Nome
San Berardo di Teramo
Titolo
Vescovo
Nascita
XI secolo - Pagliara, Teramo
Morte
1123 - Teramo
Ricorrenza
Patrono di
In breve

San Berardo di Teramo, vescovo e protettore della città abruzzese, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Berardo nacque nel XII secolo e fu scelto come vescovo di Teramo intorno al 1130. Egli è noto per il suo impegno nella riforma della Chiesa e per la sua dedizione nel promuovere la disciplina ecclesiastica. Durante il suo episcopato, lavorò con zelo per la riconciliazione delle fazioni in lotta nella regione e si adoperò per la costruzione della Cattedrale di Teramo, dedicata a Santa Maria Assunta. Dopo la sua morte, avvenuta il 20 dicembre 1126, la sua figura fu subito oggetto di venerazione e fu proclamato santo dal popolo. Nel corso dei secoli, molti miracoli sono stati attribuiti alla sua intercessione, consolidando la devozione dei fedeli. La sua festa liturgica viene celebrata il 19 gennaio. Un aspetto interessante del culto di San Berardo è il suo legame con la città di Teramo, dove è ancora oggi considerato un simbolo di pace e di unità tra i cittadini.

Il patrono di Teramo fu un nobile del luogo che, dopo essere diventato benedettino, fu acclamato nel 1116 vescovo a furor di popolo e governò la diocesi con tanto amore da suscitare dopo la morte una grande venerazione

San Berardo apparteneva alla famiglia dei conti di Pagliara che dominavano nella valle Siciliana o Siliciana, un vasto territorio sotto il Gran Sasso. Era nato verso la metà del IX secolo nel castello della famiglia presso Castelli. Si ignorano i nomi dei genitori dai quali nacquero anche il conte Rainaldo e santa Colomba, che è festeggiata il 1° settembre. Di lei si indica ancora oggi la grotta dove visse come eremita: sorge a mezza costa del monte Infornace, sotto una rupe dov’è scolpito un segno detto «pettine di santa Colomba». Di quel «pettine» si sarebbe servita la santa per ravviare la lunga capigliatura. Poco distante una mano impressa nel sasso ricorderebbe il luogo dove la santa si appoggiò salendo sul monte. Infine, sul versante teramano del monte, vi è una chiesetta di Santa Colomba sotto il cui altare si trova una «buca» miracolosa: si dice che introducendovi il capo si possa ottenere la guarigione da alcuni malanni.

La vita di san Berardo è narrata da una Legenda di cui abbiamo tre redazioni: la prima, la più lunga, risale certamente all’inizio del XIII secolo perché contiene riferimenti a un vescovo, Guido II, ancora vivente quando l’autore scriveva e che morì tra il 1203 e il 1205. Come ha osservato Giulio Di Francesco, la Legenda raccoglie la redazione definitiva delle notizie conservate da una tradizione, in parte orale e in parte scritta, che si era già formata quando non erano ancora trascorsi novant’anni dalla morte. Narrava che da ragazzo il contino fu colpito dalla vita ascetica dei Benedettini che vivevano nel monastero di San Salvatore in Castelli, nei pressi di Pagliara. Sicché maturò a poco a poco la decisione di entrare nella vita religiosa. Si monacò e fu ordinato sacerdote nell’abbazia di Montecassino; poi, desiderando una vita più contemplativa, che in quel luogo era turbata dall’intensa attività amministrativa e politica dei monaci, si trasferì nel monastero benedettino di San Giovanni in Venere, presso Lanciano, nell’Abruzzo, dov’era stato abate un parente, Oderisio I di Pagliara, che era stato creato cardinale da Alessandro II.

Fu un monaco modello e la fama della sua santità giunse fino a Teramo dove nel 1115 moriva il vescovo Uberto. Chi meglio di Berardo poteva esserne il successore? Un monaco irreprensibile e per di più appartenente a una delle più stimate famiglie del Teramano. Il clero, i magistrati e il popolo lo elessero all’unanimità. Ma quando i canonici gli portarono la notizia, Berardo rifiutò di accettare la designazione dichiarandosi indegno della carica: quella fu la sua giustificazione, sebbene il vero motivo fosse probabilmente un altro, il timore di perdere nel governo di una diocesi la serenità acquisita nel monastero. Ma quando una seconda commissione di teramani lo informò che papa Pasquale II aveva già confermato l’elezione invitandolo all’obbedienza, dovette accettare e fece il suo ingresso nella cattedrale di Sancta Maria Aprutiensis nei primi mesi del 1116.

Nei sette anni di episcopato si adoprò per riportare pace e concordia tra le fazioni che dividevano la città, operò una profonda riforma del clero e amministrò feudalmente il vescovado, come testimoniano anche sei atti giuridici raccolti nel Cartulario della Chiesa teramana, un codice in pergamena del XII secolo che si conserva nell’archivio vescovile. Questi documenti ci confermano molte notizie riferite dalla leggenda: che fosse nato nel castello di Pagliara lo si ricava da un atto di compravendita del 1116 dov’è presente il fratello Rainaldo, presentato come conte di quel castello. L’inizio del suo episcopato è confermato dallo stesso atto dove egli è qualificato «episcopo electo», cioè designato ma non ancora confermato dal pontefice: il che tuttavia smentisce la Legenda secondo la quale egli non avrebbe assunto il governo della diocesi se non dopo l’approvazione papale. Negli altri atti successivi, fino al 1122, è detto invece vescovo di Teramo.

L’ultima cartula del 1122 concerne la sua donazione ai canonici della cattedrale della chiesa di Santa Maria a Mare con tutti i suoi beni ad eccezione della metà delle offerte da destinare al suffragio dei defunti, e infine all’ospizio di San Flaviano da destinare a beneficio dei poveri.

Dalla documentazione relativa al 1123 si legge invece il nome del successore, il vescovo Guido. Nessuna notizia si trova nel Cartulario sulla data della morte; ma essendo documentato che nell’agosto del 1122 era ancora vescovo di Teramo, si può presumere che il dies natalis riferito dalla Legenda sia veramente il 19 dicembre dello stesso anno.

Sepolto nella cattedrale di Sancta Maria Aprutiensis, operò molti miracoli: come taumaturgo guarì ciechi, storpi, artritici e paralitici. La Legenda narra che un nobile cavaliere di nome Gualtiero, relegato in una ingiusta prigionia, fu liberato dalle catene e dalle mura del carcere per intervento del santo che gli era apparso in visione. Secondo invece una tradizione locale un chierico di nome Ranaldo tentò un giorno di sottrarre una parte del tesoro dedicato al santo; ma nel momento in cui stava per compiere il furto un enorme masso si spostò e quasi stava per schiacciarlo se Berardo, invocato dal chierico spaventatissimo, non lo avesse fatto tornare miracolosamente al suo posto.

Nel 1156 le truppe del conte di Loretello incendiarono Teramo che bruciò quasi interamente, compresa la cattedrale di cui rimasero indenni soltanto il transetto e il corpo di san Berardo. Allora il vescovo Guido II decise di costruire in un altro luogo la nuova cattedrale, dedicandola all’Assunta. Poi nel 1175 un altro vescovo, Attone, trasferendo le reliquie di san Berardo, lo nominò contitolare della chiesa. Ormai era considerato dai teramani come il loro patrono principale. Oggi la maggior parte delle sue reliquie si conservano nella cappella di San Berardo dove furono traslate il 21 maggio 1776 dalla cripta, comunemente detta Grotte di san Berardo.

La festa liturgica cade il 19 dicembre quando il vescovo, dopo il solenne pontificale della festa, benedice il popolo con le due altre reliquie, conservate in appositi reliquiari, il capo e il braccio. Una volta questa festa era accompagnata da corse di cavalli, un palio e l’esecuzione di una laude o cantata in suo onore. Il vescovo Giulio Ricci (1583-1592) scriveva in un suo atto di visita pastorale che sotto la loggia del palazzo comunale era stata cantata in onore di san Berardo una laude tratta dalla Storia Sacra. L’usanza di celebrare la festa di san Berardo con sacre rappresentazioni si è conservata a Teramo fino alla prima metà del XIX secolo.

San Berardo è festeggiato anche il 21 maggio, quando si ricorda la sua traslazione nella nuova cattedrale, che ora è dedicata soltanto a lui, e il 18 novembre. Quest’ultima data ricorda il cosiddetto «miracolo della libertà e della pace». Nel 1521 Teramo era assediata dalle truppe degli Acquaviva, signori di Atri. Quando ormai ogni resistenza sembrava vana, i teramani si rinchiusero nella cattedrale affidandosi a san Berardo e alla Madonna delle Grazie. Poco dopo gli aggressori, che stavano per sferrare l’attacco finale, videro apparire sulle mura della città la Vergine vestita di bianco e san Berardo di rosso. Spaventati da quella improvvisa visione, fuggirono per le campagne abbandonando l’assedio della città che così fu salva.

I teramani ricordano ancora un intervento miracoloso del santo, quando il 19 dicembre del 1798 i loro antenati scacciarono i rivoluzionari francesi, che avevano occupato la città, al grido di «Viva san Berardo».