San Carlo da Sezze, al secolo Giovanni Battista Manicchia, nacque il 19 ottobre 1613 a Sezze, in Italia. Da giovane pastore, si sentì chiamato alla vita religiosa e decise di entrare nell'Ordine dei Frati Minori Francescani assumendo il nome di 'Carlo'. La sua vita fu segnata da estreme manifestazioni di umiltà e penitenza. È noto per aver ricevuto le stimmate, le ferite di Cristo, in modo miracoloso. Carlo fu un fervente devoto della Passione di Cristo e della Vergine Maria. La sua agiografia include numerosi miracoli e visioni. Morì il 6 gennaio 1670 e fu canonizzato da Papa Giovanni XXIII nel 1959. La sua figura è particolarmente venerata a Sezze, la sua città natale, dove ogni anno vengono celebrate le sue virtù e il suo amore per i poveri e gli ammalati.
L’umile frate francescano vissuto nel XVII secolo, che è sepolto nella chiesa di San Francesco a Ripa, a Roma, è stato uno dei più alti mistici della Chiesa e nella sua apparente ingenuità e semplicità un poeta dalla esile ma autentica vena lirica
Nella chiesa di San Francesco a Ripa, a Roma, è sepolto un mistico francescano, san Carlo da Sezze, che è stato paragonato a Teresa d’Ávila e a san Giovanni della Croce per i suoi scritti nei quali descriveva con una nomenclatura originale il suo cammino interiore verso quello che definiva «l’amor di Dio dolce e soave». Era anche poeta, come testimoniano i suoi Canti spirituali che, pur tra ingenuità stilistiche, rivelano spesso un’esile ma autentica vena lirica. Così cantava, ad esempio, l’amor di Dio:
Chi non conosce te amore
Chi non gusta te amore
Non sa che cosa è amore.
Già dolce amor mi sento
Gran giubilo e contento
Alto sollevamento.
Amor mi fa cantare
Amor mi fa saltare
Amor mi fa gridare.
Amor mi fa abbassare
Et in alto volare
Il mio Signor chiamare.
Pur avendo interrotto gli studi da ragazzo, Carlo da Sezze aveva il dono dello scrivere e anche del narrare come testimonia la sua autobiografia, Le grandezze delle misericordie di Dio in un’anima aiutata dalla grazia divina, o vero il racconto della vita di fra’ Carlo da Seza, minore osservante riformato di San Francesco della provinzia di Roma, scritta da lui medesimo, per commandamento del padre superiore: sgrammaticata, ma vivace nella espressiva variazione di toni e nella naturalezza.
Era nato nel 1613 a Sezze, una cittadina laziale sui monti Lepini, ora in provincia di Latina, da Ruggero Marchionni o Melchiori e da Antonia Maccione, due contadini agiati e devoti che lo chiamarono Nicola. Verso i tre o quattro anni la nonna materna lo volle tenere a casa sua nonostante la riluttanza dei genitori: era una vecchietta troppo arrendevole, sicché il bambino cresceva capriccioso. A sette anni Nicola fu mandato a scuola, che frequentava con scarso profitto per la sua vivacità incontenibile. Finché un giorno – nel 1626-1627 – per una pinocchiata più grave delle altre venne frustato così ferocemente dal maestro che non volle più studiare e preferì lavorare nei campi.
Quando ancora frequentava la scuola aveva accarezzato l’idea di farsi religioso. Quel pensiero, che per qualche anno aveva dimenticato, riaffiorò mentre lavorava in campagna. Cominciò a leggere libri di carattere spirituale, come Le vite de’ santi Padri dell’eremo e il Leggendario delle Vergini: «in quello dei santi padri» scrive nell’autobiografia «m’inanimiva ad esseguire la vita solitaria, all’esercizio dell’orazione, et in far gran penitenza in sodisfazione delli miei gravi peccati; con quello poi delle vite delle sante Vergini e Martire, mi risvegliava l’affetto alla pietà e divozione verso di tutte loro, in sentire sì atrocissimi martirii e sorte di tormenti che avevano per amor di Giesù Cristo e per sostentare la fede cattolica, soportati». Verso i diciassette anni fece voto di castità perpetua e sperimentò il primo grado di contemplazione infusa che egli chiamava «orazione di quiete».
La vita nei campi, che all’inizio aveva propiziato il suo raccoglimento, in un secondo tempo ne aveva illanguidito lo slancio finché una serie di piccoli incidenti sul lavoro e infine l’apparizione della Vergine lo richiamarono al suo programma. Ma il suo desiderio di entrare nell’Ordine dei Minori non piaceva affatto ai genitori che lo consideravano disdicevole per tutta la famiglia. Che si facesse sacerdote! gli suggerivano, anzi l’imploravano. Nicola non cedeva e alla fine riuscì a spuntarla: il 12 maggio del 1635 s’incamminava per il noviziato nel convento di San Francesco a Nazzano dove ricevette l’abito francescano la sera del 18 col nuovo nome di fra Cosimo. Cominciava un periodo difficilissimo per le prove cui era sottoposto dai superiori, per crisi interne e tentazioni diaboliche e infine per scrupoli eccessivi. Ma tutto andò per il meglio e nel 1636 egli poté emettere la sua professione religiosa durante la quale gli fu cambiato per la seconda volta il nome che da Cosimo divenne Carlo.
Da quel momento cominciò la sua peregrinazione di convento in convento secondo quanto gli comandavano i superiori: dapprima andò a Morlupo, che non era molto distante da Nazzano e dove fece prima l’ortolano e poi il cuoco. E qui sperimentò i primi miracoli, come ad esempio la moltiplicazione del cibo. Ma non eran tutte rose: Carlo narra nella sua autobiografia che aveva le mani di pastafrolla: gli cadevano intere pile di piatti, ma «quello che era pegiore, che ben spesso, quando serviva alla santa messa, imparticolarmente in giorno che si faceva la santa comunione, rompeva delle imbolline o vero le versava; per il che mi era ripieno di gran timore e ne aveva rossore grandissimo, coregendomi spesso il superiore in refettorio in accusarmi di questi mancamenti che facevo; et davami delle penitenze facendomi alcune volte far la disciplina, portar quelli vasi rotti al collo et altre mortificazioni che sono in uso alla religione per tenere mortificati li giovani».
Poi venne trasferito a Ponticelli dove un eccessivo impegno ascetico gli causò turbe psichiche che gli fecero correre il pericolo di finire in manicomio, come narra nell’autobiografia dove suggerisce ottimi consigli per evitare simili disavventure.
Nel 1638 fu la volta di un nuovo convento, San Francesco in Palestrina, dove sperimentò le prime estasi. Ma le sue peregrinazioni non erano finite: da Palestrina passò al convento di San Giovanni Battista del Piglio, per supplire alla mancanza di qualche fratello laico, poi a quello di San Pietro Apostolo a Carpineto. Di là si recò a Castel Gandolfo in un convento-ritiro nato dal cosiddetto «movimento della Riformella». Fallito il movimento, tornò a Carpineto da dove nel 1646 giunse a Roma, in San Pietro in Montorio.
Fu quello un periodo difficilissimo per Carlo, che dovette lottare a lungo prima di comprendere e ammettere l’Immacolata Concezione. E non gli fu facile vincere la tentazione di vendicare gli uccisori di suo zio don Francesco Maccione ai quali poi recò personalmente il suo perdono. Dovette anche subire un’assurda persecuzione dei suoi confratelli: a Carpineto aveva cominciato ad annotare quel che sperimentava. «Per questo scrivere che avevo cominciato a fare, con l’obbedienza del mio padre confessore, cominciavi ad aver qualche contradizione con li frati, non perché mancassi allo officio che mi dava la religione, perché quelo che faceva, et che fino ad ora ho fatto, è stato la magior parte la notte, in tempo che gli altri frati riposavano, et il giorno nel tempo che era il silenzio o che ero desicupato, avendo qualche poca di vacanza, e per non star ozioso.» Insomma i confratelli giudicavano il comportamento di fra Carlo vera e propria presunzione, sicché un giorno il padre visitatore provinciale gli proibì di continuare a scrivere. Cominciò così un’altalena di proibizioni e permessi che durò per qualche anno finché non si capì il valore di quegli scritti.
Nel 1648, mentre cercava legna per la città dovendo scontare una punizione, capitò alla chiesa di San Giuseppe a Capo le Case dove c’era messa. Carlo si fermò alla porta per ascoltarla: al momento dell’elevazione era inginocchiato sulla soglia della chiesa quando «nell’alzare il sacerdote l’ostia consegrata, vidi da quella» narrò poi «con gli occhi dell’anima uscire come un raggio di luce, e venire a ferirne il cuore; et fu con tanta prestezza, che non gli saprei assegniar tempo. L’affetto poi che mi fece nel cuore fu come una cosa sensibile fatta da un ferro materiale, et fece quel moto appunto che si vede fare ad un ferro quando che, postosi nelle fucine, che si è convertito tutto in foco, et che così arrosito si pone in un vaso di acqua et fa quella sorte di mormorio». Per tre anni fra Carlo sentì il dolore di quella ferita che gli dava nello stesso tempo un ardore indescrivibile, tanto che gli sembrava di essere trasportato come il profeta Elia su un carro di fuoco. Dopo la sua morte comparve sul suo petto un singolare stigma a forma di chiodo che fu riconosciuto di origine soprannaturale da una commissione di medici. Per questo motivo nell’iconografia, dove tiene nella mano destra una penna a significare la sua condizione di scrittore fecondo e nell’altra il crocifisso, appare talvolta con lo stigma sul petto.
Durante l’Anno Santo del 1650 fra Carlo fu destinato come sagrestano a San Francesco in Ripa, ma dopo qualche mese tornò a San Pietro in Montorio. Da quel momento, fino alla morte, il 6 gennaio 1670, la sua vita si svolse prevalentemente in quel convento a parte qualche breve soggiorno in San Francesco a Ripa e qualche viaggio. Furono gli anni più importanti nel suo cammino contemplativo. Ma dovette subire anche altre prove difficili: crisi di aridità e tentazioni carnali violentissime. E nel 1655 lo colpì una calunnia infamante torturandolo per tre anni: una donna di malaffare lo accusò di essere il padre di un suo bambino. Quella menzogna, insieme con una sequela di rimproveri da parte dei superiori, gli provocò un flusso sanguigno e una febbre continua che lo ridussero in uno stato critico. Poi verso la fine del 1659 il suo volto fu ricoperto da un intenso rossore. Ne soffrì molto perché si sosteneva che era una malattia disdicevole per un religioso. Fece diverse cure, andando persino alle terme di Nocera Umbra: alla fine dovette rassegnarsi a tenere la «mascara» sul volto.
Ma che importavano tutte quelle tribolazioni se avanzava lungo la via della contemplazione? se nel 1662 veniva introdotto nello «stato de l’amor di Dio dolce e soave»? Di questo straordinario itinerario fra Carlo sa distinguere accuratamente le operazioni attive dalle mistiche o passive, la contemplazione infusa da quella acquisita, le vere dalle false visioni. Trattando i gradi della contemplazione è molto originale nella classificazione e nella nomenclatura dei fenomeni mistici sebbene il suo schema, dove usa i termini «gradi» e «stati» nel senso di elementi, fasi o effetti, sia facilmente riconducibile a quello di santa Teresa d’Ávila.
Negli ultimi anni fra Carlo era così stimato che lo ricercavano come consigliere pontefici, cardinali, principi e principesse, sacerdoti e umili popolani che desideravano ascoltare un suo consiglio. Ormai si sapeva che l’umile frate aveva ricevuto da Dio doni straordinari tra cui quelli del consiglio e della scienza infusa.
Morì nel convento di San Francesco a Ripa, dov’era stato ricoverato dopo un viaggio in Umbria, la mattina del 6 gennaio 1670, ma la sua festa si celebra il 7 gennaio per non farla coincidere con l’Epifania. A noi scrittori piace ricordare una sua confidenza che riporta il francescano Angelo Bianchineri da Naro nelle Memorie intorno a fra Carlo da Sezze: «Onde mi dicea che gran merito e premio hanno li scrittori di libri utili in cielo, ché sono (i libri) come parti e figli dell’anima con molti stenti. E quando si conobbe non aver più quell’inclinazione et affetto a scriver e finire la vita di Cristo, verso l’ultimo – che fu l’ultima opera che scrisse – congetturò esser vicino alla morte, come in fatti fu».
San Carlo da Sezze nacque il 19/10/1613
San Carlo da Sezze nacque a Sezze, Latina
San Carlo da Sezze morì il 06/01/1670
San Carlo da Sezze si festeggia il 6 gennaio