Nome
Sant' Alessio
Titolo
Mendicante
Nascita
IV Secolo - Roma
Morte
14/07/0412 - Roma
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Patrono di
Protettore
In breve

Sant' Alessio è una figura leggendaria della cristianità, conosciuto anche come Alessio l'Uomo di Dio o Alessio di Roma. La sua storia è avvolta nel mistero, ma si ritiene che abbia vissuto tra il IV e il V secolo. Secondo la tradizione, era figlio di un ricco patrizio romano, ma rinunciò alle sue ricchezze per intraprendere una vita di povertà e preghiera. Viaggiò come pellegrino in Oriente e, al suo ritorno a Roma, visse inosservato sotto le scale della casa paterna, dedicandosi totalmente a Dio. La sua identità venne rivelata solo dopo la sua morte, quando fu trovato un documento che egli stesso aveva scritto. Il suo culto si diffuse rapidamente, e Sant' Alessio è considerato il patrono dei mendicanti e di coloro che rinunciano ai beni materiali in cerca di una vita più spirituale.

La leggenda di sant’Alessio, giunta dall’Oriente e poi ambientata a Roma, ha assunto il carattere di un mito simile a quello di Buddha radicandosi nell’immaginario medievale al punto di creare persino una scala

Entrando nella chiesa di Sant’Alessio, sul colle Aventino di Roma, il visitatore troverà in una cappella un frammento di scala lignea lungo qualche metro. Secondo la tradizione sotto quella scala, che si trovava nel palazzo paterno, sarebbe vissuto per diciassette anni uno dei santi più popolari nel medioevo, tant’è vero che la sua storia ha assunto il carattere di un mito simile a quello del Buddha in Oriente: come il Buddha infatti Alessio nasce da genitori sterili e in modo miracoloso; cresciuto nel lusso, rinuncia ai piaceri per una vita di ascesi nella spoliazione assoluta.

Prima del X secolo nei martirologi, calendari e monumenti occidentali non vi era alcuna traccia di sant’Alessio. La prima Vita latina è documentata soltanto all’inizio di quel secolo in Spagna e nell’ultimo quarto a Roma. In questa città il culto venne diffuso dall’arcivescovo Sergio di Damasco che, costretto a fuggire dalla sede metropolitica per l’invasione dei Saraceni, si stabilì presso la chiesa di San Bonifacio all’Aventino fondandovi una comunità monastica mista dove i greci seguivano la Regola di san Basilio e i latini quella di san Benedetto. La comunità, che ebbe un ruolo importante nella vita religiosa del tempo, rielaborò una leggenda greca di sant’Alessio in una versione destinata a diventare la tradizione dominante in Occidente e accolta poi dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine.

La leggenda greca risaliva a sua volta a una Vita siriaca composta probabilmente fra il 450 e il 475 ma pervenuta in un manoscritto databile alla fine del V secolo o all’inizio del successivo. Quella Vita narrava di un uomo chiamato Mar Riscia, ovvero «l’Uomo di Dio», nato a Roma — da intendersi come la nuova Roma, Costantinopoli — da genitori nobili e ricchi. La sera delle nozze si era allontanato di nascosto imbarcandosi per l’Oriente. Giunto a Edessa al tempo del vescovo Rabula (412-435), si era unito ai mendicanti che chiedevano l’elemosina davanti alla chiesa. I soldi che aveva raccolto durante il giorno li distribuiva ogni sera ai poveri della città. Emissari del padre, che non si era rassegnato alla sua scomparsa, erano venuti fino a quella città dov’era stato segnalato, ma non erano riusciti ad individuarlo perché il mendicante sporco, barbuto e lacero non gli assomigliava nemmeno lontanamente.

Un giorno Alessio, sentendosi morire, svelò le sue origini e la sua storia al sacrestano della chiesa che una mattina, trovandolo senza vita sul sagrato, si precipitò dal vescovo e lo scongiurò di non lasciare nella fossa comune il corpo di un santo. Il vescovo Rabula si recò allora al cimitero per riesumarlo ma non trovò che le sue misere vesti: il corpo era inspiegabilmente scomparso.

Da quel nucleo originario si svilupparono diverse versioni orientali della leggenda fra cui quella greca che, documentata soltanto a partire dalla seconda metà del IX secolo, precisa per la prima volta il suo nome, Aléxios, che deriva dal verbo aléxein (difendere, proteggere) e significa dunque «difensore» o «protettore»; situa la sua nascita non più in Oriente ma a Roma; e forse per la contaminazione con la vita per tanti aspetti analoga di un altro santo orientale, Giovanni Calibita, vissuto a Costantinopoli nel V secolo, lo fa morire non più a Edessa ma nella casa patema, aggiungendo un nuovo capitolo alla storia originaria e datando infine il dies natalis al 17 luglio, al tempo degli imperatori Arcadio e Onorio (395-408).

La leggenda greca narra che un’icona della Vergine Maria — che adesso secondo la tradizione si conserva nella chiesa romana sull’Aventino — ordinò al sacrestano di Edessa di condurre in chiesa quel mendicante che era un santo. La voce si diffuse rapidamente fra la popolazione che cominciò a venerarlo. Ma Alessio, che non amava gli onori, fuggì da Edessa imbarcandosi per Tarso. Miracolosamente i venti lo fecero approdare sulle coste dell’Italia, a Ostia. Sembrava un’indicazione della Provvidenza: sicché egli decise di farsi ospitare come un povero straniero nella casa patema di Roma.

Il padre, che non lo aveva riconosciuto, lo accolse benevolmente perché si ricordava che anche l’ormai perduto figlio era vissuto o viveva ancora in Oriente come mendicante. Alessio rimase in quella casa per diciassette anni dormendo in un sottoscala, umiliato e schernito dai servi. Diciassette erano stati anche gli anni del suo soggiorno a Edessa: un numero simbolico di grande importanza per i Greci perché in stretto rapporto con la teoria musicale e con l’armonia delle sfere. D’altronde, chi meglio di un mistico può essere in armonia con il cosmo?

Un giorno Alessio, sentendo avvicinarsi la fine, decise di scrivere su un rotolo la sua vita. Quando morì le campane di Roma suonarono a festa mentre una voce divina annunciava: «Cercate l’uomo di Dio affinché egli preghi per Roma». Venne così scoperto miracolosamente il corpo del santo col rotolo del manoscritto che soltanto gli imperatori Arcadio e Onorio poterono sfilargli e leggere.

Rielaborando la leggenda greca i monaci di San Bonifacio sull’Aventino composero una nuova versione della sua vita che diventò poi quella dominante. Apportarono qualche variante rispetto alla precedente: la chiesa dove si sarebbe dovuto sposare divenne la stessa basilica dove il santo sarebbe stato sepolto; non gli imperatori ma il papa raccoglieva dalla sua mano rattrappita il rotolo; infine la sposa, che Alessio aveva abbandonato la sera delle nozze persuadendola alla castità, si chiamò curiosamente Adriatica.

In questa nuova versione occidentale la Vita di sant’Alessio ispirò canti popolari e leggende che i contadini si trasmettevano di padre in figlio. Si giunse persino a trasformarlo in un pellegrino che dopo sette anni tornava a casa da Santiago de Compostela e trovava la moglie con un altro uomo.

La sua popolarità è testimoniata anche dalle pitture della chiesa inferiore di San Clemente a Roma (fine dell’XI secolo) che rappresentano il suo ritorno nella casa dell’Aventino, l’incontro col padre che non lo riconosce, l’episodio del papa che gli sfila il rotolo e infine la scena straziante dei genitori e della casta sposa davanti al suo cadavere la cui identità è svelata troppo tardi. In questo ciclo compaiono già gli attributi che diventeranno tradizionali nella successiva iconografia, dal bastone di pellegrino alla lettera nella mano serrata dalla morte.

Nel 1217 Onorio III decise di dedicare la chiesa di San Bonifacio anche al leggendario Alessio. Oggi la costruzione barocca, dove si visita ancora l’antica cripta con tracce degli affreschi primitivi, pur ricalcando l’edificio romanico a tre navate, non conserva nulla della chiesa originaria tranne il frammento ligneo della scala nella cappella dedicata a sant’Alessio e per la quale lo scultore Antonio Bergondi, seguace del Bernini, eseguì una statua in marmo raffigurando il santo sul letto di morte, vestito da pellegrino di Santiago.

La scala sovrasta il simulacro di Alessio quasi alludendo simbolicamente a quella di Giacobbe su cui gli angeli salgono e scendono; e forse non casualmente è accompagnata da una gloria di angioletti. D’altronde come si potrebbe simboleggiare meglio l’itinerario della sua ascesi? Isacco il Siriaco scriveva: «La scala di questo regno è nascosta dentro di te, nella tua anima. Lavati dunque dal peccato e scoprirai i gradini per i quali salire».

Nella chiesa è conservato anche il pozzo, profondo cinque metri, che secondo la tradizione si trovava nel palazzo del padre. Sicché nella ricostruzione fantastica della leggenda, in cui lo stesso santo vive di un’esistenza immaginaria, bisognerebbe spostare la chiesa primitiva, dove Alessio si sarebbe dovuto sposare, perlomeno di qualche decina di metri più in là: ma queste — conveniamone — sono pignolerie poco adatte al mito che obbedisce ad altre leggi.