San Macario di Alessandria, noto anche come Macario il Grande, è stato una figura di spicco del cristianesimo primitivo. Nato intorno al 300 d.C., si dice che abbia vissuto oltre i 90 anni. Inizialmente venditore di frutta, decise di ritirarsi in solitudine nel deserto di Scete, vicino al Nilo, dopo un'accusa ingiusta di paternità. Qui divenne un eremita e più tardi un abate, fondando una comunità monastica che si sarebbe poi espansa fino a comprendere migliaia di monaci. La sua vita nel deserto lo portò ad affrontare numerose tentazioni e sfide, tra cui attacchi di demoni e spiriti maligni, secondo le credenze dell'epoca. La sua saggezza e la sua dedizione alla vita ascetica lo resero una guida spirituale per molti e contribuirono alla diffusione del monachesimo nel deserto egiziano. La sua festa liturgica si celebra il 15 gennaio. San Macario è venerato sia dalla Chiesa ortodossa che da quella cattolica, e la sua figura è esempio di forza interiore e di ricerca spirituale attraverso il silenzio e la preghiera.
Questo santo non deve essere confuso con l’omonimo Macario l’Egiziano, il Grande, o l’Anziano (sebbene sembra siano stati entrambi contemporanei di un altro Macario), che viene celebrato il 19 gennaio.
Macario era un abitante di Alessandria e in gioventù aveva lavorato come pasticciere. In linea con lo zelo del suo tempo e gli ambienti dove i monaci del deserto d’Egitto praticavano la vita ascetica, abbandonò il suo lavoro in giovane età e andò nella Tebaide, nell’Alto Egitto, intorno al 335. Ivi trascorse quasi quarant’anni imparando e praticando la vita monastica.
In seguito si trasferì verso il Basso Egitto, dove c’erano tre zone desertiche contigue: Sketis (o Scete, o Sketi) a sud ovest del delta del Nilo; le Celle (così chiamato per il gran numero di celle di eremiti), e Nitria, che arriva a toccare il ramo occidentale del Nilo. Macario possedeva una cella in ognuno dei tre deserti, ma passava la maggior parte del suo tempo alle Celle.
A quel tempo la vita tra i monaci del deserto era perlopiù solitaria: gli eremiti (dal greco eremos, deserto) vivevano in celle che essi stessi costruivano in modo tale da rimanere appartati visivamente e acusticamente l’uno rispetto all’altro, pur rimanendo raggruppati in comunità dipendenti da una chiesa.
Qui ogni sabato e domenica la comunità monastica si riuniva per celebrare la liturgia eucaristica. I monaci lavoravano manualmente e fabbricavano stuoie e cesti, restando in costante orazione. L’ospitalità era esercitata in grado massimo, e a ogni nuovo arrivato veniva offerta una cella già esistente, mentre il precedente occupante la abbandonava e se ne costruiva una nuova.
Nelle Vite dei Padri del deserto si parla sempre dell’austerità della vita come via di sequela del Cristo (nelle Vite celtiche si citano i miracoli), ma ciò che esse descrivono non deve essere preso troppo alla lettera. Macario appare estremamente severo con il suo corpo, vive mangiando solo verdure crude, talvolta rinunciando anche a queste per cibarsi di solo pane; e supera tutti nelle veglie. Cerca di emulare gli esempi estremi di digiuni di cui si parla nel deserto, e si racconta che visiti monasteri, sotto mentite spoglie, alla ricerca di qualche inedito grado di austerità.
Tentato di lasciare quelle regioni dall’idea che forse adempirebbe meglio alla sua vocazione curando i poveri in un ospedale a Roma, riempie due secchi di sabbia e se li carica sulle spalle, dandosi a errare per il deserto; incontra un amico, che vedendolo così conciato si offre di aiutarlo alleviando il suo peso, ma egli rifiuta dicendo: «Sto tormentando il mio tormentatore» e se ne torna alla sua cella libero dalla tentazione. I suoi insegnamenti, raccolti dal discepolo Palladio, furono rigorosi come lo fu la sua vita.
Un anacoreta della Nitria viene trovato alla morte in possesso di cento corone; tra i monaci sorge allora una discussione sull’opportunità di darle ai poveri oppure alle casse ecclesiastiche, ma Macario ordina che siano sepolte con lui “per andare in perdizione” come monito contro il demone della accumulazione.
Palladio gli attribuisce doti di guaritore dicendo che sanò un prete affetto da un tumore alla testa, dopo averlo impegnato non solo a pentirsi dei suoi peccati (della carne, dai quali deriva la punizione nella carne) ma anche ad astenersi dal ministero presbiterale.
Nel deserto di Nitria sopravvisse per molti secoli un monastero intitolato a Macario. Egli è ricordato nel canone della Messa copta.
È invocato: come protettore dei pasticcieri
San Macario di Alessandria nacque a Alessandria, Egitto
San Macario di Alessandria morì il 394
San Macario di Alessandria si festeggia il 2 gennaio