa Caterina Fieschi Adorno da Genova
Nome di battesimo
Caterina Fieschi Adorno
Titolo
Vedova
Nascita
1447 - Genova
Morte
15/09/1510 - Genova
Ricorrenza
Radio Rai
Patrono di
In breve

Santa Caterina Fieschi Adorno, nota anche come Santa Caterina da Genova, è stata una mistica e santa italiana vissuta nel XV secolo. Nata in una famiglia nobile, la sua vita cambiò radicalmente dopo un'esperienza mistica che la portò a dedicarsi completamente alla cura degli ammalati e alla direzione spirituale di molti fedeli. Caterina è celebre per le sue opere di carità e per la sua intensa esperienza mistica, descritta nell'opera 'Trattato del Purgatorio', che influenzò profondamente la spiritualità cattolica. Una delle sue intuizioni più significative fu la visione del Purgatorio non tanto come luogo fisico di punizione, ma come stato di purificazione dell'anima, guidato dall'amore di Dio. La sua festa liturgica si celebra il 15 settembre. Santa Caterina è co-patrona di Genova e viene invocata particolarmente da coloro che assistono i malati.

La discendente di una delle nobili famiglie di Genova, i Fieschi, seppe coniugare nella sua vita l’amore di Dio e l’amore degli altri andando ad abitare addirittura all’interno di un ospedale insieme con il marito

Oggi del monumentale Ospedale di Pammatone, che risaliva al 1420, restano soltanto lo scalone e il cortile, inglobati nel nuovo Palazzo di Giustizia che è sorto nel 1964 dopo la sua demolizione, e la cappella funebre di Santa Caterina da Genova che, costruita sulla stanza dov’era vissuta, è inglobata nella vicina chiesa della Santissima Annunziata di Portoria dove affreschi del Ratti, del Raimondi e del Tagliafichi rappresentano suoi miracoli e visioni.

Caterina apparteneva alla nobile famiglia dei Fieschi, conti di Lavagna e signori di decine di castelli lungo il crinale dell’Appennino e la Riviera di Levante sino alla Lunigiana; una famiglia che aveva dato alla Chiesa due papi, Innocenzo IV e Adriano V. Suo padre Giacomo aveva combattuto in mare come comandante di galee ed era stato nel biennio 1438-1439 viceré di Napoli per conto degli Angiò. Ma Caterina non riuscì a conoscerlo perché nacque pochi mesi dopo la sua morte, fra l’aprile e il maggio del 1447, quasi certamente in un palazzo della famiglia patema, in vico Indoratori, all’angolo di via Conservatori del Mare.

Fu allevata dalla madre, Francesca di Negro, anche lei nobile, in un palazzo, oggi demolito, in vico del Fico, all’angolo della piazza dei Cinque Lampadi, dove Caterinetta – così era chiamata in famiglia – trascorse l’infanzia e l’adolescenza in un clima familiare sereno. Di questo periodo sappiamo soltanto che studiava in casa, come si usava nelle famiglie aristocratiche: qualche sacerdote le insegnò un po’ di latino suggerendole letture edificanti, da Domenico Cavalca a Jacopo da Varagine. Soltanto più tardi, da adulta, Caterina avrebbe letto Dante, il Petrarca e Jacopone da Todi.

A circa tredici anni «fu inspirata a entrare in religione,» narra il suo primo biografo, Cattaneo Marabotto, nella Vita del 1551 «e si proferì ad uno monastero in Genova, che si domanda Madonna delle Gratie de Osservantiua, in lo quale era una sua sorella». Ma era troppo giovane per essere accettata. D’altronde la sua poteva essere più che una vocazione il frutto di una profonda educazione religiosa e del desiderio di imitare la sorella. La madre superiora molto saggiamente rispose: «Mi dolgo non la poder contentar; se persevererà il Signore non la abandonerà».

Caterina era già una bellissima adolescente e più che il convento le si addiceva il matrimonio: così pensavano i suoi familiari che a sedici anni la sposarono con Giuliano Adorno, che apparteneva a una delle grandi famiglie genovesi; un matrimonio politico, per sancire l’alleanza fra le due famiglie che nel passato avevano militato in campi opposti.

Non fu un’unione felice: Giuliano, che aveva quarant’anni, metà dei quali trascorsi nelle colonie genovesi dell’Egeo, era donnaiolo, crapulone, giocatore e disordinato. Aveva anche parecchi figli illegittimi, fra cui Primofiore che Caterina avrebbe allevato con amore. D’altronde quel matrimonio l’aveva accettato per convenienza politica: sicché continuò la solita vita trascurando la moglie. La quale soffrì molto anche perché non era riuscita ad aver figli. È in questo primo periodo del matrimonio, tra il ’63 e il ’73, che Caterina legge attentamente i grandi classici, qualche opera platonica e gli scrittori italiani del Duecento e del Trecento.

Ad un certo momento, spinta dalle amiche che la vedevano intristire in casa, decise di uscire più spesso, di partecipare alla vita mondana. Più tardi scrisse nel Dialogo spirituale: «Quando io hebbi consentito alli disordini di questo corpo, sotto specie di necesità e che appresso alla necesità venne la superfluità, un poco tempo restai invilupata nel peccato, e quando fui in questo perdei la gratia, e restai secha e grave».

Si tende a considerare questa confessione esagerata e forse dovuta al suo biografo che ne trascriveva le parole. Sicché forse le sue «colpe gravi» non sono se non un topos agiografico per rendere più drammatica e luminosa la successiva «conversione fulminea» alla maniera di san Paolo. La quale giunse il 22 marzo 1473: due giorni prima Caterina si era recata nella chiesa di San Benedetto e aveva chiesto al Signore di farla ammalare per molti mesi, costringendola nel letto, in modo che lei potesse rifiutare ogni invito e ogni rapporto sgradevole. Poi era tornata a casa dove viveva isolata digiunando, non parlando con nessuno, senza leggere né ricamare.

Il 22 decise di andare a visitare nel convento di Nostra Signora delle Grazie la sorella Limbania che la vide sconvolta e tremante. Preoccupata, avvisò un prete, Albengo Manlio, che tanti anni prima era stato il solo a credere nella vocazione di Caterina e si trovava in quel momento nel convento. L’incontro cominciò a rasserenarla, tant’è vero che si lasciò convincere a confessarsi. Ma nel momento stesso in cui stava per aprire il suo animo al sacerdote perse improvvisamente la parola. «Ricevette» scrisse poi il suo biografo «una ferita al cuore d’un immenso amore di Dio, con una vista della sua miseria e delli suoi difetti e della bontà di Dio.»

Il sacerdote intuì quel che doveva essere successo e quando Caterina gli disse «Padre, si ve piacesse, lasceria volentieri questa confessione ad altra volta» non sollevò obiezioni. La donna si rifugiò in casa dove nessuno osava disturbarla.

Il 23 marzo le apparve Gesù: «Se gli mostrò in Spirito, con la Croce in spalla, piovendo tutto sangue, in modo che le pareva che tutta la casa fusse piena di rivi di quello pretioso sangue, e lo vedeva tutto sparso per amore». Lo stesso Cristo le spiegò il significato della scena: «Vedi tu questo sangue? È sparso tutto per tuo amore e per soddisfare per li tuoi peccati». Il 24 Caterina finalmente si confessò.

Comincia così il suo itinerario mistico che dopo la folgorazione e la visione passerà attraverso la fase di «vita purgativa», che durerà quattro anni in espiazione delle colpe commesse in passato con severissime penitenze come l’uso del cilicio, l’austerità nei cibi e la continua preghiera. È in questo periodo che Caterina cominciò a comunicarsi quotidianamente, pratica che in quel tempo non era diffusa.

A questa prima fase succedette la seconda, dal 1477 al 1499: lo stato di «vita illuminativa» e «unitiva» con visioni celesti ed estasi durante le quali sembrava come morta. Ma spesso il battito del cuore diventava così intenso da costringerla a premersi il petto con le mani; oppure il suo corpo emanava un tale calore da spaventare chi le era vicino. La lettura dei Dialoghi, pur nell’insufficienza della parola, ci permette di ricostruire dall’esterno quel suo cammino che culminò nelle nozze mistiche con il Cristo.

Frutto di queste visioni è anche il Trattato del Purgatorio che i suoi discepoli scrissero su ispirazione della santa. Un testo illuminante dove per metafore e immagini è descritta la via purgativa dell’anima: «La rugine del peccato è l’impedimento; il fuoco va consumando la rugine, e così l’anima si va sempre più discoprendo alla corrispondenza di Dio». Ma Caterina rifugge da una visione troppo «terrena» delle indulgenze, come testimoniano questi due brani: «E se le (all’anima) è fatta alcuna elemosina da quelli del mondo, la quale elemosina le sminuisce il tempo, essa non si può voltare con affetto a vederla, ma lascia fare a Dio, che si paga a modo suo; imperoché se essa si potesse voltare, sarebbe una proprietà che le levarebbe la vista del volere divino, e che sarebbe un inferno». E poi soggiunge: «Non ti fidare dicendo: io mi confeserò e poi piglierò l’indulgenza plenaria, e sarò in quel ponto purgato di tutti li miei peccati! pensa che questa confessione e contritione, la quale bisogna per havere detta indulgenza plenaria, è così difficile ad haverla che se lo sapessi tremaresti di timore, e saresti più certo di non haverla che di poterla havere».

Nello stesso tempo Caterina si occupava dei poveri cercando di aiutarli ed assisterli, e così faceva con i malati negli ospedali. In quest’opera associò molti amici laici e religiosi, dal sacerdote Cattaneo Marabotto, il quale diventò poi il suo confessore e biografo, a Ettore Vernazza che, ispirato dalla santa, fu il fondatore della Compagnia del Divino Amore, che si diffuse poi in altre città italiane, del Lazzaretto, alla foce del Bisagno, per curare appestati e lebbrosi, dell’Ospedaletto per i luetici, di un istituto nel quale si ricoveravano le fanciulle di alta condizione sociale cadute in miseria e di una fondazione per il riscatto dei liguri e dei naviganti rapiti dai Turchi. Persino il marito fu conquistato dal suo «fuoco» e si fece terziario francescano partecipando alle attività caritative della moglie: finché intorno al 1478-1479 i due coniugi si trasferirono all’interno dell’Ospedale di Pammatone, decidendo di vivere castamente. L’Ospedale di Pammatone, una delle prime forme europee di ospedale civico, era nato una cinquantina d’anni prima con una sezione femminile cui si aggiunse poi quella maschile; infine, a partire dal 1474, era diventato il grande ospedale di Genova, riunendo tutte le altre iniziative curative in un unico ente.

In quell’ospedale Caterina fa di tutto: dall’infermiera, pulendo e disinfettando ferite e piaghe e somministrando medicine, a donna delle pulizie, spazzando e lavando, fino a dirigere l’ospedale come rettore dal 1490 al 1496 circa.

Non fu certo una vita facile quella dei due coniugi che in quell’ospedale spesero il resto della vita morendovi: il marito nel 1497, lei il 15 settembre 1510, giorno che diventò la sua festa liturgica. Passarono attraverso cinque pestilenze prodigandosi coraggiosamente a rischio della vita, tant’è vero che la stessa Caterina si ammalò di peste nel 1493 per aver abbracciato un suo assistito: riuscì tuttavia a superare la malattia guarendo lentamente.

Dopo la morte dei marito Caterina, molto stanca e malata, diminuisce i suoi impegni nell’ospedale: trascorre molte ore chiusa nella sua cella in preghiera. E finalmente, lei, che non ha mai avuto un direttore fisso, lo sceglie nella persona di padre Cattaneo Marabotto che diventerà poi anche rettore dell’ospedale.

Intorno al 1501 Caterina cominciò a peggiorare nonostante che da due anni avesse sospeso i digiuni. Soffriva di dolori in tutto il corpo che a volte erano insopportabili, come lame che la trafiggessero, e di emorragie abbondanti. Qualche agiografo ha congetturato che fosse colpita anche da un tumore allo stomaco o all’intestino. Quando morì era gialla come lo zafferano, colore che fa pensare anche a una disfunzione epatica.

Fu sepolta nella chiesa della Santissima Annunziata dove già c’era il marito. Il 30 aprile 1737 Clemente XII la canonizzò solennemente. In quell’occasione si svolse nella cattedrale un Te Deum alla presenza di tutte le autorità religiose e civili che volevano celebrare degnamente la canonizzazione di santa Caterina, già proclamata qualche anno primo patrona della Repubblica dal doge e dal senato.