- Sant'Antimo (Campania),
- Recale (Campania),
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Sant' Antimo è stato un martire cristiano vissuto durante l'impero romano. La sua agiografia racconta che fu sacerdote della Chiesa di Nicomedia, una città che all'epoca era una delle più importanti dell'Impero d'Oriente. Durante la persecuzione dei cristiani ordinata dall'imperatore Diocleziano, Antimo fu arrestato insieme a numerosi compagni, per aver professato e difeso la fede cristiana. Secondo la tradizione, Antimo e i suoi compagni subirono il martirio attorno all'anno 303 d.C. Le loro reliquie sono venerate in diverse parti del mondo cristiano. La loro testimonianza di fede è considerata un esempio di coraggio e coerenza nella storia del cristianesimo. La festa di Sant' Antimo e dei suoi compagni martiri è celebrata il 11 aprile. Questo gruppo di santi è spesso invocato per la loro intercessione e per ricordare l'importanza del martirio nella vita della Chiesa.
Sant’Antimo, patrono dell’omonima cittadina campana, e san Massimo, compatrono con san Vittorino della diocesi dell’Aquila, sono accomunati in una fantasiosa leggenda che s’inizia in Asia Minore e si conclude con il loro martirio nella Sabina
Spesso nel primo medioevo qualche agiografo, per dare una consistenza maggiore alle poche notizie che erano pervenute su uno o più martiri, li riuniva in un’unica Passio dalle complesse e fantasiose vicende. Così è avvenuto per sant’Antimo e i suoi compagni, fra i quali vi è quel san Massimo levita destinato a diventare compatrono della diocesi dell’Aquila con san Vittorino.
La Passio sancti Anthimi, che fu scritta fra il V e il IX secolo, narra che alla fine del III secolo era proconsole dell’Asia Minore Faltonio Piniano: era sposato con Anicia Lucina, della nobile famiglia degli Anicii e nipote, per parte materna, dell’imperatore Gallieno. Piniano aveva come consigliere un certo Cheremone che aveva giurato di distruggere i cristiani e la loro religione. Per le sue insinuazioni il presbitero Antimo, il cui nome originario greco, Ánthimos, significava «fiorente», e i suoi discepoli erano stati gettati in carcere in attesa della condanna.
La persecuzione di Cheremone suscitò l’ira divina: un giorno, mentre attraversava sul cocchio proconsolare le vie di Nicomedia, fu invaso dai demoni, che dopo averlo gettato a terra lo malmenarono così furiosamente che egli miseramente morì.
Piniano, formalmente responsabile della persecuzione, era talmente terrorizzato che la sua angoscia gli provocò una gravissima malattia da cui non riuscivano a guarirlo i migliori medici della provincia. La moglie Lucina, che da tanto tempo si sentiva attratta dalla religione cristiana, pensò di consultare Antimo. D’accordo con i familiari lo fece liberare con i discepoli e condurre al suo palazzo perché voleva chiedergli aiuto per il marito promettendogli la libertà e laute ricompense. Ma Antimo voleva soltanto la libertà di predicare. «Sappi dunque, Lucina,» soggiunse «che il rimedio per guarire tuo marito dalla malattia che lo tormenta è uno solo: cerca di persuaderlo a farsi cristiano.»
Piniano non soltanto accettò il consiglio, ma si dimostrò un catecumeno attento e sincero, sicché Antimo riuscì ad ottenere dal Signore la sua guarigione e poi lo battezzò con tutta la famiglia.
L’anno seguente Faltonio Piniano fece ritorno a Roma dov’era stato richiamato dall’imperatore. Ma prima di partire riuscì a convincere Antimo e i suoi discepoli a seguirlo nella capitale. Il suo arrivo non passò inosservato; e presto si diffuse in Roma la notizia che Piniano aveva condotto con sé dei cristiani.
Per sottrarli a possibili persecuzioni decise di allontanarli dalla città mandandoli in due vasti poderi situati in provincia. Nel primo, a Osimo, nelle vicinanze di Ancona, sistemò il diacono Sisinio con Dioclezio e Florenzio; nel secondo, presso la città sabina di Curi, Antimo con Massimo, Basso e Fabio.
Cominciò così l’evangelizzazione delle terre della Sabina. Proprio in quel periodo Antimo fu protagonista di un fatto clamoroso. Non lontano da Curi vi era un’edicola dedicata al dio Silvano. Ogni anno, nel giorno della sua festa, la folla vi si recava per offrire vittime e incensi. Ma l’ultima celebrazione venne funestata dalla follia del sacerdote pagano che, invasato da uno spirito maligno, cominciò a menare colpi all’impazzata in mezzo alla folla ferendo chiunque gli si parasse di fronte.
La folla atterrita fuggiva urlando verso un bosco vicino. A quelle grida Antimo accorse andando incontro all’invasato che, appena lo ebbe visto, gli si avventò contro per ucciderlo.
Il santo si fermò a qualche metro di distanza urlando: «Nel nome di Gesù Cristo, ti comando di fermarti e gettare il ferro omicida». Il sacerdote pagano non ebbe più la forza di proseguire e lasciò cadere l’arma. Allora Antimo lo prese per mano e, dopo averlo calmato, lo condusse in casa sua dove a poco a poco riuscì a liberarlo dall’ossessione e infine a battezzarlo con tutta la famiglia nell’oratorio che aveva sistemato in una stanza.
Il nuovo convertito, per dimostrare la sua fede pubblicamente, andò poi ad atterrare l’idolo e l’ara dando fuoco al bosco sacro dedicato al dio Silvano.
Non l’avesse mai fatto! I pagani, furiosi, si recarono dal proconsole Prisco denunciando il grave oltraggio alla religione romana e incolpando del misfatto Antimo. Il magistrato romano diede l’ordine di arrestare il sacerdote cristiano e di punirlo obbligandolo a sacrificare agli dei per riparare all’oltraggio.
Non fu difficile catturare Antimo che stava pregando nell’oratorio. Lo acciuffarono trascinandolo nel bosco distrutto dalle fiamme dove gli imposero di bruciare incenso all’idolo offeso. Al suo rifiuto, corsero dal proconsole che si trovava poco lontano per alcuni impegni. E Prisco ordinò che fosse annegato nelle acque del Tevere con una pietra al collo.
Ma un angelo sceso dal cielo in un alone di luce si tuffò nel profondo del fiume, sollevò Antimo dalle acque limacciose e, sciolte le funi che lo legavano, lo ricondusse sano e salvo al suo oratorio.
Il giorno seguente i pagani, vedendo che i cristiani continuavano a recarsi nella casa del santo, cominciarono a beffeggiarli: «Andate pure dal vostro Antimo, ma vi toccherà scendere in fondo al Tevere dove sta riposando tranquillamente con i pesci».
«Eppure proprio oggi» risposero i cristiani «ci ha benedetti in carne ed ossa.»
Stupiti, i pagani si recarono alla casa di Antimo dove lo scoprirono sano e salvo. Sconvolti dal miracolo, si inginocchiarono ai suoi piedi chiedendogli non soltanto perdono ma sollecitando il battesimo.
La voce del miracolo giunse fino al proconsole Prisco che mandò un suo littore per controllare quel che era successo. Quando ebbe conferma dell’accaduto, ordinò che Antimo fosse arrestato e torturato per tre giorni sopra un eculeo. Poi volle interrogarlo esortandolo a sacrificare agli dei. Ma il martire non cedeva in nessun modo; sicché il proconsole decise di farlo decapitare.
Antimo morì l’11 maggio del 305, oggi sua festa liturgica, a 22 miglia da Roma, sulla via Salaria, e venne sepolto nell’oratorio presso Curi. Qualche anno dopo venne edificata in suo onore una basilica di cui oggi non restano che pochi avanzi.
Secondo la tradizione papa Adriano I donò le reliquie dei santi martiri Antimo e Sebastiano a Carlomagno che aveva deciso di fondare un’abbazia nel territorio della diocesi di Chiusi, un paese a pochi chilometri da Montalcino. L’abbazia con la basilica dedicata a sant’Antimo ricevette nell’814 la sua consacrazione territoriale e giuridica dall’imperatore Ludovico il Pio. Ma la basilica odierna, uno dei capolavori dell’architettura romanica, fu costruita successivamente, nel 1150, al posto della precedente.
Le reliquie non restarono a lungo a Sant’Antimo: per sottrarle ai saccheggi dei Longobardi furono trasferite in un piccolo cimitero fuori delle mura di Roma dove vennero ritrovate nel 1607. Il 2 aprile dello stesso anno Paolo V le donò ai marchesi de Moncada. A sua volta nel 1616 Caterina de Moncada le regalava ad Antonio Clarelli, che insegnava all’Università di Napoli diritto civile ed era nato nella cittadina di Sant’Antimo, fondata in Campania da profughi sabini fuggiti da Curi durante l’invasione longobardica.
Quando gli abitanti di Sant’Antimo vennero a sapere delle reliquie, tanto insistettero che il Clarelli decise di donarle a patto che i concittadini costruissero nella chiesa parrocchiale una decorosa cappella per accoglierle degnamente. E finalmente nel 1658 le reliquie giunsero a Sant’Antimo, nella basilica ricostruita poi nel XVIII secolo, dove il martire è rappresentato tradizionalmente con un crocifisso in mano.
Dopo la morte di sant’Antimo Piniano invitò Massimo a sostituire il suo maestro nella cura pastorale. Questi accettò l’incarico con entusiasmo. Ma i pagani tramavano nell’ombra. Un giorno si recarono da Prisco raccontandogli che la propaganda cristiana era ripresa col discepolo di Antimo. Il proconsole ordinò ai littori di arrestarlo. Ma i cristiani, ormai numerosi, avevano deciso di scontrarsi con i soldati per salvarlo. Soltanto l’intervento di Massimo scongiurò la battaglia che stavano per scatenare: «Fratelli miei,» esclamò «non vogliate impedire che io vada a raggiungere nella gloria dei cieli il mio maestro».
Quando giunse alla presenza di Prisco non ebbe timore di confessare la sua fede. Fu la sua condanna: dopo la rituale flagellazione e un ultimo inutile invito a sacrificare agli dei, venne decapitato il 19 ottobre dello stesso anno. Successivamente furono martirizzati anche i suoi compagni Basso e Fabio, sepolti a Forum Novum o Vescovio di Torri.
Secondo il Delehaye la Passio raggruppa martiri e confessori che invece ebbero vicende e culto del tutto indipendenti e di cui è impossibile ricostruire le figure storiche. Ma il culto popolare come l’iconografia si ispira alle leggende, che non si possono ignorare se non si vogliono recidere le radici culturali del nostro popolo.
Alla stessa data della festa di san Massimo levita, il 19 ottobre, era venerato nell’antica Forcona anche un altro san Massimo che forse era il medesimo. Su di lui fiorì poi una leggenda aquilana secondo la quale il martire nacque in una famiglia cristiana nella cittadina di Avia. Era diacono quando durante la persecuzione di Decio venne imprigionato, ma morì due anni dopo, il 19 ottobre 253. Sul suo sepolcro a Forcona, distante tre miglia dall’Aquila, si recò a pregare Ottone I insieme con il papa. Voleva prelevare una parte delle reliquie, ma non fu possibile: nel momento in cui un uomo stava aprendo il sepolcro con un martello rimase paralizzato. Nella notte un angelo apparve in sogno a Ceso, vescovo di Forcona, dicendogli che se l’imperatore avesse dotato in onore di san Massimo il suo vescovado, il santo avrebbe permesso l’apertura del sepolcro e il prelievo della reliquia. E così avvenne.
Il 27 maggio 1413 le reliquie del martire, la cui festa cadeva dal secolo precedente al 10 giugno in ricordo del prodigio compiuto al tempo di Ottone I, furono trasferite dalla cattedrale della distrutta Forcona in quella dell’Aquila, dove andarono disperse durante il terremoto del 2 febbraio 1703.
Al patronato di san Massimo la Chiesa aquilana associa quello di un altro martire, san Vittorino di Amiterno, ricordato il 24 luglio nel Martirologio Gerominiano, secondo il quale egli era sepolto e venerato sulla via Salaria a 83 miglia da Roma, nella città di Amiterno, oggi San Vittorino. Il Martirologio Romano lo commemora invece il 5 settembre. Effettivamente gli scavi eseguiti dalla Commissione di Archeologia sacra nel cimitero di San Vittorino hanno rimesso in luce, nella cripta dov’era sepolto, dei reperti che documentano i successivi lavori di abbellimento dal IV all’VIII secolo, fino alla costruzione della basilica ad corpus. Su Vittorino fiorirono poi tante leggende contraddittorie. Quella della Chiesa aquilana narra che fu il primo vescovo di Amiterno. Nel 95 o 96 venne esiliato con i compagni Eutiche e Marone nell’isola di Ponza dove incontrò la vergine romana santa Flavia Domitilla che, per consiglio dei santi Nereo e Achilleo, aveva consacrato a Dio la sua verginità rifiutando un ricco corteggiatore, Aureliano.
Quel rifiuto le era costato l’esilio. Dopo la morte di Nereo ed Achilleo, Aureliano cercò nuovamente di convincerla, ma ottenne ancora un rifiuto. Quando qualche informatore malevolo gli riferì che la vergine subiva l’influenza di Vittorino, Eutiche e Marone, chiese all’imperatore Traiano che i tre gli fossero assegnati come schiavi e li mise a lavorare nei suoi poderi. Vittorino fu inviato sulla Salaria, a 60 miglia da Roma. I tre santi uomini non si lasciarono certo abbattere dalla disperazione, anzi approfittarono della nuova situazione per evangelizzare la gente del luogo operando anche molti miracoli.
Quando Aureliano lo venne a sapere, mandò suoi sicari perché uccidessero i tre cristiani. San Vittorino, tenuto per tre ore con la testa dentro le acque sulfuree di una sorgente, morì al principio del II secolo presso le rovine di Cotilia, fra Antrodoco e Cittaducale. Poi il corpo fu trasportato e seppellito dai cristiani di Amiterno nella loro cittadina. A san Massimo e Vittorino martire e a san Giorgio è dedicata la cattedrale dell’Aquila che custodisce nell’altare in fondo alla crociera di sinistra il capo del vescovo di Amiterno. Al centro e ai lati dell’abside Girolamo Cenatempo dipinse la gloria del martire in una tela del 1732 mentre ai lati due quadri di Donato Teodoro di Chieti rappresentano due scene della vita leggendaria di san Massimo.
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Sant' Antimo e compagni si festeggia il 11 maggio