Nome
Sant' Ampelio di Bordighera
Titolo
Eremita
Ricorrenza
In breve

Sant' Ampelio, conosciuto come il protettore dei marinai, è uno dei santi meno noti ma con una storia affascinante. Secondo la tradizione, egli sarebbe stato un monaco originario dell'Egitto che decise di fare ritiro spirituale in Liguria, presso Bordighera. Arrivato sui resti di una nave, scelse una vita eremitica su un promontorio che in seguito prese il nome di Capo Sant'Ampelio. La sua esistenza è avvolta nelle leggende e nei racconti che lo vedono protagonista di miracoli, come quello di far scaturire una sorgente d'acqua dolce semplicemente con il tocco del suo bastone. Ciò che affascina di Sant'Ampelio è la sua capacità di ispirare i marinai e tutti coloro che affrontano la vita con coraggio, proprio come fece lui abbandonando la sua terra per un ideale spirituale. La sua memoria liturgica si celebra il 14 maggio e la chiesa a lui dedicata a Bordighera è meta di pellegrinaggi, specie da parte di coloro che vedono in lui un modello di fede e di resistenza alle avversità.

Un eremita giunto dall’Egitto nel secolo V sulla costa di Bordighera portò come dono agli abitanti la palma da datteri e insegnò alla popolazione la coltivazione della vite per poi vivere fino alla morte in una grotta sul capo che ora porta il suo nome 

Capo Sant’Ampelio, a Bordighera, con i suoi scogli profumati di salsedine è un luogo caro non soltanto agli abitanti di Bordighera ma anche all’autore di questo libro che da ragazzino andava spesso a tuffarsi proprio sotto la omonima chiesetta affacciata sul mare, alla quale si addicono i versi di Vincenzo Cardarelli sulla Liguria: «Le chiese sulla riva paion navi/che stanno per salpare». Secondo la leggenda narrata da un benedettino del monastero di Santo Stefano a Genova, Ampelio che ha dato il nome al capo era un monaco egiziano: avendo deciso di trasferirsi in Occidente per condurre vita eremitica, approdò nel 411 sulla costa ligure.

Si suole identificarlo con un anacoreta della Tebaide, Apelle il Vecchio, che Palladio, come narra nella Storia Lausiaca, incontrò in una laura presso Acori, dove viveva con altri cenobiti. Esercitava per la comunità il mestiere del fabbro ferraio maneggiando a mani nude il ferro che cavava dal fuoco senza scottarsi. Quel privilegio gli era stato concesso dal Signore per la vittoria su una grave tentazione. Una notte, mentre stava lavorando nella sua officina, gli apparve una donna affascinante tentando di sedurlo. Il monaco la respinse, ma lei continuava ad assediarlo con atteggiamenti osceni; finché esasperato afferrò con le mani nude un ferro rovente che stava lavorando e lo scagliò contro la tentatrice che in realtà era il demonio stesso. Confusa e disperata la donna fuggì urlando a tal punto che le sue grida vennero intese dagli altri monaci.

Secondo la leggenda Ampelio – così Apelle venne chiamato in Occidente dai suoi biografi – decise un giorno di lasciare la comunità cenobitica e di vivere da solo, come eremita, in Italia. Non sappiamo con certezza quali siano stati i motivi veri della decisione; ma, pur senza possedere documenti, possiamo considerare non fantastica la leggenda perché proprio in quel periodo le coste e le isole del Ponente ligure e della vicina Provenza videro un rilevante afflusso di monaci orientali.

Si stabilì in una grotta sul capo, che poi gli sarebbe stato dedicato, continuando il suo mestiere di fabbro gratuitamente per gli abitanti del luogo, per i quali divenne anche un consigliere spirituale. Si favoleggia che avesse loro portato i semi della palma da datteri (Phoenix dactifera) e avesse insegnato la coltura della vite. Il dono delle palme è testimoniato anche nell’iconografia del santo.

In effetti è abbastanza eccezionale la presenza della palma africana alla latitudine di 43°: ma probabilmente questo unicum botanico, come ha osservato Giuseppe E. Bessone in Bordighera d’autore(Bordighera 1992), ebbe origine dai noccioli di dattero lasciati da marinai fenici.

Un’altra leggenda narra che un giorno una nave di passaggio stava per naufragare di fronte alla scoglio dell’eremita a causa del mare in burrasca. Ampelio, uscito dalla grotta, cominciò a implorare il Signore di salvarne i marinai e i passeggeri; e, levata la mano, li benedì ordinando al vento e al mare di placarsi; e così avvenne.

Secondo la tradizione morì il 5 ottobre del 428. La sua fama si estese a tutto il territorio del Ponente, da dove giungevano molti pellegrini a pregarlo. Gli abitanti del borgo decisero di costruire una chiesetta che fu modificata nel corso dei secoli fino all’attuale, al cui interno si conserva la grotta con il giaciglio in pietra dove riposava il santo.

Si narrava che avesse salvato o guarito miracolosamente molti fedeli che lo avevano invocato. Un contadino era stato liberato da una serpe che gli si era attorcigliata al collo tentando di soffocarlo; un usuraio, pentito, aveva restituito il maltolto a una povera vedova; un cristiano, catturato e schiavizzato dai Saraceni, era riuscito a fuggire dalla prigione dov’era incatenato; un pellegrino era guarito da un male che lo aveva colpito gravemente alle gambe durante il viaggio verso Santiago di Compostella.

Nel 1140 il conte di Ventimiglia, dal quale dipendeva anche la chiesetta di Sant’Ampelio, si ribellò alla Repubblica di Genova per liberarsi del vassallaggio cui era stato costretto dieci anni prima. Ma i genovesi, insieme con il conte di Savona, domarono la ribellione conquistando la città e facendo prigionieri molti suoi abitanti; i quali, non avendo denaro per riscattarsi, offrirono ai genovesi l’ambito corpo di sant’Ampelio in cambio della libertà.

Le reliquie furono trasferite nel Castrum Sancti Romuli, l’attuale San Remo, all’interno della chiesa di Santo Stefano appartenente allo stesso Ordine di San Benedetto che aveva la giurisdizione sulla chiesetta di Sant’Ampelio. Vi rimasero per oltre un secolo, fino al 14 maggio del 1258, quando i benedettini, avendo rinunciato alla loro chiesa sanremese che serviva all’arcivescovo genovese, ricevendo in cambio quella di San Martino in Bisagno, decisero di trasportare il corpo di Ampelio fino a Genova per collocarlo in una urna marmorea sotto l’altare maggiore della chiesa di Santo Stefano, officiata da loró.

In quella città sant’Ampelio diventò il patrono dei fabbri che gli intitolarono la loro confraternita, dedicandogli anche la prima cappella della navata destra dove avevano stabilito la sepoltura dei confratelli. Più tardi, nel 1550, l’università dei Giovani Chiavari eresse a Roma, nella chiesa di Sant’Eligio dei Ferrari, ai piedi del Campidoglio, un altare ad «Ampelio fabbro ed eremita».

Venerato come santo, non era però entrato nel Martirologio romano: sicché nel 1690, a causa di un decreto della Santa Sede che proibiva di «recitare l’Offizio dei Santi non descritti nel Martirologio Romano» non si poteva più onorare colui che i bordigotti consideravano il loro patrono. Ma non si diedero per vinti e dopo una secolare insistenza ottennero nel 1791 il permesso di celebrare «messa e offizio del Comune dei confessori non pontefici con festa di precetto e rito doppio di prima classe il 14 maggio», quando si ricordava la traslazione delle reliquie a Genova, e solamente «con rito doppio maggiore il dies natalis del 5 ottobre». Era già una conquista, ma non bastava ancora alla popolazione. Finalmente, grazie a Pio IX, nel 1851 fu concesso l’Ufficio proprio tanto per il 14 maggio che per il 5 ottobre.

Tuttavia Bordighera sentiva profondamente la mancanza del suo patrono: nel 1703 riuscì ad ottenere una reliquia che venne portata nella chiesa abbaziale di Santa Maria Maddalena, nel paese alto.

Nell’ultima guerra mondiale le ossa di sant’Ampelio furono disperse durante un bombardamento su Genova degli anglo-americani. Recuperate fra le macerie, vennero date in custodia alle Suore di San Giuseppe prima e poi alle Suore Terziarie Cappuccine. Infine nel 1947 il cardinale Giuseppe Siri, sollecitato dalle suppliche degli abitanti di Bordighera, acconsentì al ritorno delle reliquie del patrono che giunsero il 6 agosto dal mare fino agli scogli di Sant’Ampelio dove vennero accolte trionfalmente. Ora, conservate in una urna, sono esposte sopra il secondo altare a destra, nella chiesa di Santa Maria Maddalena.