- Massa d'Albe (Abruzzo),
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- Arbus (Sardegna),
- Berchidda (Sardegna),
- Ussana (Sardegna),
- Armungia (Sardegna),
- Guamaggiore (Sardegna),
- Barumini (Sardegna),
- Acireale (Sicilia),
- Barcellona Pozzo di Gotto (Sicilia),
- Melilli (Sicilia),
- Tortorici (Sicilia),
- Mistretta (Sicilia),
- Maniace (Sicilia),
- Gaggi (Sicilia),
- Ferla (Sicilia),
- Cerami (Sicilia),
- Graniti (Sicilia),
- Pagliara (Sicilia),
- Limina (Sicilia),
- Cassaro (Sicilia),
- Mongiuffi Melia (Sicilia),
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- Falcade (Veneto),
- Bosaro (Veneto),
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San Sebastiano è conosciuto principalmente per essere stato un martire cristiano durante le persecuzioni dell'imperatore romano Diocleziano. La sua immagine più iconica lo raffigura legato a un palo o a un albero e trafitto da frecce, che è diventata un simbolo cristiano di resistenza alla persecuzione. Tuttavia, una curiosità meno nota è che, secondo la tradizione, Sebastiano sopravvisse a quel supplizio delle frecce. Fu salvato e curato da una vedova cristiana di nome Irene. Dopo il suo recupero, non si nascose ma scelse di affrontare l'imperatore per rimproverarlo per la crudeltà contro i cristiani. Questo atto di coraggio portò a un secondo martirio, in cui Sebastiano fu ucciso con le clave. È venerato come santo patrono degli arcieri, degli atleti e dei soldati, e invocato come protettore contro la peste. La sua festa viene celebrata il 20 gennaio. La devozione a San Sebastiano si è diffusa in tutta Europa e molte opere d'arte lo raffigurano in questo momento di sofferenza e fede.
Sul celebre martire, che è diventato nella storia dell’arte il modello degli efebi, sono fiorite tante leggende mentre il suo martirio di frecciato ha ispirato il patronato sugli arcieri e archibugieri, sui mercanti di ferro e sui tappezzieri
San Sebastiano è diventato nell’arte, dal rinascimento in poi, l’equivalente degli dei ed eroi greci celebrati per la loro bellezza, come Adone o Apollo. Ispirandosi a una leggenda dell’VIII secolo, secondo la quale il santo era apparso a un vescovo nelle sembianze di un efebo, pittori e scultori cominciarono a raffigurarlo in un bellissimo giovane nudo, legato a un albero o a una colonna e trafitto dalle frecce: così appare nei quadri di Piero della Francesca alla Pinacoteca di Sansepolcro, del Tiziano nella chiesa dei Santi Nazario e Celso a Brescia o di Guido Reni alla Galleria Rosso di Genova; e l’elenco potrebbe continuare per una pagina intera perché il martire permetteva un libero e talvolta compiaciuto virtuosismo anatomico nell’ambito di un soggetto religioso. Questa insistita celebrazione della sua immaginaria bellezza efebica lo ha persino trasformato in uno dei personaggi preferiti da coloro che prediligono, non soltanto artisticamente, gli efebi.
Si potrebbe tracciare sul Palatino una mappa dei luoghi dove si è consumato il martirio di san Sebastiano, considerato il terzo patrono di Roma dopo Pietro e Paolo e ricordato al 20 gennaio nel più antico calendario della Chiesa romana, la Depositio martyrum, che risale al 354. Quel colle gli doveva essere familiare perché, secondo la Passio sancti Sebastiani, scritta probabilmente nel V secolo, egli era diventato tribuno della prima coorte pretoria dell’imperatore Massimiano. In realtà poco sappiamo di certo su di lui oltre alla data riportata dal martirologio e a un accenno contenuto nel Commento al salmo 118 dove sant’Ambrogio riferisce che era di origine milanese e si era recato a Roma, ma senza spiegare il motivo del viaggio. Anche la Passio, che è un romanzo ricco di avvenimenti prodigiosi sulla cui attendibilità è impossibile pronunciarsi, narra che era nato a Milano in una famiglia cristiana ma si era trasferito giovanissimo a Roma nel 270 per entrare nella guardia dell’imperatore, andando ad abitare nella caserma di Castro Pretorio, l’accampamento trincerato fuori della cinta delle mura serviane. Ma secondo tarde leggende greche e latine sarebbe nato a Narbona da madre milanese sposata a un funzionario nella Gallia meridionale. In breve tempo raggiunse i massimi gradi della gerarchia militare: fu nominato tribuno della prima coorte grazie all’appoggio degli stessi imperatori Massimiano e Diocleziano che lo stimavano per la lealtà e l’intelligenza, non sospettando che fosse cristiano.
Grazie alla sua funzione poteva aiutare discretamente i cristiani incarcerati, curare la sepoltura dei martiri e convertire addirittura nobili e militari della corte, dov’era stato introdotto da Castulo, cubicolario, ovvero domestico della famiglia imperiale. San Castulo — la cui memoria cade il 26 marzo secondo il Martirologio Gerominiano — era cristiano e partecipava a riunioni di preghiera nello stesso palazzo dell’imperatore. Tradito dall’apostata Torquato, venne sorpreso in una cava di pozzolana sulla via Labicana, dove si era radunato un gruppo di credenti, e martirizzato.
La Passio narra che un giorno furono arrestati dal prefetto Cromazio i figli di un certo Tranquillino, Marco e Marcelliano, accusati di essere cristiani. Il padre ottenne una dilazione di trenta giorni per il processo perché potessero riflettere sulla loro sorte e salvarsi dalla condanna sacrificando agli dei. I due fratelli stavano già per cedere quando intervenne Sebastiano riuscendo a convincerli a perseverare nella loro testimonianza. Mentre il santo parlava nel buio carcere, i presenti lo videro circonfuso di luce: tra loro c’era anche Zoe, moglie di Nicostrato, capo della cancelleria imperiale, che da sei anni era diventata muta. S’inginocchiò davanti al tribuno che, dopo aver implorato la grazia divina, fece il segno della croce sulle sue labbra restituendole la parola. Fu l’inizio di una collana di conversioni: Zoe col marito Nicostrato e il cognato Castorio, il prefetto di Roma Cromazio con suo figlio Tiburzio.
Cromazio, narra la fantasiosa Passio, rinunziò alla carica di prefetto e si ritirò in una sua villa in Campania con altri amici convertiti. Suo figlio Tiburzio restò invece a Roma, dove venne martirizzato l’11 agosto di un anno imprecisato. Morirono il 18 giugno anche Marco e Marcelliano, trafitti da lance, il loro padre Tranquillino lapidato il 6 luglio, Zoe sospesa a un albero e affumicata il 5 luglio. Secondo la Passio anche Castorio e Nicostrato furono martirizzati, ma non ne troviamo cenno in nessun martirologio.
Ormai si era diffusa la voce che i cristiani si annidavano persino tra i pretoriani e nel palazzo imperiale: sicché un giorno anche Sebastiano — il cui nome deriva dal greco sebastós, venerabile — venne scoperto e condannato a morte. «Io t’ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo» lo rimproverò sdegnato l’imperatore Massimiano «e tu hai operato nell’ombra contro di me, ingiuriando gli dei.»
«Fu legato a un palo e colpito da tante frecce da sembrare un riccio» narra la Passio.Quell’esecuzione, avvenuta in un sito del Palatino chiamato campus, ispirò la figura dell’efebo nudo e frecciato che s’impose col rinascimento mettendo in ombra le precedenti: come quella di un uomo in età matura e barbuto nella teoria dei ventisei martiri che in corteo e con le corone in mano muovono verso il trono del Cristo in Sant’Apollinare Nuovo di Ravenna (VI secolo), mentre a Roma nell’affresco absidale di San Giorgio in Velabro, attribuito al Cavallini, Sebastiano ha l’aspetto di un vecchio soldato romano con la lorica. Assunse anche le sembianze di un cavaliere o di un nobile cacciatore: così lo raffigurò, fra gli altri, Carlo Crivelli nel 1470 in un quadro ora alla Pinacoteca di Ascoli Piceno, e Raffaello in un’opera giovanile, custodita all’Accademia Carrara di Bergamo. Michelangelo a sua volta, sulla scia della tradizione rinascimentale, lo immaginò nel Giudizio Universale, alla Cappella Sistina, nudo e possente come un Ercole mentre stringe in pugno un fascio di frecce: variazione guerriera del più mite «santo frecciato» che simbolicamente è lo «scelto da Dio», introdotto nella comunione del Signore; il quale è stato definito non casualmente l’Arciere da Origene sulla scia della tradizione sapienziale. Lo sapeva bene Gabriele D’Annunzio quando ne Le martyre de Saint Sebastien, musicato da Claude Débussy, faceva dire al martire: «L’arco figura la Santa Trinità. Il fusto è il Padre, la cocca è lo Spirito Santo, la freccia impennata è il Figlio che donò il suo sangue... Ogni freccia è per la salvezza affınché io possa rivivere». E rivolto agli arcieri: «Non tremate, non piangete! Ma siate ebbri, siate ebbri di sangue come nelle battaglie. Mirate da vicino. Io sono il Bersaglio. Dalle profondità, dalle profondità chiamo il vostro amore terribile».
I soldati, credendolo morto, abbandonarono il corpo sul luogo del supplizio. Ma morto non era: quando la nobile Irene, vedova di san Castulo, andò a recuperarne il cadavere per seppellirlo si accorse che Sebastiano respirava ancora e lo trasportò nella sua casa sul Palatino dove riuscì a salvarlo.
Sebastiano sarebbe dovuto fuggire da Roma: così lo consigliavano gli amici. Ma non ci fu verso di persuaderlo: voleva il martirio. Appena fu guarito, decise di proclamare la sua fede di fronte agli imperatori Massimiano e Diocleziano mentre si stavano recando al tempio che, eretto da Elagabalo in onore del Sole Invitto, era stato poi dedicato a Ercole.
Nei pressi del tempio, di cui è stato individuato il podio, sorse nella seconda metà del X secolo una chiesetta con un monastero, detta di Santa Maria in palladio in ricordo del Palladio che era conservato nell’edificio pagano, e poi chiamata popolarmente, per una deformazione linguistica, in pallara. Del convento rimangono ancora alcune costruzioni mentre la chiesa è stata restaurata nel 1631 a spese del principe Taddeo Barberini, nipote di Urbano VIII, e intitolata a san Sebastiano: sull’abside vi sono i resti di un ciclo di pitture del X secolo sulle Storie di Cristo e san Sebastiano che prima dei restauri decoravano tutta la chiesa. Fra questi vi è il Salvatore tra san Sebastiano e santo Zotico e i santi diaconi Stefano e Lorenzo. Sebastiano appare anche sulla parete di sinistra in una pala barocca di Andrea Camassei, che rappresenta il suo martirio, e in un affresco di Bernardino Gagliardi (1609-1660) dove il martire viene curato da Irene.
Arrestato immediatamente, venne ucciso con la flagellazione nell’ippodromo del Palatino, di cui si possono vedere ancora i resti accanto alla Domus Augustana, e poi gettato nella Cloaca Massima perché i cristiani non potessero recuperarlo. Ma il santo comparve in sogno a una matrona di nome Lucina indicandole il luogo dove giaceva il cadavere e ordinandole di seppellirlo nel cimitero ad Catacumbas della via Appia. Le catacombe, che oggi chiamiamo di San Sebastiano, erano dette allora Memoria Apostolorum perché secondo una tradizione, sul cui fondamento non si hanno prove, nel 258 i cristiani, ai quali l’imperatore Valeriano aveva proibito l’anno precedente di radunarsi «nei cosiddetti cimiteri cristiani» per celebrare il loro culto, avrebbero raccolto dalle tombe del Vaticano e dell’Ostiense i corpi di Pietro e Paolo trasferendoli sulla via Appia, in un cimitero considerato pagano.
Nel secolo successivo, grazie a Costantino, sarebbero stati riportati nei rispettivi luoghi del martirio dove si costruirono le basiliche. Anche sull’Appia sorse una basilica costantiniana, la Basilica Apostolorum, dove troneggiava nel mezzo della navata principale un monumento sepolcrale in memoria dei due apostoli che secondo un’altra pia ma certamente falsa leggenda avrebbero abitato in quel luogo e vi sarebbero stati seppelliti dopo la morte.
Soltanto sul finire del VI secolo si cominciò a chiamare quella chiesa Basilica Sancti Sebastiani, come testimonia san Gregorio Magno. La figura del martire era diventata molto popolare forse perché la sua tomba si trovava in quel cimitero visitato da tutti i pellegrini che vi erano attirati dalla «memoria» dei due apostoli. Quando nel 680 si attribuì la fine di una grave pestilenza al prodigioso intervento di san Sebastiano, il martire venne eletto taumaturgo contro le epidemie. Successivamente divenne anche patrono delle corporazioni degli arcieri, pur essendone stato vittima, degli archibugieri dei mercanti di ferro e, chissà per quale motivo, dei tappezzieri.
A causa della collocazione calendariale della festa nacquero anche proverbi meteorologici ispirati al martire: «Il barbato, il frecciato, il mitrato, il freddo è andato», dice il primo, alludendo nel santo barbato ad Antonio abate, festeggiato il 17 gennaio, nel frecciato a Sebastiano e infine nel mitrato a Biagio, la cui memoria cade il 3 febbraio, quando, se non si è in un inverno rigido, l’aria comincia a intiepidirsi soprattutto nel Centro-Sud. Un altro proverbio eccessivamente ottimista sostiene addirittura: «San Bastiano con la viola in mano». Un terzo infine assicura che «Per san Sebastiano un’ora abbiamo», ovvero le ore di luce sarebbero aumentate di sessanta minuti. Ma quest’ultimo, come d’altronde quello su «Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia», non corrisponde più al nuovo calendario gregoriano, promulgato nel 1582: infatti al 20 gennaio le giornate si sono allungate rispetto al solstizio d’inverno soltanto di una mezz’ora e si deve giungere ai primi di febbraio per avere un’oretta in più di sole. La differenza è dovuta al vecchio calendario giuliano, come ho spiegato nel Calendario, cui rimando: sicché questo proverbio risale certamente a un’epoca anteriore al 1582. Un ultimo proverbio, che conoscono bene i contadini più anziani, sostiene: «Per san Sebastiano sali al monte e guarda il piano: se vedi molto spera poco, se vedi poco spera molto», ovvero: se i campi sono già verdi, il raccolto sarà scarso perché vi sarà il rischio di gelate.
Le sue reliquie, sistemate in una cripta sotto la basilica, furono smembrate durante il pontificato di Eugenio II (824-827) che ne mandò una parte alla chiesa di San Medardo di Soissons. Gregorio IV (827-844) traslò il resto del corpo nell’oratorio di San Gregorio sul colle del Vaticano sistemando il capo in un prezioso reliquiario. A sua volta Leone IV (847-855) lo trasferì nella basilica dei Santi Quattro Coronati dove portò anche i corpi dei martiri cui era dedicata la chiesa: così una reliquia di Sebastiano, che secondo la tradizione aveva seppellito i Quattro Coronati al terzo miglio della via Labicana, in un luogo detto ad comitatum, tornava a vegliare simbolicamente su di loro.
Il sepolcro della catacomba rimase vuoto per quattro secoli, fino al 1218 quando Onorio III, pregato dai Cistercensi che officiavano la basilica, riportò dal Vaticano le reliquie riconsacrando l’altare della cripta. Successivamente, nel XVII secolo, l’urna venne sistemata in una cappella della nuova chiesa, sotto la mensa dell’altare, dove si trova tuttora. Sotto l’urna il cardinal Francesco Barberini fece scolpire da Giuseppe Giorgetti la statua in marmo che rappresenta il martire nel sonno della morte, trafitto dalle frecce — anche se egli morì, come si è ricordato, con la flagellazione — e avvolto parzialmente nel lenzuolo funebre.
San Sebastiano nacque il III secolo
San Sebastiano nacque a Narbona (Francia)
San Sebastiano morì il 20/01/0288
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