Nome
Sant' Antonio
Titolo
Abate
Nascita
12/01/0251 - Eraclea (Egitto Superiore)
Morte
17/01/0356 - Tebaide (Alto Egitto)
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Patrono di
In breve

Sant' Antonio di Padova, nato Fernando Martins de Bulhões, è uno dei santi più amati e venerati nella Chiesa Cattolica. Nato in una famiglia nobile a Lisbona nel 1195, decise di dedicare la sua vita alla fede e divenne frate francescano. È famoso per la sua eloquenza nelle prediche, tanto da guadagnarsi il titolo di 'Martello degli eretici'. La sua fama di taumaturgo, ovvero di santo in grado di operare miracoli, è legata a numerosi eventi straordinari attribuitigli durante e dopo la sua vita terrena. Tra i più celebri vi è il miracolo della mula, che si inginocchiò davanti al Santissimo Sacramento per dimostrare la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia. Un altro episodio noto è quando, durante una predica in Rimini, attrasse l'attenzione dei pesci del mare, che si dice abbiano alzato la testa fuori dall'acqua per ascoltarlo. Sant' Antonio è anche il protettore dei perduti e degli smarriti, invocato per ritrovare oggetti o persone scomparse. La sua basilica a Padova, dove riposano le sue spoglie, è meta di pellegrinaggi da tutto il mondo. Morì il 13 giugno 1231 e fu canonizzato dopo soli 11 mesi dalla sua morte, evento estremamente raro per la rapidità.

Il celebre eremita egiziano, la cui vita ha ispirato scrittori e pittori, è diventato il patrono degli animali domestici grazie al trasferimento delle sue reliquie in Francia, dove il suo culto si fuse con quello di una divinità celtica

Verso la metà del III secolo dopo Cristo vivevano nelle vicinanze dei villaggi egiziani alcuni anacoreti che pregavano votandosi alla povertà e castità. Anche Antonio, un giovane nato in una famiglia benestante, aveva deciso dopo la morte dei genitori di vendere quel che possedeva e di dedicarsi alla vita ascetica davanti alla sua casa e successivamente fuori del paese, seguendo l’esempio di un monaco che viveva ai margini di un altro villaggio. Pregava e lavorava: era stato un angelo a insegnargli la regola dell’«ora et labora», come narrano i Detti che gli sono stati attribuiti.

Un giorno, quando era già anacoreta, si disperava: «Signore,» lo invocava «voglio essere salvato ma i miei pensieri me lo impediscono. Che potrò fare della mia afflizione?». Sporgendosi un poco vide un altro come lui che stava seduto e lavorava, poi si alzava dal lavoro e si metteva a pregare, poi di nuovo si sedeva intrecciando una corda, poi ancora si levava a pregare. Era un angelo del Signore che gli disse: «Fa’ così e sarai salvo».

Parte del suo lavoro gli serviva per procurarsi il pane, parte la distribuiva ai poveri. «Pregava continuamente» scrive sant’Atanasio nella Vita di Antonio «sapendo che bisogna pregare in disparte senza interruzione, ed era così attento alla lettura delle Scritture che nulla di quanto vi è scritto cadeva a terra, ma ricordava tutto e la sua memoria sostituiva i libri.»

Già in quel primo periodo aveva subìto tentazioni diaboliche con tempeste di pensieri osceni che tuttavia era riuscito a vincere grazie alla preghiera. Quando decise di chiudersi in un sepolcro, alle prime tentazioni subentrarono terrificanti visioni e frastuoni. Ma Antonio superò le prove e, rinfrancato dalla sua fortezza, decise di recarsi nel deserto chiudendosi per vent’anni in un fortino abbandonato dove si nutriva del pane che gli calavano dal tetto due volte all’anno e si dissetava a una fonte che sgorgava al suo interno.

Aveva sfidato i demoni nel loro regno, il deserto: le tentazioni si fecero più raffinate, lo svegliavano nel cuore della notte perché pregasse, lo consigliavano di non mangiare per mortificarsi meglio, cercavano di spingerlo all’esaurimento fisico e psichico per disgustarlo della vita solitaria. Ma Antonio, grazie all’assistenza di Colui al quale si era votato, avrebbe vinto tutte le tentazioni acquisendo il «discernimento degli spiriti» che permette di riconoscere le apparizioni più ambigue, quelle che simulano persino le presenze angeliche.

Vent’anni dopo molte persone che volevano essere iniziate alla vita eremitica vennero al fortino abbattendolo. «Antonio» racconta Atanasio «uscì come un iniziato ai misteri di un santuario e come ispirato dal soffio divino.» E cominciò a consolare gli afflitti ottenendo dal Signore, come amava ripetere, guarigioni, liberando gli indemoniati, istruendo coloro che avevano deciso di abbracciare la vita solitaria. Sui monti e nel deserto sciamarono monaci suoi discepoli ai quali aveva spiegato come vincere le tentazioni diaboliche.

Quando all’inizio del IV secolo si scatenò la persecuzione, Antonio non esitò ad abbandonare il suo eremo e a scendere ad Alessandria per assistere i martiri e subire egli stesso il martirio; ma venne risparmiato forse perché incuteva rispetto e timore reverenziale anche ai Romani. Tornata la pace, decise di ritirarsi in un luogo più isolato del precedente: si recò nella Tebaide dove viveva coltivando un campicello per non dipendere da nessuno e poter nutrire anche chi venisse a imparare le vie dell’ascesi, a chiedergli aiuto e conforto. In questo periodo, secondo Atanasio, si moltiplicarono i miracoli, le guarigioni, le visioni e le profezie.

Il resto della sua lunghissima vita lo trascorse in quel luogo da dove si allontanò soltanto una volta per combattere l’eresia ariana ad Alessandria. Negli ultimi anni aveva accolto due monaci che lo accudivano nella sua estrema vecchiaia: morì più che centenario nel 356 e venne seppellito in un luogo segreto perché non aveva voluto che lo conservassero in casa secondo l’usanza egizia. Ma nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono una lunga migrazione che da Alessandria e Costantinopoli si sarebbe conclusa in Francia nell’XI secolo. La sua vita, narrata da Atanasio che ne era stato discepolo, diventò presto nella sua semplicità la Regola di tanti anacoreti orientali e occidentali, e la sua popolarità si diffuse in tutto il mondo cristiano. In Occidente egli assunse persino funzioni che soltanto in parte sono spiegabili con la sua figura storica. Siccome era stato anche taumaturgo lo si invocava, e lo si invoca ancora oggi, come guaritore di varie malattie fra cui il «fuoco di sant’Antonio». Per la sua fama di vincitore delle potenze diaboliche fu chiamato «il custode dell’inferno» dal quale sottraeva, secondo la leggenda, alcune anime. Divenne anche il patrono degli animali domestici, tant’è vero che ancora oggi il 17 gennaio si usa far benedire sul sagrato delle chiese che gli sono dedicate cavalli, asini, cani, gatti e persino uccellini. Venne raffigurato con un maialino al fianco che, si narrava, lo aveva seguito dappertutto perché il santo lo aveva guarito da una grave malattia. Ma l’episodio non è narrato nella Vita di Atanasio.

La collocazione calendariale della sua festa ha ispirato anche alcuni proverbi meteorologici: «Sant’Antonio dalla barba bianca / se non piove la neve non manca» per sottolineare che siamo nel cuore dell’inverno e le precipitazioni sono frequenti; «Sant’Antonio, la gran freddura; / san Lorenzo la gran calura; / l’una e l’altra poco dura»; e infine «Sant’Antonio fa il ponte e san Paolo lo rompe» per spiegare che verso il 17 il freddo rigido serra i corsi d’acqua in un manto di ghiaccio destinato a sciogliersi verso la fine del mese, quando si festeggia al 25 la conversione dell’apostolo.

Quando le reliquie giunsero nell’XI secolo alla Motte-Saint-Didier, in Francia, fu costruita una chiesa alla quale convenivano folle di malati di ergotismo canceroso, che era causato dall’avvelenamento da un fungo presente nella segala usata per la panificazione. Il morbo era conosciuto fin dall’antichità come ignis sacer per il bruciore che provocava. Per poter accogliere e assistere tutti quei malati che, oltre alle cure ospedaliere si affidavano alla potenza taumaturgica delle reliquie del santo, si costruì un ospedale e si fondò una confraternita di religiosi: ebbe così origine l’Ordine ospedaliero degli Antoniani. Uno dei più antichi privilegi che i papi accordarono loro fu quello di poter allevare maiali per uso proprio. Tale singolare allevamento avveniva a spese della comunità, sicché i porcelli potevano circolare liberamente fra strade e cortili se portavano una campanella di riconoscimento. Il loro grasso serviva a curare l’ergotismo, che venne chiamato «il male di sant’Antonio» e poi «fuoco di sant’Antonio». Per questo motivo nella religiosità popolare il maiale cominciò ad essere associato all’eremita egiziano, a diventarne nell’iconografia un suo attributo insieme con il bastone a Tau, simbolo dell’anacoreta, e con la campanella. Poi gli si attribuì il patronato sui maiali e per estensione su tutti gli altri animali domestici. Persino la macellazione dell’animale venne collegata alla sua festa. Ancora oggi a Cansano, in Abruzzo, un porco è acquistato nella prima settimana di novembre e macellato alcuni giorni prima del 17 gennaio. Durante il periodo d’ingrassamento il maiale porta una campanella al collo e circola liberamente per il paese.

La festa del santo divenne a poco a poco una delle più popolari fra i contadini che in epoca precristiana celebravano in quel periodo cerimonie durante le quali, come nelle romane Ferie Sementine, si lustravano campi e villaggi mentre buoi e giovenche venivano inghirlandati di fiori e lasciati in riposo. Si accendevano i cosiddetti «falò di sant’Antonio» o «focarazzi» che avevano una funzione purificatoria e nello stesso tempo fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio da un anno all’altro, dall’inverno, inteso come vecchiaia dell’anno, all’imminente primavera. Le ceneri venivano poi conservate come talismani. La sua figura aveva assunto anche le funzioni di varie divinità che presiedevano alle lustrazioni nel periodo in cui cadeva la sua festa, come Cerere e Terra cui i Romani sacrificavano una scrofa gravida. Nei territori celtici, come la Francia, sant’Antonio ereditò persino le funzioni di una divinità che presiedeva alla rinascita della natura e alla fertilità degli animali e aveva come attributo un cinghiale: il dio della rinascita e della luce Lug, garante di nuova vita. Era il figlio della Grande Madre celtica cui erano consacrati cinghiali e maiali, come a Cerere.

I Celti lo onoravano a tal punto da porre una statuetta di cinghiale sull’elmo e da raffigurarlo sugli stendardi. Spalmavano addirittura sui capelli, che portavano corti, una densa poltiglia di gesso perché diventassero rigidi e somigliassero alla cotenne dell’animale, come testimonia Il galata morente al Museo Capitolino di Roma.

In molte leggende dell’area celtica si narrava la caccia al cinghiale immortale per impadronirsi di un pettine e di una forbice posti fra le sue orecchie: allegoria della comunione, in forma di cosmesi, con il dio Lug della quale i capelli impomatati in forma di cotenna erano il simbolo. Gli stessi sacerdoti, i druidi, erano chiamati «Grandi Cinghiali Bianchi». Neppure il primo medioevo perse la nozione che il cinghiale fosse un animale divino se correva la voce che tutti i re della stirpe merovingia avessero la spina dorsale coperta di setole al pari dei maiali e se Teofano riferisce che avevano il soprannome di «schiena pelosa» o di «setolosi».

È curioso notare che in certi quadri, come quello del Pisanello alla National Gallery di Londra, sant’Antonio ha ai suoi piedi non il maialino ma il cinghiale, l’animale consacrato a Lug. Non ci si sorprenda per questa giustapposizione di funzioni tipiche di divinità pagane: spesso la fede popolare ha trasferito su un santo gli attributi del dio che le era familiare per non rinunciare alle usanze e alle feste tradizionali. I trapassi da una fede all’altra comportano necessariamente frammenti delle usanze popolari precedenti: perché mai rifiutarli? Il santo accetterà benevolmente di diventare intercessore di quel che i credenti, puri d’animo, gli chiederanno. La Chiesa lo ha capito da secoli tollerando le usanze che non sono incompatibili con la fede cristiana. Per questo motivo sant’Antonio è diventato anche il patrono dei fabbricanti di spazzole che anticamente erano fatte con setole.

Lug, dio della morte e della resurrezione, regnava, come tutte le divinità con questa funzione, sugli inferi. Perciò nel processo di cristianizzazione sant’Antonio assunse anche quella di custode dell’inferno, diventò non soltanto colui che poteva salvare le anime destinate alla dannazione, ma addirittura il «padrone del fuoco», omologo alle fiamme infernali; e grazie a questa funzione anche il padrone di quel fuoco metaforico che era lo herpes zoster, curato proprio nell’ospedale attiguo al suo convento.

Il suo legame col fuoco venne poi giustificato da varie leggende, come ad esempio quella che si narra nel Nuorese. Una volta nel mondo non c’era il fuoco e gli uomini soffrivano il freddo. Mandarono allora una delegazione nel deserto della Tebaide perché pregasse Antonio di procurare loro il fuoco. L’eremita, dopo molte insistenze, promise di aiutarli e andò a bussare, accompagnato dal suo maialino, alle porte dell’inferno chiedendo di entrare.

Quando i diavoli lo videro apparire si spaventarono perché conoscevano i suoi poteri e lo giudicavano invincibile: lo respinsero, ma mentre stavano chiudendo la porta il maialino riuscì a sgusciare nell’inferno scorrazzando dappertutto e sconvolgendo la società dei diavoli.

Satana e i suoi angeli neri non sapevano più che fare: quel maialetto era inafferrabile. Non c’era che una soluzione, pur sgradita: pregare sant’Antonio di venire all’inferno a riprendersi la bestiaccia. E il santo, che non aspettava altro, si recò nel regno dei dannati con l’inseparabile bastone a forma di Tau. Durante il viaggio di risalita in compagnia del maialino docile e sorridente fece prendere fuoco al bastone, sicché giungendo sulla terra poté accendere una catasta di legna: e da allora il fuoco ha riscaldato l’umanità.

Ma torniamo al sant’Antonio storico e al suo insegnamento contenuto nella Vita scritta da Atanasio (al quale possiamo far credito perché fu testimone di molti eventi), nei Detti e infine nelle sette lettere che ci sono pervenute e che gli sono state attribuite. Ai monaci — ma l’insegnamento è prezioso anche per i laici — consigliava di non condannare mai il prossimo:

«Spesso sfugge anche a noi» ammoniva «quel che facciamo, non ce ne rendiamo conto, ma il Signore conosce ogni cosa. Lasciamo dunque a Lui il giudizio e abbiamo compassione gli uni degli altri, portiamo i pesi degli uni e degli altri e sforziamoci di compiere quel che ancora ci manca». E spiegava che, essendo tutti gli uomini partecipi di una stessa sostanza, conveniva loro amare il prossimo: «Chi pecca contro il suo prossimo» scriveva in una lettera «pecca contro se stesso, chi fa del male al prossimo fa del male a se stesso, e così chi fa del bene al prossimo fa del bene a se stesso». Insomma: io ho quel che ho donato.